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Le armi mercenarie- N. Machiavelli (CAPITOLI XII-XIV)

Nei capitoli XII-XIV la tematica principale su cui verte Machiavelli riguarda lo spinoso problema delle milizie che devono difendere lo Stato. L’autore fa una distinzione tra le armi proprie (composte da sudditi e cittadini che combattono per la propria patria) e quelle mercenarie (ovvero composte da soldati che venivano pagati). Quest’ultima è quella a cui si ricorreva maggiormente nell'Italia dei sec. XV-XVI, specie da parte dei signori delle regioni del Nord. La terra in cui fiorirono le Compagnie di ventura, nome attribuito dal sec. XIV ad associazioni di mercenari, che si mettevano al servizio delle monarchie, desiderose di milizie indipendenti da ogni vincolo feudale per far valere la propria autorità sui vassalli, e dei Comuni, era soprattutto l’Italia. I mercenari potevano essere reclutati ovunque, specialmente in Spagna, in Germania e nel Brabante (attuali Paesi Bassi). Alle cause generali del loro formarsi si aggiungevano altre attinenti alla particolare vita politica e sociale del paese. Le compagnie furono guidate spesso da cadetti delle grandi famiglie feudali, ma il diffondersi delle armi da fuoco e il progressivo affermarsi degli eserciti nazionali determinò la loro decadenza. Machiavelli condanna le truppe prezzolate e i loro capitani poiché poco motivati a difendere lo Stato che li ha assoldati, attribuendo tra l'altro al loro utilizzo la gran parte delle traversie militari subite dall'Italia alla fine del Quattrocento e l'origine della crisi e del declino del Paese per le invasioni dei popoli stranieri. Esse furono perciò definite “inutile e periculose” e lo stato fondato sulle armi mercenarie non potrà essere “mai fermo né sicuro perché le sono disunite, ambiziose, sanza disciplina, infedele, gagliarde in fra gli amici, in fra nimici vile: non timore di Dio, non fe’ con li uomini” ovvero non ci potrà essere sicurezza per lo stato a causa delle loro ambizioni, senza alcun timore di Dio(si sottolinea la visione laica di Machiavelli) e infedeltà verso gli uomini. Prosegue esplicitando che la ragione principale per cui i soldati fanno tale lavoro deriva da un fattore prettamente economico, il quale non è sufficiente a far sì che essi vogliano morire per la patria. Inoltre se alcuni capitani sono stati guerrieri valorosi e coraggiosi, molti altri ‒ come osserva Machiavelli ‒ consideravano l'attività militare solo un lavoro e non si facevano scrupolo di tradire chi li assumeva per passare al servizio di un miglior offerente. Proseguendo il racconto del problema delle milizie in Italia, l'autore afferma che queste per molti anni hanno appoggiato lo Stato dimostrando inizialmente anche un progresso, mostrandosi forti mentre combattevano tra di loro, ma è bastato l'arrivo di uno straniero per dimostrare quello che effettivamente erano, per cui a Carlo VIII fu possibile conquistare l'Italia senza combattere più di tanto. Talvolta capitani schierati su fronti opposti si accordavano per ridurre al minimo i rischi, poiché la vita di ogni soldato era un bene prezioso da salvaguardare. In aggiunta l’autore, volendo ulteriormente dimostrare “la infelicità” (l’inadeguatezza) delle armi mercenarie fa una distinzione tra i capitani mercenari che possono essere uomini eccellenti o no: sia che essi lo siano aspireranno sempre alla propria grandezza pur di opprimere gli altri, mentre se non si ha un condottiero virtuoso, non si potrà ottenere altro che una sconfitta. Machiavelli trattò già precedentemente il problema delle armi in Italia, affermando la necessità di una riforma del sistema militare italiano sul modello di quello romano e tra il 1519 e il 1520 scrisse un dialogo suddiviso in sette libri che dedicò a Lorenzo di Filippo Strozzi, importante politico, condottiero, banchiere e caro amico dell’autore. L’ex Segretario fiorentino attribuisce perciò la crisi italiana a una ragione che affonda le proprie radici nella mancanza di armi proprie, ma non bisogna dimenticare la sua premessa che trova un forte collegamento fra organizzazione politica e militare. Egli sostiene che a prescindere da quali armi si debbano utilizzare, dovranno essere adoperate solo o da un Principe o da un Repubblica. Se sarà un Principe a doversene occupare, quest’ultimo dovrà svolgere il compito del capitano in prima persona; per quanto riguarda la repubblica, si dovrà affidare il compito del condottiero a un cittadino virtuoso e controllare che non abusi del potere conferitogli. Nel caso della situazione italiana del tempo Machiavelli, pur preferendo in generale la Repubblica, sottolinea che sarebbe meglio che con le armi proprie si facesse affidamento solo a un Principe, poiché più difficilmente una repubblica può essere sottomessa a un suo cittadino se dotata di armi proprie. Tuttavia la visione dello scrittore è molto semplicistica e adatta forse all'analisi di Stati piccoli come quello di Firenze, la realtà che conosceva più direttamente, e meno alle nazioni più grandi come la Francia o la Germania. Inoltre, nel 2001, è stato girato, dal regista italiano Ermanno Olmi, il film Il mestiere delle armi che ricostruisce le ultime gesta del condottiero e capitano di ventura Giovanni de’ Medici (1498-1526), meglio noto come Giovanni dalle Bande Nere, al servizio dello Stato Pontificio durante le guerre d'Italia nella prima metà del XVI secolo. Dopo la formazione della Lega di Cognac tra Papato, Francia e Repubblica di Venezia contro lo strapotere di Carlo V, re di Spagna e imperatore del Sacro Romano Impero, un'armata imperiale di lanzichenecchi luterani scende in Italia con l'obiettivo di saccheggiare Roma e punire il voltafaccia del Papa. Consapevole della scarsità delle proprie truppe, Giovanni adotta una tattica basata sull'impiego di un manipolo di cavalleggeri e archibugieri a cavallo. Contemporaneamente il duca di Ferrara Alfonso I d’Este, che dopo aver combinato il matrimonio del figlio Ercole d’Este con Margherita d’Austria, cedette segretamente ai tedeschi alcuni archibugi (o “falconetti”, ovvero cannoni di piccola taglia), segnando così in maniera determinante le sorti del conflitto. Giunte finalmente a uno scontro frontale (in una zona di confluenza tra il Mincio e il Po), le truppe del papa furono facilmente disperse dai lanzichenecchi grazie all’uso dei cannoni. Lo stesso Giovanni rimase ferito gravemente, morendo dopo alcuni giorni di agonia, con il conseguente saccheggio di Roma. Il mestiere delle armi conferisce ampio rilievo ad alcuni elementi che avranno conseguenze decisive sia dal punto di vista storico-politico, sia da quello antropologico: anzitutto, di particolare interesse è l’insistenza sugli effetti dell’introduzione delle armi da fuoco (che dal Cinquecento in poi avrebbe innescato un processo irreversibile di trasformazione delle strategie belliche); in secondo luogo, altrettanto degna di nota è la presa di coscienza del fatto che si afferma e si consolida in quegli anni un nuovo modello comportamentale dell’uomo d’armi e del politico.
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