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Il Principe: Armi mercenarie


Quello legato alla dimensione militare è uno dei temi dominanti della riflessione politica machiavelliana. Machiavelli si era impegnato in prima persona perché Firenze si dotasse di armi proprie: non solo aveva steso di sua mano il documento che fu utilizzato per l’ordinanza, ossia l’arruolamento cittadino del 1506, ma si recò lui stesso nel contado per promuovere la formazione dell’esercito.
Lo sforzo per dotare Firenze di armi proprie andava di pari passo con la critica all’abitudine diffusa di appoggiarsi a forze mercenarie, che semplicemente sono «inutile e periculose» (r. 14). Esse infatti hanno come unico interesse il denaro, e questo non basta a farle disposte a morire per la difesa dello Stato («non è sufficiente a fare che voglino morire per te», rr. 21-22).
L’urgenza del tema delle armi si spiega, da un lato, con il fatto che la politica cinquecentesca era per sua natura una politica di alleanze, di cui la forza militare era presupposto e garanzia; dall’altro, con il fatto che tra Quattro e Cinquecento la comparsa delle artiglierie in battaglia aveva portato un cambiamento nelle strategie e nel modo di combattere. Non a caso il tema dell’introduzione delle armi da fuoco ricorre in diversi testi dell’epoca; ad esempio, in uno dei Ricordi di Francesco Guicciardini, che pone a spartiacque la discesa di Carlo VIII in Italia, nel 1494, quando ancora le guerre erano lunghe, «e se bene erano già in uso le artiglierie, si maneggiavano con sì poca attitudine che non offendevano molto», mentre i francesi «introdussono nelle guerre tanta vivezza» (Ricordi, 64), tanta rapidità, che travolsero agevolmente ogni cosa.
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