Il teatro pirandelliano

Pirandello divenne famoso proprio grazie al teatro che i critici chiamano il teatro dello specchio, perché in esso viene raffigurata la vita vera, quella nuda, amara, senza la maschera dell'ipocrisia e delle convenienze sociali, di modo che lo spettatore si guardi come in uno specchio così come realmente è, e diventi migliore. Dalla critica viene definito come uno dei grandi drammaturghi del XX secolo. Scriverà moltissime opere, alcune delle quali rielaborazioni delle sue stesse novelle, che vengono divise in base alla fase di maturazione dell'autore:
Prima fase - Il teatro siciliano
Seconda fase - Il teatro umoristico/grottesco
Terza fase - Il teatro nel teatro (metateatro)

Il teatro dei miti

Il Teatro Siciliano

Nella fase del Teatro Siciliano Pirandello è alle prime armi e ha ancora molto da imparare. Anch'essa come le altre presenta varie caratteristiche di rilievo; i testi sono scritti interamente in lingua siciliana perché considerata dall'autore più viva dell'italiano e capace di esprimere maggiore aderenza alla realtà.

Concentriamo l'attenzione su Pensaci Giacomino. Il nucleo originario della commedia è tratto dalla novella omonima, originariamente pubblicata sul Corriere della sera del 23 febbraio 1910 e poi trasposta in una versione teatrale in siciliano: successivamente venne tradotta in italiano. L'opera teatrale è suddivisa in tre parti distinte, o meglio in tre atti:
I Atto: La scena si apre su una scuola siciliana con il professor Toti, un insegnante ginnasialedi paese, ormai vecchio e privo di autorità. In conflitto con tutti ed incapace di continuare ad insegnare garantendo un minimo di disciplina in classe, Toti, è per di più profondamente amareggiato nei confronti della società. Per vendicarsi dello Stato, causa dei disordini continui e soprattutto colpevole di averlo sottopagato rendendogli impossibile fino ad allora formarsi una famiglia, prende per moglie la giovanissima Lillina: potrà così assicurarle, alla sua morte, la propria pensione. Il fatto che Lillina sia incinta di un giovane del paese, Giacomino, non sembra turbare eccessivamente Toti: secondo i suoi piani, il ragazzo potrà continuare ad adempire ai doveri matrimoniali, mentre il ruolo giuridico e formale di capofamiglia resterà a lui. Tra Toti e Giacomino non c'è un cattivo rapporto, anche perché quest'ultimo è stato in passato allievo del professore. Dopo una burrascosa discussione che coinvolge tutta la famiglia, il professore riesce ad imporre agli altri questo suo progetto di un ménage à trois: secondo lui, l'importanza degli scopi che ci si prefigge è più importante della stupidità della gente, sempre pronta a malignare per quelle che ritiene stranezze e comportamenti fuori dal normale.
II Atto: La storia riprende dopo l'avvenuto matrimonio tra Toti e Lillina: siamo nella casa della nuova famiglia. Il figlio di Giacomino, Ninì, viene curato ed allevato dal vecchio professore come fosse suo. Ad intorbidire la vicenda intervengono le lamentele della gente del posto, sempre più scandalizzata: primo tra tutti il Cavalier Diana, il direttore del Ginnasio dove Toti insegna Storia Naturale. Egli lo invita a lasciare la scuola, dato che come professore non può infischiarsi della sua immagine davanti alla gente; effettivamente, la cosa sarebbe fattibile, dato che nel frattempo Toti ha ereditato inspettatamente una piccola fortuna da un parente e quindi non avrebbe più preoccupazioni economiche.Toti, Lillina e Giacomino vengono messi sotto pressione anche dai genitori di lei che (dato che Giacomino si è recato diverse volte in visita da Lillina) per la vergogna non possono assolutamente più farsi vedere in giro. La società non sopporta questa strana relazione. La donna sembra essere condivisa e con lei il piccolo Ninì... Si evidenzia lo scontro generazionale. Tutto il paese decreta la colpevolezza di Toti, Giacomino, Lillina e persino, seppur indirettamente, di Ninì...
III atto: Interviene il sacerdote, Padre Landolina, annunziando che Toti è disposto a firmare una carta dove il professore smentisce tutte le dicerie che circolano in paese. Il documento è di primaria importanza per la famiglia di Giacomino che è fermamente decisa a fare sposare il giovane con un'altra ragazza così da far dimenticare la vicenda. In questa situazione, comicamente patetica, Giacomino è sul punto di arrendersi e di accettare il fidanzamento con questa ragazza per rifarsi una vita così come tutti vorrebbero. Naturalmente anche il prete Landolina, una voce autorevole della società, è del parere che Giacomino prenda per moglie una fanciulla casta e timorata di Dio, e consiglia al giovane di dimenticare il passato: Lillina e Ninì.
Alla fine però Toti si recherà da Giacomino tenendo il piccolo Ninì per mano, minacciando di andare a casa della nuova fidanzata (presumibilmente ignara delle vicende) in compagnia del figlioletto e di rivelarle tutta la storia. Giacomino non può che riflettere, perché ormai è troppo tardi per tirarsi indietro dal menage a trois e dalle maschere imposte dalla società... E quindi l'ultimo invito è: “Pensaci Giacomino”...
Il Teatro Umoristico-Grottesco
Mano a mano che l'autore si distacca da verismo e naturalismo, avvicinandosi al decadentismo si ha l'inizio della seconda fase con il teatro umoristico. Pirandello presenta personaggi che incrinano le certezze del mondo borghese: introducendo la versione relativistica della realtà, rovesciando i modelli consueti di comportamento, intende esprimere la dimensione autentica della vita al di là della maschera.
Concentriamoci su: Così è (se vi pare) e il Giuoco delle parti

Così è (se vi pare)

La vita di una tranquilla cittadina di provincia viene scossa dall'arrivo di un nuovo impiegato, il Signor Ponza, e della suocera, la Signora Frola, scampati ad un terribile terremoto nella Marsica. Si mormora, tuttavia, che assieme ai due sia giunta in città anche la moglie del Signor Ponza, anche se nessuno l'ha mai vista. I coniugi Ponza alloggiano all'ultimo piano di un caseggiato periferico, mentre la Signora Frola vive in un elegante appartamentino. Il trio viene così coinvolto nelle chiacchiere del paese, che vedono il signor Ponza come un "mostro" che impedisce alla suocera di vedere la figlia tenuta chiusa a chiave in casa. Il superiore del signor Ponza si reca perciò dal prefetto affinché metta in luce la verità e chiarisca la vicenda.

La signora Frola diventa quindi oggetto di un vero e proprio interrogatorio sulla vita della sua famiglia. Per sottrarsi dall'inchiesta che la colpisce, giustifica l'esagerata possessività del genero nei confronti della moglie. Anche il signor Ponza è sottoposto al medesimo interrogatorio, durante il quale dichiara la pazzia della suocera. A suo dire ella sarebbe impazzita a causa della morte della figlia Lina, sua prima moglie, e si è convinta che Giulia (la seconda moglie) sia in realtà la figlia ancora viva. Per questo lui e la moglie, per tener viva l'illusione della donna, avrebbero dovuto prendere una serie di precauzioni che hanno insospettito gli abitanti del paese. Sconcertati dalla rivelazione, i presenti sono tuttavia rassicurati dalle parole del signor Ponza. Successivamente, però, entra la signora Frola che, resasi conto di essere stata trattata come una pazza, rivolge la stessa accusa al genero: lui è pazzo, almeno nel considerare Giulia come seconda moglie. Afferma che, dopo la lunga assenza della moglie in una casa di cura, egli non l'avesse più riconosciuta, e non l'avrebbe più accettata in casa se non si fossero svolte delle seconde nozze, come se si trattasse di una seconda donna. Tutti sono sbalorditi, non sapendo più pensare... Se tutti hanno ragione, chi ha torto? E dove risiede la verità? Esiste più una verità assoluta? O la verità è ciò che sembra tale alla maggior parte della gente? Nell'ultimo atto, dopo una vana ricerca di prove certe tra i superstiti del terremoto, viene condotta in scena la moglie del signor Ponza, l'unica in grado di risolvere la questione mettendo a conoscenza di tutti la verità. Quest'ultima, con il viso coperto da un velo nero, afferma di essere al contempo sia la figlia della signora Frola che la seconda moglie del signor Ponza, mentre di sé afferma di non essere nessuna: "io sono colei che mi si crede". Interviene così un personaggio, che fa le veci del pubblico e, dopo una fragorosa risata, dice: "Ed ecco, o signori, come parla la verità! Siete contenti?

Il Giuoco delle parti

Tra Leone Gala, che si atteggia a filosofo cinico e Silia, sua moglie, dal carattere superficiale e capriccioso, che odia i discorsi del marito, si trova nel mezzo, come un vaso di coccio tra vasi di ferro, l'amante di lei, Guido Venanzi completamente dominato dai due. Quest'ultimo non è altro che il passatempo di Silia alla quale il marito ha concesso di averlo per amante, salvando però le esigenze della moralità borghese, riservandosi il diritto di andare a visitare la consorte ufficiale puntualmente per mezz'ora al giorno.
Leone ha risolto il gioco dell'esistenza facendo il vuoto di sentimenti e passioni dentro di sé ma, poiché bisogna pur dare un fondamento alla propria vita, un qualunque significato che giustifichi il fatto stesso di vivere, si è assunto la veste di filosofo.
Silia non sopporta più questo stato di cose e desidera la morte del marito. Chiede quindi a Guido di uccidere Leone, ma Guido si rifiuta.Il caso mette a disposizione di Silia un'occasione per realizzare il suo scopo: nel suo stesso palazzo abita Pepita, una prostituta di origine spagnola. Accade che una compagnia di gaudenti ubriachi scambi l'appartamento di Silia per quello di Pepita e, nonostante le rimostranze della donna, pretendono di avere quello per cui sono venuti.
Per questo Silia invoca che venga fatta giustizia. Chiede pertanto che secondo le regole di onore borghese, Leone, in quanto marito, sfidi formalmente in duello colui che aveva macchiato la reputazione di una donna virtuosa. Leone riconosce di essere un marito pro forma, e pertanto delega a Guido di condividere un tale onore... Nel duello Guido sarà ucciso... Leone, amareggiato dall'accaduto, non trarrà soddisfazione dalla sua vendetta, così ben congegnata razionalmente, perché alla fine sono i sentimenti che prevalgono e quella della ragione, sostiene Pirandello, è sempre una vittoria illusoria da cui si esce sconfitti.

Il teatro nel teatro

Nella fase del teatro nel teatro le cose cambiano radicalmente, per Pirandello il teatro deve parlare anche agli occhi non solo alle orecchie, a tal scopo ripristinerà una tecnica teatrale diShakespeare, il palcoscenico multiplo, in cui vi può per esempio essere una casa divisa in cui si vedono varie scene fatte in varie stanze contemporaneamente; inoltre il teatro nel teatro fa sì che si assista al mondo che si trasforma sul palcoscenico. Pirandello abolisce anche il concetto della quarta parete, cioè la parete trasparente che sta tra attori e pubblico: in questa fase, infatti, Pirandello tende a coinvolgere il pubblico che non è più passivo ma che rispecchia la propria vita in quella agita dagli attori sulla scena. In questo periodo Pirandello ebbe un decisivo incontro con un grande autore teatrale italiano del XX secolo: Eduardo De Filippo. Conseguenza, oltre alla nascita di un'amicizia che durò tre anni, fu che l'autore napoletano sentì, come accadde in passato per quello siciliano, il bisogno di allontanarsi dal "regionalismo" dell'arte verista pur conservandone però le tradizioni e le influenze. Concentriamoci su tre opere:
Sei personaggi in cerca d'autore, Roma, Teatro Valle, 10 maggio 1921;
Enrico IV, Milano, Teatro Manzoni, 24 febbraio 1922;
Questa sera si recita a soggetto, Torino, Teatro di Torino, 14 aprile 1930;

Sei personaggi in cerca di autore

Dopo aver raccontato la loro vicenda, i sei personaggi convincono il capocomico a rappresentarla, rifiutando però l'assegnazione delle parti ai vari attori: essi vogliono rappresentare di persona il loro dramma. Subito viene sollevato un problema dal capocomico: l'assenza di madama Pace, fondamentale per la scena nell'atelier. Il padre offre subito una soluzione: ricreare l'atelier in modo che madama Pace sia attratta sulla scena. Dopo una serie di scontri ideologici il capocomico permette che i personaggi rappresentino se stessi sulla scena. All'improvviso parte un colpo di rivoltella e il grido di disperazione di una donna che recita la parte di madre in quanto madre. Allo sconcerto degli attori, che non sanno se il ragazzo sia morto o meno, il padre grida... Ormai il dramma esce di mano e il capocomico, indispettito dagli ultimi avvenimenti e per la giornata di prove perduta, ordina all'elettricista di spegnere tutto e licenzia tutti e va via.

Enrico IV

Un nobile del primo '900 prende parte ad una mascherata in costume nella quale impersona Enrico IV; alla messa in scena prendono parte anche Matilde Spina, donna di cui è innamorato, ed il suo rivale in amore Belcredi. Quest'ultimo disarciona Enrico IV che nella caduta batte la testa e si convince di essere realmente il personaggio storico che stava impersonando. La follia dell'uomo viene assecondata dai servitori ma dopo dodici anni Enrico guarisce e comprende che Belcredi lo ha fatto cadere intenzionalmente per rubargli l'amore di Matilde, che poi si è sposata con Belcredi ed è fuggita con lui. Decide così di fingere di essere ancora pazzo, di immedesimarsi nella sua maschera per non voler vedere la realtà dolorosa. Dopo 20 anni dalla caduta, Matilde, in compagnia di Belcredi, della loro figlia e di uno psichiatra vanno a trovare Enrico IV. Lo psichiatra è molto interessato al caso della pazzia di Enrico IV, che continua a fingersi pazzo, e dice che per farlo guarire si potrebbe provare a ricostruire la stessa scena di 20 anni prima e di ripetere la caduta da cavallo. La scena viene così allestita, ma al posto di Matilde recita la figlia. Enrico IV si ritrova così di fronte la ragazza, che è esattamente uguale alla madre Matilde da giovane, la donna che Enrico aveva amato e che ama ancora. Ha così uno slancio che lo porta ad abbracciare la ragazza, ma Belcredi, il suo rivale, non vuole che sua figlia sia abbracciata da Enrico IV e si oppone. Enrico IV sguaina così la spada e trafigge Belcredi ferendolo a morte: per sfuggire definitivamente alla realtà "normale" (in cui tra l'altro sarebbe stato imprigionato e processato), decide di fingersi pazzo per sempre.

Questa sera si recita a soggetto

Mentre il pubblico del teatro è in attesa che cominci lo spettacolo si sente un altercare dietro il sipario del palcoscenico che a mano a mano diventa una vera e propria lite. Alcuni spettatori dalla platea e dalla galleria reclamano il silenzio e poi a sipario alzato continuano a discutere con il regista, il dottor Hinkfuss, mentre gli attori della commedia sono scesi in sala confondendosi con il pubblico. Il regista freddamente allora dichiara che l'accaduto dimostra la sua tesi: il teatro è spettacolo esteriore e gli attori devono recitare secondo un preciso copione mantenendo sempre separato il loro ruolo scenico dalla loro stessa interiorità.
In sintesi la terza parte, ovvero il Metateatro, fa di pirandello un genio della comunicazione e lo rende un ottimo anticipatore di Dario Fo, Samuel Beckett, Ionescu... ed altri
L'idea di un teatro nel teatro trascende in idea di un teatro della vita e di una vita nel teatro. L'abbattimento della quarta parete fa del teatro pirandelliano un dramma individuale che permette al lettore di precipitare nel contesto scenico indossando la maschera che a sua volta l'osservatore dona all'attore. Le maschere dell'attore sono molteplici: la maschera propria, la maschera degli altri attori, quella dell'autore, quella della società da cui emerge, quella del lettore-osservatore. Tutto il teatro ruota attorno alla filosofia dell'Uno, nessuno e centomila... e dalla stessa filosofia nascerà il surrealismo che oltre ad esplodere in scrittori non teatrali come Savinio e Landolfi trova in Calvino il suo trionfo in:
Il cavaliere inesistente: Nessuno;
Il barone rampante: Uno,
Il visconte dimezzato: centomila.

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