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Pensiero pirandelliano

Il pensiero di Pirandello si fonda sul rapporto dialettico tra vita e forma, rapporto che genera delle dicotomie tra volto e maschera, comicità e umorismo, tempo e durata (l’autore evidenzia, infatti, la differenza che esiste tra il tempo, elemento oggettivo, e la durata, fattore soggettivo). Da questo rapporto scaturisce il cosiddetto «relativismo gnoseologico», cioè la concezione secondo cui la conoscenza non si basa su criteri oggettivi, ma esclusivamente soggettivi. Il relativismo gnoseologico si svolge in due sensi: in senso verticale, che riguarda il rapporto dell’individuo con se stesso, o in senso orizzontale, che riguarda il rapporto dell’individuo con la società.
La vita, sostiene Pirandello, pur essendo perpetuamente mobile e fluida, «per un destino burlone» tende a calarsi in una forma, in cui rimane prigioniera. Secondo Pirandello, infatti, gli uomini non sono liberi di agire, ma sono «come tanti pupi», marionette nelle mani di un invisibile regista capriccioso: il Caso. Quando nasciamo, infatti, ci troviamo inseriti in una società già precostituita da leggi, abitudini e convenzioni e lasciamo, dunque, che la società ci assegni una parte da recitare nell’enorme sceneggiata della vita. All’interno del contesto sociale, l’uomo tende sempre a reprimere le proprie pulsioni, giungendo così a un compromesso tra l’Es, inconscio e istintivo e il Super-io, freno sociale e civile. Dunque, mentre la vita (volto) è un flusso istintivo che si agita dentro ciascuno di noi, la forma è la maschera imposta all’individuo dalla società. Tuttavia, sotto l’apparenza della maschera – scrive Pirandello – è sempre presente uno spillo che avverte il brulichio di una vita diversa: gli impulsi che spesso sono in contrasto con la maschera che indossiamo. Infatti, talvolta essi esplodono proprio «come un vulcano» – scrive Pirandello – «su cui tutto l’inverno è caduta la neve, che a un tratto rigetta questo strato di ghiaccio e si lascia riscaldare dal sole»: la maschera cade e a quel punto l’uomo è come un «violino fuor di chiave» o «come un attore che recita sulla scena una parte che non gli è stata assegnata». Tuttavia, la libertà provata dall’uomo dopo essersi liberato della vecchia forma è sempre di breve durata, in quanto il nuovo modo di vivere lo imprigiona in una nuova forma, diversa dalla prima ma altrettanto vincolante: si genera in questo modo un ciclo da cui non è possibile fuggire.
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