briglia di briglia
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Capitolo 1: premessa

Il romanzo inizia con una premessa della vicenda che vedrà come personaggio principale Mattia Pascal, povero bibliotecario di Miragno, paesino immaginario della Liguria , il quale sostiene di essere stato il protagonista di un evento eccezionale che raccontó in un libro. Questo venne scritto e depositato nella biblioteca dove lavorava con l'obbligo per i futuri lettori di non essere letto prima di 50 anni dopo la sua terza ed ultima morte. Egli afferma infatti di essere già morto la prima volta in modo accidentale e la seconda a causa di un suicidio.


Capitolo 2: premessa seconda (filosofica) a mo’ di scusa

Mattia, nel comporre il suo manoscritto, ha seguito il consiglio del suo amico, il Reverendo don Eligio Pellegrinotto, incaricato di custodire i libri disordinati e polverosi che trattavano di cose di chiesa.
Egli cita Copernico maledicendolo perché con le nuove teorie ha stravolto il modo di pensare delle persone. Da quando l’uomo è consapevole del fatto che la terra è un’invisibile trottolina, tutto acquista un’importanza relativa, anche le più gravi calamità.
Don Eligio osserva tuttavia che l’uomo si distrae facilmente e dimentica senza difficoltà la sua fragile natura: Mattia sostiene che gli uomini sono capaci di dimenticare di essere un atomo piccolissimo dell’universo che si azzuffa che fa addirittura a botte per un pezzo di terra. Mattia vuole quindi raccontare la sua storia senza obblighi o scrupoli e se alcuni fatti non gli faranno onore egli si può già considerare fuori dalla vita.

Capitolo 3: la casa e la talpa

Mattia non conobbe bene suo padre perché venne a mancare quando il figlio aveva 4 anni, lasciando nell'agiatezza la moglie e i figli Mattia e Roberto. La moglie, debole, incapace e inesperta negli affari, affida l’eredità del marito all'amministratore Batta MALAGNA, che lucra sulle disgrazie della famiglia.
Quando Mattia divenne adulto gran parte dei possedimenti se ne erano andati ma continuava insieme al fratello con quel tenore di vita: conducono una vita oziosa, non frequentano la scuola, ma ricevono un’istruzione dal precettore PINZONE.
Mattia invidiava il fratello Berto, più bello e appariscente di lui forse a causa del suo occhio storto. Berto fu fortunato a fare un matrimonio molto vantaggioso, viceversa Mattia con un’aria un po' triste smette di raccontare ma don Eligio lo convinse che era indispensabile parlare del suo matrimonio.

Capitolo 4: fu così

Il capitolo inizia con la descrizione di Malagna: grasso, rozzo, tozzo, sempre sudato, dalla voce” molle e miagolante”, in perenne conflitto con la moglie Guendalina.
Malagna non riesce ad avere un figlio a causa delle condizioni della moglie che un giorno venne a mancare.
Malagna un giorno si prende in casa e sposa una ragazza giovane e robusta, OLIVA, che Mattia aveva conosciuto in precedenza: una ragazza onesta, spigliata, bella, giovane e fresca.
Malagna sperava di avere figli da lei ma, ritenendo la moglie responsabile dell’infertilità, comincia a maltrattarla.
Roberto e Mattia hanno un amico, POMINO, che ha la caratteristica di “cangiare con meravigliosa facoltà scimmiesca”, a seconda che si trovi con Berto o con Mattia.
Un giorno Pomino parla a Mattia di una ragazza di nome ROMILDA che lui ha adocchiato. Romilda, figlia della VEDOVA PESCATORE, è nipote di Malagna; sembra che Malagna abbia messo gli occhi su Romilda e quindi Pomino prega Mattia di intervenire per salvare la ragazza dalle grinfie del perfido amministratore.
Il giorno dopo Mattia, con la scusa di una cambiale, va a casa della vedova Pescatore e qui trova Malagna e Romilda. Sospetta che ci sia effettivamente una relazione clandestina fra zio e nipote.
Mattia rimane colpito dalla bellezza e dalla grazia di Romilda (“occhi cupi, intensi, occhi notturni…”) e cerca di convincere Pomino a sposare la ragazza, prospettandogli una felice vita matrimoniale. Gli consiglia di scrivere una lettera.
Ma alla fine Romilda si innamora di Mattia. I due iniziano una relazione clandestina. Un giorno Romilda, disperata, getta le braccia al collo di Mattia e lo scongiura di portarla via, lontano.
Nei giorni seguenti Mattia riflette sulla proposta e sta quasi per annunciare il fidanzamento alla propria madre quando riceve una lettera da Romilda che gli chiede seccamente di non occuparsi più di lei e di considerare finita la relazione.
Lo stesso giorno Oliva, disperata, racconta a Mattia che il marito Malagna ha scoperto che lui può avere figli (Romilda è incinta) e vuole divorziare. Mattia rivela a Oliva che in realtà lui ha avuto una relazione con Romilda e quindi lui è il padre e come prova le mostra la lettera di addio che gli ha inviato Romilda. Inizia una relazione clandestina con Oliva. Anche Oliva rimane incinta: Malagna, che pensava di ripudiare la moglie perché non riusciva a dargli un erede, rimane con lei, e costringe Mattia a sposare Romilda.
 La madre di Romilda, la vedova Pescatore, non si dà pace per questo.

Capitolo 5: maturazione

La strega non si sapeva dar pace del fatto che Mattia e sua figlia Romilda presto avrebbero avuto un figlio. Non solo si era introdotto in casa sua senza il suo permesso ma gli aveva rovinato anche la figlia, non gli perdonava neanche il fatto di aver messo incinta pure Oliva, compagna di suo fratello Batta Malagna. Romilda è gelosa del figlio che avrà Oliva, destinato ad una vita comoda e agiata mentre il suo vivrà per sempre nell'incertezza del domani.
Intanto lei era buttata lì su una poltrona tormentata da continue nausee. Fu peggio quando per salvare la Stia si dovette vendere le case, e la madre fu costretta ad entrare nell'inverno a casa sua. Mattia doveva cercarsi un lavoro, aveva pietà della madre perché voleva morire al più presto invece di rimanere in quell'inferno e aveva paura a lasciarla da sola. L’atmosfera in casa è tesa : la madre di Mattia è chiusa in se stessa, apatica, rassegnata, “non dà fastidio neanche all'aria Aveva scritto a Roberto per tenersi in casa la madre, ma non poteva perché viveva sulla dote della moglie. Un giorno andarono a far visita alla madre due vecchie serve e una di esse la invitò a vivere con lei. Quando Mattia tornò a casa vide la suocera con aria minacciosa e la madre che piangeva, quindi le ordinò di andarsene, ma Romilda gli disse che non poteva rimanere senza di lei. Due giorni dopo venne zia Scolastica a prendersi la madre, mentre la suocera faceva il pane, fu una scena buffa per Mattia, poiché la vedova Pescatore dalla rabbia si strappava le vesti di addosso. Mattia uscì per cercarsi un lavoro e lo trovò nella biblioteca Boccamazza con 60 lire al mese. Veniva a trovarlo sempre il vecchio bibliotecario Ronitelli, un uomo sordo e sempre legato ai libri, che morì 4 mesi dopo. Così Mattia si trovò solo a dar la caccia ai tanti topi che c'erano nella biblioteca e cominciò a leggere i libri, mentre quando era stanco chiudeva la biblioteca e andava al mare. Un giorno lo vennero a chiamare perché la moglie aveva le voglie, corse a casa e la suocera gli ordinò di andare a chiamare il dottore. Dopo fu mandato in farmacia, al ritorno gli dissero che una bambina era nata, l'altra stentava a venire alla luce. Egli era felice di avere due bambine, ma una morì pochi giorni dopo, l'altra morì prima di compiere un anno e nello stesso giorno morì sua madre. Il dolore lo assalì atrocemente e quella notte uscì e camminò disperatamente finché giunse al podere della Stia dove incontrò Filippo, un vecchio mugnaio, che cercò di consolarlo. Dopo alcuni giorni Roberto gli mandò 500 lire per fare una buona sepoltura alla madre, ma ci aveva già pensato la zia Scolastica e così il denaro se lo tenne per sé.


Capitolo 6: tac tac tac…

Cambio di scena: il capitolo inizia con la descrizione delle evoluzioni capricciose della pallina della roulette, dalle quali dipendono le sorti di tanti giocatori.
Mattia è capitato a Montecarlo per caso. “Non sapendo più resistere alla noia, anzi allo schifo di vivere in quel modo, miserabile, senza speranza di miglioramento, senza compenso all'amarezza, allo squallore, all'orribile desolazione ero fuggito dal paese a piedi , con le 500 lire di Berto in tasca.”
Inizialmente Mattia pensa di andare a Marsiglia e da qui ,con la nave, in America, ma scoraggiato ed avvilito anche per la scarsità di denaro,rinuncia . Sceso a Nizza, incerto sul da farsi, compera un opuscolo sulla roulette e va al casinò. Per parecchio tempo osserva i giocatori e respira l’atmosfera di grande tensione che caratterizza il gioco :” si faceva silenzio, un silenzio strano, angoscioso, quasi vibrante di frenate violenze…”, “tutti gli occhi si volgevano alla pallina con varia espressione : d’ansia, di sfida, d’angoscia, di terrore…”
Mattia comincia a giocare , viene preso dalla febbre del gioco e vive uno stato di lucida ebbrezza. C’è quasi una forza diabolica in lui che gli suggerisce i numeri e lo fa vincere in continuazione.
Dopo aver vinto una grossa somma, 11.000 lire, Mattia è incerto sul da farsi : tornare a casa da una moglie arida e rancorosa verso la quale non prova più alcun affetto o partire per l’America?
Nei 12 giorni seguenti torna al casinò e continua a giocare , vincendo fino al nono giorno, dopodiché la fortuna sembra abbandonarlo.
Il dodicesimo giorno Mattia viene informato che un giocatore che aveva conosciuto in precedenza, si è suicidato . Mattia lo vede disteso in mezzo al viale, con la rivoltella ancora in pugno. Prende un fazzoletto e gli copre il volto sfigurato, tra le proteste della gente alla quale viene tolto il meglio dello spettacolo.
Mattia decide di abbandonare il gioco e ritorna a Nizza con 82.000 lire.


Capitolo 7: cambio treno

Mattia è in treno, diretto verso casa, incerto sul da farsi. Quali prospettive davanti a lui? Riscattare il mulino e fare il mugnaio?
Immagina la scena del ricongiungimento con la moglie e la suocera : entrambe manifestano inizialmente indifferenza, ma dopo un po’ la suocera ricomincia a sputar bile e a rinfacciare al genero il posto di bibliotecario perso. Mattia vede se stesso mentre estrae la fortuna guadagnata al casinò, conta le banconote davanti agli occhi esterrefatti delle due donne e poi se ne va.
Mattia pensa a tutti i debiti che dovrà saldare una volta arrivato a casa.
Il treno si ferma, Mattia scende e compera un giornale: rimane allibito quando legge la notizia della …. sua morte. A Miragno il giorno prima è stato ripescato il corpo putrefatto di un uomo che è stato riconosciuto come quello di Mattia Pascal.
Mattia non crede ai suoi occhi : come è possibile che moglie e suocera abbiano riconosciuto rispettivamente marito e genero nel corpo di un estraneo?
Ma improvvisamente Mattia ha un’illuminazione “ Ero morto, morto, non avevo più debiti , né moglie, né suocera: nessuno! Libero! Libero! Libero!
Mattia rinuncia a risalire sul treno, si procura un altro giornale per rileggere con calma e tranquillità l’articolo.
Si sente “ paurosamente sciolto dalla vita, superstite di se stesso, sperduto, in attesa di vivere oltre la (fittizia) morte, senza intravvedere ancora in quale modo.”
Nell'articolo si parla della “tremenda costernazione e dell’inenarrabile angoscia” che tormenta moglie e suocera” , della “vedova sconsolata che piange il diletto marito”, della “stima dei concittadini”.
Mattia prende la sua decisione e si sente sollevato.


Capitolo 8: Adriano Meis

Mattia costruisce gradualmente la propria identità, “ non solo esteriormente, ma anche nell'intimo . Mattia ormai è “ solo, sciolto da ogni legame, nuovo e assolutamente padrone di sé, senza più il fardello del suo passato , con un paio d’ali”, artefice del suo nuovo destino. Mattia si propone di sfuggire agli aspetti sgradevoli della sua nuova vita, di ricercare “ belle vedute, ameni luoghi tranquilli”, di trasformarsi in modo da poter dire “ non solo di aver vissuto due vite ma di essere stato due uomini”.
Mattia modifica il suo aspetto fisico , accorciandosi la barba , e sceglie un nuovo nome dopo aver ascoltato casualmente una conversazione in treno : Adriano Meis.
All'inizio Mattia si sente pervaso da una fresca letizia infantile e assapora la gioia della novella libertà.”Oh levità deliziosa dell’anima, serena, ineffabile ebbrezza!!!”.L’idea della libertà sconfinata e unica gli procura un’improvvisa felicità, un beato stupore. L’aria è di una meravigliosa trasparenza e Mattia si sente così inebriato dalla nuova libertà che teme quasi d’impazzire.
Mattia si libera perfino della fede matrimoniale.
Mattia deve anche costruirsi nei minimi particolari un passato. Egli immagina di essere figlio unico di Paolo Meis, di essere nato in America, in Argentina, di essere ritornato in Italia in tenerissima età, di aver avuto i genitori morti quando lui era in tenera età, di avere avuto perfino un nonno che lo ha cresciuto. Per creare l’immagine del nonno Mattia osserva a lungo i vari vecchietti incontrati nel suo peregrinare di città in città, coglie di ognuno un aspetto particolare “Oh, di quanti nonnini veri si compose il nonnino mio!”
Per ricostruire l’infanzia fittizia Mattia osserva decine di ragazzini dai 5 ai 10 anni, studia le loro mosse, i loro giochi, le loro espressioni.
Mattia vive la sua nuova vita senza avere quasi relazioni con gli altri e ,dopo un po’ di tempo, comincia a sentire il peso della sua nuova condizione : è senza documenti, non può lavorare e dunque deve razionare i suoi risparmi, non ha compagnia.
Dopo quel lungo girovagare senza nessuno con cui parlare cominciò a sentirsi solo, e un triste giorno di novembre un vecchietto con un cane gli si mostrò davanti. Adriano pensava di comprarlo così avrebbe avuto un amico fedele, gli domandò il prezzo che era 25 lire, voleva acquistarlo ma pensò che non poteva perché avrebbe dovuto pagare la tassa, così non lo comprò. Questa è la prima volta che quella vita che gli era sembrata bella con una libertà sconfinata, era tiranna perché non gli consentiva di tenere un cagnolino.




Capitolo 9: Un po’ di nebbia

Il primo inverno passò tra gli svaghi dei viaggi e nell'ebrezza della nuova libertà e non importava se c'era nebbia o sole, freddo o caldo. Ora doveva cercarsi una dimora stabile ma poi gli veniva il pensiero delle tasse dei documenti ecc.
L'inverno ispirava in lui queste riflessioni malinconiche, era Natale e desiderava il tepore, d'un cantuccio caro, una casa. Quindi rimpiange la sua prima casa e immagina di andare a casa della moglie e dirle che dai superiori aveva avuto il permesso di passare le feste in famiglia. Un giorno alla trattoria fece amicizia con il Cavalier Tito Lenzi che gli diede un biglietto da visita. Adriano Meis ci restò male perché non ne aveva. L'uomo faceva bei discorsi e conosceva il latino e faceva delle domande all'altro che rispondeva con poche parole. Quando seppe che era nato in Argentina gli fece i complimenti. Gli disse che lui abitava da solo, ma precedentemente aveva avuto storie amorose. Adriano si accorse presto che mentiva, e si sentiva rattristato dal fatto che lui odiava le bugie, ma doveva dirle, inoltre non poteva avere dei veri amici con cui confidarsi e raccontare la sua assurda storia. Si stava rendendo conto degli inconvenienti della fortuna, si era conciato in quel modo per piacere agli altri e la solitudine lo assaliva, quando voleva prendere decisioni usciva dall'albergo e passeggiava per Milano, la vita gli sembrava inutile e si sentiva sperduto. Il giorno dopo salì sul tram elettrico e incontrò un uomo che parlava di tutto e con tutti e non si era accorto di tornare in albergo e si mise a parlare anche con un canarino, poi nella sua stanza gli veniva voglia di prendersi a schiaffi per la sua condotta. Bisognava che lui prendesse ad ogni costo una risoluzione insomma, doveva vivere.


Capitolo 10: acquasantiera e posacenere

Mattia decide di stabilirsi a Roma : la città gli piace ed inoltre gli sembra la più adatta ad ospitare, tra tanti forestieri, un forestiero come lui.
Il ragazzo trova una stanza in affitto presso una famiglia discreta, composta dal signor Paleari, la figlia Adriana, il cognato di Adriana Terenzio, al momento fuori città.
Adriana lo informa che in casa vive un’altra inquilina ,Silvia Caporale, un’insegnante di pianoforte sola, infelice, distrutta dall’alcool, arrabbiata con la vita: viene ospitata gratuitamente in casa poiché in passato ha affidato i suoi risparmi a Terenzio che li ha investiti in un affare non andato bene.
Adriana è una donna minuta, timida, seria, che sembra portare sulle sue fragili spalle tutto il peso della gestione della famiglia. La sorella è morta sei mesi prima.
Il padre – nota Mattia – appare un tipo eccentrico, “ con il cervello di spuma”, dedito a strane letture di teosofia , ossessionato dal pensiero della morte, interessato al paranormale : ha scoperto nell’inquilina Silvia straordinarie facoltà medianiche.
Adriana è molto religiosa e soffre per le pratiche medianiche del padre.
Sopra il comodino nella camera di Mattia è appesa un’acquasantiera. Una notte Mattia la utilizza distrattamente come portacenere. Il giorno dopo l’acquasantiera non c’è più e sul comodino è appoggiato un portacenere.
Mattia si rende conto di non essere più entrato in chiesa per pregare e di non aver riflettuto a lungo sul pensiero della morte : ma l’ossessione di Paleari alla fine contagia anche lui.
Paleari parla sempre e solo di morte e riflette sul concetto di materia.
Se tutto è materia, esistono comunque diversi gradi di materia: “Nel mio stesso corpo c’è l’unghia, il dente… e c’è il finissimo tessuto oculare!”
La Natura ha faticato migliaia di secoli per far evolvere l’uomo dallo stadio di verme a quello attuale , per arrivare a “questa bestia che ruba, questa bestia che uccide, questa bestia bugiarda che pure è capace di scrivere la Divina Commedia… e tutt’a un tratto ,paffete, torna zero? Diventerà verme il mio naso, il mio piede, non l’anima mia, perbacco!”
Paleari osserva che deve pur esserci un vita oltre la vita:”Se mi provano che , dopo aver faticosamente vissuto per anni , tutto finisce lì, ma io la mia vita la butto via oggi stesso!”
“Sarebbe la cosa più assurda e atroce se tutto dovesse consistere In questo miserabile soffio che è la nostra vita terrena: 50, 60 anni di noia, di miserie, di fatiche: perché?... Non possiamo comprendere la vita se non ci spieghiamo la morte.”
“Se manca la lampadina della fede ci aggiriamo nella vita come ciechi.”
Paleari non si cura di indagare sulla vita di Mattia. Solo una volte gli chiede perché si trovi a Roma.Non capisce perché il ragazzo abbia scelto una città triste, morta, chiusa nel sogno del suo maestoso passato , indifferente al formicolio che si agita intorno a lei. Roma giace con il suo “grande cuore frantumato”: i papi ne avevano fatto un’acquasantiera, gli Italiani l’hanno trasformata in un posacenere.

Capitolo 11: di sera, guardando il fiume

Man mano che il padrone gli dava più familiarità egli si chiudeva in se stesso col rimorso di stare lì sotto falso nome e di dire bugie a se stesso e agli altri. SI diceva da solo che voleva rimanere libero ma ogni sera si affacciava alla finestra e guardava il fiume. Qualche sera vedeva la mammina in veste da camera, Adriana , intenta a innaffiare i fiori "Ecco la vita" pensava Adriano, ma ella per vari motivi parlava poco di lui. Spesso andava in luoghi deserti o in luoghi solitari, come era di moda. Una notte in piazza S. Pietro gli sembrava di sognare, ritornando per via Borgo Nuovo, s'imbatté in un ubriaco che lo fermò e gli dissi di star allegro e non pensare a nulla; Adriano pensò molto alle sue parole, non poteva certo andare ad ubriacarsi in una taverna e si diceva tra sé che il male che lo affligge è la democrazia, perché se governa uno sa che deve contentare molti; ma quando i governatori pensano solo a se stessi si ha una tirannia mascherata da libertà. Mentre tornava a casa c'erano 4 miserabili armati addosso ad una donna. Prese un bastone di ferro e cacciò quegli uomini per liberare la donna ma si ferì alla fronte e gli uscì sangue, la donna cominciò a gridare per chiedere aiuto, poi Adriano si lavò la fronte alla fontana, c'erano due guardie e la donna raccontò tutto ma egli non volle spargere denunzia. Silvia Caporale s'impicciò dei fatti di Adriano vedendolo stropicciarsi il dito perché era convinta che fosse vedovo. Adriana ne soffrì perché si ricordò della povera sorella. Adriano Meis si rese conto che conducendo una vita misteriosa e silenziosa aumentava la curiosità degli altri. Un giorno Silvia gli domandò da parte di Adriana perché non si faceva crescere i baffi, ma Adriana non voleva questo e si mise a piangere. Ci furono altre domande un po' indiscrete poi cominciò a parlare tranquillamente sempre raccontando molte bugie. Le due donne approvavano quel che diceva. Si era accorto che la Caporale si era innamorata di lui, ma a egli gli interessava Adriana ma il loro non andava più di pochi sguardi. Gli raccontò che quell'anellino glielo aveva regalato il nonno quando aveva 12 anni, mentre si trovava a Firenze. Le dice che lui si sente brutto e per questo non ha delle donne, e poi con quell'occhio, insomma si era accorto che la donna lo amava anche se non era bello. Mattia rifiutò felice, quello che diceva il signor Anselmo non gli sembrava più noioso, senza volerlo era crudele verso la donna invece Adriano arrossiva. Adriano e Adriana comunicavano con le voci dell'animo senza comuni parole. Un giorno Meis disse alla Caporale che si voleva fare operare da un'oculista e così fece. Dopo alcuni giorni di sera sentì due persone parlare, erano la Caporale e un'altro che parlavano di lui che forse era ricco, inoltre quest'uomo voleva parlare con Adriana. Mentre spiava si accorse che quell'uomo misterioso era rimasto solo, poi venne a parlargli Adriana (era suo cognato Papiano). Mentre spiava si aprì la persiana e Adriano lo invitò e gli presentò il cognato venuto da Napoli. Il cognato era segretario presso i Borbonici e non la finì più di parlare. Quindi disse che era tardi ed era ora di andare a dormire e Adriana lo condusse per mano come non lo aveva fatto mai. Adriano si era reso conto che non era accettato e c'era qualcosa di misterioso che non andava.


Capitolo 12: l’occhio e Papiano

Terenzio Papiano è alto e robusto, un po’ calvo, con un grosso paio di baffi brizzolati, occhi grigi acuti ed irrequieti: vede tutto e tocca tutto. E’ tornato a Roma con il fratello Scipione, che sembra incapace di intendere e volere.
Mattia si accorge che Terenzio fa di tutto per convincerlo a parlare di sé e si sente in trappola e a disagio :”Senza aver commesso cattive azioni , senza aver fatto male a nessuno , dovevo guardarmi così, davanti e dietro , timoroso e sospettoso , come se avessi perduto il diritto di essere lasciato in pace.”
Mattia si rende conto di non poter più ormai andarsene : il sentimento che lo lega ad Adriana, benché rimasto inespresso, è diventato troppo forte.
Un giorno Mattia trova la signorina Caporale in lacrime : lei gli confessa di essere disperata perché colpita da tre disgrazie: “donna, brutta, vecchia”. Desidererebbe morire : non ha prospettive, ha dovuto anche vendere il pianoforte che per lei era tutto . Ultimamente Terenzio cerca di indurla a convincere Adriana a sposarlo, per questioni opportunistiche . Mattia tenta di consolarla.
Un giorno Terenzio porta a casa un certo Francesco Meis di Torino che sostiene di essere imparentato con Mattia; quest’ultimo fa di tutto per smentirlo , ma Francesco insiste : vuole essere ad ogni costo suo parente!
Un altro giorno Mattia sente dalla sua camera la voce di un uomo, un amico che Terenzio aveva portato a casa, e riusce a identificare il proprietario di quella voce : si tratta dello Spagnolo, un personaggio che Mattia ha conosciuto a Montecarlo.
Mattia è impaurito : tracce del suo passato riemergono e possono minacciare la sua nuova identità.Decide di farsi operare all'occhio che è leggermente strabico : senza questa caratteristica può darsi che sia più difficilmente identificabile.



Capitolo 13: il lanternino

L'operazione era riuscita benissimo però dovette stare 40 giorni al buio in camera sua. Mentre era lì pensava a tante cose e soffriva e l'unica che poteva confortarlo era Adriana. Il Pantogana rimase solo per pochi giorni e questo gli fece accrescere la rabbia. Paleari per confortarlo gli diceva una concezione filosofica, chiamata lanternismo e gli faceva capire che l'uomo ha avuto il triste privilegio di sentirsi vivere. La vita per il signor Anselmo era come un lanternismo acceso e quando si spegneva era per sempre. Questo e altro diceva il signor Anselmo per tenergli compagnia gli dice che per ogni cosa c'è un lanternino diverso non si mettono d'accordo e si sparpagliano. Gli recita una poesia di Niccolò Tommaseo, si sofferma nell'inutilità che la gente specie i poveri vanno in chiesa per pregare affinché un giorno saranno premiati. Si sofferma e dice che forse i colori sono soggettivi e l'uomo e paura delle tendore e soprattutto della morte perché non sà cosa avverrà dopo. Quel lumicino piagnucoloso ci fa vedere solo una parte di mondo e a modo suo. Il signor Anselmo voleva accendergli un lume per i suoi sperimenti, ma Adriano si accorse che gli altri non ne avevano ed egli non sospettava che la signorina Caporale e Papaiano si prendessero gioco di lui. Adriana credeva che si era fatto aggiustare l'occhio per vanità. La voce di Papiano era insopportabile e aveva capito che voleva che se ne andasse e gli parlava di Pepito Pantagone per distoglierlo da Adriana, le diceva che era proprio una bella ragazza, diversa da nonno, molto scontroso, e l'avrebbe col tempo conosciuta perché doveva essere invitata da loro per una seduta spiritica, Meis volle convincere Adriana a partecipare a una seduta, ma ella diceva che la religione glielo impediva, poi cambiò idea e disse per una sera soltanto. Il giorno seguente Papiano preparò la camera e gli disse che se la Caporale si sarebbe sentita bene poteva comunicare con un compagno d'Accademia morto a 18 anni. Max Oli, e una sera il suo spirito le si incarnò e cominciò a suonare musiche meravigliose e venne molta gente ad applaudirla. Dopo mezz'ora Papiano ritorno con la signorina Pantogada la sua governante e un pittore e dopo entrarono le due donne. SI sedettoro in posti e per questa seduta dovevano tenersi per mano. Il signor Anselmo spiegò che due colpi battute o sul tavolino o su due seggioline p percepire per via toccamenti, volevano dire sì, 3 colpi no, 4 buio, 5 parlate, 6 luce. Poi fecero silenzio e si concentrarono.



Capitolo 14: le prodezze di Max

Non succedeva nulla e voleva godersela, Meis come Adriana sapevano che era tutta una frode. Ad un tratto la signorina Caporale disse che la catena non era ben equilibrata. Vennero cambiati i posti e stavolta Meis poteva tenere la mano di Adriana. Ci furono quattro colpi quindi buio. Dopo la signorina Caporale ricevette da Max un pugno che quasi le sanguinavano le gengive, i nuovi ospiti e tutti si preoccuparono non era mai successo un simile fatto. Ella voleva lasciar perdere ma lui e il signor Anselmo insistettero per continuare la seduta, spensero il lanternino. Stavolta Meis strinse la mano di Adriana delicatamente. Il signor Anselmo mentre faceva delle domande ricevette delle risposte sentendo dei colpi, alcuni di questi li sentì, Adriano nella fronte, e capì che era senza dubbio. Papiano che gliel aveva dati. Mentre stavano continuando la seduta Meis sente qualche cosa strisciare vicino a lui e dice.di aver avvertita questa situazione e la signorina Pepita. Pantogada disse che era Minerva, la sua cagnetta. Nelle altre sedute successero sempre quelle piccole stranezze luci ecc e capì che era Scipione, il fratello di Papiano che le provocava. Un giorno lo spirito di Max prima fece una carezza a Pepita, poi gli altri dissero se poteva ricevere un bacio e lo ricevette sulla guancia (sempre al buio). Il Meis approfittò di quel momento e si scambiò il primo bacio con Adriana. Si accese la luce e pensava che si erano accorti di loro, ma essa fu accesa per prendere Scipione che era caduto a terra, Pepita e la governante scapparono via dalla stanza , mentre Paleari gridava di non rompere la catena. Credettero che questo fenomeno fosse stato causato da Max, ma Meis pensò che quel rumore misterioso sarebbe stato provocato dallo spirito del poveretto che si era affogato nella Stia e la notte fece brutti sogni, poiché quel colpo in camera sua non lo aveva sentito solo lui.


Capitolo 15: io e l’ombra mia

Quella notte si svegliò più volte, aveva paura di qualcosa e rifletteva sulle tante cose filosofiche che gli aveva detto Paleari. Dopo 40 giorni quando riaprì le finestre non ebbe alcuna gioia nel vedere la luce e si guardò allo specchio del buon esito dell'operazione. SI vergognava d'aver preso parte alle sedute ma l'unica sua gioia era di aver baciato Adriana, sapeva che il Papiano voleva Adriana, e quelle volte gli aveva seduto la Caporale vicina. Adriano rifletté molte seduto sul divano che la sua libertà era stata limitata dalla scarsezza del denaro e poteva chiamarsi solitudine e noia in compagnia di se stesso.
Egli avrebbe vissuto con Adriana se non ci fossero state le convenzioni sociali e inoltre in quel momento era come se lui fosse un morto e doveva pensare anche alle due donne che aveva lasciato a Miragno. Mentre era assorto da questi pensieri bussò alla porta Adriana con la nota, ella e lui dopo scambio di quel bacio avevano accresciuto i loro sentimenti infatti Meis gli attirò la testa bionda sul petto e le passò una mano sui capelli. In quel momento non avrebbe mai pensato che sarebbe ritornato nel posto dal quale era fuggito, infatti fece capire ad Adriana che ormai sapeva tutto di quella casa e c'erano dei motivi per cui non poteva rimanere lì. Ripensò che doveva pagare il dottore e doveva prendere i soldi, lo sportello era aperto, molto strano infatti lo avevano derubato di 12 mila lire e gliene rimanevano cinquantatré. Adriana diventò pallida e stava svenendo, voleva chiamare il padre, ma cercò di trattenerla e ricontò i soldi. E Adriana cominciò a singhiozzare e Meis capì che era stato Papiano e il fratello durante una seduta spiritica. Non poteva denunziarlo perché era fuori da ogni legge, Adriana lo scongiurò piangendo di denunciarlo per liberi di Papiano che già l'aveva fata soffrire molto. Meis sapeva benissimo che non poteva denunciarlo e pensava di andarsene via e lasciare tutto com'era anche se credeva fosse una crudeltà nei confronti di Adriana, e inoltre in quella casa aveva trovato un po' di pace e trovata Adriana. Egli era confuso da questi pensieri uscì di casa come un matto. Vide la sua ombra e prese piacere a calpestarla, poi anche altre persone calpestavano la sua ombra ed egli in quella vide Mattia Pascal, morto alla Stia. In quel momento si sentì inutile, poiché chiunque poteva rubargli il denaro che possedeva e stanco che gli altri pestassero la sua ombra esposta per terra, montò sul primo tram.


Capitolo 16: ritratto di Minerva

Tornato a casa Mattia trova la famiglia in subbuglio e scopre che Adriana ha informato i familiari del furto. Si pensa che il ladro sia il fratello di Terenzio, Scipione, che è infermo ed incapace di intendere e volere. Mattia, che vuole mettere a tacere la questione, informa tutti che ha ritrovato il denaro che pensava rubato, nel portafoglio. Adriana non crede alla versione e si allontana sconvolta. Terenzio informa i presenti che già prima del supposto furto aveva preso la decisione di far ricoverare il fratello in un istituto, di concludere un affare per poi restituire il denaro al suocero.
La famiglia ha un appuntamento a casa del Marchese Giglio d’Auletta.
Qui Mattia si avvicina a Pepita e conversa con lei per far dispetto ad Adriana: egli vorrebbe in qualche modo evitare di illudere ancora la ragazza, che non lo merita.
Dopo un po’ di tempo arriva, in ritardo, il pittore Bernaldez che ha l’incarico di eseguire il ritratto di Minerva, la cagnolina di Pepita.
Mattia entra in conflitto con il pittore, ritiene di essere stato offeso e lo vuole sfidare a duello. Va alla ricerca di due padrini in un gruppo di ufficiali ma viene preso in giro. Mattia si allontana sconvolto e disperato , con l’anima “frustata da quel dileggio , piena di una plumbea tetraggine angosciosa.” “Tutta la mia vita si spegneva, ammutoliva con quella notte.”
Mattia, camminando, si trova su Ponte Margherita. Improvvisamente trova una soluzione alla sua disperazione : decide di far credere di essersi suicidato , lasciando sul ponte il suo berretto, il suo bastone ed un biglietto con il nome Adriano Meis. Tornerà a Miragno, si vendicherà di moglie e suocera che hanno fatto finta di riconoscerlo nel cadavere di uno sconosciuto e così si libererà per sempre di quella menzogna che lo sta uccidendo lentamente da due anni, di quel “tristo, odioso fantoccio” che lui stesso ha creato con le sue mani.
Dopo aver lasciato biglietto, cappello, bastone Mattia si allontana furtivamente.


Capitolo 17: rincarnazione

Arivò alla stazione in tempo per prendere il treno delle 12 e 10 per Pisa, quando il treno partì si fece un sospiro di sollievo come se si fosse tolto un macigno ed era felice di essere di nuovo Mattia Pascal. Sapeva che doveva ritornare in quell'inferno di casa ma si era reso conto che quella libertà era solo apparente ed era stato incosciente quando era fuori da ogni legge; in quei due anni era rimasto solo e aveva detto molte menzogne. Pensava a quello che sarebbe successo se i giornali avessero pubblicato del suicidio di Adriano Meis, quindi aspettò alcuni giorni a Pisa per leggere i giornali poi voleva sperimentare la resurrezione prima con il fratello e la cognata. Si fece tagliare i capelli e comprò il cappello di quelli che usava Mattia Pascal. Comprò una valigia e della biancheria perché pensava che la moglie aveva buttato via tutto. Il giorno dopo quando lesse i giornali vide che c'erano poche parole per lui, molto confusionarie e alcuni dissero per amore di Pepita Pontegoda. Partì per Oneglia e trovò Roberto in villa per la vendemmia. Era felice di aver visto la bella riviera. Il servo lo fece entrare dicendo che era amico del padrone. Mentre aspettava nel salotto c'era un bambino che doveva esser e il figlio di Berto. Berto quando lo vide impallidì ma Mattia gli disse che era vivo, entrambi si abbracciarono e piansero. Mattia gli racconta della sua storia e voleva ritornare a Miragno, ma Berto gli disse che la moglie si era sposata con Pomino, ma se voleva poteva riprendersela e il secondo matrimonio si annullava. Berto lo lasciò solo e dopo fece venire il cognato che era avvocato, anche la moglie di Berto e la madre di lei gioirono a vederlo. L'avvocato gli disse che poteva riprendersi la moglie e il 2° matrimonio si annullava, poi l'avvocato gli disse che era meglio che non tornava visto che l'avevano trattato così ma egli replicò che non voleva fare più la parte del morto e voleva vendicarsi. Mangiò insieme a loro, il fratello gli disse che voleva accompagnarli l'indomani, ma Mattia insistette e se ne andò da solo quella sera. Partì col treno e alle 8 fu a Miragno.



Capitolo 18: Il fu Mattia Pascal

Mattia salì su un vagone di prima classe, voleva vendicarsi e provava odio, si era dimenticato di domandare a Berto del Malagna, della zia Scolastica, del podere della Stia ecc. Egli pensava che poteva trovare Pomino nel suo Palazzo e caso mai avrebbe avuto l'indirizzo dalla portinaia. Giunse lì e ci doveva essere aria di funerale, forse era morto il padre di Pomino. La portinaia lo fece aspettare davanti a una porta, forse stavano cenando. Bussò e la vedova Pescatore domandò chi fosse e Mattia disse che era lui, si stupirono ed ebbero tutti paura. Pomino cadde per terra, la vedova Pescatore fece un forte urlo. Mattia cercava Romilde ma Pomino era di là insieme alla figlioletta perché doveva darle il latte. Romilda con la bambina andò nella sala quando lo vide e lo fece calmare. Andò da Romilde la quale piange e gli disse dove era stato. Egli rispose che loro lo avevano creduto morto e ora doveva riprendersela ma non volle perché non voleva lasciare la bambina senza mamma e avevano fatto pari, lui aveva un figlio, figlio del Malagna e lui una figlia che è figlia di Pomino e se la voleva Dio un giorno si sarebbero sposati. La bambina era addormentata, Romilda la posò nella culla e andarono di là a discutere. Mattia si mise a guardare Romilda, mentre Pomino diventava geloso, Mattia capì che le voleva bene e le disse che li lasciava in pace e la lasciava a Pomino anche per amore della bambina e voleva passare di lì per fare delle chiacchierate. Pomino s'infurio e gli disse quasi che era meglio che fosse morto davvero, Mattia controbatté e dice che già era stato da suo fratello. Mattia gli domandò se c'era una lapide e se avevano portato fiori al cimitero e chiese come mai si erano sposati così presto. Pomino disse che dopo la sciagura avevano affidato una personcina alla donna e poi si era sposato con ella ed avevano avuto la bambina e fu gioia per tutti anche per il nonno che era morto da due mesi. Per quanto riguarda la zia Scolastica era viva ma non lo vedeva da due anni. SI misero a conversare aspettando l'alba del giorno in cui sarebbe pubblicamente risorto. Lasciò lì la valigia, scese a passeggiare per le strade, però nessuno lo riconosceva. Voleva ritornare indietro e cancellare tutto il patto, invece di andare al Municipio a farsi cancellare dal registro dei morti, andò in biblioteca dove trovò don Eligio Pellegrinotto che dopo avergli sentito pronunciare il nome gli fece una festa, lo portò in paese e lo fece riconoscere a tutti i quali lo tempestavano di domande ma egli rispondeva che aveva fatto il morto ed era venuto dell'altro mondo, il giornalista Lodetta, quello del foglietto gli portò il giornale di due anni fa dove c'era la notizia della sciagura, ma egli disse che il contenuto lo sapeva a memoria perché si leggeva all'inferno, poi nel giornale della domenica scrisse che era vivo a grosse lettere. Tra i pochi che non vollero farsi vedere furono i creditori e Batta Malagna, La domenica incontrò Oliva con il figlio di cinque anni, lei lo guardò negli occhi e gli disse tante cose. Ora vive con la zia Scolastica, dorme nel letto dove è morta la madre e passa molto tempo della sua giornata in biblioteca insieme a don Eligio e da sei mesi che aiutato da lui sta scrivendo questa storia anche se non sa a che fine gioverà agli altri. Comunque gli disse che il succo e che non si può vivere fuori dalla legge per bella o triste che sia. A volte va al cimitero del povero ignoto a portargli i fiori e se qualcuno lo segue e gli domanda chi fosse gli rispondeva io sono... Il fu Mattia Pascal!


-Mattia Pascal / Adriano Meis: si tratta di un personaggio dimesso, insignificante salvo lo strabismo che lo rende particolare. Levandosi questo difetto con l’intervento diventa irriconoscibile e uguale a tutti gli altri allo stesso tempo. Fondamentalmente, a parte una grande pigirizia, è un uomo buono. La sua igniavia cambia quando deve fare qualcosa per salvarsi dalla situazione in cui si trova. Mattia però non riesce a superare tutte le difficoltà perchè non riesce a rinunciare veramente alla sua identità.
-Zia Scolastica: è la zia di Mattia, una sorta di coscienza che aiuta sia la cognata che il nipote nei momenti di difficoltà cercando di aprire gli occhi ad entrambi.
-Romilda: personaggio evidentemente insoddisfatto della sua condizione. Diventa infelice da subito dopo il matrimonio anche a causa della madre.
-Oliva: una semplice ragazza di paese, molto onesta, sposata con Malagna. Mattia la corteggia e i due iniziano una relazione sessuale e Oliva, che non riusciva ad avere figli con il marito, resta incinta di Mattia Pascal, ma il figlio verrà cresciuto da Malagna come se fosse suo, regalando così una piccola rivincita alla povera Oliva.
-Gianbattista Malagna: l’amico di vecchia data del padre di Mattia, amministratore delle ricchezze della famiglia Pascal dopo la morte. Uomo crudele con chi lo circonda, grasso, con lunghi baffi e pizzo, detto “La Talpa”. Malagna è un uomo egoista come nel caso di Oliva, ragazza che Mattia amava, ma che Malagna sposa e che poi viene maltrattata perchè non riesce, almeno in un primo momento, a rimanere incinta.
-Anselmo Paleari: uomo completamente avulso dalla realtà, dedito all’esoterismo. Si affeziona a Mattia (Adriano Meis in quel caso) perchè ne percepisce la diversità e la stranezza. Anche lui è fuori dalla realtà.
-La Vedova Pescatore: personaggio antagonista nella storia di Mattia Pascal in quanto tormenta la sua vita sentimentale. Cugina di Malagna viene chiamata “La Strega”, anche se il suo vero nome è Marianna Dondi. Non ama Mattia, per niente, e quando diventa sua suocera si scatena con mille cattiverie.
-Terenzio Papiano: uomo spietato e pronto a fare qualsiasi cosa per i soldi, cognato di Adriana, cerca di sposarsi con lei quando muore la sorella per non perdere i soldi della dote. Durante la seduta spiritica è proprio lui infatti a rubare i soldi a Mattia.
-Gerolamo Pomino: amico d’infanzia di Mattia Pascal, molto affezionato a Romilda Pescatore nonostante poi Mattia la prenda in sposa. Pomino non è arrabbiato, anzi, aiuta sempre Mattia. Quando dopo il periodo di sparizione, Mattia ritorna a casa, Pomino ha sposato Romilda.
-Pinzone: Mattia Pascal, nel racconto ci dice che tutti lo chiamavano Pinzone ed era l’insegnante dei Pascal e complice nelle loro avventure. Era un maestro particolare, diciamo, in quanto faceva tutte filastrocche, sonetti e indovinelli.

Trama

Mattia Pascal, il protagonista è un povero bibliotecario di Miragno, un paesino della Liguria. Egli si sente come fuori della vita (capitolo IV); travolto da rovesci economici, afflitto da continue angustie familiari, ma con il gusto di ridere di tutte le sue sciagure (capitolo V), decide allora di fuggire. La sua meta ideale è l'America. Ma raggiunta la città di Montecarlo, gioca alla roulette del famoso casinò e vince un'ingente somma. Divenuto ricco decide, in un primo tempo, di tornare in paese; rimane tuttavia sbalordito leggendo su un giornale la notizia del proprio suicidio: moglie e suocera quasi felici di sbarazzarsi in tal modo di lui, lo hanno erroneamente riconosciuto nel cadavere di un uomo annegato in un canale presso Miragno.
Gli si offre così, inaspettata, l'occasione per cambiare identità e vita: visto che tutti, al paese, lo credono morto, può costruirsi, con il finto nome da lui inventato Adriano Meis, una nuova esistenza. Dunque si attribuisce un passato ricco di fantastici ricordi, muta il proprio aspetto fisico (si fa tagliare la barba, si fa correggere lo strabismo dell'occhio ecc.), prende residenza in una grande città, Roma, dove vive a pensione nella casa di Anselmo Paleari, uno strambo personaggio. In casa Paleari vivono anche la signorina Caporale, una maestra di pianoforte fallita, che annega le proprie delusioni nel bere e che pratica lo spiritismo come medium, e l'ambiguo Terenzio Papiano, con il fratello epilettico. Mattia, alias Adriano Meis, s'innamora della figlia del proprietario, Adriana.
Tuttavia il protagonista non è appagato, e sente crescere in sé la coscienza del vuoto che gli sta intorno, certo, per lui era alienante la precedente condizione, con una vita familiare infelice e un lavoro insoddisfacente; essa però gli offriva perlomeno, nella trama abituale delle relazioni sociali, la sicurezza di esistere. Questa nuova condizione, sotto le mentite spoglie di Andriano Meis, gli ha consegnato una libertà solo apparente. Derubato da Papiano, non può denunciare il furto; privo di documenti, non può sposare Adriana. Dopo oltre due anni, Mattia decide di suicidare Adriano Meis.
Torna così al paese, dove scopre che tutti l'hanno dimenticato; la moglie si è risposata con Pomino, un vecchio amico di Mattia, da cui ha avuto una figlia. Mattia non può reinserirsi nella vita normale; non gli rimane altra possibilità che guardare da lontano gli altri, scrivere le sue memorie, chiacchiere con l'unico amico che gli è rimasto, don Eligio, rifugiarsi nella vecchia biblioteca del paese. Da lì esce di tanto in tanto per portare fiori sulla tomba che reca il suo nome.

Analisi del testo

Il più famoso romanzo di Pirandello uscì a puntate nel 1904 sulle pagine della rivista La Nuova Antologia. L'anno seguente fu tradotto con buon successo in tedesco. Nel 1910 uscì quindi in volume presso l'importante casa editrice Treves di Milano; in quello stesso anno il romanzo fu pubblicato in francese, a Ginevra e a Parigi. Era il primo libro di Pirandello a godere di una discreta fortuna. L'edizione definitiva del Fu Mattia Pascal uscì nel 1921 presso l'editore Bemporad di Firenze.

Il racconto è svolto in prima persona: l'io narrante è lo stesso protagonista, Mattia Pascal, che riepiloga, alla fine della propria straordinaria avventura, quanto gli è accaduto. Bibliotecario in un piccolo paese ligure, Miragno, ha trovato l'occasione di fuggire dalla famiglia opprimente e da un lavoro monotono: giocando al casinò di Montecarlo vince infatti una cospicua somma, grazie a cui può conquistare finalmente la libertà negatagli dall'esistenza quotidiana. Assume così il nuovo nome, da lui inventato di Adriano Meis e cambia vita.
Mattia deve però dolorosamente constatare che nemmeno questa nuova condizione gli consente di raggiungere la felicità anzi , la sua solitudine si è fatta ancora più inesorabile. Non possiede infatti documenti che comprovino formalmente la sua identità: di fatto non esiste e lo constata amaramente al momento in cui vorrebbe sposare la donna di cui si è innamorato, Adriana, ma non può farlo. La sua evasione si conclude con un deludente fallimento. Il protagonista decide allora di recuperare la vecchia identità di Mattia Pascal e torna al paese natale, ansioso di mostrarsi vivo agli antichi compaesani, ma scopre di essere stato del tutto o quasi dimenticato da loro.. Di lui rimane solo la tomba, dove, dopo la sua improvvisa scomparsa, è stato erroneamente sepolto il cadavere di uno sconosciuto suicida. Mattia Pascal è dunque ormai solo il fu Mattia Pascal, un redivivo sopravvissuto a se stesso, un essere alienato ed emarginato, un individuo che non ha e non è più nulla nemmeno il proprio nome.

Commento

Il fu Mattia Pascal è un romanzo pubblicato da uno scrittore siciliano, Luigi Pirandello nel 1904 in cui la sua amara filosofia della vita si incarna più efficacemente in una felice invenzione narrativa.
Seguendo la fallimentare esperienza del suo personaggio, Pirandello ritrae il sogno di un'evasione impossibile, il desiderio irrealizzabile di afferrare per sé un'identità che non sia quella imposta dal destino. L'esistenza di ogni persona è infatti governata da vicende che non possono essere controllate o mutate, è in balia di convenzioni sociali, rigide, e anonime, capaci di privarti della libertà.
La fuga non serve poiché riscattare la vita che abbiamo ricevuto non ci sono sblocchi o alternative difatti quello di Mattia è un tentativo fallito in partenza.
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