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I primi documenti in volgare

Per convenzione si comincia a parlare di letteratura italiana a partire dal Duecento quando il volgare inizia ad essere utilizzato con finalità letterarie. Già nei secoli precedenti si usava questa lingua per scrivere testi di carattere notarile o legati alla vita quotidiana, ma solamente in epoca comunale esso comincia ad essere usato per componimenti poetici o di narrativa.
Dalla caduta dell'Impero romano d'occidente fino all'anno Mille la cultura conosce un periodo di crisi dovuta alle invasioni barbariche e al crollo del sistema politico e istituzionale imperniato sul ruolo dell'Urbe: a preservare e diffodere il patrimonio di conoscenze sono gli ecclestiastici che all'interno dei monasteri trascrivono i testi classici e religiosi che vengono usati per formare i componenti del clero.
Carlo Magno ha un ruolo fondamentale nel recupero di alcune conoscenze antiche perché si è fatto promotore della riforma scolastica incentrata sulle discipline del trivio (grammatica, retorica e dialettica) e del quadrivio (aritmetica, geometria, astronomia e musica).

Dato che la cultura era nelle mani del clero viene proposta una lettura allegorica dei testi classici, cercando di trasmettere dei significati morali e filofosici: ad esempio, il viaggio di Enea narrato da Virgilio viene interpretato come la storia dell'anima che dopo innumerevoli prove raggiunge la salvezza. Tutta la visione del mondo alto-medievale è subordinata a questo modo di intendere la realtà: ogni cosa che esiste è collegata a un concetto divino che la completa e la rende migliore. La Chiesa ha un ruolo fondamentale nella formazione degli intellettuali e anche nella trasmissione dei saperi al popolo analfabeta: il simbolismo che viene utilizzato anche durante le prediche serve ad educare moralmente e religiosamente la gente.
In questo contesto in Italia cominciano ad apparire degli scritti in volgare, il primo dei quali è l'Indovinello veronese composto tra l'VII e il IX secolo e inserito in una pergamena su cui è riportato un documento più antico. Queste poche righe sono state scoperte negli anni Venti del secolo scorso e paragonano l'atto dello scrivere a quello del seminare.

Se pareba boues alba pratalia araba & albo uersorio teneba & negro semen seminaba
Gratias tibi agimus omni p(oten)s sempiterne Deus

L'evoluzione della lingua volgare nei secoli a cavallo del Mille appare evidente in quelli che vengono definiti i placiti cassinesi, quattro testimonianze giurate che riguardano i monasteri di Capua, Sessa e Teano e i loro possedimenti fondiari: l'importanza di questi documenti sta nel fatto che sono la traduzione nella lingua popolare di formule in genere pronunciate in latino per permettere a coloro che assistevano al procedimento di comprendere quello che veniva detto.

Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parti Sancti Benedicti.

I placiti cassinesi sono datati al periodo compreso tra il 960 e il 963 e sono scritti in un linguaggio ufficiale e colto , anche se la grafia non rende ancora bene la pronuncia volgare. In seguito l'utilizzo della nuova lingua diventa sempre più frequente non solamente in atti, ma anche in dipinti e drammi liturgici, fatto che testimonia il formarsi una cultura nuova e basata su principi diversi da quelli dell'età romana.

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