Giacomo Leopardi


Giacomo Leopardi nacque nel 1798 a Recanati, un piccolo paese delle Marche. Il padre era un uomo molto appassionato alla cultura, aveva una biblioteca molto fornita, infatti i libri saranno i suoi compagni di gioventù. Leopardi durante la sua infanzia, riceverà l’affetto solo da suo padre poiché la madre era occupata a tenere i conti in regola degli investimenti sbagliati del padre: infatti nello zibaldone(che era una sorta di diario personale) descrive la madre come una donna molto fredda, rigida e non affettuosa. A 15 anni aveva quasi tradotto l’Iliade di cui completò la sua formazione solo seguito dal padre. Leopardi nel corso degli anni ha attraversato varie conversioni. Nel 1816 si ha il passaggio dall’ “erudizione” al “bello”, in cui si ha l’abbandono delle idee antiquate del padre fino alla scoperta degli scrittori più recenti. Qui Leopardi prende una precisa posizione contro il Romanticismo, in difesa della poesia di immaginazione: egli non condivideva la tendenza del Romanticismo milanese verso la poetica del vero, ritenendo che il realismo uccida le illusioni di cui la poesia deve farsi portatrice. Nel 1819 si ha il passaggio dal “bello” al “vero”, cioè si passa dalla poesia di immaginazione alla poesia di sentimento: l’arte insomma deve fare i conti con la realtà di dolore dell’individuo. Leopardi si rende conto che la poesia di immaginazione per i moderni non è possibile, quest’ultimi possono fare solo una poesia sentimentale, ovvero esprimere l’unico sentimento che si possa provare, L’infelicità. Il 1819 fu un anno molto difficile, una grave malattia agli occhi gli impedì di leggere e di studiare e più volte meditò il suicidio. Nel mese di Luglio preparò in segreto la fuga da Recanati ma il piano fu scoperto e rinunciò a partire. Cadde allora in una disperazione ancor più cupa e cerca quindi conforto nello studio e mentre approfondiva il suo pensiero filosofico, si apriva la stagione degli Idilli. L’idillio è un componimento poetico che rappresenta, in un’atmosfera di pacata serenità, un quadretto della vita dei campi. Quest’ultimo si divide a sua volta in Piccoli Idilli che equivalgono all’età giovanile e contengono la meditazione del poeta sulle vicende personali (l’Infinito, Alla Luna…), al contrario, i Grandi Idilli sono appunto quelli dell’età adulta, contengono la riflessione sulla condizione umana di miseria e di dolore.
Nel 1822 va a Roma ma i grandi monumenti non destano interesse per lui. Tornato a Recanati, nel 1823, scrive le Operette Morali, un’opera in prosa e composta da dialoghi filosofici sui temi più spinosi della condizione umana. Con quest’ultime, Leopardi entra nel pessimismo cosmico: perché come sappiamo la vita di Leopardi è scandita da 3 tipi di pessimismi: storico, cosmico ed individuale.
⦁ Il pessimismo storico tratta di come la natura sia benigna. Leopardi si era fatto l’idea che gli uomini furono felici soltanto durante l’età primitiva quando vivevano a stretto contatto con la natura, ma poi volendo uscire da questa beata ignoranza si servirono della ragione e si misero alla ricerca del vero. La scoperta della ragione fu disastrosa, si scoprì la vanità delle illusioni che la natura aveva ispirato agli uomini, si scoprì il male, il dolore e l’infelicità. Tutto ciò si ripeterà nella storia di ciascun individuo: dall’infanzia, adolescenza e giovinezza si passa poi all’età della ragione, del dolore consapevole e irrimediabile.
⦁ Il pessimismo cosmico è la seconda fase in cui la natura è maligna perché crea speranze e poi le distrugge. Afferma che l’infelicità è connaturata alla stessa vita dell’uomo, destinato quindi a soffrire per tutta la durata della propria esistenza: infatti l’uomo non raggiungerà mai la felicità vera perché non esiste, l’uomo esiste per soffrire.
⦁ La terza fase, ovvero quella del pessimismo individuale, coincide con l’opera “La Ginestra”. Infatti questo pessimismo era dovuto per le sue gravi condizioni fisiche ma comincia ad aprire uno spiraglio quando comincia a scrivere quest’opera. La ginestra è un fiore non molto grande che vede crescere sulle pendici del Vesuvio ma che ha radici profondissime e ciò gli crea forza. E’ riferito alle persone deboli, persone che sono state distrutte dalla crudeltà della natura. Da qui Leopardi pone tutta la propria polemica verso gli uomini a lui contemporanei che credono di essere immortali mentre in realtà sono solo impotenti di fronte alla smisurata potenza della natura e secondo Leopardi, dalla consapevolezza di questa misera condizione, deve nascere un sentimento di solidarietà umana: così come la ginestra riesce a rifiorire dopo le eruzioni vulcaniche, l’uomo deve impegnarsi e unirsi per un futuro migliore.


L'Infinito

L’Infinito è uno dei testi più rappresentativi di Leopardi. E’ una composizione appartenente al genere dell’idillio. Il poeta immagina di essere su un monte Tabor, una siepe però gli impedisce la vista del paesaggio e così immagina uno spazio immenso, perdendosi nel suo pensiero. Leopardi ad un certo punto sente spavento e appena sente il vento muoversi tra le piante, paragona quel silenzio infinito con questo rumore. Tutto questo gli fa ricordare il suo passato, le passate stagioni e il tempo presente. Il passato e il presente si fondono, così il suo pensiero sprofonda nell’immensità dell’infinito, perdendo il rapporto con la realtà.
Possiamo dunque dire che l’infinito è diviso in 2 parti:
⦁ Nella prima parte (primi 8 versi) abbiamo l’infinito spaziale: percepisce infatti l’orizzonte con gli occhi della fantasia, immagina ciò che c’è oltre il limite (è quindi una sensazione visiva).
⦁ Nella seconda parte subentra l’infinito temporale: dove sente la voce del vento (quindi sensazione uditiva)
Questi 2 infiniti lo conducono verso l’indefinito. Con il concetto di indefinito Leopardi vuole far capire che il bello poetico sta proprio laddove i nostri sensi (in questo caso vista e udito) non riescono a percepire in maniera esatta le cose e questo costituisce uno stimolo a lasciar andare la propria fantasia e ad immaginare quindi cose più grandi. Infatti nella poesia una sola cosa viene vista, la siepe, e una sola cosa viene sentita, il vento: tutto il resto è Infinito.


Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere

In questo dialogo le considerazioni sulla irrimediabile infelicità umana sono pacate. Il dialogo è scritto nel 1832 ed è ambientato per strada. Un passante chiede al venditore di almanacchi se l’anno che verrà sarà più lieto di quello che sta per finire. La risposta risulta essere affermativa ma alla domanda “a quale degli anni che avete vissuto vorreste che somigliasse questo nuovo?”, il venditore si smarrisce e alla fine deve ammettere che dovendo rivivere esperienze identiche a quelle che ha già vissuto, non vorrebbe mai ritornare indietro negli anni. Alla fine il passeggere giunge alla conclusione che la felicità consiste nell’attesa di qualcosa che non si conosce, nella speranza di un futuro diverso e migliore del passato e del presente. Compra l’almanacco e se ne va, così il venditore riprende il suo cammino e il dialogo si conclude con la stessa battuta con cui è iniziato (Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi) che sta a sottolineare il ripetersi delle vicende umane e l’impossibilità del cambiamento.


Dialogo della natura e di un islandese

Questo dialogo è stato scritto nel 1824 e pubblicato nel 1827. E’ un componimento che esprime al meglio il pessimismo cosmico leopardiano. Parla di un islandese che vive una serie di disagi dovuto alle condizioni climatiche. Decide quindi di girare il mondo convinto di trovare un luogo adatto a lui. Giunto in Africa incontra una donna gigantesca seduta con il dorso e il gomito appoggiati per terra e il volto che da un lato è bello e dall’altro terribile. Lei inizia dunque a chiedersi chi sia quest’uomo. L’uomo a sua volta risponde di essere un islandese e che sta cercando di scappare dalla natura. Una volta scoperto che questa donna è proprio la Natura, inizia a fare un lungo discorso accusandola della sua sofferenza e di quella di tutti gli uomini. Di fronte a queste accuse, la Natura rimane fredda precisando all’islandese che il mondo non è stato creato per il genere umano e che essa ha mirato sempre a tutt’altro che alla felicità o all’infelicità dell’uomo e se un giorno la razza umana dovesse estinguersi, lei nemmeno se ne accorgerebbe. La storia ha un doppio finale: passano due leoni e lo divorano oppure una tempesta di sabbia lo seppellisce rendendolo una mummia da esposizione.
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