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Operette morali


Le operette morali sono prose filosofiche che Leopardi scrisse dopo il 1822, ovvero dopo la delusione che gli procurò il viaggio a Roma quando in lui venne a mancare in seguito a questa delusione la sua ispirazione poetica (poiché aveva già scritto i Piccoli Idilli, poi effettua questo viaggio a Roma che determina l’inaridirsi della sua ispirazione poetica, che poi sarà ripresa con il risorgimento e i Grandi Idilli). In effetti la forma sotto la quale queste operette si presentano è per lo più la forma dialogica, infatti la maggior parte vengono intitolate dialogo (…), e questo dialogo viene effettuato o con un elemento naturale che viene personificato (come in questo caso la natura) o con personaggi mitici o con personaggi fantastici; oppure è un dialogo tra personaggi storici.
Un primo gruppo di operette risale al 1824 e a questo gruppo appartiene il “Dialogo della Natura e di un Islandese”; poi ce ne sono altre postume tra le quali possiamo ricordare il “Dialogo tra Plotino e Porfidio” (sono due filosofi, quindi sono personaggi storici) e il “Dialogo di Tristano e di un amico”. Per quanto riguarda le tematiche affrontate sono quelle consuete della poetica leopardiana, quindi l’impossibilità del raggiungimento del piacere e della felicità; la natura maligna che priva l’uomo del piacere, quindi l’insoddisfazione nei confronti della vita. Esulano da queste tematiche alcune operette, quali il “Dialogo tra Plotino e Porfidio” dove si tratta la tematica del suicidio, quindi c’è già un accenno alla tematica della pietà e della solidarietà che Leopardi esprime nei confronti del genere umano e che quindi anticipa un po’ la tematica della “Ginestra”. Fa parte di questo gruppo anche la “Lettera al conte Carlo Pepoli”, in cui c’è la critica nei confronti della società contemporanea e soprattutto nei confronti dell’esaltazione del progresso e delle tendenze spiritualistiche che si diffondevano nel corso dell’800.

Dialogo della Natura e di un Islandese

È quello in cui maggiormente si percepisce l’evoluzione del concetto di natura da parte di Leopardi, ovvero da una concezione finalistica, per cui la natura opera per il bene dell’uomo, donandogli l’immaginazione e la fantasia con cui si costruiscono le illusioni; ad una concezione meccanicistica, ovvero la natura che è del tutto indifferente nei confronti dell’uomo e della sua felicità e che opera esclusivamente per il mantenimento dell’equilibrio dell’ecosistema(concezione della natura che è presente anche nel canto notturno). Quest’operetta per quanto riguarda il suo contenuto venne ispirata a Leopardi da una lettura di un’opera di Voltaire intitolata la “Storia di Jenny”, in cui Voltaire afferma che gli islandesi sono tra tutti gli abitanti della Terra quelli maggiormente minacciati dalla natura, in quanto da una parte soffrono per le condizioni climatiche dell’isola molto fredda, e dall’altra parte su di loro incombe perennemente la minaccia del vulcano Ecla, che è uno dei vulcani più pericolosi poiché erutta continuamente mettendo in pericolo la vita degli abitanti. Quindi in quest’operetta ci viene rappresentato quest’islandese che cerca di sfuggire alle minacce della natura, infatti in un primo momento decide di vivere in solitudine nella sua isola di provenienza e lontano da tutti gli altri uomini, in tal modo da non causargli sofferenze.
Però poi si accorge che questo non basta per vivere una vita tranquilla e lontana dalle sofferenze, perché viene minacciato continuamente dagli elementi naturali (eccessivo freddo nell’inverno, che contrasta poi con l’eccesivo caldo della breve estate) e poi viene tormentato interiormente dall’angoscia che gli procura la presenza di questo vulcano.
Allora decide di andare via dall’Islanda e di cercare un posto sulla Terra in cui potesse se non raggiungere la felicità almeno non soffrire, ma si accorge che in qualsiasi posto della Terra era sempre sottoposto a sofferenze sia fisiche che interiori. In questo dialogo viene presentato nel momento in cui decide di rifugiarsi nelle zone più interne dell’Africa, che erano zone inesplorate e disabitate dagli uomini; ma qui si imbatte proprio nella natura, che viene personificata e viene rappresentata come una donna dall’aspetto maestoso e terrificante (bello e terrificante). La natura inizia a dialogare con lui, e che appunto gli spiega che essa è totalmente indifferente nei confronti della sorte degli uomini, anche se però la domanda ultima dell’islandese: “Qual è il fine dell’esistenza umana” resta senza risposta, quindi lo si può paragonare al “Canto del pastore errante dell’Asia”, dove appunto la luna non risponde alla domanda del pastore sull’infelicità dell’uomo. Bisogna mettere in evidenzia l’ironia con cui l’autore conduce il dialogo. L’operetta è stata scritta di getto nel 1824, quindi in pochi giorni.

Spiegazione dialogo


Ci presenta quest’islandese che aveva viaggiato un po’ per tutto il mondo e che ora si trova nelle zone più interne dell’Africa, che erano state fino ad allora inesplorate dall’uomo, deserte e disabitate. E dice che gli capitò la stessa avventura che capitò a Vasco da Gama quando volle oltrepassare il Capo di Buona speranza, infatti secondo la leggenda questo Capo di Buona speranza si personificò e si presento agli occhi di Vasco da Gama e cercò di distoglierlo dalla sua avventura, lui si imbatte nella natura. In pratica da lontano vedendo questa forma enorme pensò che fosse una scultura pari a quelle che già aveva visto sull’isola di Pasqua, però poi si avvicinò e realizzò che in effetti era non una scultura inanimata, ma una vera e propria donna. Viene rappresentata come una donna grandissima e aveva questo busto molto grande appoggiato ad una montagna insieme anche al gomito, quindi era distesa, e il volto era tra il bello e il terrificante; e questa donna, che rappresenta la personificazione della natura, dopo essere stata per un periodo zitta a contemplare iniziò lei il dialogo. Qui spiega il perché di questo viaggio, ovvero quello di sfuggire alla natura. La natura dice sei proprio uno sciocco perché hai cercato di scappare da me venendo in queste terre deserte, ma ti imbatti proprio nella mia presenza. Poi l’islandese esprime la sua grande infelicità per il fatto che si è imbattuto direttamente nella natura, dalla quale egli cerca di sfuggire. Invece ora la natura chiede: “perché mi vuoi sfuggire?”. Egli risponde dicendo che fin da giovane aveva compreso la vanità della vita, la stoltezza degli uomini e l’impossibilità di raggiungere il piacere, si propose di vivere una vita tranquilla e lontana dalle sofferenze, proprio perché lui aveva acquisito la consapevolezza che vivendo tra gli uomini queste sofferenze vengono aumentate, perché gli uomini si combattono a vicenda e quindi aumentano l’infelicità che si sovrappone all’infelicità naturale dell’uomo.
Questo proposito di vivere una vita appartata in solitudine nella mia isola è facile da raggiungere, perché è un’isola a bassa densità di popolazione, quindi lui ha potuto trovare dei luoghi in cui era in totale solitudine senza difficoltà. Ciò nonostante anche se era in solitudine lui non riusciva a liberarsi da ogni sofferenza, poiché si era liberato dalla sofferenza che gli poteva provocare il vivere con altri uomini, ma comunque nutriva delle sofferenze determinate dal clima (inverni troppo lunghi e freddi; ed estati troppo calde). Quindi oltre alle sofferenze fisiche determinate dalle condizioni climatiche, lui provava dei tormenti interiori determinati dalle minacce continue del monte Ecla, poiché questo monte eruttando poteva incendiare le loro case che erano fatte di legno.
Una volta che lui ha capito che in quel posto non è possibile non soffrire, perché anche stando in solitudine comunque prova delle sofferenze sia fisiche che interiori, allora medita un nuovo proposito, ovvero di ricercare questa vita tranquilla lontana dalla sofferenza in altri posti del mondo, e quindi abbandona l’isola. Dapprima va ai Tropici, però soffre il caldo; poi va ai poli, ma fa troppo freddo; afflitto nei climi temperati dall’eccessiva umidità dell’aria; infatti afferma che ha percorso tutti i luoghi della Terra, ma in tutti vi erano sempre delle condizioni climatiche o degli elementi fisici che gli procuravano sofferenza(o troppo caldo o troppo freddo; o troppa pioggia o troppa neve; oppure c’erano gli animali che pur senza recare alcun offesa, avevano cercato di divorarlo oppure i serpenti di avvelenarlo) Quando dice questo “filosofo antico” fa riferimento a Seneca che nelle “Naturales Questiones” afferma che se non si vuole avere timore di nessuna ogni cosa è da considerarsi come fonte di timore. Se anche tralasciamo tutte queste cose, bisogna poi considerare le malattie, che ti divorano nel fisico e nell’animo, e in effetti afferma che anche se è stato lontano dalle malattie, perché comunque ha portato avanti un’esistenza non dedita ai piaceri del corpo, ciò nonostante le malattie incombono sul suo fisico e lo mettono sempre a rischio di vita.
Poi afferma che è la natura che ci dona questi piaceri dell’esistenza, però se noi usufruiamo di questi piaceri mettiamo a rischio la nostra vita, ma egli pur tenendosi lontano da questi piaceri del corpo non ha potuto evitare le malattie. Ovviamente c’è un riferimento autobiografico, in quanto Leopardi aveva un corpo molto fragile minacciato proprio da questa forma di rachitismo infantile, che lo condanna ad avere anche dolori molto forti alle ossa, alla schiena e poi man mano lo faranno diventare gobbo. Un passo importante è: “che tu sei nemica scoperta degli uomini, e degli altri animali, e di tutte le opere tue; che ora c'insidii ora ci minacci ora ci assalti ora ci pungi ora ci percuoti ora ci laceri, e sempre o ci offendi o ci perseguiti; e che, per costume e per instituto, sei carnefice della tua propria famiglia, de' tuoi figliuoli e, per dir così, del tuo sangue e delle tue viscere.”, in cui viene espresso il concetto della natura matrigna nei confronti di tutto ciò che ha creato.
Poi dice che la natura ci fa soffrire fin quando non ci fa morire. In pratica Leopardi anche nello Zibaldone dice speriamo che io non arrivi a vivere la vecchiaia perché questa è la somma di tutti i mali, ed è un male che noi non possiamo evitare, a meno che non si muoia prima. La natura risponde alla lunga requisitoria dell’islandese dicendo: “pensavi io avessi creato il mondo per te e per il tuo benessere?”; e che in tutte le azioni che fa non ha come fine ne la felicità ne l’infelicità degli uomini, ovvero l’estrema indifferenza della natura nei confronti del genere umano, infatti le sue azioni nei nostri confronti non sono intenzionali, perché il suo unico fine è quello del mantenimento della vita dell’ecosistema, per cui se ciò causa felicità o infelicità non è dovuta da lei, e se con queste sue azioni determinerà l’estinzione del genere umano anche questo non è dovuto da lei(estrema indifferenza nei confronti dell’uomo). L’islandese risponde in maniera molto sarcastica dicendo che non aveva chiesto lui di venire al mondo, ma sei tu che mi hai messo al mondo; allora la natura opera come un ospite, ovvero come qualcuno che con insistenza mi invita a casa sua, prima mi invita e poi mi maltratta.
Quindi proprio perché tu sei nostra madre, se proprio non vuoi operare per il nostro piacere, allora dovresti fare in modo di non farci soffrire. Successivamente si interroga sul fatto che se la natura non ha creato il mondo non per il mio fine(felicità), allora perché lo ha messo al mondo se lui era inutile (“qual è il senso della nostra vita?” come chiede il pastore errante). Ora la natura risponde chiaramente che lei bada soltanto all’equilibrio dell’ecosistema, e che lui non aveva ancora capito che l’universo è retto da leggi meccaniche di causa e di effetto, e che la sofferenza fa parte di questo ciclo, quindi non può essere eliminata poiché ciò metterebbe in discussione tutto l’equilibrio dell’ecosistema. Le stesse cose che chiede il pastore errante :“a chi piace o a chi giova cotesta vita infelicissima dell'universo, conservata con danno e con morte di tutte le cose che lo compongono?”, a questa domanda così come la luna al pastore non da risposta la natura.
A questo punto la leggenda narra che due leoni si avvicinarono all’islandese e lo sbranarono; altre invece attribuiscono la fine dell’islandese ad un mito, ovvero si sollevò un vento di sabbia e seppellì l’islandese insieme a tutti i misteri che lui aveva visto.
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