La visione del mondo
La formazione di Pascoli fu essenzialmente positivistica, e questo lo si può percepire attraverso le sue poesie, nelle quali animali e piante assumono il proprio nome scientifico (albero, pino). Anche in lui, però, sorge quella crisi della scienza che caratterizza la cultura di fine secolo, segnata dall’esaurirsi del positivismo e dall’affermarsi del decadentismo. Il privilegio della scienza viene rimpiazzato con il fascino per l’ignoto, il mistero, l’inconoscibile, verso cui l’anima si protende ansiosa. La concezione pascoliana del mondo appare frantumata e disgregata, le sue componenti non si ordinano mai in un disegno unitario e coerente. Non esistono dunque gerarchie d’ordine fra gli oggetti: il piccolo si mescola a ciò che è grande, il minimo, che è apparentemente trascurabile, può essere ingigantito e viceversa.
Gli oggetti materiali, che hanno un rilievo fortissimo nella poesia pascoliana, sono filtrati attraverso la peculiare visione soggettiva del poeta, e in tal modo si caricano di valenza allusive e simboliche, che rimandano sempre a qualcosa di ignoto e misterioso. Anche la nomenclatura ornitologica (studio degli uccelli) e botanica assume una differente valenza rispetto all’impronta della scienza positivistica, permettendo di scoprire l’essenza segreta delle cose. Tramite l’interpretazione soggettiva del reale il mondo viene guardato attraverso il velo del sogno e perde ogni consistenza oggettiva: le cose sfumano le une nelle altre, in un gioco di metamorfosi tra apparenze labili e illusorie. Si instaurano così legami segreti tra le cose, che possono essere colti solo attraverso l’abbandono delle convinzioni della visione corrente, logica e positiva. Si perde dunque l’interpretazione razionale del mondo lasciando spazio al senso profondo della realtà.

La poetica
Nel saggio “Il fanciullino”, pubblicato sul “Marzocco” nel 1897, traspare perfettamente la sua visione del mondo. L’essenza centrale dell’opera si concilia con il suddetto fanciullino che è insito in ogni uomo, e che vede tutte le cose con ingenuo stupore e meraviglia come fosse la prima volta. In tutto ciò la poesia pascoliana è lo strumento che ci fa sprofondare immediatamente nell’abisso della verità, saltando il processo del ragionamento logico e della ricerca scientifica. Il fanciullino scopre dunque somiglianze e relazioni più ingegnose presenti nella realtà, scoprendo una rete di simboli che sfugge alla percezione immediata plagiata dalle convenzioni sociali. Il poeta appare come un veggente dotato di una vista più acuta di quella degli uomini comuni, colui che per un oscuro privilegio può spingere lo sguardo oltre le apparenze sensibili, tingere all’ignoto ed esplorare il mistero.

Emerge così la concezione della poesia “pura”, cioè estranea a finalità pratiche, etiche o ideologiche. E’ infatti una poesia assolutamente spontanea e disinteressata che non si propone obiettivi civili, morali, pedagogici e propagandistici. Il fanciullino induce alla bontà, alla fratellanza e all’amore, placano gli odi e gli impulsi violenti, e quel desiderio di accrescere i propri interessi che spinge gli uomini a sopraffarsi a vicenda. L’ideale della fratellanza sociale si traduce, sul versante dello stile, nella scelta di dare spazio e dignità letteraria anche a quelle realtà umili che il classicismo aristocratico aveva sempre ripudiato.

L’ideologia politica
Pascoli durante gli anni universitari subisce l’influenza delle ideologie anarchico-socialiste. Tali idee vengono accolte a braccia aperte dal giovane studente che, proveniente dalla piccola borghesia rurale, declassato e impoverito, trasformava in rabbia e in impulsi ribelli contro la società l’emarginazione di cui era vittima (ricordiamo che il gruppo degli intellettuali si sentiva minacciato nella sua identità dall’avanzata della civiltà industriale moderna, che toglieva prestigio alla tradizionale cultura umanistica, privilegiando nuova competenze e nuovi saperi scientifici e tecnologici). Sente quindi gravare su di sé il peso di un’ingiustizia incurabile, l’uccisione del padre, lo smembramento della famiglia, i lutti, la povertà. Si allontanerà successivamente dalla militanza politica dopo l’esperienza del carcere che lo segnerà profondamente.

Altra motivazione che determina il suo distacco dall’attività politica fu l’accostamento del socialismo romagnolo all’ideologia marxista della lotta di classe. Egli abbraccia allora una generica fede umanitaria, nutrita di morale evangelica, e non auspica più un cambiamento radicale dell’assetto sociale, ma un’utopica armonia tra le classi. Sulla terra domina infatti solo il male, ed è per questo che gli uomini, vittime della loro infelice condizione, devono cessare di farsi del mal fra loro, sopire odi e contese, amarsi e soccorrersi dinanzi alle dure prove dell’esistenza. La sofferenza, per Pascoli, è un elemento che purifica ed eleva: dolore e lacrime possono divenire un tesoro prezioso, le vittime del male e del mondo sono per un certo verso delle creature privilegiate, poiché la sofferenza le rende moralmente superiori.
Di fronte all’affermazione di un capitalismo cinico e aggressivo, egli idealizza la classe dei piccoli proprietari terrieri, che esalta i valori fondamentali come la famiglia, la solidarietà, la laboriosità.
E’ propria di Pascoli la problematica tormentata del nazionalismo. Egli avverte infatti il dramma degli italiani costretti a muoversi dal proprio paese proletario, povero, debole e oppresso verso nazioni ricche e potenti capitalistiche, venendo dunque schiavizzati e disprezzati e trattati con violenza. Non esita dunque a giustificare le conquiste coloniali che possono dar terra e lavoro ai diseredati.

I temi della poesia pascoliana
Non è facile stabilire quanto Pascoli conoscesse direttamente della letteratura decadente e simbolista, ma quasi certamente quegli aspetti della sua sensibilità e della sua visione scaturiscono da una sua esperienza originaria più che da semplici radici culturali. La figura pascoliana è completamente opposta allo stereotipo del poeta maledetto, che rifiuta radicalmente la normalità borghese, compiacendosi di una vita misera e sregolata, condotta sino all’estremo limite. Pascoli incarna infatti l’immagine del piccolo borghese appagato della sua mediocrità di vita, chiuso nella sfera limitata e protettiva degli affetti domestici, degli studi, del lavoro di insegnante, nella pace raccolta del “nido” famigliare. Una parte quantitativamente cospicua della poesia è destinata alla celebrazione del piccolo proprietario rurale, che si compiace dei suoi pochi e umili averi che comunque gli garantiscono una certa dignità e libertà. Il messaggio dell’autore è un invito ad accontentarsi del poco, un’ideale interclassista e utopistico di una società senza conflitti fra i ceti, in un clima di cooperazione e di concordia fraterna.

I miti di fondo del Pascoli sono dunque: il fanciullino che è al fondo di ognuno di noi, che rappresenta la nostra parte naturalmente ingenua e buona e può garantire la fraternità degli uomini; il nido famigliare caldo e protettivo, in cui i componenti si possono stringere per trovare conforto e riparo dall’urto di una realtà esterna minacciosa e paurosa. Tema ossessivamente ricorrente è quello della morte, elemento che ha caratterizzato profondamente l’esistenza di Pascoli. Egli assume le funzioni del poeta vate, che allarga la sua predicazione a tematiche più vaste quali la gloria della patria, gli obbiettivi del suo riscatto nelle guerre coloniali, la coesione nazionale dell’esercito. Esalta alcuni valori elementari come la proprietà, la famiglia, la devozione e la fedeltà ai morti, l’accontentarsi di poco, la pietà per i sofferenti e gli emarginati.
Nel Pascoli avviene successivamente una trasformazione: al di là del poeta pedagogo, cantore della normalità piccolo borghese, si delinea un grandissimo poeta dell’irrazionale, capace di raggiungere nell’esplorazione di questa zona inedita e affascinante della realtà, profondità inaudite. Stiamo parlando, dunque, del Pascoli decadente: che adula il mistero che è al di là delle cose più usuali; che carica gli oggetti più comuni di sensi allusivi e simbolici; che proietta nella poesia le sue ossessioni profonde; che porta alla luce le zone oscure e torbide della psiche e avverte la presenza di forze nascoste, che possono stravolgere gli impulsi razionali; che proietta nell’eroe antico le sconfitte esistenziali, le delusioni dell’anima moderna e il senso di inadeguatezza della realtà rispetto alla visione onirica (propria dell’inetto); che esalta la presenza della morte; che rifiuta le acquisizioni della moderna scienza; che disgrega l’ordine del reale dilatando smisuratamente il minimo particolare.
Le due figure del Pascoli sono strettamente collegate: la consapevolezza dei processi contemporanei dei conflitti imperialistici delle potenze, che minacciano una prossima apocalisse bellica e il pericolo dell’instaurarsi dei regimi totalitari, suscitano nel poeta paure che lacerano la coscienza della modernità e fanno affiorare i “mostri” nascosti nel profondo. Chiudersi entro i confini ristretti del “nido”, assume la funzionalità di neutralizzare ciò che il poeta avverte oscuramente muoversi al fondo della sua anima. Pascoli sa inoltre analizzare tale buio, lasciandolo affiorare in tutta la sua forza dirompente in alcuni dei suoi componimenti.

Le soluzioni formali
La sintassi

La sintassi di Pascoli si distacca da quella tradizionale italiana. Nei suoi testi prevale la coordinazione, la struttura sintattica si frantuma in serie paratattiche di brevi frasi allineate senza rapporti gerarchici tra di loro, collegate spesso non da congiunzioni ma per asindeto; di frequente uso sono le frasi ellittiche in cui manca il soggetto o il verbo, quindi conseguentemente assumono la forma dello stile nominale. La frantumazione pascoliana rifiuta la rigorosa rete di rapporti logici, il prevalere della sensazione immediata, dell’intuizione, dei rapporti analogici, allusivi, suggestivi, che indicano una trama di segrete corrispondenze tra le cose, al di là del visibile. In tale sintassi si rispecchia perfettamente la visione fanciullesca del mondo. Fra le caratteristiche più tipiche della sua letteratura è il relativismo: gli oggetti quotidiani e comuni appaiono in un’atmosfera visionaria o di sogno, e, non essendovi più gerarchie, spariscono i punti di riferimento esterni e oggettivi.

Il lessico
A caratterizzare il lessico è la mescolanza di codici linguistici diversi, allinea fianco a fianco termini tratti da settori più disparati. Paradossalmente non nascono scontri di registri: come le cose convivono senza gerarchie così avviene delle parole che le designano. In ciò si rispecchia il principio formulato nel Fanciullino: il poeta come vuole abolire la lotta fra le classi sociali, così vuole abolire la lotta fra le classi di oggetti e di parole. Troviamo quindi nei suoi testi: termini preziosi e aulici, provenienti dalla lingua dotta, o ricavati dai modelli antichi (es: epiteti e formule omeriche); termini gergali e dialettali estrapolati dalla realtà campestre; una minuziosa terminologia botanica e ornitologica; termini dimessi e quotidiani del parlato colloquiale; parole provenienti da lingue straniere; il gusto per i nomi propri e antichi.

Gli aspetti fonici
L’autore si differenzia anche sul piano fonico. Sono in prevalenza le riproduzioni onomatopeiche, di versi di uccelli o suoni di campane, che si caricano di più intenso valore simbolico assumendo come un senso oracolare. Tali onomatopee indicano l’esigenza di aderire immediatamente all’oggetto, di penetrare nella sua essenza segreta evitando le mediazioni logiche del pensiero e della parola codificata. Al di sotto delle vere e proprie onomatopee si scorge il valore fonosimbolico: i suoni tendono ad assumere un significato di per se stessi senza rimandare al significato della parola. Tra questi suoni si crea una trama sotterranea di echi e rimandi, che viene a costituire la vera architettura del testo e che dunque rimpiazza le strutture logico-sintattiche. Con stesso fine sono utilizzate le assonanze e le allitterazioni.

La metrica
La metrica è apparentemente tradizionale. Ritroviamo infatti l’utilizzo di endecasillabi, decasillabi, novenari, settenari ecc., rime baciate, alternate, incatenate e così via. In realtà tali caratteristiche sono piegate dal poeta in direzioni personalissime, con il gioco degli accenti Pascoli sperimenta cadenze ritmiche e inedite. Anche il verso è di regola frantumato, interrotto da numerose pause, da incisi, parentesi e puntini di sospensione- Tale frantumazione è accentuata dal frequente uso degli enjambements, che spezzano i sintagmi strettamente uniti, come soggetto-verbo, aggettivo- sostantivo.

Le figure retoriche
Caratteristico delle figure retoriche è il linguaggio analogico. Fra le più utilizzate troviamo la metafora, la sostituzione del termine proprio con uno figurato, che ha con il primo un rapporto di somiglianza. Nel Pascoli tale rapporto non è però facilmente riconoscibile. Egli infatti accosta in modo impensato e sorprendente due realtà tra loro differenti, eliminando per di più tutti i passaggi logici intermedi, costringendo così ad un volo vertiginoso dell’immaginazione. Altra figura retorica caratteristica è la sinestesia, che possiede un’intensa carica allusiva e suggestiva, fondendo insieme diversi ordini di sensazioni. Il carattere allusivo del Pascoli punta sempre più a una maggiore indefinitezza, arrivando quasi al limite dell’enigmatico e del cifrato.

Le raccolte poetiche
La distribuzione dei componimenti di Pascoli non obbedisce tanto a un ordine cronologico quanto a ragioni formali; l’autore tende del resto a pubblicare diverse edizioni successive e ampliate delle singole opere. Le poesie di Myricae, in versi brevi, si presentano come quadretti di vita campestre, ma i dettagli naturalistici evocano simbolicamente sensi arcani,legati spesso all’idea della morte. Hanno invece un taglio narrativo e un respiro più ampio i Poemetti, composti di regola in terzine dantesche e raggruppati in sezioni. Molte delle poesie sono dedicate alla celebrazione della vita rurale, mentre in alcun emergono tematiche morbosamente decadenti. La linea di Myricae è proseguita nei Canti di Castelvecchio, nei quali ricorre con insistenza il motivo della tragedia famigliare e affiorano talvolta le ossessioni del poeta. Al clima estetizzante rispondono i poemi conviviali, ispirati al mito e alla storia antica, in cui si proiettano le inquietudini e le angosce della modernità. Caratteri simili presentano i Carmina, scritti in latino e pubblicati postumi. Le ultime raccolte ( Odi ed Inni, Canzoni di re Enzio, Poemi italici e Poemi del risorgimento) traggono spunto dalla storia e dall’attualità e si risolvono in una retorica celebrazione dei valori nazionali.

Myricae
I componimenti molto brevi si presentano apparentemente come quadretti di vita campestre ritratti con un gusto impressionistico con rapide notazioni che colgono un particolare, una linea, un colore, un suono, ma in realtà i particolari su cui il poeta fissa la sua attenzione non sono dati oggettivi, resi naturalisticamente, ma si caricano di sensi misteriosi e suggestivi, sembrano alludere a una realtà ignota e inafferrabile che si colloca al di là di essi, sono i segnali di un enigma affascinante e allo stesso tempo inquietante insieme. Spesso le atmosfere che avvolgono queste realtà evocano le idee della morte.

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