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Giovanni Pascoli è stato poeta ed accademico italiano. Nonostante la sua formazione fosse di tipo positivista, insieme a D'Annunzio e Carducci formerà la triade della poesia novecentesca decadentista, e la sua poetica avrà larghissimo seguito sopratutto tra i poeti crepuscolari, che ne seguiranno le orme accantonando il Poeta Vate. Le sue raccolte di poesie più famose sono "Myricae" (Livorno, 1891), "I Canti di Castelvecchio" (Bologna, 1903), "Odi e Inni" (Bologna, 1906), e in questa breve guida analizzeremo gli aspetti fondamentali della sua vita e delle sue opere. Giovanni Pascoli nacque a San Mauro di Romagna nel 1855, e sin dall'infanzia dovette subire una vita costellata lutti: il padre venne ucciso e i colpevoli non furono mai trovati, poi morirono anche la madre ed i fratelli Giacomo e Luigi. Furono le sorelle Ida e Maria, a cui rimase legato da un attaccamento quasi morboso, a prendersi cura di lui. Si laureò nel 1882 con una tesi su Alceo, un poeta greco vissuto tra il VII ed il VI secolo a. C., dopodiché iniziò la carriera di professore di greco e latino per le scuole superiori, avvicinandosi contemporaneamente all'ambiente massonico di Bologna. Nel 1894 conobbe D'Annunzio a Roma, dopo essere stato invitato a collaborare col Ministro dell'Istruzione, ma i rapporti tra i due furono piuttosto complessi. La sua poesia è caratterizzata, oltre che dalla commistione di diverse figure retoriche con simbolismi e grande sensibilità, dalla poetica del fanciullino. Questa nuova teoria si evince dalla sua prosa omonima, scritta da Pascoli nel 1897 ma pubblicata qualche anno più tardi; in essa Pascoli espresse il proprio originalissimo pensiero sulla poesia: dentro ogni uomo è riposto un fanciullino, al quale il poeta dà voce, che si meraviglia per tutte le cose che vede e riempie ogni oggetto con la propria immaginazione. Le figure retoriche che maggiormente si ritrovano nella poesia di Pascoli sono la metafora, la sinestesia (accostamento di parole provenienti da sensi differenti, ad es: "odore di fragole rosse"), l'analogia, l'onomatopea. Emblematica, in questo senso, è la poesia Il gelsomino notturno, ricca di metafore e sinestesie, di rimandi a qualcosa di implicito, che si deduce attraverso l'analisi del vissuto del poeta. Essere bambino vuol dire riprendere quel linguaggio infantile, che vede il mondo con curiosità come se fosse la prima volta. La poetica del fanciullino porta con sé un messaggio sociale non indifferente: tutte le classi sociali sono uguali perché tutte parlano con quella voce bambina. Poiché la poesia è chiara e racconta per immagini, per Pascoli va raccontata la quotidianità delle cose, la semplicità. La poesia evade dalla realtà creando un nido ideale, nel quale Pascoli si rifugia. Il nido è soprattutto la famiglia, che per Pascoli fu sempre molto importante, ma anche rifugio reale, come la casa di Castelvecchio. Questo rifugio nel nido, però, è da un lato controproducente, perché rinchiude il poeta in se stesso, e lo fa quasi spaventare del mondo esterno.

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