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Giovanni Pascoli - Opere e poetica

Il socialismo giovanile in cui il fascino di Andrea Costa, capo dei socialisti bolognesi, affascina Pascoli e lo porta a manifestare contro lo stato e ad andare in carcere. Questo calmerà il suo spirito ribelle della giovinezza. Uscito dal carcere prosegue gli studi, si laurea e comincia ad insegnare nei vari licei classici dell’Italia, tra cui a Matera.
Quando riesce a tornare in Emilia-Romagna acquista una casa in cui riunirà le 2 sorelle. Quando Ida si sposa i due fratelli prendono questo matrimonio come un tradimento personale; rimangono solo Mariù, Giovanni e il cane. Nella casa di Castelvecchio di Braga Pascoli scriverà una raccolta di poesie “I canti di Castelvecchio”. La poetica di Pascoli si riduce tutta nel fanciullino. La poetica del fanciullino è molto vicina al simbolismo francese. Pascoli è un simbolista decadente perché nella sua poesia, apparentemente semplice, si nasconde un mondo diverso rispetto a ciò che dice nello scritto. La sua visione del mondo va oltre il fenomeno, oltre l’oggettivo. Una delle differenze con i simbolisti francesi è che la poesia è facile. La poesia simbolista è solitamente ostica in quanto il simbolista si rinchiude nella sua torre d’avorio. Il vero poeta secondo Pascoli è colui che mantiene l’animo e la sensibilità del fanciullo. Per i bambini le cose diventano altro: ad esempio in cucina il cucchiaio di legno diventa una spada. I bambini hanno una fervida immaginazione e nella loro ingenuità e fantasia ogni cosa si trasforma, diventa altro; vanno oltre l’oggetto.
Pascoli dice che crescendo l’anima fanciullesca e sensibile si perde. È questo a differenziare l’uomo dal poeta: in quest’ultimo rimane l’animo del bambino, capace di andare oltre la realtà.
Al bambino appare continuamente la meraviglia; deve ancora scoprire tutto; gli adulti invece hanno già scoperto tutto. Lo sguardo meravigliato, alla scoperta del mondo circostante, è una capacità del fanciullino; è questo che spiega Pascoli nella sua poetica del fanciullino.
Il nido, che è sempre vuoto e in cui gli uccellini aspettano la madre che torna, è tutta una rappresentazione della sua tragedia familiare; per questo appena può ricostruisce il suo nido riunendo le sorelle.
Pascoli usa la poetica del fanciullino come una cura, un qualcosa di consolatorio rispetto alla tragedia che ha subito. I temi della gran parte delle sue poesie sono sempre gli stessi: il nido, la siepe, il nido vuoto. Le sue poesie sono le poesie delle piccole cose. Sembra un quadro impressionista, che tratta la quotidianità. Questo si vede nella raccolta “Myricae”, che significa tamerici.
Colui che non sa di avere il fanciullo dentro, è quello che si comporta come lui; un esempio sono gli adulti che hanno paura del buio.
In questa situazione alogica possiamo trovare un po’ di Baudleaire e un po’ dei simbolisti in genere, a causa delle corrispondenze e di tutte situazioni non logiche.
L’uomo che vede con meraviglia è come il novello Adamo, che ha dovuto scoprire tutte le cose. È in questa visione alogica in cui rintracciamo il simbolismo francese e le corrispondenze di Baudleaire; egli va oltre quello che vede. Vede nelle cose piccole delle cose grandi.

Pascoli è il contrario di d’Annunzio, sebbene i due si stimassero reciprocamente. I due hanno un carattere diametralmente opposto. Pascoli non vuole uscire dalla sua sofferenza interiore e la folla lo spaventa; d’Annunzio al contrario amava apparire. Il nido, la siepe e i morti sono i suoi simboli principali. I morti sono i lari (angeli della casa; nell’età classica erano gli dei protettori della casa). Le anime dei morti diventano, nella poetica pascoliana, i lari, i numi. Pascoli pensa allora che la sera, quando c’è il tramonto e stiamo a casa a raccogliere i nostri pensieri, quando le fatiche sono finite, arriva il momento di pensare ai morti. Questo non è comunque vissuto come una tragedia, ma come una protezione: si sente al sicuro quando pensa ai suoi morti.
La struttura della poesia di Pascoli è analogica; quest’analogia si basa soprattutto su 2 figure retoriche: la metafora e la sinestesia (associazione di due parole che toccano sfere sensoriali diverse; es: “parole calde”). I sensi sono molto importanti nella poetica di Pascoli. Essa è fatta di simboli, di una visione che va oltre la realtà; ecco perché viene usata spesso la sinestesia; attraverso essa “tocca” e attraverso la metafora va oltre.

Queste figure retoriche erano care ai simbolisti francesi e Pascoli le riprende, ispirandosi ad essi.
Pascoli rivede le sue raccolte fino alla fine dei suoi giorni, ampliandole; non si può quindi parlare di anno di pubblicazione; si può definire la prima edizione e l’ultima. In Myricae, la sua prima raccolta di poesie, ci sono 20 anni di rivisitazioni. La prima è del 1891 e comprende 22 poesie. Nella definitiva, del 1900, ce ne sono 156. Si rifà alla quarta bucolica di Virgilio, che vuole elevare la sua poesia perché non a tutti piacciono gli arbusti e le umili tamerici; metaforicamente questo significa che non a tutti i lettori piacciono le poesie semplici; Virgilio vuole quindi elevare la sua poesia. Pascoli non lo vuole fare; riprende quindi il nome delle tamerici (Myricae) per parlare della poesia delle piccole cose. Le sue poesie sono come dei quadri impressionistici. Questa raccolta è ambientata a San Mauro. Nel campo mezzo grigio e mezzo nero significa che metà è arato e metà no: ancora va dissodato. Resta un aratro in mezzo ai buoi, abbandonato.
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