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Canti di Castelvecchio

La raccolta Canti di Castelvecchio è del 1903.
Castelvecchio è dove si trasferì Pascoli nel 1885 con Maria dove hanno ricostituito il nido familiare.
È una raccolta di liriche simboliste e Pascoli le chiama le seconde Myricae poiché temi, forme e il sistema simbolista sono come quelli di Myricae.
Perché allora fare un’altra raccolta? la differenza sta nella parola “canti” che è un richiamo a Leopardi dato che la sua raccolta si chiama <Canti> in riferimento alla poesia lirica.
Si parte comunque dal dato naturale e viene poi caricato di significati simbolici.

“Nebbia”

Si parte dal dato naturale: la nebbia. Questa nebbia è particolare perché si è formata dopo una notte di tempesta caratterizzata da lampi e tuoni. Questa notte simboleggia tutti gli eventi traumatici della vita di Pascoli a partire dalla morte del padre (lampomorte del padre; tuonoi lutti seguenti) con il quale è venuta a contatto con il male del mondo in senso esistenziale e storico.

Dopo questi traumi si è formata una cortina di nebbia che impedisce di vedere ciò che c’è lontano dalla casa e vede solo ciò che c’è vicino alla casa.
Pascoli è contento di ciò tanto che chiede alla nebbia di nascondere le cose lontane che hanno un doppio riferimento: uno è il passato quindi gli eventi luttuosi; il secondo è il futuro che è la possibilità di una vita fuori dal nido (matrimonio).
Questa costina di nebbia è una corazza che si è costruito intorno al cuore per non soffrire più e per non vedere il male.
Dice che vuole vedere solo la siepe intorno all’orto che è una citazione da “L’infinito” di Leopardi. La siepe in Leopardi significava anche Recanati che era l’amato odiato borgo natio: è il luogo protetto dagli affetti familiare ma è odiato perché la indica come una prigione che gli impedisce di spiccare il volo e realizzare i sogni di felicità (ancora siamo nel pessimismo storico).
Per Leopardi la felicità sta fuori dal nido cioè nel mondo adulto dove i suoi talenti potranno svilupparsi e potrà realizzarsi pienamente come persona.
Per Pascoli, la felicità è solo dentro il nido e pensa che non può esserci felicità nel mondo esterno perché non c’è bene e tenta tutta la vita di rientrare nel nido in un processo di regressione all’infanzia.
Pascoli cerca la tranquillità, serenità.
Il problema è che così non metti mai le ali e non voli mai anche se stai tranquillo nel nido. Se uno non ha il coraggio di uscire dal nido ed affrontare il mondo è essere consapevoli che il mondo farà male ma se si lotta e si combatte il male, riusciremo a realizzare il proprio sogno e questo fa mettere le ali e fa volare. Il volo compenserà tutto il male che ci è stato fatto e renderà il volo più grande che porta ad una gioia diversa da quella di stare tranquilli. La dote più importante è il coraggio di crescere.
Leopardi è molto più grande di Pascoli perché vuole vedere cosa c’è oltre.

ANALISI DEL TESTO
- Campi semantici
Sono gli stessi de “L’infinito” di Leopardi
VICINO=là: sente vicino il cimitero. È un dimostrativo che indica che il lontano sta vicino (là e quel: uso improprio)
LONTANO=prime tre strofe: passato
=4 e 5 strofa: futuro

- Lessico
Questa poesia è l’esempio dello sperimentalismo linguistico
Mescolanza tra termini letterari colti (ebbre, rampolli, soave, aeree, frane), termini colloquiali (sonnecchia, cane, case, strada, campane), termini botanici (peschi, meli, valeriane) e termini infantili (don don: onomatopea)

- Figure retoriche di significato
1- Metafora
v. 3: fumo=nebbia
vv.5-6: crolli, aeree frane= tuono
v.17: soavi lor mieli= piccole gioie/consolazioni della vita familiare
v.18: nero mio pane= la mia vita dolorosa
vv.26-27: il volo del cuore= il desiderio che ci tiene in vita
2- Sinestesia: richiamo alle corrispondenze
vv.17-18: soavi lor mieli pel nero mio pane= sovrapposizioni di sfere sensoriali poiché “soavi” rimanda al gusto mentre “nero” rimanda alla vista
3- Figura etimologica: stessa radice etimologica

v.26: involare al volo

- Figure retoriche di ordine: si rifà ad una ninna nanna
1- Anafora: inizio verso uguale
vv.1, 7, 13, 19, 25: nascondi le cose lontane
vv.2-3: tu
vv.9, 15, 21, 26: ch’io veda
2- Ripetizione: ripetizione nel verso
vv.9, 16: soltanto
vv.21, 27, 28: solo= esprime il desiderio di Pascoli di isolamento poiché vuole isolarsi dal mondo
3- Chiasmo: disposizione incrociata= rende il contrasto e la disarmonia
vv.5-6: da lampi notturni … d’aeree frane= lampi e frane sono sostantivi, notturni e d’aeree sono aggettivi
vv.27-30: io veda … sonnecchia il mio cane= io e il mio cane sono soggetti, veda e sonnecchia sono predicati
4- Parallelismo (simmetria): disposizione parallela
v.16: due peschi, due meli = due e due sono aggettivi numerali, peschi e meli sono sostantivi
vv.17-18: soavi lor mieli, nero mio pane= soavi e nero sono aggettivi qualificativi, lor e mio sono possessivi, mieli e pane sono sostantivi
Serve a rendere l’armonia: infatti le usa per le cose della sua casa
5- Anastrofe: inversione
v.30: sonnecchia il mio cane= in realtà dovrebbe essere “il mio cane sonnecchia”

- Figure retoriche di suono
1- Onomatopea
v.24: don don
2- Paronomasia: stesso suono ma radice etimologica diversa
vv.15, 17: mieli … meli
vv.27, 29: cipresso … cui presso
3- Assonanza
v.11: piéne … crépe
v.15: péschi … méli
v.16-17: soltánto … dánno
vv.28-29: sólo … órto
4- Allitterazione
vv.5-6: notturni crolli aeree frane= la lettera R indica il tremore. Il particolare il brivido o di freddo o di paura

vv.29: qui quest’orto
vv.20-21: che vogliono ch’ami e che vada! Ch’io veda

- Figure metriche
vv.9-10/17-18/19-20/21-22/23-24/26-27/27-28/29-30


Versi classici
Uso ardito degli enjambement che frantumano il ritmo del verso

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