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Myricae

I testi compresi nell’edizione definitiva di Myricae sono composti tra il 1887 e il 1900.
Tuttavia due terzi di essi risalgono agli anni 1890-1894, anni decisivi per la raccolta.
L’autore assegna importanza particolare alla struttura.
Il procede delle edizioni, con l’incremento numerico dei testi poetici presentati, si accompagna alla definizione di un vero e proprio libro, struttura in modo organico e diviso in 15 sezioni.

I criteri di organizzazione interna di Myricae sembrano rispondere a una logica retorico – formale. Il principio che regola la distribuzione dei componimenti all’interno dell’opera è infatti rigorosamente metrico: ciascuna sezione è caratterizzata da una forma metrica ricorrente, tranne la sezione In campagna, che possiede tante forma metriche quante sono le poesie che raccoglie, tanto da essere definita da Mengaldo una “piccola antologia delle forme metriche”.

Al criterio metrico-formale se ne associa uno tematico-ideologico. Ad esempio la prima sezione annuncia e riepiloga il tema funebre che attraversa poi tutto il libro: nella poesia che apre la sezione, Alba festiva, un suono allegro di campane implica tuttavia un richiamo alla “voce della tomba”; mentre nella poesia che chiude la prima sezione, Ultimo sogno, il tema delle campane a festa è considerato dal punto di vista di una madre cui quel suono ricorda il funerale del figlio.
Il criterio tematico-ideologico è segnalato anche dalla titolazione delle sezioni e dalla loro successione che contribuisce a definire il significato della raccolta nel suo insieme. Per esempio alla sezione dei Ricordi, la seconda, segue quella dei Pensieri; alla sezione de Le pene del poeta, la quinta, corrisponde Le gioie del poeta, la settima; alla sezione Dolcezza corrisponde Tristezza. Un componimento introduttivo, Il giorno dei morti, precede il vero e proprio titolo della raccolta, assumendo dunque una funzione di presentazione.

Significato del titolo


Il titolo è ispirato da due componenti:
1) Conoscenza di fiori e piante della campagna dove Pascoli vive
(Quante ce n’è di tamerici a San Mauro, scrive in una lettera all’amico);
2) Formazione classica, tanto che vince 12 premi di poesia latina.
Myricae si ispira ai versi virgiliani della quarta bucolica: “Paulo Maiorum non omnes arbusta ivant/ humilesque myricae” (Cantiamo testi un po’ più elevati, infatti non a tutti piacciono gli arbusti e le umili tamerici).
Di questo verso Pascoli omette il “non omnes” e fa acquisire alle tamerici un senso positivo: “mi piacciono arbusti e tamerici”.
A lui piacciono, infatti, i piccoli oggetti semplici e quotidiani (aratro..), le piccole cose, gli animali (assiuolo), insomma tutti quegli aspetti semplici della natura, di cui le umili tamerici (humiles myricae) sono la metafora.
Intitolando la sua raccolta Myricae, il poeta spiega di come lui parlerà di qualcosa di semplice, di poesie dai contenuti modesti e quotidiani e con argomenti umili (lampo,tuono, temporale, lavandaie) in contrapposizione alla poesia ricercata e altisonante del contemporaneo Gabriele D’Annunzio. Quella di Pascoli è una poetica del “basso”, del comune, del discorsivo.

Edizioni
Le edizioni sono in tutto cinque. La prima edizione è del 1891, a Livorno, composta da 22 liriche. Ad essa seguono altre tre edizioni (1892, 1894, 1897), fino ad arrivare a quella definitiva del 1900 con 156 poesie.

Temi


I temi centrali sono:
1) La MORTE (collegata alla morte invendicata del padre) è il tema più chiaro, nitido che viene presentato nel Giorno dei morti, nel Lampo, nell’Assiuolo, nel X Agosto, in Nebbia.
2) La NATURA, che fa da contrappunto al primo tema, perché dovrebbe consolare l’uomo. Il poeta descrive sempre l’ambiente campestre e in questa natura c’è sempre un senso d'inquietudine e un tono minaccioso. Myricae è sempre sospesa in questa ambivalenza. L’unica serenità che il poeta può raggiungere è mediante la morte. La natura è sempre apparentemente oggettiva: Pascoli riporta con termini tecnici e precisi per la prima volta in poesia nomi di oggetti (gora, aratro), animali (assiuolo, rondine), e piante (prunalbo, albicocchi, melo, cipresso, valeriana, pesco, mandorlo). Questi elementi naturali si caricano però di un significato connotativo e diventano simboli di una realtà più profonda che si nasconde dietro le apparenze e che non è comprensibile con la ragione, ma solo con la sensazione.
Questo atteggiamento si inserisce in una precisa corrente letteraria che si diffonde prima in Francia e poi in Italia, ovvero il decadentismo. Pascoli è uno dei principali esponenti del simbolismo, di cui il rappresentante è Paul Verlaine.

Altri temi sono:


3) La SOLITUDINE: presente in Lavandare e Nebbia.
Il poeta ricerca sempre la solitudine in un ambiente protetto, dove possa trovare serenità ripensando alle persone care defunte.
4) Il NIDO: figura ricorrente in Myricae, rappresentata sia in senso reale (come in 10 Agosto, in cui la rondine torna al nido) sia in senso metaforico (come ne Il lampo, in cui il nido è rappresentato dalla “casa bianca”, ne Il tuono, rappresentato dalla culla e in Nebbia, dall’orto da cui il poeta non vuole uscire). Il nido è dunque un luogo protettivo, che difende dal mondo misterioso e ostile. Il nido è la metafora della famiglia che P. intende come l’unione dei vivi che lui ha ancora accanto (le due sorelle) e dei defunti.
5) Il MISTERO: collega Myricae al decadentismo europeo. Per Pascoli, come per i poeti decadenti, il mondo, cioè la realtà, non è comprensibile attraverso la ragione e appare un mistero indecifrabile, che solo il poeta-fanciullino, con la sua sensibilità, può intuire (ma non a interpretare completamente).
Questa concezione dominerà gran parte della poesia del 1900 a tal punto che un poeta come Montale scriverà al lettore: “non chiederci la parola che mundi possa aprirti”, ossia “non chiedere (a noi poeti), oh lettore, delle parole che possano spiegarti come è fatta la realtà".
Questo tema è presente in Nebbia, dove il poeta non vuole uscire nel mondo esterno perché lo considera misterioso, ne L’assiuolo, in cui il canto dell’uccello riporta al mistero della morte, ne Il lampo, in cui la notte nera è la metafora del mistero della vita.

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