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La raccolta Myricae: Pascoli

La raccolta Myricae esce per la prima volta nel 1891 e viene in seguito riproposta in più occasioni, fino a ottenere ben nove edizioni. Il titolo scelto da Pascoli è tratto da un verso di Virgilio dalla IV Bucolica, che, è posto da epigrafe del volume: “arbusta iuvant humilesque myricae” ovvero “piacciano gli arbusti e le umili temarici”. Questa non è altro che una pianta floreale che è “umile” non cresce in altezza e viene piegata quando crescono i fiori. Questi sono fiori tipici della macchia mediterranea sono ripresi da Virgilio facendo una dichiarazione di poetica: “Io elevo il tono di poesia perché non a tutti piace il tono basso”. Pascoli riprende ciò mandando un messaggio dicendo la sua poesia si mantiene bassa, umile, è decontestualizzata. Pascoli quindi possiamo definirlo come un virgiliano che pone una particolare attenzione per la natura. Qui ritroviamo il Virgilio Bucolico. Quindi sostanzialmente Pascoli estrinseca l’affinità col poeta latino sul diverso sentimento che lo lega alla natura e dall’altra parte alla città. Fin dal titolo e dal verso posto a epigrafe, il poeta indica la materia e i caratteri della sua raccolta, sottolineando non soltanto il prevalere dell’ambientazione campestre, ma anche la natura semplice e dimessa dei suoi versi. Grandi protagonisti sono, infatti, i paesaggi naturali con i loro suoni e i loro colori, i diversi uccelli e animali che popolano le campagne, le varie specie di piante e alberi, il lavoro umano dei campi. La natura raffigurata da Pascoli non solo non ha connotazioni realistiche e concrete, ma non ha nulla di idillico: se da un lato è vista come rifugio dolce e rassicurante dal male (nido), dall’altro in essa si proiettano e si riflettono le ansie e le angosce del poeta. Abbiamo quindi una natura non contaminata dalla presenza dell’uomo mentre dall’altra parte abbiamo i pastori che sentono la presenza di Roma e della storia e decidono di starne fuori, di rimanere nella siepe: questo è il contrasto tra il noto e l’ignoto; presentiamo quindi immagini leopardiane riprese da Pascoli con il concetto del nido. Mentre per Leopardi, oltre la siepe comincia a vivere ed esistere l’immaginazione, per Pascoli oltre il nido c’è unicamente il pericolo. Tutto ciò c’è già in Virgilio con il distacco tra campagna e città ci fa paura con la storia. Nelle Myricae troviamo il bozzetto non descrittivo quasi di impressionisti, apre quindi la strada all’impressionismo del 900. Non troviamo più la descrizione oggettiva del paesaggio, il tutto è percepito da sensazioni sfumate, perché il poeta non registra ciò che vede, ma l’impressione che gli resta dalla visione dell’oggetto. Il paesaggio descritto quindi è soggettivo e suggestivo. Pascoli nelle sue descrizioni allude sempre al gioco vedere e non vedere, e per evidenziare questo senso utilizza un elemento fondamentale ovvero la nebbia. La nebbia rimanda ad un paesaggio nordico tipico delle terre romagnole, questo filtro veniva usato anche da Leopardi. Pascoli quindi in quando poeta decadente, cerca di vedere cosa c’è oltre. La nebbia quindi è una sorta di proiezione del nido dove il dentro è il noto mentre il fuori è l’ignoto. Il fuori fa paura di fatti: “il fanciullo al buio vede o crede di vedere, quello che alla luce sogna o sembra sognare”.

L’immagine di fondo trovata è data dal concetto del chiaro-scuro. È un contrasto di tonalità che è significativo simbolicamente della luce e ombre.

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