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Giosuè Carducci (Valdicastello, Lucca, 1835 – Bologna 1907)


Biografia: trascorse l’infanzia fra Bolghieri e Castagneto, in Maremma. Nel 1849 si trasferì con la famiglia a Firenze, dove compì gli studi ginnasiali. Entrò poi alla Scuola Normale Superiore di Pisa e vi si laureò nel 1856 in filosofia e filologia. Nel 1856-57 insegnò al ginnasio di San Miniato al Tedesco (Pisa). Poco dopo però subì due lutti: la morte del fratello Dante e del padre. Nel 1860 ricoprì la cattedra di eloquenza all’Università di Bologna: ebbe così inizio un lunghissimo periodo d’insegnamento (durato fino al 1904), caratterizzato da una fervida e appassionata attività filologica e critica. Con il mutare della realtà storica italiana, Carducci passò da un atteggiamento violentemente polemico e rivoluzionario a un ben più tranquillo rapporto con lo stato e con la monarchia. Nel 1890 infatti fu nominato senatore del regno e poeta ufficiale della terza Italia. Nel 1906 vinse il premio Nobel per la letteratura.

Le opere. Giambi ed epodi (1882): comprende un prologo e 30 poesie, scritte fra 1867 e 1879, nelle quali è costante l’atteggiamento polemico nei confronti della realtà storica e sociale contemporanea, in cui ormai sono in piena crisi i valori risorgimentali. Lo sdegno di Carducci è provocato soprattutto dal comportamento pavido e debole, a suo parere, del governo, che tollera lo strapotere del papa e addirittura ordina l’arresto di Garibaldi.

Per il quinto anniversario della battaglia di Mentana: le ombre dei soldati morti a Mentana (dove nel 1867 i volontari garibaldini, intenzionati a conquistare Roma, furono sopraffatti dalle truppe franco-pontifice) elevano un canto all’Italia, nel quale però all’amore per la patria si accompagna il rammarico di essere stati completamente dimenticati nel giro di pochi anni.
“Or che le madri gemono / sovra gl’insonni letti, / or che le spose sognano / il nostro spento amor, / noi rileviam dalle tenebre / i bianchi infranti petti, / per salutarti, o Italia, / per rivederti ancor…Ad altri, o dolce Italia, / doni i sorrisi tuoi”.

Rime nuove (1861-87): la raccolta comprende 105 liriche, dall’ampio ventaglio tematico: rivisitazioni storiche, rievocazioni della giovinezza trascorsa in Maremma, ricordi autobiografici, quadri paesaggistici.

Traversando la Maremma toscana (1885): un giorno, viaggiando da Livorno a Roma, il poeta rivide i luoghi della prima fanciullezza, Bolgheri e Castagneto, con una commozione resa più acuta dalla preoccupazione per un grave disturbo circolatorio.
“Dolce paese…ti riveggo, e il cuor mi balza in tanto…ben riconosco in te le usate forme…pace dicono al cuor le tue colline / con le nebbie sfumanti e il verde piano / ridente ne le pioggie mattutine”.

Pianto antico (1871): il tema è quello della morte del figlio treenne Dante avvenuta un anno prima.
“Tu fior de la mia pianta / percossa e inaridita, / tu dell’inutil vita / estremo unico fior, / sei ne la terra fredda, / sei ne la terra negra; / né il sol più ti rallegra / né ti risveglia amor”.

San Martino (1883):
è un bozzetto paesaggistico della Maremma autunnale.
“La nebbia a gl’irti colli / piovigginando sale, / e sotto il maestrale / urla e biancheggia il mar”.

Odi barbare (1877-1893): frutto di varie rielaborazioni, constano di due libri di 25 poesie ciascuno. Sono numerose le liriche di argomento storico, nelle quali rileviamo l’esaltazione dell’antica Roma, vista come simbolo perenne di civiltà; nelle molte poesie di tema autobiografico, il motivo più frequente è quello della fugacità del tempo. La morte è così freddo, buio, silenzio, mentre la vita è calore, luce, festa di voci e rumori. L’opposizione fra i due poli è insanabile, esasperata dall’ateismo di Carducci che ne accentua la desolata tragicità, rinunciando recisamente alla speranza di una vita ultraterrena.

Dinanzi alle Terme di Caracalla: il tema della romanità, il valore perenne della sua civiltà, è qui contrapposto alla piccolezza degli uomini e delle civiltà contemporanee.
“Corron tra ‘l Celio fosche e l’Aventino / le nubi: il vento dal pian tristo move / umido: in fondo stanno i monti albani / bianchi di neve…Dea Febbre, m’ascolta. Gli uomini novelli / quinci respingi e lor picciole cose: religioso è questo orror: la dea / Roma qui dorme”.

Nella piazza di San Petronio (1877): questa poesia va messa in relazione con una lettera all’amata Lidia: “E’ proprio freddo in Bologna, e i tramonti sono così violacei e mesti…Vedrei molto volentieri il tuo bambino; la cui fronte serena e l’occhio soave e profondo e la ricciuta cappelliera e la delicata favella mi rimetterebbero in cuore un po’ di quella pace che vò richiedendo in vano ai libri, alla solitudine, alle gelide e stellate notti che io contemplo su le piazze di San Petronio e San Domenico”.

“Surge nel chiaro inverno la fosca turrita Bologna, / e il colle sopra bianco di neve ride…Così come il sole guardando / con un sorriso languido di viola, /…nel fosco vermiglio mattone / par che risvegli l’anima dei secoli, / …Tale la musa ride fuggente al verso in cui trema / un desiderio vano de la bellezza antica”.

Alla stazione in una mattina d’autunno (1875-76): la poesia consta di due nuclei lirici distinti e composti in momenti diversi: i vv. 37-48, del 1875, rievocano un incontro con Lidia avvenuto in una Milano estiva (“e il giovine sole di giugno”), mentre il resto nasce nell’inverno del 1876.
“Gli sportelli sbattuti al chiudere / paion oltraggi…grossa scroscia su’ vetri la pioggia…Già il mostro sbuffa, ansa…va l’empio mostro; con traino orribile…Oh qual caduta di foglie, gelida, / continua, muta, greve, su l’anima!”.

Nevicata (1881): questa elegia riflette la tristezza di un momento particolarmente buio per Carducci, addolorato dall’aggravarsi della malattia di Lidia e poi dalla sua morte.
“Lenta fiocca la neva pe ‘l cielo cinereo: gridi, / suoni di vita più non salgon da la città /…Picchian uccelli raminghi a’ vetri appannati: gli amici / spiriti reduci son, guardano e chiamano a me. / In breve, o cari, in breve…giù al silenzio verrò, ne l’ombra riposerò”.

Rime e ritmi (1899): è l’ultima raccolta carducciana, con vari metri e argomenti.

Alla signorina Maria A.: si presenta come un telegrafico manifesto di poetica.

“Esce la poesia, / …quando malinconia / batte del cor la porta”.

Piemonte (1890): è la più famosa delle odi patriottiche di Carducci, facente parte di quel Carducci “epico”, cantore delle glorie patrie, che ha lasciato man mano spazio a quello più “decadente” e vicino alla sensibilità moderna.
Il luogo di composizione è Ceresole Reale, una stazione alpina dalla quale si possono ammirare le “dentate scintillanti vette” del Gran Paradiso. Nella fantasia di Carducci, il paesaggio si amplia fino ad abbracciare tutte le Alpi piemontesi, e a seguire nel loro corso i fiumi che scendono dai ghiacciai e bagnano le città del Piemonte. La menzione di Asti porta con sé il nome di Vittorio Alfieri, cantore di valori eroici e patriottici, che suscita in Carducci il ricordo della prima guerra d’indipendenza, coraggioso passo iniziale verso la conquista della libertà e dell’unità d’Italia.
La rievocazione ruota attorno alla figura di Carlo Alberto, personaggio enigmatico, sempre oscillante fra l’appoggio ai movimenti liberali e la repressione degli stessi, che ha trovato nella guida della guerra contro l’Austria il proprio riscatto morale.

Presso una Certosa (1895): è un patetico e originalissimo congedo dalla poesia e dalla vita. La Certosa è il cimitero di Bologna. Qui avviene per l’ultima volta l’incontro fra luce e buio, fra vita e morte, fra poesia ed ombra. La coincidenza poesia-vita conferisce all’invocazione finale al “padre Omero” il tono accorato di una preghiera, dettata al poeta dalla sua unica e particolare fede, quella appunto rivolta all’arte e alla poesia in particolare.
“A me, prima che l’inverno stringa pure l’anima mia / il tuo riso, o sacra luce, o divina poesia! / Il tuo canto, o padre Omero, / pria che l’ombra avvolgami!”.

Confessioni e battaglie: in due volumi, sono raccolti gli scritti promossi da due linee di ispirazione: autobiografica e polemica.

Le “risorse” di San Miniato al Tedesco (1883): in queste felicissime pagine autobiografiche, Carducci rievoca l’anno trascorso come insegnante di retorica al ginnasio della cittadina pisana. L’autore ci parla delle occasioni di svago offerte dal paese, dell’amore per una fanciulla del luogo e della allegra compagnia degli amici.
“Come strillavano le cicale giù per la china meridiana del colle di San Miniato al Tedesco nel luglio del 1857! …Nelle fiere solitudini del solleone, pare che tutta la pianura canti, e tutti i monti cantino, e tutti i boschi cantino…in quel nirvana di splendori e suoni avviene e piace di annegare la coscienza di un uomo, e confondermi alla gioia della mia madre Terra: mi pare che tutte le mie fibre e tutti i miei sensi fremano, esultino, cantino in amoroso tumulto, come altrettante cicale. Non è vero che io sia serbato ai freddi silenzi del sepolcro! Io vivrò e canterò, atomo e parte della mia madre immortale”.

Un saluto a Bologna (1888): “Amo Bologna per i falli, gli errori, gli spropositi della gioventù che qui lietamente commisi e dei quali non so pentirmi. La amo per gli amori e i dolori, ma più l’amo perché è bella. E ripenso con un senso di nostalgia le solenni strade porticate che paiono scenari classici, e le piazze austere, fantastiche, solitarie, e le chiese stupende…Bologna è bella. Che incanto doveva essere tutta rossa di terracotta e dipinta nel cinquecento! …E le bellezze di Bologna splendono al sole”.

Dello svolgimento della letteratura nazionale (1868-71): sono cinque discorsi tenuti all’Università di Bologna sulla letteratura italiana dalle origini fino al ‘500.
La parte iniziale, espone con grande forza lirica l’idea centrale dell’opera: le superstizioni del cristianesimo e la violenza delle invasioni barbariche hanno ridotto l’Italia, erede della civiltà romana, a uno stato di grave decadenza ed avvilimento.
Nel quarto discorso invece si ha la rivalutazione dell’Umanesimo e degli umanisti, rappresentati come eroi e quasi apostoli di una nuova civiltà destinata a disperdere le tenebre del Medioevo e a sostituire all’oscurantismo e alla superstizione religiosa la funzione liberatrice della cultura.

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