ANALISI DEL TESTO

LE STIRPI CANORE

GABRIELE D’ANNUNZIO
Alcyone, 1904


La lirica “Le stirpi canore”, tratta dalla raccolta “Alcyone”, è opera dello scrittore e poeta italiano Gabriele D’Annunzio, principe di Montenevoso, nato a Pescara nel milleottocentosessantatré, considerato il maggior esponente della corrente letteraria del Decadentismo. Non tarda a manifestare un carattere ambizioso e privo di complessi e inibizioni, tanto da pubblicare giovanissimo “Primo vere”, una raccolta di poesie che ebbe presto successo. Dopo aver concluso gli studi liceali, accompagnato da una notorietà in continua ascesa, giunge a Roma, dove si iscrive alla Facoltà di Lettere. Nel rapporto con il particolare ambiente culturale e mondano della capitale comincia a forgiarsi il suo stile raffinato e comunicativo, la sua visione del mondo e il nucleo centrale della sua poetica. La buona accoglienza che trova in città è favorita dalla presenza di un folto gruppo di scrittori, artisti, musicisti, giornalisti di origine abruzzese. Adattatosi al lavoro giornalistico per esigenze economiche, è attratto alla frequentazione della Roma bene dal suo gusto per l'esibizione della bellezza e del lusso. Nel milleottocentottantatré sposa, con un matrimonio di riparazione, la duchessa di Gallese Maria Hardouin, dalla quale ha tre figli, Mario, Gabriele Maria e Ugo Veniero. Ma il matrimonio finisce in una separazione legale dopo pochi anni per le numerose relazioni extraconiugali di D'Annunzio, tra cui quella con Maria Gravina, da cui ha la figlia Renata. Il grande successo letterario arriva con la pubblicazione del suo primo romanzo, “Il Piacere” nel milleottocentoottantanove, incentrandosi sulla figura dell'esteta decadente, inaugurando una nuova prosa introspettiva e psicologica che rompe con i canoni estetici del naturalismo e del positivismo. Viene presto a crearsi attorno alla figura di D'Annunzio un vasto pubblico condizionato non tanto dai contenuti, quanto dalle forme e dai risvolti divistici delle sue opere e della sua persona. Egli inventa uno stile immaginoso e appariscente di vita da grande divo, con cui nutre il bisogno di sogni, di misteri, di oggetti e comportamenti ammirevoli che stava connotando in Italia la nuova cultura di massa. Trasferitosi a Napoli, comincia una relazione epistolare con l’attrice Eleonora Duse. Dopo averla conosciuta personalmente, D’annunzio si trasferisce a Firenze, per vivere accanto alla sua nuova compagna, affittando la villa “La Capponcina”, divenuto il monumento del gusto estetico decadente. Tornato nella terra natia, successivamente si sposta in Grecia, che visita nel corso di un lungo viaggio. Nel milleottocentonovantasette, prova l’esperienza politica: eletto deputato della Destra, passa da subito nelle file della Sinistra. Nel millenovecentodieci, si trasferisce in Francia, per evitare i creditori italiani. Tornato in Italia, conduce un’intensa propaganda interventista e partecipa alla Prima Guerra mondiale. Nell'immediato primo dopoguerra D'Annunzio si fa portatore di un vasto malcontento, insistendo sul tema della vittoria mutilata e chiedendo il rinnovamento della classe dirigente italiana. La stessa onda di malcontento trova ben presto un sostenitore in Benito Mussolini, che porta all’ascesa del Fascismo in Italia. Deluso dall’esperienza di Fiume, si ritira in un’esistenza solitaria presso il Vittoriale degli Italiani. Muore nel millenovecentotrentotto per un’emorragia celebrale. Ai funerali di Stato, voluti in suo onore dal regime fascista, la partecipazione popolare è imponente. E’ sepolto nel museo del Vittoriale.

La produzione di Gabriele D’annunzio, comprendente sia romanzi che raccolte di liriche, è vastissima. Le sue opere più famose sono “Primo vere” del 1879, “Il Piacere” del 1888, “Il Fuoco” del 1900, “Laudi” del 1903 e “Il Notturno” del 1916.
La lirica “Le stirpi canore” è tratta dalla raccolta “Alcyone”, pubblicata nel millenovecentotré, costituita di ottantotto componimenti.


COMPRENSIONE COMPLESSIVA DEL TESTO

La parafrasi de “Le stirpi canore” è la seguente: Le mie poesie si ispirano direttamente alla natura. Alcune sono figlie delle foreste, altre del mare, altre delle sabbie, altre del vento di ponente. Le mie parole sono profonde, come le radici che affondano nel terreno, altre sono chiare come la volta celeste, ardenti come il sangue degli adolescenti, pungenti come i rovi, mutevoli come i fiumi, terse come i cristalli del monte, tremule come le foglie del pioppo, gonfie come le narici dei cavalli a galoppo, evanescenti come i profumi sparsi, vergini come i calici dei fiori appena schiusi, oscure come la rugiada del cielo, misteriose come gli asfodeli dell’Ade, flessuose come i salici dello stagno, sottili come le trame che tesse il ragno tra due steli.

La lirica si costituisce di due sequenze. Nella prima, dal titolo “Dichiarazione di poetica”, dal primo al sesto verso, D’Annunzio sostiene che i suoi versi sono figli delle foreste, del mare, delle spiagge, del sole, del vento ed esprimono tutta la varietà d'aspetti del mondo. La seconda sequenza, dal titolo “Potere della parola”, dal settimo al trentaseiesimo verso, presenta un’idea di poesia che, nella sua ricchezza inesauribile di forme, colori, suoni, riproduce la realtà. Di base c'è una fede nel potere della parola, capace di estrarre l'essenza delle cose e di darne un'equivalente lirico e musicale. Le parole sono cariche di vita, di energia, in grado di sostituirsi alle cose, e dietro la poesia si scorge l'ideale del poeta. Esaltando il valore della poesia, D'Annunzio esalta implicitamente il superuomo, in grado di creare il reale: la parola poetica è il privilegio del poeta-vate, che si innalza al di sopra degli uomini comuni e domina il resto dell'umanità. Lo scrittore italiano si pone in completa antitesi rispetto al pittore belga Magritte, che a distanza di pochi anni si chiede se la rappresentazione della realtà sia la realtà stessa, nel dipinto “Ceci n’est pas une pipe”.
Il panismo è certamente il tema principale del componimento. Il rapporto che corre tra il poeta e la natura assume in D'Annunzio un carattere nuovo; la natura si antropomorfizza, assume vesti mitiche, e l'uomo si naturalizza, divenendo una creatura silvana. Il poeta trova nel contatto con la natura una certa familiarità, si fonde con essa, si identifica con le varie presenze naturali, animali, vegetali, minerali, trasfigurandosi e potenziandosi. L'esperienza del panismo non è che una manifestazione del superomismo: solo al superuomo, creatura d'eccezione, è concesso di trasformarsi al contatto con la natura, attingendo ad una vita superiore al di là del limite umano. Solo il superuomo può cogliere ed esprimere l'armonia segreta della natura.

ANALISI DEL TESTO

Di centrale importanza nel componimento è il culto della parola in D’Annunzio. Egli sviluppa in modo eccezionale l'arte del linguaggio, scoprendo le più varie suggestioni musicali. L'uso della parola nell’Alcyone segue un'evoluzione estremamente particolare, la cui descrizione viene a coincidere perfettamente da un lato col carattere del poeta, dall'altro con gli aspetti più concreti del mondo che egli contribuì a edificare. Il piacere fisico e gestuale della parola ricercata, della sonorità quasi fine a se stessa, della materialità del suono come aspetto della sensualità, caratterizza pienamente il componimento. Ogni singola parole rievoca un’immagine e un’emozione, secondo la volontà ben precisa dell’autore.
Le esperienze del primo Novecento, dai Crepuscolari ai Vociani, maturarono un nuovo gusto poetico in opposizione al conformismo della civiltà di massa e alle nuove tecniche di persuasione collettiva. Sul piano letterario due appaiano gli aspetti salienti della ricerca dei nuovi lirici. In primo luogo essi liquidarono il dannunzianesimo nei suoi aspetti più plateali, come l’esagerata esaltazione dell'io, l'estetismo e il superomismo, ma anche le forme più provinciali del Pascoli, risalendo direttamente ai modelli del Simbolismo francese, quali Baudelaire, Rimbaud, Mallarmé, Valéry. In secondo luogo vollero ritrovare, ripudiando l'effusione romantica, un'assoluta essenzialità espressiva, un porsi per così dire inedito, elementare del poeta di fronte al mondo, mettendo in crisi l'idea umanistica della poesia come persuasione eloquente di verità esemplari. La differenza che corre tra la Poesia Pura e l’estetica di D’Annunzio risiede nella perdita dell’uso dell’eloquenza, intesa come costante esaltazione eroica dell'io ben lontana dall’atteggiamento di scoperta e testimonianza che caratterizzerà Ungaretti e Montale. Ma anche la liberazione della parola da ogni significato convenzionale, dai legami analogici più prevedibili, da ogni eloquenza, da ogni banalizzazione sentimentale, con il fine di ritrovare il pieno valore evocativo in senso etimologico: la parola poetica deve far riemergere l'essenza profonda dell'uomo.

A coronamento dello stile di D’Annunzio, non mancano ne “Le stirpi canore” parole rare e suggestive, che rimandano al mondo greco oppure ad un linguaggio barocco ed elegante, rivelando la formazione classica dell’autore, come: “carmi” (v.1), “arene” (v.4), “Argèste” (v.6), “firmamenti” (v.12), “dumi” (v.15), “asfodèli” (v.30) e “Ade” (v.31).
Dominanti nella lirica le due figure retoriche dell’anafora di “altri”, dal terzo al sesto verso, e della ripetizione di “come” (vv. 12/13/15/16/18/20/21/24/26/28/30/32/34).

INTERPRETAZIONE COMPLESSIVA E APPROFONDIMENTI

La lirica “Le stirpi canore”, tratta dalla raccolta “Alcyone”, è un chiaro esempio della minuziosa elencazione degli aggettivi che qualificano le parole del poeta, secondo un gusto tipicamente dannunziano. Attraverso l’uso degli aggettivi l’autore riesce a descrivere un’atmosfera mitologica, arcaica, ma anche solenne, rituale e religiosa. L’abbondanza di notazioni coloristiche e uditive conferiscono al testo un carattere impressionistico; molto vicino al romanzo di maggior successo di D’Annunzio, “Il piacere”. In questo caso, la lingua è speculare all'educazione da esteta di Andrea Sperelli: pregiata, manipolata con cura, curiale, elaborata e ampollosa. D’annunzio è sempre magistrale nella descrizione degli ambienti e nell'analisi degli stati d'animo.
La lirica è interessante testimonianza della concezione dannunziana dell’arte come culto della bellezza, massimamente espressa nel romanzo “Il piacere”. Nel testo emergono molteplici tematiche, riconducibili al binomio vita e arte, reminiscenza da Oscar Wilde. Il culto profondo e appassionato dell’arte diventa per Andrea Sperelli l’unica ragione di vita, tirato in gioco anche nei rapporti con Elena Muti e Maria Ferres, perché egli è convinto che la percettibilità artistica rischiari le percezioni e afferri nelle esteriorità le linee invisibili, apprenda il lieve, predica i pensieri nascosti della natura. Il protagonista, nel corso delle sue vicende travagliate, afferma: ( da pag. 40) “Bisogna fare la propria vita, come si fa un’opera d’arte. Bisogna che la vita di un uomo d’intelletto sia opera di lui. La superiorità vera è tutta qui. (…) Gli uomini che vivono nella Bellezza, conservano sempre, anche nelle peggiori depravazioni, una specie di ordine. La concezione della Bellezza è l’asse del loro essere interiore, intorno a cui tutte le loro passioni ruotano.”. Impossibile non rilevare i rapporti con il “Preface to the Picture of Dorian Gray”, ovvero l’appendice del capolavoro di Oscar Wilde, manifesto del British Aestheticism. Wilde afferma: “The artist is the creator of beautiful things”( L’artista è il creatore di cose meravigliose.); “The moral life of man forms part of the subject matter of the artist, but the morality of art consist in the perfect use of an imperfect medium.”( La vita morale dell'uomo fa parte della materia dell'artista, ma la moralità dell'arte consiste nell'uso perfetto di un mezzo imperfetto.); “The artist is in accord whit himself”( L’artista è in relazione con se stesso.).
Accanto al teatro e al romanzo, il mito superomistico alimenta anche la poesia di D’Annunzio. In questo ambito lo scrittore non è debitore solo a Nietzsche, ma anche alla riscoperta della Grecia antica, rafforzata peraltro da un viaggio compiuto da D’Annunzio nei siti archeologici ellenistici nel milleottocentonovantacinque. Nascono così le “Laudi”, che nelle intenzioni dello scrittore avrebbero dovuto riassumere i temi cari al superuomo: il mito, la gioia della natura, la potenza del canto, la gloria dell’eroe moderno La stesura occupa il poeta dal milleottocentonovantanove al millenovecentotré, approdando a tre dei sette libri previsti: “Maia”, “Elettra” e “Alcyone”.
In “Maia” D’Annunzio esalta la sostanza filosofica e morale della concezione superomistica. Il poeta ripercorre il viaggio in Grecia, il cui racconto fornisce lo spunto per la descrizione della decadenza contemporanea in confronto alla grandezza solare del passato, fino alla scoperta della possibilità di illuminare di una nuova luce mitica anche il proprio presente.
In “Elettra” il poeta e il superuomo riscoprono il valore civile e politico. Le poesie della raccolta sono rivolte a individuare in episodi o in eroi del passato i segni della grandezza dell’Italia, destinata ad assumere un ruolo decisivo nel futuro dell’umanità.
Ben diverso il risultato di “Alcyone”, che non ha più alcun elemento politico, ma vuole essere una specie di diario intimo del superuomo che, dopo le sue imprese, scegli di riposarsi nell’abbraccio della natura. A contatto con lo scenario selvaggio il superuomo sa non soltanto gioire , ma anche regredire al proprio nucleo istintuale, fino a fondersi con la natura in un vero e proprio misticismo panico, culminante nella continua metamorfosi dell’essere umano in vita vegetale, e il contrario. Spinta verso nuove potenzialità sonore la poesia si traduce in una raffinata partitura, grazie anche a un’abilissima gestione dei versi liberi. Lo stile D’Annunziano trovano dunque in “Alcyone” il proprio culmine, dal narcisismo sensuale, la sicurezza trionfante del proprio Io e il manierismo stilistico; all’innovazione metrica e linguistica. In particolare, nella lirica “Le stirpi canore”, l’autore attesta l’interessamento verso il mondo naturale, colto nella sua trama di corrispondenze e percepito tramite i sensi. Inoltre si attesta nel pieno della fase notturna, caratterizzata dal ripiegamento su se stesso e la meditazione sul fallimento delle scelte di vita.
Da “La sera fiesolana” a “I pastori”, il tema natura è un carattere ricorrente nell’”Alcyone”. La prima è ambientata nel paesaggio agreste di Fiesole, presso Firenze, alla fine della primavera, in un clima sospeso tra realtà e sogno, di cui il poeta annota immagini e scene, cogliendovi un fluire reciproco di risonanze tra uomo e natura. Ugualmente nella lirica “I pastori” la nostalgia si concentra sulla terra natale del poeta, il lontano Abruzzo, rappresentato, più ancora che dai rudi paesaggi, dalla migrazione stagionale dei pastori, costretti, all’inizio dell’autunno a trasferire le greggi in pianura dai pascoli appenninici. Esule nell’animo, il poeta condivide la malinconia e l’aspra solitudine dei pastori. Ma la metamorfosi più completa con la natura si esplicita ne “La pioggia nel pineto”. Il poeta, in compagnia della misteriosa Ermione, è sorpreso dalla pioggia mentre cammina in una pineta della costa toscana. La crescente voce della pioggia si unisce agli altri versi del bosco, dal canto della cicala al gracidio delle rane, fino al rumore del mare Ma in questo ascolto totale il poeta ed Ermione finiscono per perdersi, assimilandosi, per via di metamorfosi, alla vita vegetale che la pioggia ha risvegliato. La prima metamorfosi è quella della parola umana con il suono della natura, poi la metamorfosi si completa in tutta la sua forza.
D’Annunzio con l’”Alcyone” si avvicina molto a Giovanni Pascoli. Il poeta romagnolo, infatti, anticipa il crepuscolarismo, trattando il tema della natura nella sua produzione come fuga al di là del reale. Il mondo naturale assume volti differenti. E’ assolato, luminoso, sfumato e sublimato dalle impressioni del poeta; ma anche georgico, rivolto all’uomo a lavoro faticoso nei campi; oppure universo infinito, per provare la sensazione della vertigine, ovvero lo smarrimento. L’unica differenza tra i due, non è tanto nel rapporto viscerale con il mondo agresta, ma piuttosto nell’atteggiamento dell’artista: Pascoli è un poeta veggente; D’Annunzio, invece, anche nell’”Alcyone” rimane un poeta vate e continua a celebrare il superuomo.

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