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Biografia

Nacque a Pescara nel 1863 da Francesco Paolo e Luisa De Benedictis. Dopo aver frequentato il Ginnasio si iscrisse alla facoltà di Lettere all’Università di Roma, ma non giunse mai alla laurea perché preferiva la vita mondana frequentando i salotti più rinomati. Tuttavia, però, si dedicò con lavoro instancabile all’attività letteraria che, in parte, lo riscatta. Nel 1883 rapì e poi sposò la duchessa Maria Hardouin, dalla quale poi si separò passando ad altri amori. Momenti salienti della sua vita furono il viaggio in Grecia, la relazione amorosa con l’attrice Eleonora Duse, il soggiorno in Toscana nella villa “La Capponcina” dalla famiglia Capponi, la partecipazione alla vita politica come deputato. Egli sedeva in Parlamento sulle file della Destra, ma al tempo dell’opposizione di Sinistra contro il governo Pelloux, passò clamorosamente all’estrema sinistra. Alla Capponcina visse per qualche tempo conducendo una vita sfarzosa, ma senza pagare i debiti che via via contraeva. Allo scoppio della Grande Guerra partecipò al conflitto con due azioni di valore: la “Beffa di Bùccari”, un attacco contro la flotta austriaca nel 1918 e nello stesso anno il volo dimostrativo su Vienna dove si lanciarono sulla città migliaia di manifesti. Finita la guerra, nel 1919 D’Annunzio con i suoi legionari partì da Ronchi e occupò Fiume, ancora non annessa all’Italia. Nel 1920, però, fu costretto a ritirarsi nel combattere le truppe inviate dal governo di Francesco Nitti. Dopo l’impresa D’Annunzio morì nel 1938 a Gardone Riviera (Brescia) nella villa Cargnacco. D’Annunzio fu dominato da una continua ricerca di bellezza e grandezza, tipica del gusto estetizzante del Decadentismo. Gli stessi suoi atti valorosi in guerra testimoniano il suo gusto dell’avventura, del “bel gesto”. Infatti egli scrive di sé che non vuole essere solo un poeta, ma che tutte le manifestazioni della vita lo attraggono e ciò porta a dire che l’unica opera d’arte del poeta perfettamente riuscita fu la sua stessa vita.

Il Decadentismo di D’Annunzio
Confronto con Pascoli

D’Annunzio, insieme con Pascoli, sono i poeti più rappresentativi del Decadentismo italiano ma, pur essendo quasi contemporanei, presentano aspetti molto differenti. Pascoli fu più istintivo, con scarse influenze esterne; quello di D’Annunzio fu, invece, frutto di scelte precise, padroneggiando varie tendenze del Decadentismo europeo, assimilate dal suo spirito per la grande disponibilità alle più ardite esperienze di vita e di arte.

Rapporti con il Decadentismo europeo
È vero che il poeta assimilò le tendenze più superficiali del Decadentismo europeo, come l’estetismo, il sensualismo, il panismo, ma ne ignorò il misticismo gnoseologico (ossia la concezione della poesia come strumento di conoscenza del mondo ultrasensibile) e il dramma della solitudine umana e dell’angoscia esistenziale. Egli, tuttavia, seppe creare un proprio stile di vita che va sotto il nome di dannunzianesimo.

Il Decadentismo in D’Annunzio
Gli aspetti più significativi del decadentismo nel poeta sono: l’estetismo artistico, cioè la concezione dell’arte e della poesia come creazione di bellezza sorta in reazione alle “volgarità” del Verismo; l’estetismo pratico, cioè che anche la vita pratica deve essere realizzata in assoluta libertà, al di fuori di ogni legge e freno morale; l’analisi, cioè le sensazioni più rare e raffinate; il gusto della parola, scelta per il valore musicale e il significato logico; il panismo, cioè abbandonarsi alla vita dei sensi e dell’istinto e immedesimarsi con le forze della natura sentendosi così parte del Tutto.

Il dannunzianesimo
Con il dannunzianesimo il poeta influenzò la vita pratica, letteraria e politica degli italiani del suo tempo. Nella vita pratica il poeta suscitò interesse in certa aristocrazia e borghesia parassitaria e ne influenzò il costume con i suoi atteggiamenti estetizzanti, narcisisti e superomistici; nella vita letteraria diventò il modello letterario con i suoi virtuosismi lessicali e stilistici ed infine nella vita politica con le imprese eroiche di combattente galvanizzò l’Italia in guerra; poi, con il gusto estetizzante dell’avventura influenzò il Fascismo, al quale il dannunzianesimo fornì gli schemi delle celebrazioni esteriori come genti e pose del capo, nonché il saluto e la camicia nera. Ma non fornì solo questi elementi: lasciò in eredità il fastidio o il disprezzo per il lavoro umile e la sottovalutazione degli avversari, tutti elementi che portarono l’Italia alla guerra e alla disfatta.

Analisi delle opere
Le liriche e le novelle giovanili

Le opere in versi del periodo giovanile del poeta sono: Primo vere (1879 raccolta pubblicata quando era ancora liceale) e Canto Novo (1882). Le novelle sono organizzate in tre raccolte: Terra vergine (1882), Il libro delle Vergini (1884) e San Pantaleone (1886) confluite più tardi in un unico volume Novelle della Pescara. Nelle poesie giovanili l’autore si muove nell’ambito di Carducci, mentre nelle novelle è sulle orme dei naturalisti francesi e veristi italiani.
Le opere successive sono: Intermezzo di rime; l’Isotteo (dedicato alla moglie Maria di Gallese); Chimera (dal nome del mitico mostro simbolo delle forze avverse, del bene e del male, gioia e dolore); Elegie romane (raccolta contenente poesie d’amore); Poema paradisiaco (dal tono stanco, elegiaco).
Sull’esempio dei romanzi ciclici, come quello dei Vinti di Verga, l’autore scrisse un ciclo di romanzi suddiviso in tre trilogie, ciascuna denominata da un fiore (la rosa, il giglio e il melograno) simboleggianti le tappe evolutive del suo spirito.
I romanzi della rosa sono: Il Piacere, fiore simbolo della passione invincibile, dove il protagonista cerca di dimenticare l’amante di un tempo; l’Innocente dove un uomo vede in un bambino nato dalla relazione tra la moglie e uno scrittore l’ostacolo principale per ristabilire il vecchio rapporto; Il trionfo della morte dove il personaggio sente che solo con la morte può liberarsi dal tormento della passione e si getta in un baratro. I romanzi del giglio sono simbolo della passione che si purifica. È il superuomo che ispira questi romanzi ed esso non è più schiavo delle passioni, ma si serve di esse per realizzare la propria volontà. D’Annunzio fece del superuomo un individuo destinato a dominare sugli altri, non come quello di Nietzsche che non voleva l’avvento di un uomo superiore agli altri, bensì un’umanità rinnovata che per potersi sviluppare doveva liberarsi da ogni soggezione. D’Annunzio scrisse solo il primo romanzo del giglio, Le Vergini delle rocce (1896) in cui il protagonista, sullo sfondo del superuomo, sposa una principessa con lo scopo di procreare il futuro sovrano re di Roma. I romanzi del melograno derivano dal dominio delle passione e il poeta scrisse solo Il fuoco (1900) che narra la storia d’amore di Stelio per la Foscarina. Altri romanzi sono Giovanni Episcopo (1891), Forse che sì forse che no (1910) e La Leda senza cigno (1916).

D’Annunzio, in parte, crea un nuovo tipo di romanzo che vede una sorta di lunga lirica in prosa descrivendo sensazioni raffinate. Inoltre il teatro del poeta sostituiva al realismo banale del dramma borghese un teatro di poesia, fatto di musica, danza e canto lirico intorno ai protagonisti sulla base dei superuomini. L’opera teatrale più importante fu La figlia di Iorio (1904) ed è una tragedia pastorale ambientata in Abruzzo, terra legata alle superstizioni. Negli stessi anni scrisse le Laudi del cielo, del mare, della terra e degli eroi, sempre ispirate al mito del superuomo. Ne scrisse solo quattro e sono: Maia, dove il poeta si presenta stile Ulisse per illustrare il suo viaggio realmente fatto in Grecia; Elettra, che contiene celebrazioni di poeti (Dante), eroi (Garibaldi) ecc.; Alcyone, dove rappresenta momenti e sensazioni dell’estate del 1902 ed infine Merope contenente canzoni composte per la guerra di Libia. Dopo la morte del poeta fu pubblicato il quinto libro delle Laudi, Asterope, cioè canzoni composti durante la Prima Guerra mondiale. Tra le ultime opere si ricordano le pagine autobiografiche che presentano un poeta più umano e sincero; il volume più importante è Notturno che raccoglie le meditazioni e fantasie del poeta.

Il pensiero e la poetica
D’Annunzio, come Pascoli, ha una netta sfiducia per la ragione e la scienza, rivelatesi incapaci di dare una spiegazione sicura e definitiva della vita e del mondo. Da questa sfiducia nasce quindi il senso della solitudine dell’uomo, però mentre Pascoli si muove nell’ambito del vittimismo con ansie decadenti, D’Annunzio si muove nell’ambito dell’estetismo e del superomismo nicciano. Pascoli ha una percezione ombrosa della solitudine che lo spinge a predicare la solidarietà perché gli uomini unendosi possono meglio sopportare il destino di dolore; D’Annunzio, invece, ha una percezione egoistica e orgogliosa, derivata dalla consapevolezza dell’eccezionalità della propria persona. La poesia di D’Annunzio rispecchia la sensualità del suo temperamento ed è intesa come abbandono gioioso alla vita dei sensi per scoprire l’essenza segreta dell’io. Inoltre la poesia è senza svolgimento e ha carattere antologico, cioè le opere sono estratte da testi più ampi. Infine il BINNI individua diversi aspetti della poetica dannunziana: ora è poetica dell’eleganza e raffinatezza; ora è poetica del convalescente, deluso dalla vita dei sensi; ora è poetica del superuomo; ora è poetica del poeta-vate; ora è poetica naturalistica.

CONFRONTI
Carducci e D’Annunzio

Carducci ha una concezione sana e operosa della vita; D’Annunzio una individualistica e superomistica, che ignora gli altri o li disprezza. La poesia di Carducci è espressione di maturità, misurata e composta; quella di D’Annunzio è fastosa, lussureggiante e sonora. Carducci amò profondamente l’Italia, amando gli eroi e i poeti di ogni popolo; D’Annunzio sente la patria come potenza imperiale, destinata a dominare sugli altri popoli più deboli, così come il superuomo.

Pascoli e D’Annunzio
Come già detto in precedenza Pascoli ha una percezione ombrosa della solitudine che lo spinge a predicare la solidarietà perché gli uomini unendosi possono meglio sopportare il destino di dolore; D’Annunzio, invece, ha una percezione egoistica e orgogliosa, derivata dalla consapevolezza dell’eccezionalità della propria persona. Inoltre Pascoli ha un carattere riservato, schivo; mentre D’Annunzio ne ha uno estroverso, portandolo a compiacersi per attirare su di sé l’attenzione. La poesia di Pascoli è intima e raccolta; quella di D’Annunzio è lussureggiante, volta ad esaltare la vita eccezionale del poeta. A differenza del fanciullino, infatti questo viene chiamato l’eroe-centauro, mezzo uomo mezzo bestia.

Verga e D’Annunzio
Verga è pieno di moralità e pietà per le vicende dei suoi personaggi; il verismo di D’Annunzio, invece, è selvaggio, freddo, senza pietà e con profonda indifferenza per i problemi sociali.
Infine il classicismo di D’Annunzio si contamina di un particolare decadentismo. Infatti il classicismo dannunziano da apollineo o da onirico e deluso diventa dionisiaco, aperto a tutte le esperienze.

Critica

Croce
Il Croce definisce D’Annunzio un “dilettante di sensazioni” perché guarda le cose non nelle loro connessioni con la vita universale, ma come l’una singola dall’altra. Però riconosce D’Annunzio anche un poeta autentico, frammentario sotto questo aspetto, stupendo nel rappresentare i particolari sensibili, ma incapace di rappresentazioni più ampie.
Critica storicistica (Russo, Binni)
Questa riconosce al poeta il merito di aver contribuito, assimilando le tendenze decadenti, a sprovincializzare la letteratura italiana e immetterla nella contemporanea cultura europea. Inoltre, a differenza del Croce, riconosce un D’Annunzio di progressivo arricchimento spirituale e artistico e non senza svolgimento.

Critica marxista
Questa dice che D’Annunzio era l’uomo e il poeta della classe media italiana, che vedeva realizzati in lui tutti i suoi sogni proibiti. Infine la poesia autentica del D’Annunzio viene individuata quando egli ripiega su se stesso, si rifugia nelle memorie dell’infanzia e assume un atteggiamento di tristezza umana nutrita da delusione, tipico nella sua opera “Notturno”.

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