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L’alcyone

E' il terzo dei sette libri delle Laudi la cui composizione si estende tra il giugno del 1899 e il novembre del 1903. La struttura dell’Alcyone è divisibile in cinque sezioni, per un totale di 88 testi. Le cinque sezioni sono distinte da specificità tematiche e segnate, a partire dalla seconda, da quattro ditirambi preceduti da un testo breve, il cui titolo è sempre in latino, che ne annuncia il tema: il rigore di questa organizzazione risponde a un progetto compositivo che mira a fondere il modello moderno della lirica e quello classico e tradizionale del poema. Ogni sezione è caratterizzata dal riferimento a un momento stagionale e a un ambiente naturale-paesaggistico, nonché da un corrispondente stato d’animo. Il libro è aperto da un testo, “la tregua”, che ha la funzione di raccordare Alcyone ai due libri precedenti (Maia ed Elettra): come questi hanno rappresentato l’impegno eroico-civile del superuomo, così Alcyone costituisce una “tregua”, appunto, del superuomo, un momento di riposo e di meritato abbandono alla dimensione della natura e del mito.

La prima sezione è ambientata tra Fiesole e Firenze, nel mese di Giugno (attesa dell’estate). Di questa sezione fanno parte “Lungo l’Affrico” e “La sera fiesolana” .
La seconda sezione sposta l’ambientazione in Versilia, la regione della Toscana settentrionale che si affaccia sul mare, dove si svolge la successiva vicenda di Alcyone. Ora l’estate è esplosa. Si realizza dunque la prima celebrazione del rapporto panico con la natura, con cui il soggetto tende ad identificarsi, sciogliendovi la propria identità ovvero assumendo quella dell’intero paesaggio circostante; è il caso di un testo come “La pioggia nel pineto” (rito pagano della mietitura)
La terza sezione abbraccia testi ancora segnati dall’estate piena e dal tentativo di dare solidità all’esperienza individuale attraverso il ricorso al mito classico, attualizzato in chiave esistenziale, quale affermazione del potere panico del superuomo. (pienezza dell’estate)
La quarta sezione è dedicata ancora all’estate culminante ma anche ai primi presagi autunnali. Al tramonto dell’estate corrisponde quello del mito, che sempre di più è rappresentato quale ricchezza e quale privilegio irrimediabilmente perduti e irraggiungibili. (centralità dell’estate)
L’ultima sezione è ambientata in settembre. Il sentimento del ripiegamento, della perdita, della fuga del tempo si accompagna alla registrazione della fine dell’estate e all’impossibilità di resuscitare il mito nel mondo moderno. (fine dell’estate)
I temi: I temi fondamentali dell’opera sono tre:
• Lo scambio tra naturale ed umano. L’eroismo del superuomo dannunziano consiste nell’eccezionalità di fronte agli altri uomini, verso i quali egli rivendica un’identità forte e superiore. Al cospetto invece della realtà naturale, il superuomo rivela la capacità di fondersi in essa, di perdere la propria identità personale per assumere in modo panico l’identità con il paesaggio circostante.
• La riattualizzazione del mito. È necessario restituire alla natura la vitalità e la verginità distrutte dal mondo moderno. L’unico modo attraverso cui è possibile farlo consiste nel recupero del mito. D’Annunzio rivitalizza il binomio mito-natura (mito come verità naturale e natura come condizione mitica).
• L’esaltazione della parola, dell’arte e della figura del poeta. Ciò che permette di stabilire un nuovo contatto tra interiorità dell’io e rivelazione naturale è la parola poetica. È dunque essa lo strumento suscitatore del mito, e, anzi, creatore di nuovi miti.
Altri elementi fondamentali nell’opera sono: il silenzio, l’ascolto, il mondo acquatico e la profondità della parola.

La lingua Una delle funzioni più comuni della lingua - quella referenziale - la possibilità cioè di indicare un elemento della realtà come oggetto del discorso, è quasi del tutto assente nella poesia di Alcyone. I temi scelti - particolarmente legati alle sensazioni e alla sfera emotiva ed irrazionale - sono rappresentati da visioni di cui il poeta è l'unico testimone e che possono essere comunicate efficacemente - in qualche modo rese "visibili" all'immaginazione del lettore - solo attraverso l'uso di un lessico straordinario e sovrabbondante, fenomeno che d'altronde non è nuovo nella poesia simbolista. La parola, in Alcyone, è evocativa e analogica e non indicativa. Essa assume valore di "suono" ed è l'espressione di una bellezza "musicale". Una lingua poetica che vuole esprimere sensazioni, e soprattutto sensazioni di tipo fisico, deve privilegiare alcune precise aree semantiche: quella del suono - o della voce - e quella della luce - o dei colori. Vedi "La pioggia nel pineto". Anche "Meriggio" appartiene alla poetica del suono, pur se attraverso l'uso della figura contraria, quella del silenzio. Un'altra conseguenza legata alla scelta di queste particolari tematiche è il necessario ricorso all'ambito lessicale del mito; in particolare:

• il linguaggio di Alcyone è costellato, quasi come una partitura musicale, da un repertorio semantico di figure e personaggi mitologici ripresi dalla letteratura greco-latina;
• di conseguenza, abbondano nei componimenti nomi propri e toponimi attinti dai testi classici e non sempre in modo fedele, ma spesso riaggiustati secondo criteri fonologici personali ed estemporanei;
• la cornice mitologica dei riferimenti tematici conduce all'annullamento del campo semantico del tempo: le visioni, anche quelle appartenenti al passato mitologico, erompono in un presente perenne e come sospeso nella sacralità dell'atmosfera. Il tempo di Alcyone è l'irrompere - attraverso la luce e i suoni della natura - dell'eternità del sacro nella vita mortale del poeta (Versilia).

La pioggia nel pineto

La poesia La pioggia nel pineto viene composta dal poeta a cavallo fra il luglio e l’agosto del 1902, ed appartiene alla sezione centrale di Alcyone (il terzo libro delle Laudi, uscito alla fine del 1903, e composto dal poeta tra il 1899 e il 1903). La raccolta è costituita da una serie di liriche che rappresentano «un susseguirsi di laudi celebrative della natura – e soprattutto dell’estate, dal rigoglioso giugno al malinconico settembre – nella quale il poeta si immerge mirando a realizzare una fusione panica: a sprofondare e a confondersi con tutto – mare, alberi, luci, colori – in un sempre rinnovato processo di metamorfosi che si risolve in un ampliarsi della dimensione umana».1 Sono lodi che celebrano la natura osservata in una vacanza ideale, che inizia a fine primavera nelle colline di Fiesole e termina a settembre sulle coste della Versilia. Il poeta racconta in versi come avviene la fusione dell’uomo con la natura attraverso il superamento della limitata dimensione umana. La lirica più nota e più rappresentativa della raccolta è La pioggia nel pineto, leggendo la quale riusciamo a capire come l’uomo entri in simbiosi con la natura, sottoponendosi a un processo di naturalizzazione, e come la natura subisca a sua volta un processo di antropomorfizzazione. Il poeta e la sua compagna entrano in empatia con la natura e arrivano a condividerne la sua anima segreta: D’Annunzio contempla la metamorfosi delle cose e la sua compagna si trasforma in fiore, pianta, frutto, mentre la pioggia cade. La poesia inizia con un punto fermo dopo l’imperativo Taci (v.1), che indica un momento di preparazione e di attesa. Comincia il rito d’iniziazione, al quale sono invitati tutti i lettori, e non solo la donna: si tratta di un momento quasi liturgico che per essere vissuto fino in fondo necessita di un silenzio assoluto. Il poeta esorta la sua compagna a restare in silenzio, al fine di ascoltare con la dovuta attenzione i suoni inusitati (le parole più nuove) emessi dalla natura: le parole sussurrate da gocce e foglie lontane, avvertite sin dalle soglie del bosco. Sta piovendo e la pioggia altro non è che una manifestazione della natura, che avvolge e riveste tutto. Il poeta invita più volte la sua compagna ad ascoltare (v. 8: Ascolta; v. 33: Odi?; v. 40: Ascolta; v. 65: Ascolta, ascolta; v. 88: Ascolta) la musicalità della pioggia e i suoni emessi dalla natura. Alla donna in questione viene attribuito il nome di Ermione, il nome della figlia di Elena e Menelao della mitologia greca con il quale il poeta, probabilmente, si riferisce a Eleonora Duse (una grande attrice della sua epoca, con la quale visse un’intensa storia d’amore). Il processo di naturalizzazione e di metamorfosi viene messo in atto sin dai primi versi della lirica, in cui vengono elencati diversi tipi di piante e di fiori, al fine di creare una premessa per la fusione tra gli uomini e la natura che viene esplicitata già nei versi 20-21, attraverso i quali si nota che i volti del poeta e di Ermione sono diventati silvani, permettendo ad entrambi di trasformarsi in creature silvestri, dello stesso colore e quasi della stessa sostanza del bosco. Successivamente la donna è paragonata agli elementi della natura: il suo volto è come una foglia (vv. 56-58) e i suoi capelli emanano lo stesso profumo delle ginestre (vv. 59- 61: le chiome come le ginestre). Gradualmente, arrivano entrambi a fondersi con la natura e a sentirsi parte di essa, tanto è che il poeta, attraverso l’uso delle similitudini, mostra come la donna sembri aver assunto l’aspetto di una pianta verdeggiante e sembri uscita dalla corteccia di un albero come una ninfa (vv. 99-101), il suo cuore sembri vivere di una nuova vita e sia simile al frutto della pèsca (vv. 104-105) e mostra come persino gli occhi (vv. 106-107) e i denti (vv. 108-109) si trasformino e rendano esplicito il senso d’immedesimazione delle due creature umane nella vita del bosco. D’Annunzio descrive minuziosamente il temporale estivo e lo rende estremamente musicale, attraverso l’uso di onomatopee e di un lessico particolare, ma non si limita a registrare il semplice cadere della pioggia al livello più esterno, ma mette in evidenza, in particolare, la metamorfosi panica sulla quale si basa tutta la lirica: la trasformazione sua e della sua compagna in elementi vegetali e arborei, via via che riescono a fondersi con la natura. La pioggia nel pineto colpisce, infatti, per il tema panico-metaforico, per la trasformazione vegetale del poeta e di Ermione. Il termine panismo deriva da Pan (dio greco della natura, per metà uomo e per metà caprone) e si riferisce all’identificazione dell’uomo con la natura, con la vita vegetale. Attraverso i versi 53-55, il poeta ci fa capire che la metamorfosi è ormai al suo culmine. Il panismo dannunziano è peculiare, perché tende ad umanizzare la natura. Un altro tema molto importante della lirica è quello dell’amore, in quanto il poeta parlando della pioggia estiva refrigerante sottolinea come questa rigeneri non solo la natura, ma rinvigorisca anche l’anima dei due innamorati, i quali continuano ad abbandonarsi alla forza dei sentimenti e dell’amore, ma con la consapevolezza che si tratti soltanto di una favola bella (v. 29) che li ha illusi in passato e continua ad illuderli (vv. 29-32). Colpisce, inoltre, la musicalità che caratterizza l’intera lirica e che è ottenuta attraverso la frantumazione del verso e il ricorso alle rime interne e alle assonanze.C’è un vero e proprio studio del poeta, un virtuosismo basato anche sul principio della ripetizione, che provoca degli effetti ritmico-musicali particolarmente interessanti. Il poeta tende ad imitare i suoni della pioggia e a inventare delle vere e proprie melodie: le parole più nuove a cui fa riferimento il poeta al v. 5 sono anche le parole che creano una musicalità nuova. Per riuscire ad entrare in empatia con la natura il poeta trasforma le sue parole in musica, utilizzando un lessico piuttosto ricercato e musicale, dimostrando di aver fatto suoi gli insegnamenti dei Simbolisti francesi.

Due sono i motivi conduttori del testo. Il primo è il motivo panico e antropomorfico, ovvero la graduale assimilazione del poeta e della sua compagna nella fresca e rigogliosa vita vegetale, che avviluppa i loro corpi e il loro essere. Siamo davanti a una delle tipiche metamorfosi cantate in Alcyone. Essa comporta sì un passaggio, un mutamento di condizione, ma nel senso che l'individuo si reifica (diviene cosa), mentre la natura si antropomorfizza (si umanizza). Non c'è dunque superamento in senso verticale, come invece accadeva ad alcuni esseri, uomini o animali, celebrati dall'antico poeta Ovidio nelle Metamorfosi che venivano associati in cielo agli dei. L'altro è il motivo dell'amore. Sotto la pioggia battente si svolge infatti un gioco incessante di fughe e lontananze, di ritorni e abbandoni: i due innamorati si cercano, si lasciano, s'inseguono, senza sosta. La libertà di questo gioco è la stessa del cadere fitto delle gocce nella pineta. Perciò il componimento non è solo un gioco di musica o un quadro di metamorfosi; è una danza o una fuga sul tema dell'amore gioco, sull'amore illusione, che appare e svanisce senza fine e che aspira al totale compenetrarsi dei due amanti, senza raggiungerlo mai.

La sera fiesolana

Le Laudi di Gabriele D’Annunzio sono cinque raccolte poetiche che devono il nome alle stelle della costellazione delle Pleiadi (Maia, Elettra, Alcyone, Merope, Asterope). Nell’Alcyone, la terza raccolta, in particolare, D’Annunzio descrive il sogno di un’estate, di un’ideale vacanza estiva dai colli fiesolani alle coste tirreniche, dalle piogge di fine primavera ai paesaggi autunnali di settembre. In questa raccolta, si esplica pienamente il cosiddetto “panismo dannunziano”: l’uomo si trasforma in un elemento della natura e la natura stessa si umanizza. Nella natura tutto è divino: non c’è più distinzione tra il soggetto e l’oggetto, tra l’uomo che osserva e ciò che osserva. Infatti, “panismo” deriva dalla parola greca “Pan”, che significa, appunto, “tutto”: l’io del poeta si fonde con lo scorrere della vita del Tutto, trasfigurandosi ed arrivando a toccare il divino, a cui solo la potenza della parola evocativa del poeta-vate (strettamente connesso con il superuomo) è in grado di attingere, sapendo cogliere appieno l’essenza misteriosa della natura. La poesia La sera fiesolana, la prima di Alcyone ad essere stata composta, rappresenta una sorta di rilettura laica e dionisiaca del Laudes creaturarum di San Francesco d’Assisi: il misticismo francescano viene riproposto in modo esteriore, con espressioni come “laudata sii”, “fratelli ulivi”; “pura morte”, inserite però in un contesto totalmente diverso. La sera è il momento della fusione panica con la natura e rappresenta l’attesa del rapporto d’amore con la propria donna: dopo la sera ci sarà una notte d’amore, ma il poeta preferisce descriverne l’attesa, attraverso procedimenti irrazionali, in particolare la sinestesia e l’analogia. Vuole evocare più che descrivere razionalmente le scene. Si tratta di una sera di giugno dopo la pioggia al crepuscolo, un momento di passaggio e di metamorfosi, fatto di trasformazioni quasi impercettibili, un momento carico di attesa e di suggestione. Come la sera ‘muore’ spegnendosi lentamente nella notte (v.49), così la primavera muore trascolorando nell’estate. In tutta la poesia, D’Annunzio si rivolge ad un “tu” indeterminato, una figura femminile di cui non viene esplicitato il nome, ma ogni strofa costituisce sostanzialmente un nucleo a sé stante. A fungere da collegamento stanno i tre ritornelli in cui è lodata la sera, che assume sembianze umane, di una donna amata, celebrata per il viso perlaceo, le vesti profumate e la cintura indossata. Nella prima strofa, originariamente intitolata Natività della luna, il tema centrale è il sorgere della luna: essa è tutta costruita su una serie d’immagini che si richiamano l’una con l’altra per analogia: il suono delle parole “fresche” richiama il “fruscio” delle foglie del gelso e queste corrispondenze assumono un valore allusivo quasi magico, acuito dall’allitterazione onomatopeica e dalla sinestesia. Questi versi introducono la nascita della luna, una sorta di teofania che solo le parole del poeta-vate sono in grado di descrivere; ma non è descritto il sorgere vero e proprio della luna, bensì il momento, magico e sospeso, che lo precede. La luna ha il potere di produrre il refrigerio necessario a far rifiorire la vita laddove c’era l’aridità, ma l’idea del “fresco” la connette allusivamente anche alle “fresche” parole del poeta, che quindi assumono le medesime prerogative salvifiche. Nella seconda strofa, originariamente intitolata La pioggia estiva, si presta ancora più attenzione al suono delle parole, che sono scelte innanzitutto per la loro musicalità e per la trama fonica che formano. Di nuovo, si insiste sull’idea dell’acqua e su momenti ambigui di passaggio, in particolare tra la primavera e l’estate, col grano non maturo, ma non più verde e il fieno tagliato che sta lentamente ingiallendo. Nella terza strofa, dal titolo originario L’immagine delle colline, giunge al massimo l’esaltazione irrazionale dell’innamoramento: si crea una dimensione favolosa in cui le parole servono non a denotare ma ad evocare. Si giunge ad una sensualità panica, ad una forza erotica che pervade la natura e di cui anche l’uomo partecipa: nell’atmosfera magica e misteriosa dei “reami d’amor”, persino le colline si trasformano in sensualissime labbra. La cura formale è molto elevata; il lessico è ricercato e ricco di arcaismi, con stilemi tipici dello Stil novo (“viso di perla”, v. 15) e un francesismo, “bruiva”, al v. 19. Una raffinatissima musicalità, come abbiamo visto, si accompagna a un uso larghissimo e sapiente delle figure retoriche e di ardite personificazioni e giochi cromatici. Il tema centrale di Alcyone è la metamorfosi (mutamento e trasformazione) di tutte le cose. Anche nella Sera fiesolana il ritmo della poesia è quello della metamorfosi, del mutamento, acceso dalle continue corrispondenze che si generano tr i diversi piani della realtà,. Ne nasce uno scenario che al poeta pare un mistero sacro. Ma quella di D'Annunzio è una religiosità ben particolare, negata a ogni trascendenza. L'elemento sacrale è dato nel testo, non dall'elevazione spirituale (dalla terra al cielo), ma da un incessante ( e orizzontale) passaggio di stato (dalla terra alla terra, da una condizione terrena a un'altra: per esempio, scala / tronco). Così si confondono e si ribaltano continuamente i piani percettivi; e tutto si risolve in questa continua metamorfosi. Alla fine, l'unico dio dell'universo resta il poeta: l'unico a conoscere questa legge della metamorfosi universale, l'unico che sappia interamente protendersi nella natura (fino a confondersi con essa), per pura forza di sensazioni. Il poeta si mette in ascolto, tende allo spasimo la propria capacità percettiva: è il trionfo della poetica della sensazione.

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