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Montale, Eugenio-"La Primavera Hitleriana"


“Nuove Stanze” e “La Primavera Hitleriana” sono ispirate dalla stessa occasione privata e storica. In questo testo, scritto sette anni dopo, l’occasione privata e storica vengono però trasfigurate in un’allegoria che trasforma il discorso poetico da un discorso particolare in un discorso universale.
Il titolo è un ossimoro: la primavera è infatti il momento dell’anno in cui la vita torna a fiorire, mentre Hitler, nel testo, è presentato come un “messo infernale” inviato sulla Terra per portarvi la morte. Tuttavia, la poesia si chiude nella prospettiva di una possibilità di rinascita e di salvezza permessa da un vento freddo del nord che venga a spegnere l’incendio che sta divampando in Europa.
Nel componimento, articolato in tre strofe, si parla di una primavera ferita e lacerata da un avvenimento demoniaco che riguarda l’ intera umanità.
I due protagonisti del testo sono il “messo infernale”, Hitler, e Clizia. Quest’ultima diventa cristofora, cioè colei che ripete, nel drammatico presente storico, il sacrificio che Cristo ha compiuto per l’ umanità, salvandola con la morte. Clizia è dunque colei che si annulla per amore dell’intera Umanità regalando agli uomini la possibilità di salvarsi e fa si che la primavera piagata di cui si parla nel testo torni ad essere una primavera vitale.
L’epigrafe è la citazione di un sonetto che può essere definito pseudo-dantesco, cioè un sonetto che la tradizione ha attribuito a Dante, ma che la critica moderna dubita sia stato scritto da Dante. Montale conosce questo sonetto perché Gianfranco Contini è un dantista e nel 1939 pubblica un’edizione critica delle “Rime”. Nelle proprie poesie Montale recupera molte immagini della “Commedia” dantesca poiché esse traducono in modo simbolico, ma perfettamente, l’orrore della storia contemporanea. Il testo citato nell’epigrafe di “La Primavera Hitleriana” è un sonetto d’amore che l’autore indirizza al poeta veneziano Giovanni Quirini. Nel sonetto si parla di un poeta che ama una donna il cui cuore, duro come il ghiaccio, viene contrapposto al cuore del poeta, che, al contrario, è in fiamme. Il poeta in questo sonetto si paragona a Clizia. Clizia è un personaggio presente nel quarto libro delle “Metamorfosi” di Ovidio. Secondo il mito, Clizia era una ninfa, figlia dell’ Oceano, e l’amante di Apollo, dio Sole. Quest’ultimo si era però innamorato di una donna, Leocotoe; Clizia, gelosa, denunciò questa relazione al padre della donna, il quale si adirò al punto di voler che la figlia fosse sepolta viva. Apollo tentò di salvare la donna, ma non vi riuscì. Adirato, Apollo privò Clizia del suo amore. Clizia, disperata, trascorse il resto della propria vita contemplando il proprio amante ormai lontano e quando morì, la compassione del dio la trasformò nel fiore dell’eliotropio, cioè del girasole. Infatti il girasole sposta la propria corolla seguendo la direzione del Sole. Nella poesia di Montale, il fiore dell’ eliotropio diventa simbolo di un amore che dura oltre la morte. Esso è caricato di significati simbolici e culturali; infatti richiama il mito di Clizia, che viene fuso al mito cristiano della morte e resurrezione di Cristo. Nell’ultima strofa viene citato un altro verso del sonetto pseudo-dantesco: “tu che il non mutato amor mutata serbi”. Clizia infatti, pur essendo mutata (è diventata fiore) conserva non mutato il proprio amore.
La poesia è ambientata a Firenze, mentre si svolge la serata di gala in onore di Hitler e Mussolini. La prima strofa, descrittiva, registra fenomeni naturali anomali. Questi indicano un disordine cosmico che preannuncia, o procede in sintonia, con il disordine storico: Una primavera insolitamente fredda, una nuvola di farfalle bianche “impazzite”, simbolo della follia omicida nazifascista, ma anche della follia delle masse che garantiscono il proprio consenso al nazifascismo. Queste farfalle muoiono a contatto con la luce spenta emanata dai lampioni e, a terra, creano uno strato spesso che scricchiola sotto i piedi come se si trattasse di zucchero. Questa strofa è caratterizzata da suoni aspri e duri. Per chiarire il significato della poesia, nell’ “Opera in Versi” Montale scrive: “Hitler e Mussolini a Firenze. Serata di gala al teatro comunale. Sull’ Arno, una nevicata di farfalle bianche”.
I temi più importanti della poesia sono duplici:
Il bianco: da un lato, caratterizza immagini che significano morte; dall’altro, caratterizza immagini che simboleggiano vita e rinascita
Il gelo: è un elemento in parte positivo sia negativo; caratterizza sia la primavera fredda, sia il vento freddo del nord, che probabilmente spegnerà l’incendio che sta devastando l’ Europa.
Il volo: è sia il volo negativo delle farfalle bianche (simbolo di morte) e del messo infernale, sia il volo di Clizia, la quale si sacrifica per amore dell’ umanità e la salva.
La seconda strofa è narrativa. Si racconta ciò che è accaduto quella mattina, ovvero l’arrivo di Hitler nella città, il quale è stato accolto dal grido con cui le milizie fasciste rendevano omaggio al proprio duce (“eja eja alalà”, di antica origine greca). La città ha accolto il “messo infernale” con un’atmosfera di festa, chiudendo i negozi; il poeta si sofferma su due tipi di negozi: i negozi di giocattoli, in cui vengono esposti inoffensivi giocattoli di guerra, e le macellerie, che espongono i musi di capretti riempiti di bacche. Tuttavia, coloro che ingenuamente e inconsapevolmente festeggiano Hitler, non sanno che la festa è una preparazione all’immenso sacrificio umano che sta per compiersi e al sangue che sta per essere versato (con riferimento sia alla Seconda Guerra Mondiale sia alla Shoah) e per questo sono “miti carnefici”. Questo sacrificio è annunciato dalla simbologia dei “cannoni e giocattoli di guerra” e, in particolare, dai capretti con il muso riempito di bacche esposti nelle vetrine delle macellerie, che vengono a rappresentare il popolo ebraico sacrificato sull’altare del nazifascismo. Nel passaggio dal giorno alla notte, la festa si è trasformata nel “trescone di falene” di cui si parla nella prima strofa. Il termine “trescone” indica una danza popolare caratterizzata da un ritmo incalzante, ma è anche una citazione del quattordicesimo canto dell’ “Inferno” dantesco, in cui si descrive come vengono puniti i violenti contro Dio, i bestemmiatori, i quali giacciono su un sabbione rovente poiché su di esso, e sui bestemmiatori, cade una pioggia di fuoco; per proteggersi dalla pioggia di fuoco, i bestemmiatori si muovono come se stessero ballando la tresca. Montale, richiamando il quattordicesimo canto dell’ “Inferno” intende mostrare il fenomeno storico che sta avendo luogo nell’attualità come una bestemmia, un atto violenza contro Dio, comunicando così il proprio giudizio morale sul presente storico. Alla fine della strofa si ha un presente non descrittivo, come quello della prima strofa, ma un presente gnomico, ovvero un presente sentenzioso attraverso cui il poeta comunica il proprio giudizio morale sulla storia. Mentre la storia continua la propria opera di distruzione di ciò che l’uomo ha costruito, nessuno può più ritenersi irresponsabile dell’orrore della guerra e della Shoah.
Nella terza strofa il dramma storico che coinvolge l’Europa nella seconda metà del ‘900, agli occhi di montale è figura di un conflitto che si svolge a un livello più alto tra due forze metafisiche opposte, il bene e il male. Questa lotta è destinata a non avere fine. Montale infatti ha una concezione anti-dialettica della storia; egli ritiene infatti che il male non venga mai superato e che la storia umana avanzi nel caso.
La strofa è divisa in due parti anche graficamente: la divisione formale segna il passaggio tematico. Nella prima parte l’io poetico avanza il dubbio che l’amore e il dolore che lui e la donna hanno condiviso non abbiano avuto valore, poichè vanificati dall’arrivo del messo infernale e dal consenso di massa. Il poeta rievoca alcuni momenti vissuti insieme a Clizia, come quando sono stati spettatori dei fuochi d’artificio che hanno “sbiancato”, cioè illuminato il cielo durante la festa di S. Giovanni, protettore di Firenze; in questa parte il colore bianco ha valenza positiva, e si contrappone al colore delle falene, simbolo di morte, di cui si parla nella prima strofa. Quindi, si insinua un elemento di speranza che si contrappone al dubbio disperato per cui si caratterizza questa prima parte della strofa. Si parla infatti di una stella cadente che attraversa l’aria lasciando cadere i sette angeli di Tobia. In quest’immagine vi sono due riferimenti biblici: il poeta richiama il libro di Tobia, appartenente all’antico testamento, che racconta la storia di un ebreo giusto colpito dalla cecità e guarito da Dio mediante l’angelo Raffaele, e il libro dell’ Apocalisse, nel quale si parla di sette angeli che preparano la vittoria definitiva del bene sul male. In questi versi si ha una prospettiva escatologica: il poeta guarda a ciò che avverrà alla fine dei tempi. Il poeta torna poi ad elencare alcuni dei momenti positivi condivisi con Clizia, ricordando l’elemento dell’ eliotropio (il girasole) che ha un valore simbolico (il miracolo che si contrappone alla necessità) e allegorico (il tema dell’amore sacrificato che dura fino alla morte e dopo di essa). Alla fine di questa prima parte si richiamano gli elementi antitetici del fuoco e del ghiaccio (infatti il poeta menziona il Sinibbio, vento gelido che proviene dal nord), che alludono all’identità del personaggio femminile a cui è dedicato il testo e sono presenti anche nel sonetto a Giovanni Quirini. Inoltre, secondo la teologia mistica nel divino il positivo e il negativo coincidono e si annullano.
Nella seconda parte dell’ultima strofa si prospetta una possibilità di salvezza; infatti, si racconta un’apocalissi salvifica. L’elemento del freddo acquista una valenza positiva; infatti si parla di un vento freddo del nord capace di trasformare la morte portata da Hitler nella morte del male che questi incarna. Il poeta si rivolge direttamente a Clizia e la invita al sacrificio si sé per il riscatto dell’intera umanità. Accanto al suono delle sirene e delle campane che festeggiano Hitler e Mussolini, trasformati in mostri, se ne insinua un altro. Di questo secondo suono viene detto che scende sulla Terra, con riferimento al libro dell’ Apocalisse, in cui si racconta della discesa della Gerusalemme celeste. “I greti arsi del sud”, immagine con cui si chiude la poesia, sono le coste bruciate di un’ Europa per cui si contempla una possibilità di salvezza.
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