Ariosto all’interno del poema ha duplice ruolo: Narratore e “Personaggio”.

Ariosto Narratore

Ariosto è narratore onnisciente e muove e controlla tutti i suoi personaggi; il narratore è garanzia di Unità per quanto riguarda le molteplici vicende, dato che egli rappresenta il punto di riferimento maggiore: Ariosto è tessitore e tesse la sua tela che poi è il poema stesso. Ariosto è paragonabile al Demiurgo Platonico, colui che Plasma la materia: Ariosto plasma, infatti, le vicende dell’Orlando contaminando il ciclo Bretone con quello Carolingio ed il fatto che, quindi, non sia stato lui ad inventare i personaggi non stupisce in quanto in epoca rinascimentale non era tanto importante l’originalità quanto la scelta dei materiali da plasmare e poi narrare.
Ariosto Personaggio: Ariosto, all’interno del suo stesso poema, è anche personaggio in quanto paragonabile ad Orlando sotto un particolare aspetto: l’aver provato, come lui, pene d’amore tanto da diventare folle. Parlando di queste sue follie d’amore, Ariosto lo fa con autoironia, abbassando quindi la sua figura di “Demiurgo” ad un livello umano. Ariosto, inoltre, utilizza la stessa autoironia anche nelle attività di poetica, come per esempio nel dialogo tra Astolfo e San Giovanni: qui è messa sotto accusa la follia dell’uomo ed in particolare quella dell’uomo di corte. San Giovanni, prediletto tra gli apostoli, mostra il rapporto che intercorre tra la letteratura ed i poeti, affermando che ciò che dicono i poeti non è sincero ma ha solo scopo adulatorio verso i potenti.

San Giovanni, inoltre, aggiunge che sono stolti, quindi, quei potenti che non si fanno amici dei poeti, in quanto perderebbero possibili fonti di gloria per la propria corte. Perciò, visto che la letteratura rivolta ai signori è spesso una menzogna, anche l’Orlando Furioso lo è: Ariosto, guarda, infatti, con sorriso scettico la sua opera; l’autore infatti sente il peso della sua condizione cortigiana e tenta di riscuotersi rivelando quei “meccanismi segreti” che stanno dietro alle poesie ed ai poemi, svelando quindi la verità su quella che l’apparenza ufficiale delle opere cortigiane.
L’Ironia è uno strumento, per Ariosto, atto a raggiungere un equilibrio tra verità e menzogna: l’ironia è demitizzare quello che era ritenuto alto. Ariosto, infatti, non vuole che il lettore, o ascoltatore, perdano di vista la realtà in quanto, dietro alle vicende del suo poema, ci sono precisi riferimenti alla situazione attuale: rapporto tra virtù e fortuna, rapporto tra intellettuali e potenti e pessimismo nell’accorgersi che l’uomo insegue solo illusioni.
L’ironia, insomma, serve per non far rispecchiare troppo il lettore nel poema: Ariosto richiama i lettori a stare con i piedi per terra, demitizzando il suo poema ma, anche i suoi personaggi e, infatti, ci mostra un Orlando completamente diverso da quello della Chanson de Geste, un Orlando che insegue perennemente Angelica e che, deluso per amore, uccide gente e fa a pezzi alberi.
D’altra parte, Ariosto non arriva alla parodia, come poi sarà nel ‘600 Don Chisciotte: nell’Orlando Furioso c’è solo il desiderio che il lettore prenda sul serio il poema in quanto esso rimanda alla vita contemporanea del ‘500.
L’Orlando furioso è scritto in Ottave con versi endecasillabi: in ogni ottava, i primi sei versi sono in rima alternata mentre gli ultimi due sono in rima baciata; in ogni verso, la rima cade sempre sulla quarta, ottava e decima sillaba. L’ottava era, oltretutto, già stata utilizzata nei cantari popolari, da Boccaccio, in poemi come “Filostrato” e “Teseida”, da Poliziano, da Lorenzo de Medici, da Pulci e Boiardo. Ogni autore apporta volta per volta varie modifiche alle proprie ottave ed Ariosto, fra tutti, fissa l’ottava perfetta, detta “Ottava Aurea”. Inoltre, l’alternanza delle rime favorisce cambiamenti ritmatici e permette, anche, di legare un’ottava all’altra. Quest’ultima cosa ha suggerito addirittura al Foscolo l’immagine delle onde marine che si infrangono sugli scogli come le rime fanno sui versi.

Il Proemio dell’Orlando Furioso

Il proemio è suddiviso in tre principali parti:
1. Esposizione ( prima e seconda Ottava)

2. Dedica (terza e quarta Ottava)
3. Invocazione (Ultimi quattro versi della seconda Ottava)
All’interno del proemio sono mischiati elementi del ciclo Bretone con elementi del ciclo Carolingio: abbiamo un chiasmo doppio per dire che gli elementi di tali cicli non possono essere divisi.
Ironia dell’Ariosto nel dire che la guerra scoppia puramente per il capriccio di un Re; in passato, al contrario, la guerra era una cosa gloriosa e seria, che qui viene palesemente demitizzata.
Nella seconda ottava abbiamo un abbassamento del lesso: l’abbassamento di stile è in corrispondenza con il furore di Orlando; l’abbassamento dell’Orlando coincide con l’abbassamento dello stile.
Ariosto invoca la sua donna per chiederle di lasciargli tempo per comporre la sua opera: questo fatto è in antitesi con quello che avveniva negli antichi proemi dove, al massimo, si invocavano le muse.
L’amore viene descritto come un fattore che porta alla follia e qui questa tematica viene demitizzata.
Nella terza ottava, quando Ariosto parla di “Erculea Prole”, si riferisce agli Estensi; Ariosto si definisce “umile vostro servo” e, tuttavia, dietro a questa frase c’è il fatto che Ariosto ritiene, la sua, una grande opera e quindi, qui, mostra solo una falsa modestia.
Nella quarta ottava abbiamo un’antifrasi: Ariosto afferma che le attività del cardinale Ippolito sono importanti al contrario del suo operato da poeta; in realtà, Ariosto pensa esattamente il contrario e non ritiene affatto Nugae, sciocchezzuole, come diceva Catullo, i suoi versi.

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