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UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI VERONA

SCUOLA DI ECONOMIA E MANAGEMENT

Corso di Laurea in

ECONOMIA AZIENDALE

DISUGUAGLIANZA E PROGRESSIVITÀ

DELL’IRPEF

Relatore Laureando

Ch.mo Prof. Giulio Domenichini

Claudio Zoli Matricola VR416661

Anno Accademico 2019/20

DISUGUAGLIANZA E PROGRESSIVITÀ NELL’IRPEF GIULIO DOMENICHINI

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DISUGUAGLIANZA E PROGRESSIVITÀ NELL’IRPEF GIULIO DOMENICHINI

INDICE

INTRODUZIONE .................................................................................................................... 4

CAPITOLO 1 – LA DISUGUAGLIANZA ............................................................................ 6

1.1. LE DIVERSE FORME DI DISUGUAGLIANZA .......................................................... 6

1.2. LA MISURA DELLA DISUGUAGLIANZA: I PRINCIPALI INDICI ......................... 9

1.2.1. Indici di approccio assiomatico e statistico ............................................................ 10

1.2.2. Diseguaglianza e benessere sociale ........................................................................ 16

1.3. LA DISUGUAGLIANZA IN ITALIA E IN EUROPA ................................................. 19

1.4. ASPETTI DINAMICI DELLA DISUGUAGLIANZA ................................................. 22

CAPITOLO 2 – LA POVERTA’ .......................................................................................... 28

2.1 PERCHÉ È IMPORTANTE MISURARE LA POVERTÀ ............................................ 28

2.2 LA POVERTA’ E LA SUA MISURA ............................................................................ 29

2.3. LA POVERTÀ IN ITALIA ........................................................................................... 33

CAPITOLO 3 – IL SISTEMA TRIBUTARIO ITALIANO .............................................. 37

3.1. UN QUADRO GENERALE DELLE IMPOSTE IN ITALIA ....................................... 37

3.2. UNA CLASSIFICAZIONE DELLE IMPOSTE .......................................................... 41

3.3. IL PRINCIPIO DELLA PROGRESSIVITÀ NELL’ORDINAMENTO ITALIANO ... 44

3.3.1. Tecniche per ottenere la progressività .................................................................... 44

3.4. IRPEF: 45 ANNI DI EVOLUZIONI E RIFORME ....................................................... 45

3.4.1. La determinazione della base imponibile nel tempo .............................................. 45

3.4.2. Le aliquote marginali legali .................................................................................... 53

3.4.3. Le detrazioni e la no tax area ................................................................................. 58

CAPITOLO 4 – IRPEF VIGENTE E UNA PROPOSTA DI RIFORMA ........................ 64

4.1. L’IRPEF OGGI: EFFETTI REDISTRIBUTIVI E PROBLEMATICHE ...................... 64

4.1.1. L’attuale effetto redistributivo dell’IRPEF ............................................................ 66

4.1.2. Limiti e problematiche ........................................................................................... 72

4.2. OBIETTIVI E LINEE GUIDA PER RIFORMA IRPEF ALLA TEDESCA ................. 74

4.3. MODELLO ALLA TEDESCA: LA COSTRUZIONE DELLA FUNZIONE

D’IMPOSTA ........................................................................................................................ 77

4.4. UNA SIMULAZIONE DEI POSSIBILI EFFETTI DELLA RIFORMA ...................... 79

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DISUGUAGLIANZA E PROGRESSIVITÀ NELL’IRPEF GIULIO DOMENICHINI

4.4.1. Metodologia e caratteri generali della simulazione ................................................ 79

4.4.2. Risultati e implicazioni ........................................................................................... 80

CONCLUSIONI ..................................................................................................................... 87

INDICE DELLE FIGURE .................................................................................................... 93

INDICE DELLE TABELLE ................................................................................................. 94

BIBLIOGRAFIA .................................................................................................................... 96

SITOGRAFIA ......................................................................................................................... 97

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DISUGUAGLIANZA E PROGRESSIVITÀ NELL’IRPEF GIULIO DOMENICHINI

INTRODUZIONE

L’IRPEF è, in termini di gettito e non solo, la più importante imposta presente

nell’ordinamento italiano ed è quella che, più di tutte, ha ripercussioni economiche e

sociali sui contribuenti. Essendo inoltre la più rilevante imposta progressiva, dovrebbe

assolvere l’importante compito di redistribuire il reddito tra la popolazione nel modo

più equo ed efficiente possibile. Questo però non avviene a causa di una lunga lista di

problematiche quali ad esempio l’erosione della base imponibile, l’alta evasione a cui è

sottoposta l’imposta e le troppe modifiche che ne hanno snaturato la struttura nonché

alterato gli effetti causati da essa. L’attuale rilevanza e centralità di questi argomenti,

unita al fatto che esistono ampi margini di miglioramento sotto i punti di vista

dell’efficienza e dell’equità, ha stimolato il mio personale interesse nei confronti

dell’IRPEF e di tutto quello che ruota attorno ad essa, ponendola al centro della stesura

di questo percorso di tesi.

Il seguente elaborato ha come obiettivo quello di analizzare sotto vari punti di vista la

struttura dell’imposta personale sul reddito delle persone fisiche (IRPEF), ponendo

particolare attenzione sulle disuguaglianze da essa create o alimentate e presentando una

possibile riforma di questa imposta come parziale soluzione.

Si passa quindi dal vaglio di due fenomeni molto rilevanti in termini economico-sociali

quali la disuguaglianza e la povertà alla disamina dell'IRPEF dal 1974 ad oggi,

attraverso una visione d’insieme del sistema tributario italiano. Si propone infine, sulla

base di quanto già avviene in Germania, una riforma strutturale di questa imposta che

miri a sostituire l’attuale sistema di aliquote con una funzione d’imposta continua e

dipendente da un numero molto più limitato di variabili.

Dato l’attuale quadro in Italia per quanto riguarda disuguaglianza e povertà e visti i

benefici potenziali che possono essere apportati da un’efficiente struttura e

funzionamento dell’IRPEF, mi sono interrogato quindi sulla possibilità di risolvere o

ridurre queste problematiche sociali ed economiche attraverso una riforma organica di

questa imposta che prenda come riferimento l’aliquota progressiva continua attualmente

in vigore nell’imposta personale tedesca.

L’elaborato si articola in quattro capitoli. Più precisamente, nel primo capitolo si è

cercato di fornire una definizione del concetto di disuguaglianza, per poi focalizzare

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DISUGUAGLIANZA E PROGRESSIVITÀ NELL’IRPEF GIULIO DOMENICHINI

l’attenzione sugli indici in grado di fornirne una stima. Nella seconda metà del capitolo

viene presentata l’attuale situazione italiana sul tema per poi concludere analizzando

aspetti dinamici della disuguaglianza quali ad esempio i fenomeni della mobilità

intergenerazionale e di quella intra generazionale.

Nel secondo capitolo, il focus è posto sulla questione della povertà, della quale vengono

esplorate le possibili connessioni con il tema in questione. In seguito, vengono presentati

alcuni indici in grado di misurare e quantificare il fenomeno con un riferimento

particolare alla situazione italiana. Nell’ultimo paragrafo del secondo capitolo invece

vengono proposte alcune possibili misure di contrasto alla povertà, utili per arginarne

gli effetti collaterali - avendo queste ripercussioni sull’economia del paese e non solo.

All’interno del terzo capitolo viene presentata una visione globale del sistema tributario

italiano e delle imposte attualmente in vigore, per poi giungere ad una classificazione di

esse e ad una disamina delle loro caratteristiche. Il terzo paragrafo esplicita il principio

della progressività e ne mette in luce la sua rilevanza analizzandolo alla luce dell’articolo

53 della Costituzione Italiana. Nel quarto paragrafo, infine, sono riassunte le riforme più

rilevanti dell’IRPEF a partire dal 1974, anno in cui questo tributo è stato introdotto

nell’ordinamento italiano.

Infine, nel primo paragrafo del quarto ed ultimo capitolo, viene presentata la situazione

attuale dell’imposta personale sul reddito delle persone fisiche, ponendo l’attenzione

sugli effetti redistributivi da essa provocati nel corso degli ultimi 20 anni. Nella parte

conclusiva, il focus viene traslato sulla proposta di riforma “alla tedesca” dell’IRPEF:

vengono prima elencati gli obiettivi della riforma e le linee guida mentre, in un secondo

momento, l’attenzione si concentra sulle novità introdotte dalla riforma proposta e sui

possibili benefici che questa potrebbe apportare in termini di trasparenza, equità ed

efficienza. 5

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CAPITOLO 1 – LA DISUGUAGLIANZA

1.1. LE DIVERSE FORME DI DISUGUAGLIANZA

Con il termine disuguaglianza vengono identificate le disparità in termini di benessere

che derivano dalle differenze nel livello di vari fattori quali reddito, consumo, accesso

all’assistenza sanitaria, istruzione e speranza di vita. La disuguaglianza non è quindi

solo una problematica economica, ma è un fenomeno molto più complesso che si può

articolare in varie forme. Possiamo avere perciò diverse tipologie di disuguaglianza,

come ad esempio quella sociale, economica, politica e digitale.

Il tema della disuguaglianza è studiato quindi in termini di distribuzione personale,

ponendo particolare rilievo sul ruolo redistributivo dello Stato. È importante inoltre

comprendere, prima di approfondire questo tema, che la misura della disuguaglianza,

così come della povertà, dipende dal metodo che viene utilizzato. Essa deriva ad

esempio dalla variabile economica che si decide di utilizzare per misurare il livello di

benessere, anche se solitamente vengono prese in considerazione il reddito e il consumo.

Bisogna inoltre stabilire l’unità di tempo che viene presa come riferimento: può essere

la settimana, l’anno o la vita intera. C’è da decidere anche se prendere come riferimento

l’individuo o il nucleo familiare e bisogna porsi il problema di come rendere

omogeneamente paragonabili nuclei familiari con diverse caratteristiche

socioeconomiche. Ci si chiede, quindi, quale sia, la variabile più consona per

rappresentare il benessere economico. Si può fare riferimento a diverse grandezze non

necessariamente espresse in termini monetari (Baldini & Toso, Diseguaglianza, povertà

e politiche pubbliche, 2009).

Come prima grandezza, viene presa in considerazione quella del reddito, che consiste

nel flusso derivante da uno stock di ricchezza in un determinato intervallo di tempo.

Nella maggior parte dei casi, per definire il reddito si prende in considerazione la

nozione di reddito entrata, il quale è definito come l’ammontare che può essere

consumato da un individuo in un certo intervallo di tempo senza alterare la ricchezza

inizialmente posseduta. Non è sempre facile però stimare con precisione questo reddito

a causa della carenza delle fonti informative e di altri problemi di carattere pratico, come

quello di conoscere tutte le entrate date dalle varie tipologie di reddito quali ad esempio

i guadagni e le perdite in conto capitale, i trasferimenti pubblici in natura, la sanità,

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DISUGUAGLIANZA E PROGRESSIVITÀ NELL’IRPEF GIULIO DOMENICHINI

l’istruzione e l’edilizia pubblica. Nonostante queste difficoltà, il reddito, e in particolar

modo il reddito pro capite, è la grandezza maggiormente utilizzata e preferita dagli

economisti per misurare il livello di disuguaglianza economica.

Per misurare il livello di benessere degli individui, viene spesso utilizzato il consumo in

alternativa al reddito, soprattutto per studi di tipo empirico. I motivi sono sia di tipo

pratico che di tipo teorico. Nei paesi in via di sviluppo, ad esempio, è molto più facile

ottenere informazioni sui consumi che non sui redditi dei singoli individui in quanto la

qualità della vita di molte persone dipende anche da una forma di consumo che non

riflette una percezione di reddito in quanto si tratta del consumo di beni autoprodotti.

Da un punto di vista teorico, il consumo viene preferito poiché fornisce indicazioni sul

reddito in un’ottica di medio-lungo termine.

Anche utilizzare il consumo come grandezza di riferimento può però portare a dei

problemi e paradossi. Se considerassimo, ipoteticamente, un nucleo familiare composto

di persone anziane che consumano poco e destinano la maggior parte del reddito al

risparmio, si potrebbe cadere nell’errore di classificare questo nucleo familiare come

povero, il che non rispecchierebbe la realtà dei fatti.

Il patrimonio, inoltre, può essere un indicatore del livello di benessere, in quanto

possedere la proprietà di uno stock di capitale genera benessere non solo grazie al flusso

di reddito ma anche attraverso il prestigio sociale e il senso di sicurezza che esso fornisce

al proprietario. È possibile quindi considerare il patrimonio come una indipendente fonte

di utilità per il suo possessore. Non sarebbe però equo prendere in esame solo il

patrimonio e non il reddito o viceversa. Proprio per questo motivo in Italia è stato

introdotto l’Indicatore della situazione economica (Ise) che tiene conto (pur con pesi

diversi) sia del reddito sia del patrimonio di un individuo (Lanza, 2015).

Il benessere però può anche non essere inteso solamente in termini monetari. Secondo

l’approccio delle capacità di Sen (2003) non vanno considerate solamente le risorse

disponibili per un individuo ma altresì il loro potere d’acquisto e la loro utilità.

Dal punto di vista pratico, questo metodo necessita di affidabili risorse informative non

sempre agevoli da reperire. Tale procedura può essere perciò affiancata ad altre misure

della disuguaglianza o, in alternativa, si può costruire un indice sintetico

multidimensionale che tenga conto delle varie disuguaglianze e le sintetizzi in un unico

valore. Un esempio è l’Indice di sviluppo umano, che cataloga i vari paesi tenendo conto

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non solo del Pil pro capite ma anche di altri indicatori come, tra gli altri, la speranza di

vita e il tasso di alfabetizzazione.

Infine, secondo la teoria chiamata Economia della felicità, uno degli obiettivi principali

dell’uomo è proprio il raggiungimento della felicità, la quale fornisce quindi il termine

di riferimento per valutare il livello di benessere. Questo metodo però si basa su auto-

valutazioni che i singoli soggetti forniscono riguardo la propria felicità, e tali stime sono

quindi molto soggettive e difficilmente paragonabili. In questo tipo di analisi, il reddito

non è considerato l’elemento cardine per il raggiungimento del benessere ma solamente

uno dei fattori, insieme alle condizioni di salute e alle relazioni socio-familiari. È stata

però osservata una correlazione crescente tra reddito e felicità, il che significa che,

tendenzialmente, chi possiede un reddito maggiore sta meglio di chi vive in condizioni

economicamente meno floride. L’utilità marginale in questa relazione è però

decrescente, il che significa che un’unità aggiuntiva di reddito ha effetti diversi se

percepita da individui con redditi bassi o da individui con redditi alti: la felicità infatti

cresce molto più rapidamente in corrispondenza di livelli di reddito bassi. Inoltre, grazie

al paradosso di Easterlin, si nota che non vi è un aumento della felicità media individuale

a seguito del crescere del reddito complessivo di un paese, in quanto ciò che realmente

conta è il reddito relativo, ossia il reddito individuale confrontato con il reddito percepito

dalle altre persone che compongono la società. In aggiunta a questo, l’uomo possiede

un meccanismo di adattamento che induce ad apprezzare un aumento di reddito solo per

un periodo limitato di tempo, dopo di che quel miglioramento della situazione

economica non genererà felicità e l’individuo rivedrà le proprie ambizioni verso l’alto.

Per questi due motivi la felicità aumenta in modo meno che proporzionale rispetto al

reddito o può addirittura non crescere per niente (Easterlin, 1974).

Per quanto riguarda l’unità di tempo da prendere a riferimento per studiare la

distribuzione del reddito, la scelta ricade sul reddito percepito nel corso dell’intero ciclo

vitale (analisi “life-cycle”) in quanto in quest’ultimo caso la misura della disuguaglianza

non risente di sbalzi improvvisi nel livello di reddito dovuti ad esempio da una

condizione di disoccupazione o malattia. Il problema principale dell’analisi “life-cycle”

è che spesso non si hanno informazioni adeguate che rappresentino la situazione

economica dell’individuo per l’intera durata della sua vita.

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L’unità di riferimento per la valutazione del benessere può essere il singolo individuo

oppure il nucleo familiare. Pur se il singolo individuo presenta vantaggi dal punto di

vista pratico, applicativo e di raccolta delle informazioni, spesso è preferita la famiglia

principalmente per tre motivi: innanzitu

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Scienze economiche e statistiche SECS-P/03 Scienza delle finanze

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Giulio_Domenichini di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Scienza delle finanze e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Verona o del prof Zoli Claudio.
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