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La democrazia rappresentativa. Un regime tra suffragio universale e dispotismo - Tesi

Il tema affrontato in questo elaborato pone l’attenzione sulla democrazia intesa come la forma di governo tipica dell’epoca contemporanea. Secondo il punto di vista di storici e politologi come Luciano Canfora, Domenico Losurdo, Michele Ciliberto e Massimo Salvadori, la democrazia deve essere considerata come un’ideologia fondata sul consenso. In questo senso, è necessario... Vedi di più

Materia di Filosofia politica relatore Prof. F. Giardini

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per la propria autoconservazione. In questo modo, secondo Hobbes,

nessun individuo ha più diritto di un altro ad usufruire di ciò che la natura

mette a disposizione, per conseguire il fine della sopravvivenza: tutti

hanno diritto su tutto. Per questo, gli uomini sarebbero in natura sempre in

guerra tra di loro. Questa sorta di uguaglianza originaria rappresenta una

situazione di perenne instabilità e insicurezza: nello stato di natura

nessuno è completamente al sicuro dalle insidie del più forte. Tuttavia

l’uomo oltre all’istinto dispone anche della ragione, la quale si esprime

nella legge di natura: l’insieme delle prescrizioni razionali che guidano

l’individuo nel calcolo delle conseguenze delle sue azioni, allo scopo di

assicurarsi l’autoconservazione. A tal fine è necessario per l’uomo

rinunciare allo stato naturale d’uguaglianza e cedere così ad un terzo i

propri diritti naturali:

“il diritto di tutti a tutto non si deve conservare, ma certi diritti si

devono trasferire o abbandonare. Infatti, se ciascuno

conservasse il proprio diritto a tutto, ne seguirebbe

necessariamente che con lo stesso diritto alcuni invaderebbero la

sfera altrui, altri si opporrebbero. […] Ne deriverebbe quindi la

guerra. Onde andrebbe contro il fondamento stesso della pace,

cioè contro la legge di natura, chi non recedessi dal suo diritto su

10

tutto” .

La contraddizione tra il fine dell’autoconservazione e la guerra di tutti

contro tutti, viene risolta da Hobbes con la teoria del patto sociale, che

istituisce la società civile, supera lo stato di natura e fonda la sovranità

come garanzia di pace e sicurezza per ciascuno. L’origine della società e

dello stato, sta quindi in un contratto, attraverso il quale gli uomini si

associano tra loro rinunciando al loro diritto naturale e creando una realtà

nuova e artificiale. Il patto sociale, oltre ad essere un contratto attraverso

il quale gli uomini confluiscono in una società, sancisce anche la

subordinazione del popolo ad un sovrano, il Leviatano, al quale hanno

10 T. Hobbes, Elementi filosofici sul cittadino, in Opere Politiche, (a cura di) N. Bobbio,

Utet, Torino, 1999, tratto da Cioffi, Luppi, O’ Brien, Vigorelli, Zanette, Dialogos, cit. pag.

423 - 14 -

ceduto i loro diritti originari. Questo terzo sovrano, sia esso un singolo o

un’assemblea, assumerà il potere economico, esecutivo, legislativo,

giudiziario e poliziesco. Hobbes ribalta la concezione aristotelica del vivere

politico e compie una riflessione sullo stato e sulla giurisdizione. Gli

uomini, i cittadini, dovranno infatti rinunciare a parte della propria libertà

per contrattare tra di loro alcune regole che l’autorità, il Leviatano, dovrà

far rispettare per vivere in pace. “Volendo dunque dare una definizione

dello Stato, dobbiamo dire che esso è un’unica persona, la cui volontà, in

virtù dei patti contratti reciprocamente da molti individui, si deve ritenere

la volontà di tutti questi individui; onde può servirsi delle forze e degli

11

averi dei singoli per la pace e per la comune difesa” .

1.4.2 John Locke, lo stato liberale

A differenza di Hobbes, John Locke teorizza uno Stato in cui gli uomini non

devono essere subordinati ad un sovrano assoluto in quanto, per natura,

tutti gli uomini sono uguali, nessuno ha più potere o autorità di altri,

nessuno è politicamente inferiore o sottoposto ad altri. L’uguaglianza

naturale non implica però una completa parità di status: età, virtù,

capacità, educazione, merito differenziano gli uomini, ma non generano

diseguaglianza politica. La legge naturale prescrive il rispetto dei diritti più

che dei doveri. Secondo Locke vita, sicurezza, libertà e proprietà

rappresentano i quattro diritti naturali, attraverso i quali l’individuo può

essere libero e felice. Il concetto di felicità è fondamentale nel pensiero

politico di Locke. La politica deve garantire ai cittadini le premesse di pace,

armonia e sicurezza, indispensabili per raggiungere la felicità. Tuttavia

Locke si rende conto che gli uomini, spesso, non rispettano lo stato

naturale di partenza altrui. A questo punto si rende necessario affidare la

propria tutela e i propri averi a un terzo soggetto, configurato qui come

uno stato civile. La spinta a consociarsi viene dalla necessità di superare la

precarietà dello stato di natura. Ognuno subordina così il proprio diritto

naturale ad una comunità politica. Si fa forte il concetto di proprietà

privata, ad uno Stato che fa da garante.

11 Ivi pag. 425 - 15 -

“Se l’uomo nello stato di natura è così libero come s’è detto, se

egli è signore assoluto della propria persona e dei propri

possessi, eguale al maggiore e soggetto a nessuno, perché vuol

disfarsi della propria libertà? Perché vuol rinunciare a questo

impero e assoggettarsi al dominio e al controllo di un altro

potere? Al che è ovvio rispondere che sebbene allo stato di

natura egli abbia tale diritto, tuttavia il godimento di esso è

molto incerto e continuamente esposto alla violazione da parte di

altri, perché, essendo tutti re al pari di lui, ed ognuno eguale a

lui, e non essendo, i più, stretti osservanti dell’equità e della

giustizia, il godimento della proprietà ch’egli ha è in questa

condizione molto incerto e malsicuro. Il che lo rende desideroso

di abbandonare una condizione che, per quanto libera, è piena di

timori e di continui pericoli, e non è senza ragione ch’egli cerca e

desidera unirsi in società con altri che già sono riuniti, o hanno

intenzione di riunirsi, per la mutua conservazione delle loro vite,

libertà e averi, cose ch’io denomino, con termine generale,

12

proprietà” .

La proprietà privata è centrale nella riflessione lockiana, infatti è proprio

per salvaguardare il proprio diritto naturale al possesso, che gli uomini si

assoggettano ad un governo. Locke individua nell’introduzione del denaro,

il momento storico nel quale lo stato di natura si è trasformato da uno

stato di uguaglianza ad uno di disuguaglianza. Il passaggio alla stato civile

non è fondamentale solo sul piano dei diritti individuali ma, anche e

soprattutto, sul piano economico.

“Così nacque l’uso del denaro, qualcosa di durevole che gli

uomini potevano conservare senza che si deteriorasse, e che per

comune consenso poteva essere preso in cambio dei veri e

propri, ma deteriorabili, beni di sussistenza. E, come i diversi

gradi d’industria erano capaci di dare agli uomini ricchezze in

12 John Locke, Secondo trattato sul governo, in Trattati sul governo e altri scritti politici, L.

Pareyson (a cura di) Utet, Torino, 1983, tratto da R. Tassi, Itinerari pedagogici, Vol. 2A,

cit. pag. 46 - 16 -

proporzioni diverse, così l’invenzione del denaro diede loro

l’opportunità di accrescerle ed estenderle. […] è evidente che gli

uomini hanno concordatamente accettato che la terra fosse

posseduta in modo sproporzionato e ineguale, avendo con un

tacito e volontario consenso escogitato il modo in cui può usare il

prodotto, ricevendo in cambio del sovrappiù oro e argento che

può accumulare senza far torto a nessuno, dato che quei metalli

13

non si deteriorano né vanno perduti nelle mani del possessore” .

Nello stato civile teorizzato dal filosofo inglese, la libertà consiste

nell’essere soggetto al potere politico dello stato, in quanto fondato sul

consenso, e alle leggi da esso emanate. Solo in apparenza tuttavia la

legge si limita alla libertà: in verità ne rende possibile il concreto esercizio.

Senza legge non esiste libertà, ma solo arbitrio e oppressione.

Delineando la propria idea di Stato, Locke sofferma la propria riflessione

sui poteri del governo. Il filosofo britannico a questo punto definisce

supremo il potere legislativo, in quanto esso assicura l’unione della società

sotto la guida di persone elette per emanare leggi universalmente

vincolanti. Il legislativo rappresenta e custodisce la volontà collettiva,

espressa dalla maggioranza. A questo proposito Locke nota le diverse

forme di governo esistenti e riconosce nel modello inglese una forma

mista, nella quale il potere legislativo è distribuito tra il re, i Nobili e i

Comuni (uno, pochi, molti). Tuttavia anche il potere legislativo deve

sottostare a dei limiti. In primo luogo il legislatore deve emanare leggi solo

in vista del bene pubblico. In secondo luogo tutto ciò che riguarda lo stato

riguarda l’individuo, ma non viceversa. Il campo degli interessi privati va

oltre il raggio d’azione dello stato. Lo stato civile viene istituito, come

anticipato precedentemente, attraverso un atto di alienazione, con il quale

il popolo aliena l’esercizio della sovranità agli organi dello stato. Tra

popolo, sovrano e legislatori, regna dunque un rapporto di fiducia: il potere

politico è esercitato per delega popolare, dietro consenso, ed è, per tale

ragione, sempre revocabile.

13 John Locke, Trattato sul governo, (a cura di) L. Formigari, Editori Riuniti, Roma, 1974,

tratto da Cioffi, Luppi, O’ Brien, Vigorelli, Zanette, Dialogos, cit. pag. 450

- 17 -

1.5 Governo Civile e Stato Sociale

Le tesi contrattualiste, e lo sviluppo del liberismo, portarono un radicale

cambiamento sul modo d’intendere lo stato. L’ingresso dell’economia nella

politica è uno dei nodi fondamentali per comprendere la storia, e lo

sviluppo degli stati occidentali contemporanei. I pensatori inglesi prima, e

quelli francesi poi, affronteranno il tema politico alla luce di una società

profondamente diversa da quella medievale e rinascimentale. Il passaggio

del popolo alla società civile, segnò un punto di non ritorno nel pensiero

politico europeo.

Tuttavia il liberismo politico non aveva potuto competere con la forza

dirompente del liberismo economico di Smith, perché l’ottica del liberismo

politico sottintendeva sempre una società legata al diritto. Ad interrogarsi

sulla nuova idea di società nell’Europa, che lentamente si avvia ad una

nuova vita borghese e illuminista, saranno i francesi Montesquieu

(1689-1755) e Rousseau (1712-1778). Nel continente tra XVIII e XIX

secolo, infatti, si sta sviluppando la filosofia illuminista e la classe

borghese, una nuova entità sociale che va a collocarsi tra la nobiltà e la

grande massa popolare.

1.5.1 Montesquieu: la separazione dei poteri

Charles-Louis de Secondat barone di Montesquieu, meglio noto come

Montesquieu, è considerato il fondatore della teoria politica della

separazione dei poteri. Tale tema è trattato dal filosofo nell’opera “Lo

spirito delle leggi”. Pubblicato in forma anonima nel 1748, tenta di stabilire

i principi fondamentali delle scienze economiche e sociali. La riflessione di

Montesquieu parte dalla considerazione che il "potere assoluto corrompe

assolutamente" ed è quindi necessario separare i poteri presenti in tutti gli

Stati: il potere legislativo (fare le leggi), il potere esecutivo (farle eseguire)

e il potere giudiziario (giudicarne i trasgressori). Per mantenere e stabilire

la libertà di tutti i cittadini è essenziale mantenere separati i poteri.

Montesquieu all’interno della sua opera individua, secondo la tradizione

- 18 -

greca, le tre tipologie di governo: la repubblica, la monarchia e il

dispotismo. Secondo Montesquieu ognuna di queste forme di governo

possiede propri principi e proprie leggi. In questo modo alla base della

repubblica ci sarebbe, secondo Montesquieu la virtù, che è amore verso la

patria e l’uguaglianza tra gli uomini. Il principio della monarchia è l'onore,

ossia l'ambizione personale; il principio del dispotismo è la paura, ovvero

lo stato in cui vivono i sudditi del sovrano. La repubblica è la forma di

governo in cui il popolo è al tempo stesso monarca e suddito; il popolo fa

le leggi e elegge i magistrati, detenendo sia la sovranità legislativa sia

quella esecutiva. Al polo opposto della repubblica vi è il dispotismo, nel

quale una singola persona accentra in sé tutti i poteri e di conseguenza

lede la libertà dei cittadini. Montesquieu fa trasparire profonda avversione

per ogni forma di dispotismo, poiché sono le leggi a doversi conformare

alla vita dei popoli e non viceversa.

La tesi fondamentale - secondo Montesquieu - è che può dirsi libera solo

quella costituzione in cui nessun governante possa abusare del potere a lui

affidato. Per contrastare tale abuso bisogna far sì che "il potere arresti il

potere", cioè che i tre poteri fondamentali siano affidati a mani diverse, in

modo che ciascuno di essi possa impedire all'altro di esorbitare dai suoi

limiti e degenerare in tirannia. “Esistono tre forme di governo: il

repubblicano, il monarchico e il dispotico; il governo repubblicano è quello

nel quale il popolo tutto, o almeno una parte di esso, detiene il potere

supremo; il monarchico è quello nel quale uno solo governa, ma secondo

leggi fisse e prestabilite; nel governo dispotico, invece, uno solo, senza

14

leggi né freni, trascina tutto o tutti dietro la sua volontà e i suoi capricci” .

Montesquieu fu un grande ammiratore del modello politico inglese. Egli

riteneva lo Stato inglese il miglior sistema di separazione dei poteri

esistente in quanto, tra le varie forme di governo, prediligeva la monarchia

costituzionale, come quella inglese, che corrispondeva alla sua idea di

“monarchia moderata”. Il francese analizzò comunque anche il governo

repubblicano, distinguendo tra aristocrazia e democrazia. Nel primo caso il

14 C. L. S. Montesquieu Lo spirito delle leggi, (a cura di) S. Cotta, Utet, Torino 1992, tratto

da Cioffi, Luppi, O’ Brien, Vigorelli, Zanette, Dialogos, cit. pag.484-485

- 19 -

potere è nelle mani di una parte del popolo; nel secondo in quelle di tutto

il popolo, che è sovrano grazie ai suffragi attraverso i quali decide a chi

affidare parte della sua autorità. Montesquieu ritiene che la democrazia

repubblicana possa essere considerata ideale solo sul piano teorico. Infatti

essa sarebbe applicabile solo se, un popolo riuscisse a sconfiggere la

disuguaglianza e a vivere secondo leggi. D’altra parte però, il filosofo

francese specifica che l’uguaglianza non può essere considerata come una

legge d’applicare con rigidità. Per queste ragioni la democrazia, secondo

Montesquieu, è una forma adatta ad uno stato territorialmente piccolo, nel

quale è più semplice mantenere l’ordine e l’equilibrio. Uno stato piccolo

vive però il rischio di essere attaccato e assorbito da una nazione più

grande e più forte. Dall’altra parte, in uno stato vasto, la democrazia

repubblicana non funzionerebbe perché viziata da pesanti squilibri interni.

La soluzione che egli individua infine è quella della repubblica democratica

federativa, in grado di possedere i vantaggi interni del regime

repubblicano e quelli esterni del regime monarchico e che potrà quindi

difendersi dagli attacchi e sopravvivere più a lungo.

1.5.2 Rousseau, il Contratto Sociale

Jean Jacques Rousseau fu un filosofo e pensatore illuminista. Anch’egli

contrattualista diviene famoso grazie al suo capolavoro il Contratto

sociale. Scrittore, musicista, filosofo e pensatore politico, Rousseau, già nel

Discorso sull'origine e i fondamenti della diseguaglianza tra gli uomini

(1755), si interrogava sulla nascita della disuguaglianza tra gli uomini,

ritenendo che essa non fosse all’origine nello stato di natura, ma che si

fosse generata successivamente, assieme alla formazione della società.

Rousseau infatti compie una differenziazione tra l’uomo allo stato di natura

e l’uomo della società civile, dominato dalla corruzione, dalla falsità,

dall'oppressione e dai bisogni superflui “L'uomo è nato libero e ovunque si

15

trova in catene” . Una delle ragioni della nascita della società civile è da

ricondursi, secondo Rousseau, allo sviluppo della proprietà privata e quindi

15 J.J. Rousseau, Il Contratto Sociale, Amsterdam, 1762, tratto da Cioffi, Luppi, O’ Brien,

Vigorelli, Zanette, Dialogos, cit. pag.276 - 20 -

alle controversie tra gli uomini. Da questo presupposto Rousseau

sottolinea che non è possibile per gli uomini tornare allo stato di natura ma

auspica allora una società civile giusta, nella quale l’uomo potrà vivere

secondo morale. Nel Contratto Sociale, il filosofo descrive la sua idea di

stato basata su un contratto: esso è uno Stato democratico, il quale

consente agli uomini, da un lato di riunirsi in una sola entità, e dall'altro di

conservare la propria libertà e uguaglianza, nel nuovo Stato: il popolo è il

Sovrano. La tradizione teorica in cui Rousseau si muove è dunque quella

del contrattualismo, ma la sua concezione del contratto è profondamente

innovativa. Mentre il contrattualismo affidava la fondazione della società

politica a un duplice atto: la decisione di costituirsi in società e la decisione

di assoggettarsi al sovrano, rinunciando in tutto, o in parte alla propria

libertà e ai diritto originari, Rousseau non ammette il concetto di

alienazione ad altri, il sovrano, della libertà di cui ogni individuo è titolare

per natura. Il patto del filosofo ginevrino è un patto di associazione, non di

sottomissione, perché ciascuno dei membri, cedendo alla comunità la

propria sovranità, si ritrova in realtà sovrano di se stesso. L’atto costitutivo

della comunità deve avvenire sul piano dell’uguaglianza assoluta. Il

cittadino di Rousseau vive una duplice funzione: è Sovrano, poiché la

Sovranità appartiene al popolo di cui fa parte, e Suddito, nel momento in

cui egli decide di sottostare alle Leggi che egli stesso ha contribuito a

formare. A questo punto la riflessione arriva a sostenere che “il potere

Sovrano non ha alcun bisogno di offrire garanzie ai sudditi, perché è

16

impossibile che il corpo voglia nuocere a tutti i suoi membri” . Sovranità è

esercizio della volontà generale ed è, per Rousseau, infallibile, inalienabile

e indivisibile. Rinunciare alla sovranità equivale a rinunciare alla libertà e,

quindi, alla qualità stessa dell’essere umano. Tuttavia la volontà generale

non corrisponde al concetto di maggioranza. L’autore del Contratto, infatti,

intende con essa la somma delle volontà particolari volte al bene comune.

È convinzione di Rousseau che solo l’interesse comune, inteso come

principio e fine dello stato, renda possibile l’accordo degli interessi

particolari. Una delle degenerazioni possibili del concetto di volontà

16 Ivi pag. 277 - 21 -

generale è entrata nella storia della Rivoluzione Francese nella figura di

Robespierre. Il rivoluzionario francese era convinto di sapere quale fosse la

volontà generale della comunità, e quindi di conoscere cosa fosse bene

per i cittadini, vedremo nei capitoli successivi con quali conseguenze. Il

filosofo svizzero inoltre teorizza la separazione fra sovranità e governo e

delinea le sue opinioni circa le forme di governo esistenti. A tal proposito la

democrazia, in cui tutto il popolo, o gran parte di esso, esercita funzioni di

governo, è idealmente la forma migliore ma poco opportuna e praticabile.

Le preferenze di Rousseau vanno piuttosto all’aristocrazia elettiva, poiché

“è l’ordinamento migliore e più naturale che i saggi governino per suo e

17

non per loro profitto” . Serrata è invece la critica alla monarchia il cui fine

non è il bene pubblico ma l’interesse personale del re. Le tesi di Rousseau

riscossero un enorme successo in Europa ed influenzarono sia la

costituzione di quelli che di a poco sarebbero diventati gli Stati Uniti

d’America, sia i principi della rivoluzione francese.

1.6 A un passo (falso) dalla democrazia: le rivoluzioni di

fine secolo

Le teorie esposte finora dimostrano che la riflessione politica ha

caratterizzato sempre il pensiero filosofico occidentale. Dal periodo

classico fino alla modernità, i filosofi si sono interrogati sulle questioni

relative allo stato, alla società e al potere. In questo senso ora è possibile

sottolineare come, nel corso dei secoli, il termine democrazia - inteso,

questa volta, nell’accezione contemporanea, di sistema governativo in cui

il popolo è sovrano, nelle diverse configurazione messe a punto dai teorici

della filosofia - sia stato considerato sempre un sistema inopportuno e

puramente utilizzabile su un piano ideale e speculativo. Tuttavia il pensiero

illuminista e le condizioni in cui versavano gli stati occidentali sul finire del

‘700, hanno condotto a due eventi fondamentali, che segnano

definitivamente una rottura epocale con la società e la politica precedente:

le rivoluzioni americana e francese. È bene sottolineare fin da adesso che -

17 J.J. Rousseau, Contratto Sociale, trad. di R. Mondolfo, in Opere, (a cura di) P. Rossi,

Sansoni, Firenze, 1972, tratto da Cioffi, Luppi, O’ Brien, Vigorelli, Zanette, Dialogos, cit.

pag.510 - 22 -

seppur va riconosciuta la valenza storica fondamentale delle rivoluzioni, al

fine di studiare il percorso del sistema democratico fino ai giorni nostri – le

manifestazioni della volontà popolare, per la prima volta nella storia in

guerra contro la sovranità, non hanno contribuito, in nessuna delle due

circostanze, a creare i presupposti per l’istaurazione di uno stato

democratico, e rappresentativo, basato sui diritti di uguaglianza e libertà

politica. Nel secondo capitolo analizzeremo queste situazioni in maniera

approfondita, concentrando l’attenzione sui cambiamenti portati alla

politica dall’assoluta novità, conseguenza delle rivoluzioni, del suffragio.

1.6.1 La rivoluzione americana

Nella seconda metà del diciottesimo secolo le colonie americane del regno

inglese, stanche della propria sudditanza politica ed economica si

ribellarono alla madre patria e scatenarono una rivoluzione per

l’indipendenza, la cui conseguenza fu la nascita degli Stati Uniti

d’America. L’atto principale della rivoluzione, che cambierà per sempre la

storia del continente americano fu, nel 1776, la promulgazione, il 4 luglio a

Filadelfia, della Dichiarazione d’indipendenza. Tale storico documento fu

redatto da Thomas Jefferson, John Adams e Benjamin Franklin, e venne

firmato dai delegati delle Tredici colonie. Avveniva così la secessione

dall’Inghilterra e dall’Europa delle colonie del nuovo mondo. I nuovi stati

indipendenti scelsero come ordinamento costituzionale quello della

repubblica federale di tipo rappresentativo. Il 17 settembre 1787 fu

approvata, quindi, la Costituzione americana, che scelse una soluzione di

tipo bicamerale: la camera dei rappresentanti, composta da membri eletti

da ciascuno stato in numero proporzionato ai suoi abitanti, e la camera dei

deputati, composta da due senatori, eletti per ogni Stato. Queste due

camere costituivano il Congresso, che aveva il potere di imporre le tasse,

di provvedere alla difesa e al benessere della federazione di Stati. Il potere

esecutivo era conferito invece al Presidente, eletto da un certo numero di

elettori, mentre il potere giudiziario lo aveva una Corte Suprema.

Quest’ordinamento si basava sulla rappresentanza, ma soprattutto sulla

divisione dei poteri. La scelta dei nuovi Stati, riuniti sotto un ordinamento

- 23 -

del genere, rappresentò per gli studiosi europei il concretizzarsi delle

teorie politiche di Montesquieu. La Costituzione statunitense rappresenta

inoltre il primo esempio di democrazia rappresentativa nel mondo.

La nuova nazione democratica, divenuta tale grazie alla lotta per

l’indipendenza, simbolo della libertà politica ed economica, in realtà

manteneva dei tratti profondamente razzisti e antidemocratici. Canfora

sottolinea, come già dalla rivoluzione inglese è possibile trovare la formula

“diritto innato” relazionata alla libertà. Questa nozione apparentemente

innocente cela un presupposto etnico, che giustifica la schiavitù come

conseguenza di un fattore dovuto alla razza. Nella Costituzione Americana,

l’istituto della schiavitù, come ha sostenuto Robert Dahl, viene accettato, e

in un certo senso garantito, attraverso una legislazione contro gli schiavi

fuggitivi. Inoltre la nuova costituzione democratica impedisce il voto alle

donne, ai nativi e agli Afroamericani. Ma come mai uno Stato che asseriva

i diritti degli uomini e alla libertà non metteva in discussione l’istituto della

schiavitù? Canfora risponde a tale quesito riportando la tesi di Henri

Bangou, storico nero della Guadalupa, il quale sostiene che le ragioni

principali sono di tipo economico e religioso. Egli infatti a proposito del

nord America scrive che esso è “l’esempio della relatività economica,

18

storica e politica della nozione di libertà”. L’economia infatti, il vero

motore economico dell’indipendenza, non necessitava dell’abolizione della

schiavitù. Al termine della guerra e successivamente alla pubblicazione

della Costituzione, non c’era più neanche traccia dell’incoerenza, per la

quale durante il periodo bellico venivano arruolati gli schiavi

promettendogli in cambio la libertà. Per quanto riguarda il mantenimento

della libertà relativa all’etnia, ha giocato un ruolo importante anche la

religione. Infatti l’impronta biblico-protestante dei coloni era impregnata

dalle scritture del Nuovo Testamento, nelle quali l’apostolo Paolo aveva

tentato una giustificazione per il mantenimento della schiavitù. “Ciascuno

19

rimanga nella condizione che il signore gli ha assegnato” .

18 H. Bangou, La Guadeloupe, in l’Histoire de la colonisation de l’ile, L’Harmattan, Paris,

1987, pag. 122

19 San Paolo, Prima lettera ai Corinzi, Nuovo Testamento, (7,20)

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1.6.2 La fine dell’Ancient Regime

Mentre nel nuovo continente si combatteva la guerra d’indipendenza delle

colonie inglesi dalla madre patria, in Europa, la cultura dell'Illuminismo si

era ormai diffusa su tutto il continente, soprattutto in Francia. Alcuni

filosofi illuministi, tra i quali Montesquieu, contrapposero, al modello

francese della monarchia assoluta, quello inglese di una monarchia

limitata da un parlamento. A Parigi regnava un governo di tipo monarchico

assolutistico, con a capo Luigi XVI. Le idee illuministe e l’esempio

americano, rappresentarono, per i ribelli francesi, l’impulso ad organizzarsi

per compiere un’insurrezione popolare, che ben presto si trasformò nella

rivoluzione che distrusse l’Ancient Regime.

Nel 1789, in Francia, la società era suddivisa in tre ceti o classi sociali:

nobiltà, clero e terzo stato. Il terzo stato costituiva il 98% della popolazione

ed era la classe maggiormente tassata. In quegli anni però, una forte

inflazione fece precipitare il paese in uno stato di grave crisi economica e

sociale. Il ceto popolare del Terzo Stato viveva una condizione di povertà e

miseria, che pian piano generò un malcontento generale nei confronti

della monarchia. Luigi XVI fu costretto a convocare degli Stati Generali il 5

maggio 1789. Era dal 1614 che un sovrano francese non convocava

l’assemblea degli stati. Una decisione tale venne accolta con clamore dal

Terzo Stato, che vide in essa la possibilità di migliorare la propria posizione

sociale. Tuttavia quando gli Stati si riunirono, i rappresentanti del popolo,

ben presto capirono che la votazione sarebbe avvenuta “per stato” (e non

“per testa” come avevano proposto). Sconcertati dalle posizioni

reazionarie degli altri due stati, i rappresentanti del popolo si ribellarono al

sistema elettivo, e misero in opera quello che entrerà nella storia come

l’atto primo della rivoluzione: la presa della Bastiglia. Il 26 agosto i ribelli

pubblicarono la “Dichiarazione dei diritti degli uomini e dei cittadini”. Il

testo, sulla falsariga della “Dichiarazione d’Indipendenza” dei coloni

inglesi, rappresentava una condanna senza appello alla monarchia

assoluta e alla società degli ordini sociali. Essa inoltre rispecchiava le

aspirazioni della borghesia di porre delle garanzie alle libertà individuali. I

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capisaldi della Dichiarazione erano: la sacralità della proprietà, la

spartizione del potere con il re, la creazione di impieghi pubblici. Attaccato

direttamente il potere assoluto, il Terzo Stato poté proclamarsi Assemblea

Nazionale per dare alla Francia una nuova costituzione democratica.

1.6.3 Dalla rivoluzione al 18 brumaio

La prima costituzione francese vide luce nel 1791 e fu redatta

dall'Assemblea. La nuova riforma, basata sulle idee di Montesquieu

(separazione dei poteri) e Rousseau (sovranità popolare e supremazia del

legislatore) sancì la fine dell’Ancient Regime ma non il passaggio a un

sistema diverso dalla monarchia. Infatti, il nuovo governo era sempre di

tipo monarchico, con poteri limitati. Al sovrano competeva il solo potere

esecutivo tramite la nomina di alcuni ministri (scelti all'esterno del

parlamento per evitare conflitti di interesse). Il potere legislativo venne

affidato all'Assemblea Legislativa, che sostituì l'Assemblea Nazionale.

L'elezione dei deputati avvenne a suffragio censitario a due gradi: il corpo

dei cittadini attivi eleggeva gli elettori, ai quali spettava la successiva

elezione dei deputati. Un candidato deputato doveva essere un

proprietario terriero e contribuente per una somma prestabilita. Su

proposta di Robespierre, nessun deputato della precedente Assemblea

Nazionale Costituente poté presentarsi come candidato all'elezione della

nuova Assemblea, che si riunì a partire dal 1 ottobre 1791. La differenza

tra i principi esposti due anni prima nella Dichiarazione dei Diritti e quelli

sanciti dalla Costituzione furono sostanziali. Infatti la popolazione fu di

nuovo divisa per censi: i cittadini attivi e i cittadini passivi, quest’ultimi in

quanto poveri non avevano diritto di voto. Nel 1792 il malcontento delle

classi popolari contro il governo aumentò fino a che non esplosero le

rivolte. Nell’agosto dello stesso anno fu occupata la reggia di Versailles. Il

25 settembre la Convenzione, eletta a suffragio universale, proclamò

finalmente la Repubblica; mancava solo la costituzione. I girondini, guidati

da Condorcet, proposero un piano costituzionale basato sui diritti di tutti

gli uomini. Tale progetto non piacque ai giacobini di Robespierre, che il 24

giugno 1793 votarono per la nuova costituzione, che si basava sul

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pensiero di Rousseau. La costituzione del 1793 affermava che la sovranità

risiede nel popolo e quando un governo viola i diritti del popolo, esso ha il

diritto e il dovere di insorgere. Questa fase democratica durò ben poco:

Robespierre, entrato nel Comitato di salute pubblica, diede inizio a un

periodo di terrore e a una personale dittatura, mandando a morire sulla

ghigliottina tutti i “nemici della repubblica”. Ma alla fine lo stesso dittatore

morirà ghigliottinato. La caduta di Robespierre aprì una nuova e ultima

fase costituzionale: la repubblica democratica moderata francese. La

nuova costituzione, emanata nel 1795, estese il diritto di voto e affidò il

potere esecutivo a un Direttorio, quello legislativo a due camere, il

Consiglio dei Cinquecento e il consiglio degli anziani. Fu scelta la soluzione

del bicameralismo per cercare un maggiore equilibrio.

La nuova Costituzione del 1795 durò ben poco però, di a qualche anno

infatti, entrerà nella scena francese colui che cambierà la storia della

Francia e dell’Europa intera. Nel novembre 1799, il famoso 18 brumaio,

secondo il calendario rivoluzionario, Napoleone Bonaparte rovesciò il

Direttorio e s’impadronì del potere. Napoleone ricostruiva la Francia con

una struttura amministrativa fortemente accentratrice, si fece eleggere

prima console e poi Primo console aumentando i propri poteri personali fin

quando, nel 1804 il Senato lo proclamò imperatore dei francesi “per

volontà del popolo”. - 27 -

Capitolo 2

Il suffragio strumento del consenso democratico

A questo punto dell’elaborato considereremo i passaggi storici

fondamentali che, secondo Luciano Canfora e Domenico Losurdo, segnano

lo sviluppo del sistema democratico come quello di un modello ideologico

basato sul suffragio. Alla base di tutte le vicende che verranno esposte c’è

l’idea di una democrazia incompiuta, per ragioni, di volta in volta, legate

all’economia e al potere politico. Lo strumento elettorale, tema centrale di

quest’analisi, sarà analizzato da una parte come dispositivo malleabile, al

servizio del potente di turno, che lo usa per autoproclamarsi al di sopra del

popolo e delle leggi, dall’altra, come motivo di discriminazione, nel suo

essere accessibile ad una popolazione ristretta, razzista e maschilista. Alla

base delle tesi dei due autori, c’è una suddivisione della storia europea in

tre momenti socio-politici fondamentali: il cesarismo, il bonapartismo e il

fascismo. Il Cesarismo è un termine coniato da Weber e Gramsci. Essi

utilizzarono questa categoria per classificare le dittature del loro tempo,

basate non solo su strumenti di repressione, ma anche sul consenso. Il

termine deriva dalla dittatura di Cesare nell’antica Roma. Il secondo

termine, il Bonapartismo, deriva dalla dittatura in Francia di Napoleone

Bonaparte. Come variante del cesarismo, il concetto di bonapartismo

venne utilizzato da Marx, nello studio sul colpo di stato di Luigi Napoleone

del 2 dicembre 1851, e sull'avvento del secondo impero francese. Esso

viene definito: forma di governo scaturita da una situazione di crisi

politico-sociale nella quale il potere esecutivo, identificandosi in una

personalità carismatica, riesce a esautorare il parlamento e dare vita ad

un regime autoritario e personalistico. Il concetto fu successivamente

utilizzato con più ampio riferimento alla storia della Francia moderna e

contemporanea. Gramsci distinse, in questa prospettiva, il ruolo

progressivo, in quanto costruttore di un nuovo stato, di Napoleone I, da

quello restauratore di Napoleone III. In realtà, secondo Canfora, il carattere

dominante del bonapartismo, e cioè l’interclassismo demagogico e

seduttivo verso le classi meno politicizzate, e al tempo stesso ancorato ad

un rapporto di dare avere con i ceti dei possidenti, era presente già nel

- 28 -

primo Napoleone. Quello che nei paragrafi successivi si tenterà di

delineare, è la nascita, già durante i primi sviluppi della rivoluzione

francese, di una terzia via tra democrazia e reazione, il bonapartismo

appunto. Esso altro non è, secondo Canfora, che la reazione in forme

moderne e pseudo-rivoluzionarie. La prosecuzione del ventesimo secolo

del bonapartismo sarà il fascismo con le sue varie forme dispotiche.

Modello del fascismo e della politica di Bonaparte è stato senz’altro il

cesarismo. A questo proposito sia Napoleone che Napoleone Terzo, così

come Mussolini, erano ossessionati dalla figura storico-letteraria di Giulio

Cesare.

La necessità di individuare questi tre modelli di politica dispotica nel corso

dell’ottocento e del novecento europeo, risultano fondamentali per

indagare la situazione contemporanea, analizzata nel dettaglio nel

prossimo capitolo. Intanto, è bene sottolineare che i personaggi della

storia europea, i sopracitati “capi carismatici” sono stati capaci di sfruttare

il suffragio a proprio favore, costituendo una politica “di massa”, rivolta ad

intere categorie di cittadini, alle classi sociali, basata sull’accrescimento

del consenso e sulla legittimazione del potere dispotico del Presidente, e

dall’altra parte su una sempre netta emarginazione tra popolo e classi

senza diritti.

Successivamente, è fondamentale ricordare che l’ingresso nel ventesimo

secolo, ha rappresentato il passaggio alla società di massa. Con essa, si è

assistito all’estendersi quantitativo, e a un farsi progressivamente

indistinto, di strati sociali medi e inferiori, che sono venuti assumendo

tratti culturali e modelli comportamentali tipici delle masse. La loro

affermazione è stata favorita dal forte aumento demografico, dalla

concentrazione della popolazione in territori urbano-metropolitani, dalla

diffusione della scolarità in strati sociali prima esclusi, dall'accesso

universale al voto e dall'estendersi della partecipazione politica, da una

produzione industriale standardizzata e alla ricerca di vasti mercati di

consumo, dall'avvento infine di sistemi di comunicazione di massa.

Tuttavia la società di massa, una “moltitudine bambina” per usare

- 29 -

un’affermazione di Losurdo, porta quasi inevitabilmente al predominio di

ristrette elite, e può favorire l'avvento di regimi totalitari basati su

populismo e demagogia. Queste e altre conseguenze si legano

strettamente alle possibilità di manipolazione dell'opinione pubblica e

politica, dei comportamenti sociali e di consumo.

2.1 La lotta per il suffragio

Affronteremo ora, nel dettaglio, l’affermazione, in Europa, delle politiche

democratico-dispotiche, ricominciando il nostro racconto storico, interrotto

nel capitolo precedente con la rivoluzione francese, con la sconfitta che

l’Inghilterra impose a Napoleone Bonaparte. Il sovrano francese, convinto

di voler dimostrare la supremazia della Francia anche in campo marittimo,

subì il 18 giugno 1815, la disfatta di Waterloo. Il tema principale di questi

paragrafi sarà incentrato su un primo tentativo, dopo la Rivoluzione

Francese, di estendere il diritto di voto a tutta la popolazione civile e sul

tentativo repressivo e reazionario della classe nobiliare.

2.1.1 Il suffragio

Il sistema rappresentativo, emblema dell’idea di democrazia, prevede il

suffragio, ovvero il diritto di votare a qualsiasi tipo di elezione. Lo sviluppo

del suffragio ha avuto, nella storia, un percorso lungo e lento per giungere,

almeno in Europa, all’universalizzazione. Tuttavia occorre partire, secondo

Canfora, da un presupposto teorico e cioè che la rappresentanza, e quindi

l’atto di eleggere dei rappresentanti, pone quest’ultimi come un nuovo

organismo sociale: il ceto politico. Esso, nel momento in cui si trasforma in

ceto, si separa automaticamente dagli interessi di coloro i quali lo hanno

formato attraverso le votazioni. Questo vizio del sistema rappresentativo è

denunciato da Rousseau su un piano filosofico e logico nel Contratto

Sociale. Successivamente, nel 1785, Condorcet elabora e denuncia un

altro difetto del sistema rappresentativo. Egli ritiene infatti che ogni

elezioni che prevede la scelta tra più di due alternative, dia un risultato

incoerente rispetto a quella che dovrebbe essere l’opinione generale.

- 30 -

“Bisogna arrivare alla rivoluzione francese per trovare, in Europa, qualcosa

20

che rassomigli al suffragio universale” . Nelle elezioni del 1789, che

diedero vita agli Stati Generali, una grande massa di francesi votò nei

borghi e nelle provincie degli elettori, chiamati a loro volta ad eleggere i

deputati agli Stati. La Costituzione del 1791 ristabilì in sostanza quanto

accaduto due anni prima, suddividendo la popolazione in due blocchi: i

cittadini passivi, scartati dalle assemblee primarie, e i cittadini attivi, in

grado di poter eleggere direttamente i rappresentanti. I cittadini passivi

erano coloro i quali si trovavano in uno stato di dipendenza e tutti i

salariati domestici, quelli che non pagavano le tasse e quelli che ne

pagavano un quantitativo inferiore a tre giornate lavorative. Ulteriori

esclusioni riguardavano l’ambito penale. Nel 1793 la nuova Costituzione di

Roberspierre, che non entrò mai in vigore in quanto egli fu ghigliottinato

dagli avversari politici, tentava di cambiare il sistema eliminando l’elezione

indiretta e allargando il diritto di voto a censi prima limitati, in un primo

tentativo di suffragio universale. “La borghesia post-termidoriana

reintroduce sia la restrizione censitaria dei diritti politici, sia il suffragio a

due gradi, come strumento ulteriore per filtrare socialmente gli organismi

21

rappresentativi e tenerli al riparo da qualsiasi contaminazione plebea” .

Alla prima restaurazione, la Carta concessa da Luigi XVIII, poneva come

condizione per il diritto di voto 300 franchi di tasse, 1000 per essere

candidati. Questo sistema post restaurazione altro non era che quello

imposto da Napoleone all’indomani del 18 brumaio. I cittadini, riuniti in

assemblee cantonali, dovevano scegliere i propri elettori tra i seicento

migliori contribuenti, a loro volta gli elettori dovevano riunirsi in

dipartimenti per eleggere dei candidati deputati, tra i quali Napoleone

avrebbe scelto i rappresentanti della nazione. Dal 1817 all’inizio degli anni

’30, altre riforme elettorali si susseguirono sul suolo francese, insieme alla

denuncia del meccanismo della compravendita del voto. I deputati

compravano il voto degli elettori. In realtà il fenomeno era presente anche

20 E. Laboulaye, Histoire des etats-unis depuis les premier essais de colonisation jusqu’à

l’adoption de la constitution federale 1620-1789, Charpentier, Paris, tratto da D.

Losurdo, Democrazia o bonapartismo, Bollati Boringhieri, Torino, 1997, pag. 11

21 G. Lefebvre, La France sous le directoire 1795-1799, Editions sociales, Paris 1984, pag.

34 - 31 -

prima tant’è, che, già nella normativa del 1795, veniva esposta la

sanzione per il reato di compravendita, che prevedeva l’esclusione dalle

assemblee primarie e comunali e l’esclusione da ogni carica pubblica.

Anche in America si possono osservare secondo Losurdo, l’alternarsi e

l’intrecciarsi di strumenti utilizzati per cancellare o filtrare il suffragio

popolare:

“I delegati della Convenzione di Filadelfia (1787) dalla quale

scaturì il progetto di Costituzione federale furono <<designati

dagli Stati>>; c’è da aggiungere che, nella maggioranza dei casi,

gli Stati imponevano agli elettori requisiti di proprietà diretta,

mentre altri Stati eliminavano praticamente tutti coloro che non

pagavano imposte: e dunque, in questo caso, il sistema

elettorale di secondo grado s’intrecciava con la discriminazione

censitaria, e, talvolta, con la discriminazione religiosa, per cui, in

Stati come il New Hampshire e la Georgia, per essere titolari dei

diritti politici, bisognava essere di religione protestante e quindi,

in pratica, appartenere al gruppo di abitanti di più antica data.

Per quanto riguarda poi le Convenzioni dei singoli Stati chiamate

a ratificare il progetto di nuova costituzione, esse non

poggiavano certo su una base popolare molto larga, se si tiene

presente il fatto che, su una popolazione di circa tre milioni e

mezzo di persone, i votanti ammontavano a 160 000, con una

percentuale più bassa di quella che poi si verifica in Francia al

22

momento delle elezioni degli Stati generali” .

Come in Francia, anche negli Stati Uniti si pensava di affermare il diritto di

voto in base alla discriminazione censitaria. La composizione sociale

dell’America, caratterizzata da un peso nettamente superiore degli

agricoltori, non spinge ad universalizzare il sistema elettorale. Il timore è

quello di sviluppare contrasti di classi tra ricchi e poveri, per questa

ragione i delegati ritenevano necessario, fin dall’inizio, tenere a bada il

popolo. Proprio durante la Convenzione, alcuni delegati propongono di far

22 D. Losurdo, Democrazia o Bonapartismo, cit. pag. 19

- 32 -

valere, oltre che per il Senato, anche per la Camera l’elezione indiretta.

Losurdo evidenzia la risposta di Madison, favorevole al sistema dei filtri

successivi del voto, il quale, fa notare che “in alcuni Stati, il potere

legislativo è già il risultato di un’elezione indiretta, per cui c’è il pericolo di

spingersi troppo lontano su tale strada, col rischio di compromettere la

necessaria simpatia tra popolo e governo, e cioè di ridurre la base di

23

consenso e la stabilità di quest’ultimo” . Per queste ragioni risulta

insostenibile il discorso di chi attribuisce alla storia degli Stati Uniti

un’aurea di eccezionalismo all’insegna della democrazia e

dell’uguaglianza, anzi, in questo paese la discriminazione censitaria si

rileverà un tratto caratteristico fino ai giorni nostri. Oltre al censo, quel che

caratterizzerà la società americana per più di un secolo, sarà il razzismo

nei confronti dei neri e dei nativi, non solo esclusi completamente dalla

vita politica degli Stati ma relegati ad essere schiavi della popolazione di

origini britannica, i bianchi. L’America, falsamente emblema della

democrazia e della libertà si configura realmente come un sistema politico

e sociale basato sulla discriminazione censitaria e razziale.

Il filosofo inglese John Stuart Mill si propone di analizzare anch’egli il

sistema elettorale di secondo grado. Nelle fasi iniziali della sua riflessione

Mill conviene che il suffragio debba essere esteso il più possibile, fino a

giungere all’universalità. Dopo questo riconoscimento di principio però,

Mill “cade” nella preoccupazione di sempre, cioè quella di attribuire

“troppo” potere alle masse popolari. Per fronteggiare tale pericolo Mill

rielabora il rimedio tradizionale: la restrizione censitaria dei diritti politici.

“E’ pure importante che l’assemblea che vota le tasse generali o locali sia

eletta esclusivamente da coloro che pagano una parte di queste tasse.

Quelli che non pagano tasse, disponendo coi loro voti del denaro altrui,

hanno tutte le ragioni per essere prodighi e nessuna per essere economi.

Finché si tratta di questioni di denaro, ogni diritto di voto posseduto da

24

questi è una violazione del principio fondamentale di un governo libero” .

23 S.E. Morison, Sources and Documents illustring the American Revolution and the

formation of the Federal Constitution, 1765-1788, Clarendon Press, Oxford, 1953, pag.

238-240

24 J.S. Mill, Considerations on Representative Government, trad. it. Considerazioni sul

Governo rappresentativo, (a cura di) P. Crespi, Bompiani, Milano, 1916, pag 153

- 33 -

Il punto centrale di tale riflessione riguarda l’esclusione dai diritti politici di

tutti quelli che risultino impossibilitati a pagare le tasse. In un passaggio

successivo della sua elaborazione Mill aggiunge, vicino alla questione

censitaria, anche quella culturale, motivando l’espropriazione dei diritti

agli individui analfabeti.

In Inghilterra la situazione del sistema elettorale si sviluppò in modo un po’

diverso grazie ai rapidissimi progressi industriali del paese. Intorno agli

anni ’30 infatti, l’incremento della fabbrica andava di pari passo con

l’allargamento dei diritti dei cittadini e dei servizi pubblici. Nel 1830 veniva

inaugurata la prima stazione ferroviaria e nel 1832, sotto il regno di

Guglielmo IV, il quale fu favorevole ad un governo presieduto da tories e

whigs, venne varata la riforma elettorale che comprendeva comunque,

ancora, limitazioni al diritto di voto. L’anno successivo, nel 1833, la

Camera dei Comuni varò una legge importante per il salto democratico

dell’Inghilterra: la legge sul lavoro nelle fabbriche. Essa vietava il lavoro

dei bambini sotto i 9 anni (ad esclusione della fabbriche nelle quali si

lavorava la seta) e imponeva un orario fisso ai lavoratori minorenni sopra i

9 anni. L’industrializzazione inglese, e le normative emanate, puntavano a

portare la popolazione all’interno del ciclo produttivo. Fenomeno questo

che Marx descriverà nel 1848 nel Manifesto del partito comunista.

Marx fu il primo a sostenere la necessità del proletariato, la stragrande

maggioranza della popolazione, di acquisire il potere politico al momento

nelle mani del ceto numericamente più piccolo. Abbattimento del

predominio borghese, conquista del potere e quindi conquista della

democrazia, erano questi gli obiettivi originari delle tesi di Marx. Il

programma del Manifesto non è però una promessa di guerra civile

innescata dal proletariato, ma al momento, quando Marx lo scrive con

Engels, è una dichiarazione di alleanze per raggiungere il fine più alto della

democrazia. L’idea è quella di raggiungere il suffragio proletario universale

e il potere, grazie alla maggioranza proletaria e non alla violenza di classe.

- 34 -

2.1.2 Napoleone e le due restaurazioni

Dopo “la giornata del destino”, così Victor Hugo definì la battaglia di

Waterloo, nel giugno 1815, che sancì la definitiva sconfitta di Napoleone,

l’Inghilterra, vincitrice contro l’imperatore francese, restaurò a Parigi la

dinastia monarchica, riportando Luigi XVIII sul trono. (In realtà egli era

tornato a Parigi già nel maggio 1814, durante il secondo tentativo di

Napoleone di impadronirsi del potere, che culminò con la disfatta marina

di Waterloo, egli fu costretto alla pausa dei cento giorni). La ritrovata

monarchia francese fu ristabilita sulle basi del modello liberale inglese. A

questo proposito Canfora ritiene l’intervento britannico nelle vicende

francesi, figlio della paura di una nuova egemonia francese sul continente

europeo. Egli sottolinea inoltre che, il fine di affermare il modello politico e

di sconfiggere ogni forma di giacobinismo, siano solo le ragioni esplicite

dell’intervento diplomatico, e non quelle reali. Il senso, come spesso

accade nella storia, anche la più contemporanea, è quello di utilizzare la

“scusa” dei principi liberali per poter svolgere gli interessi economici e

politici di uno Stato. L’Inghilterra sfruttò molto il termine libertà per

propagandare se stessa, come la potenza vincitrice, capace di esportare i

principi liberali nel resto dell’Europa. Canfora sottolinea che la parola

democrazia ancora non è, nell’uso comune, adottata come sinonimo di

libertà. Tale accezione verrà utilizzata successivamente, quando verrà

contrapposta al comunismo. Resta il fatto che, con il ritorno di Luigi XVIII

sul trono francese, s’instaura, anche in Europa, una prima forma di

democrazia rappresentativa. Il secondo rientro di Luigi XVIII, dopo i cento

giorni, culminò con una ventata di violenza e repressione da parte dei

monarchici nei confronti di tutta l’opposizione. Questo passaggio della

restaurazione monarchica verrà ricordato dalla storia come terrore bianco,

e rappresenta, secondo Canfora, un ossimoro di macabra ironia ovvero

25

“liberalismo sanguinario” . Per descrivere le differenze tra l’impero di

Bonaparte e la monarchia di Luigi XVIII, Benjamin Constant, scrittore e

politico francese, scrive : “Dalla parte del Re c’è la libertà costituzionale, la

25 L. Canfora, Democrazia storia di un’ideologia, cit. pag. 85

- 35 - 26

sicurezza, la pace; dalla parte di Bonaparte la schiavitù” . Lo scrittore

francese voleva quindi, secondo Canfora, definire libero lo stato

monarchico, in quanto caratterizzato da tre cardini: libertà costituzionale,

governo rappresentativo e autogoverno. Come già anticipato nel paragrafo

precedente, s’insinua inoltre, nelle questioni del diritto politico, l’idea che

ritiene la libertà godimento pacifico dell’indipendenza privata: la ricchezza.

Il rapporto del cittadino con lo Stato diviene una relazione basata

sull’economia, come sosterrà Marx qualche decennio più avanti,

identificando nei rapporti economici la struttura dell’agire politico e

umano.

2.1.3 I moti del ’48 e il Bonapartismo

Nel febbraio del 1848, il Re Luigi Filippo impedì lo svolgimento di un

banchetto dell’opposizione. Esso rappresentava una modalità di

organizzazione pubblica per protestare contro il regime. La protesta era

contro la riforma elettorale censitaria, che limitava il diritto di voto a una

ristretta parte della cittadinanza francese. I rimostranti chiedevano al

governo un ammodernamento del sistema politico in senso democratico,

anche se, non era prioritario, abbattere la monarchia costituzionale. Alla

chiusura di Luigi Filippo, i ribelli risposero con la rivolta, e, in meno di

quarantotto ore, Parigi fu in mano agli insorti. Quest’ultimi organizzarono

per la città una vera e propria guerra civile combattuta a barricate, sulle

quali spuntarono le prime bandiere rosse. Le conseguenze

dell’insurrezione portarono alla formazione di un governo repubblicano. Si

decise per la composizione di un’Assemblea costituente nazionale, da

eleggere attraverso una libera votazione di lì a due mesi. L’elezione

dell’aprile del ’48 fu la prima grande elezione a suffragio universale della

storia europea, e interessò ben 9 milioni di francesi. Votò l’84% della

popolazione avente diritto, e il risultato fu deludente per gli insorti, coloro

che si facevano chiamare i rossi, e i nuovi giacobini della Montagna. Su

900 eletti infatti, 450 erano repubblicani moderati, 200 orleanisti, 200

26 B. Constant, Oeuvres politiques, ed. par Ch. Louandre, Charpentier Paris, 1874, pag.

259 - 36 -

democratici socialisti e solo 26 di estrazione popolare. A maggio dello

stesso anno, l’assemblea s’insediò, e solo pochi giorni dopo, gli operai

tentarono l’invasione ma furono fermati dalla guardia nazionale. A Parigi

tornava la guerra civile. A differenza dei precedenti rivoluzionari, questa

volta la ribellione culminò con la consegna, da parte della Costituente, dei

pieni poteri al generale Cavaignac. Era, secondo Bastid, “la prova della

27

dittatura” . Una guerra di classe, come la definì Tocqueville, sia per la

formazione omogenea degli insorti, gli operai, sia per i tentativi di

reprimere la classe operaia con decreti restrittivi.

Nel 1848 Luigi Napoleone tornò in Francia (dopo essersi stabilito per un

periodo a Londra), in seguito alla rivoluzione. Presentatosi per vincere le

elezioni presidenziali del 2 dicembre di quell'anno, con un programma che

prevedeva un governo forte, il consolidamento sociale e la grandezza della

nazione. Venne eletto Presidente della Seconda Repubblica francese, alla

quale mise fine, assumendo poteri dittatoriali il 2 dicembre 1851, ed,

esattamente un anno dopo, fu proclamato Imperatore con il nome di

Napoleone III. All’inizio della sua ascesa politica, e per tutti gli anni che

governò la Francia, egli utilizzò tre strategie di azione: il populismo, la

deferenza verso la Chiesa cattolica e il costante legame con ambienti forti

che potessero sorreggere il suo ingresso in politica. Per quanto riguarda il

populismo, Luigi Bonaparte già nel 1844 aveva scritto un libretto,

chiamato La liquidazione della povertà, nel quale si proponeva come

“amico” delle classi lavoratrici, ponendo l’accento sull’equilibrio tra

agricoltura e industria. Su questo piano, propose, all’interno dello stesso

testo, la creazione di comunità agricole che mettessero a frutto i milioni di

ettari di terre incolte. I profitti sarebbero poi stati divisi tra lavoratori e

datori di lavoro, con un salario regolato secondo giustizia, tenendo conto

delle necessità di tutti. In questo modo egli cercava di portare dalla sua

parte le masse di agricoltori e operai. Tutte le mosse che Bonaparte

compirà dalla rivoluzione al governo di Cavaignac, che lo costrinse lontano

da Parigi, erano studiate a puntino per aumentare il consenso intorno alla

27 P. Bastid, Doctrines et institutions politiques de la seconde République, I, Hachette,

Paris, 1945, pag. 288 - 37 -

sua persona, e alla purezza delle proprie idee, mostrandosi come l’unico in

grado di portare una soluzione ai problemi francesi “La repubblica

democratica sarà oggetto del mio culto, io ne sarò il sacerdote”. Intanto

fuori dal parlamento trattava con socialisti e monarchici. Alle elezioni di

dicembre, portò a casa, in modo quasi plebiscitario, cinque milioni e mezzo

di preferenze, contro un milione e quattrocentomila del generale

antagonista. Aveva sconfitto tutti con abili promesse e con un programma

politico che diceva di proteggere l’ordine, la religione, la famiglia, la

proprietà, la pace, la libertà di stampa, la decentralizzazione del potere,

l’abolizione delle leggi di proscrizione, la riduzione delle tasse, la

disoccupazione. Un programma votato al successo, anche perché egli era

pur sempre il nipote di Napoleone. Nel biennio successivo alla sua

elezione, due furono i momenti di crisi del regime bonapartista. Il primo,

nel 1849, quando per mantenere l’appoggio del clero, inviò l’esercito

francese in aiuto di Pio IX e il secondo, nel 1850, con le elezioni che videro

una ripresa netta della sinistra. Egli era bravo di volta in volta, nei

momenti di malcontento o di accusa verso il governo, a scaricare la

responsabilità sul parlamento o sull’assemblea, in modo da essere sempre

a posto con tutti i suoi elettori, clericali e non. Il 2 dicembre 1851 Luigi

Napoleone attuò il colpo di stato con una tattica ben precisa e

politicamente perfetta. Nei mesi precedenti all’azione, tentò di separare

sempre, agli occhi dell’opinione pubblica, la propria immagine da quella

dell’esecutivo e della camera dei deputati. Nel frattempo aveva tentato un

avvicinamento a sinistra, attraverso la scarcerazione di 1341 detenuti

politici. Inoltre, dopo il successo della sinistra parlamentare alle elezioni

del 1850, che ridavano vitalità al movimento, fu istituita una commissione

con il compito di elaborare una legge che limitasse il suffragio universale.

Tale riforma fu varata nel mese di maggio e sanciva l’esclusione dal diritto

di voto di ben tre milioni di francesi. Per il principe Bonaparte quella della

nuova legge fu l’occasione per mettersi in luce, appellandosi direttamente

al popolo, deturpato dei propri diritti. Nel frattempo, nei mesi della

preparazione del colpo di stato, il Bonaparte compì un riavvicinamento

delle forze militari e l’opinione pubblica fin quando, il 2 dicembre 1851,

- 38 -

dichiarò sciolta l’Assemblea nazionale e ripristinato il suffragio universale,

proclamando una nuova elezione. All’indomani del colpo di stato, vennero

sciolti tutti i club e le società segrete e deportati in colonia tutti gli

aderenti. Bonaparte si appellò nuovamente al popolo francese, al quale

chiese un mandato di dieci anni, un esecutivo non vincolato

dall’assemblea e un Consiglio di Stato, oltre a due camere elette a

suffragio universale. Il 20 dicembre si svolsero le elezioni per votare tale

proposta, parteciparono 8 milioni e duecentomila persone, delle quali sette

milioni e mezzo approvarono la mozione di Napoleone. Un mese più tardi

venne varata una Costituzione, che rispecchiava quanto approvato.

La votazione plebiscitaria di Napoleone, che si configura come l’unico

sovrano dello Stato, conquistato attraverso il golpe, può rappresentare la

concretizzazione di principi democratici? A questo quesito, come sostiene

Canfora, la sinistra ha sempre risposto con un certo imbarazzo. Lo stesso

Marx tratterà l’argomento da un punto di vista fazioso e troppo vicino ad

intenti retorici, considerando le elezioni del 10 marzo una svolta epocale

per la vittoria della democrazia sulla monarchia costituzionale. In realtà la

vittoria di Napoleone era la vittoria del fenomeno del cesarismo, nella

definizione che ne dà Littrè “dominazione di principi portati al governo

dalla democrazia ma rivistiti di potere assoluto”. Anche Engels,

successivamente, scriverà con imbarazzo che il “suffragio universale

esisteva in Francia già da molto tempo, ma era caduto in discredito per

l’abuso fattone dal governo bonapartista”. Con l’esperienza plebiscitaria di

Bonaparte entra nella scena politica lo strumento della manipolazione del

voto che sarà l’emblema del discorso politico fra otto e novecento.

2.1.4 Il suffragio universale e la costruzione del

consenso

La nuova legge elettorale, varata nel 1851, prevedeva che ogni

dipartimento avesse diritto ad un deputato ogni 35.000 elettori. Nei casi in

cui il numero di quest’ultimi superava di 25.000 unità il numero base, si

poteva avere un eletto in più. Per poter partecipare alle elezioni, era

- 39 -

necessario possedere la residenza francese da almeno sei mesi. Per

votare, bisognava avere almeno 21 anni, e per essere eletti minimo 25.

Come anticipato nel paragrafo precedente, appare chiaramente che

l’estensione dei diritti politici non è legata ad un tentativo di

emancipazione sociale, bensì ad una precisa preoccupazione politica. Il

primo interprete, di quella che oggi viene definita manipolazione delle

masse, è stato senz’altro Luigi Bonaparte, l’imperatore di Francia con il

nome Napoleone III. Egli fu infatti il primo a rendersi conto che, in una

società radicalmente cambiata come quella francese, il suffragio

universale doveva costituire il nuovo principio di legittimità. Il programma

del presidente golpista è chiaro: si tratta di stabilire un regime politico

28

“che dovrà essere forte per il fatto di essere popolare”. L’intento di

Napoleone III è quello di proclamarsi come paladino unico delle masse

popolari, restituendo ad esse dignità e diritti. Il primo passo che il

presidente attuò, per avvicinare il favore delle masse operaie, fu quello di

eliminare ogni traccia di discriminazione censitaria: “oggi, il regno delle

29

caste è finito, si può solo governare con le masse”. Mentre gli ambienti

liberali continuavano a manifestare il loro aristocratico disprezzo per le

masse popolari, Napoleone parlava incessantemente di “popolo” e di

“massa”. Ma il popolo di cui Napoleone cerca il consenso non è certo

quello organizzato in partiti e sindacati. Infatti, tutte le organizzazioni

politiche vennero denunciate come strumenti di coercizione e

soffocamento della spontaneità dell’elettorato, il quale deve invece essere

liberato dalle pressioni delle organizzazioni e consegnato al rapporto

diretto con il sovrano. All’indomani del 2 dicembre 1851, il presidente

golpista tornava a tuonare contro lo scrutinio di lista, proprio in quanto

strumento di inquinamento e falsificazione della libera volontà popolare.

Viene così reintrodotto il collegio uninominale, soppresso dalla rivoluzione

del 1848. Il cambiamento è decisivo, da quel momento il presidente dei

francesi verrà eletto a suffragio diretto. La preferenza è di tipo individuale,

28 G. Geywitz, Das Plebiszit von 1851 in Frankreich, Mohr (Siebeck), Tubingen, 1965, pag.

258

29 Napoleon III, Oeuvres, Plon-Amyot, Paris, 1861, pag. 261

- 40 -

il sovrano è l’eletto della nazione. Secondo la visione di Bonaparte il

collegio uninominale presentava tre vantaggi:

“1) personalizzando la lotta elettorale, dissolve i partiti in

individui; 2) riproduce a livello di ogni singolo collegio il rapporto

tra capo carismatico da una parte, e massa amorfa dall’altra; 3)

proprio perché fa del singolo deputato il rappresentante non della

nazione, o l’esponente di un programma politico che vuole avere

una valenza nazionale, bensì solo il rappresentante di un collegio

locale o degli interessi in esso prevalenti, permette poi al

presidente-imperatore, al capo propriamente detto, di stagliarsi

nettamente al di sopra di tutti come unico interprete della

30

nazione e che solo a lei risponde”.

La necessità di attribuire tutto il potere nelle mani di un capo è, secondo

Luigi Napoleone, nella natura della democrazia “in un governo la cui base

31

è democratica, solo il capo ha il potere”. Siamo di fronte ad un nuovo

modello di controllo politico e sociale delle masse, basato esclusivamente

sulla capacità di manipolazione attraverso il consenso. Salito al potere

grazie al suffragio universale e ad un’elezione plebiscitaria, Napoleone

impediva all’opposizione di utilizzare il suo stesso sistema. Era necessario

quindi controllare l’opinione pubblica francese, in modo capillare

attraverso il lavoro di orientamento politico svolto dai prefetti in ogni

angolo del paese. Inoltre, attraverso leggi ad hoc, il regime controllava la

stampa ed impediva l’apertura di esercizi commerciali, che sarebbero

potuti divenire luoghi di aggregazione, per la formazione di club e società

segrete.

La forza dell’imperatore Bonaparte è stata quella di sfruttare i principi

democratici del diritto di voto a proprio piacimento, insegnando all’Europa

32

ad “addomesticare il suffragio”. Infatti, la politica plebiscitaria di

Bonaparte non fu l’unica del tempo ad insistere su una forma

30 D. Losurdo, Democrazia o Bonapartismo, cit. pag. 58

31 Napoleon III, Oeuvres, cit. pag. 37

32 L. Canfora, Democrazia storia di un’ideologia, cit. pag. 89

- 41 -

personalistica di potere. Anche in altri paesi europei, se mai si verificò una

rivoluzione così radicale in senso democratico e plebeo, si sviluppò una

forma di “venerazione” del capo carismatico. In Inghilterra ad esempio,

secondo l’opinione di Bagehot, il sistema politico era fondato sulla

concentrazione del potere nelle mani del primo ministro. Engels invece

giunge a parlare della guerra franco-prussiana come dello scontro tra “due

33

Bonaparte”. Non mancano in tal senso somiglianze tra Napoleone III e

Bismarck: entrambi giunsero al potere dopo la sconfitta della rivoluzione

del ’48, e facendo leva sul conservatorismo agrario e contadino, per

bloccare e liquidare le tendenze democratico-liberali emerse nel corso di

quella rivoluzione essenzialmente urbana. Anche il primo ministro inglese

Disraeli, venne paragonato a Bonaparte e Bismarck, soprattutto per

quando riguarda la politica estera. Scavalcando la borghesia liberale, tutti

e tre si rivolgono direttamente alle masse, a cui concedono, in misura più

o meno ampia, il suffragio, e di cui guadagnano o cercano di guadagnare

l’appoggio, facendo concessioni sul piano della politica economica e

sociale, stimolando l’eccitazione nazionale e sciovinistica, e coltivando, su

questa base, il culto del capo carismatico, al di sopra delle parti e

interprete e leader indiscusso della nazione.

In Italia la legge elettorale del 1912 voluta da Giovanni Giolitti fu, secondo

Benedetto Croce, un primo tentativo verso il suffragio universale. Infatti,

prima di allora, le riforme elettorali vigenti permettevano il diritto di voto

solo al 2% della popolazione. La soglia del 10% di elettorato fu raggiunta

con la normativa del 1882 e solo grazie a Giolitti, nel nuovo secolo, si

raggiunse il 23% dell’elettorato. La riforma del 1912 fu un passo per

avvicinare le classi popolari alle pubbliche istituzioni. Difatti, sempre

secondo Croce, le classi colte e dirigenti dovevano sopperire alla

mancanza di coscienza sociale e politica delle masse popolari,

anticipandone, talvolta, richieste e bisogni. Le successive elezioni del 1913

videro un leggero aumento dei socialisti, l’ingresso in numeri ridotti di

qualche cattolico ma la maggioranza parlamentare restò in mano ai

33 K. Marx e F. Engels, Werke, Dietz, Berlin, 1955, traduzione completa in Opere complete

di Marx ed Engels, Vol. 22, Editori Riuniti, 1992, pag. 516

- 42 -

liberali. Circa un decennio dopo, l’opinione di Croce sul suffragio cambiò

sostanzialmente. Il filosofo abruzzese, infatti, scrisse che in realtà il

suffragio non era indicativo della profondità del liberismo nel paese, in

quanto un’elite liberale era capace di imprimere autonomamente un

carattere libero, con valori validi, alla società. A questo punto il concetto di

manipolazione del voto, adottato in Francia da Bonaparte, anche in Italia fa

il suo ingresso. Il politologo Gaetano Mosca denunciò il ruolo dei prefetti

per l’orientamento diretto del voto. Anche Giuseppe Rensi pubblicò una

feroce requisitoria contro la frode elettorale.

2.1.5 Anno 1871: la Comune e la Terza repubblica

francese

Il 2 settembre 1870 la sconfitta a Sedan contro la Prussia, segnò la fine

dell’impero di Napoleone III, e, diede avvio ad un quarantennio di storia

europea, caratterizzato da una pace apparente. Al termine della guerra

franco-prussiana, prese il potere a Parigi il generale della Guardia

nazionale Thiers. Egli divenne ben presto il presidente della Terza

Repubblica francese. Nel frattempo, in una Parigi sotto assedio da parte

dei prussiani e delle masse popolari, sdegnate dalla fine della guerra,

dall’invasione del nemico e dall’armistizio firmato dal governo Thiers, le

forze della sinistra popolare organizzarono la rivolta contro il nuovo

governo repubblicano e formarono la Comune. Essa fu un governo

socialista che diresse Parigi dal 18 marzo (più formalmente dal 26 marzo)

al 28 maggio 1871. Guidata da un movimento spontaneo di origini

popolari, la Comune ricalcava il modello di un corpo militare di massa,

volontario. Le forze politiche all’interno della Comune, erano composte,

per la maggior parte, da blanquisti e proudhoniani collegati alla Prima

Internazionale. Nel momento in cui i comunardi formarono il loro governo,

il presidente, ormai ex-generale Thiers, si rifugiò a Versailles dove preparò,

con le truppe rimastegli fedeli, la distruzione e il massacro della Comune

parigina. Comunisti, socialisti, anarchici e altri, videro la Comune come

modello, o prefigurazione, di una società liberata, con un sistema politico

basato sulla democrazia partecipativa dal basso. Marx e Engels, Bakunin, e

- 43 -

successivamente Lenin e Trotsky, cercarono di trarre un'importante lezione

teorica - in particolare riguardo allo "smantellamento dello stato" - dalla

limitata esperienza della Comune. Tuttavia, gli stessi Marx e Engels

criticarono l’incapacità dei comunardi di formare un nuovo apparato

statale, diverso da quello precedente. In realtà però, come sottolinea

Canfora, queste critiche, appaiono oggi, come la “lezione” impartita da chi

vuole aver sempre ragione. L’autore di Democrazia, ritiene infatti che i

rapporti di forza esistenti non potevano lasciare liberi i comunardi di

vincere contro un sistema più forte e grande di loro. Le osservazioni

successive di Engels - rispetto all’ incomprensibilità della mossa dei

comunardi di non attaccare la Banca di Francia, e rispetto alla ferocia del

governo borghese-repubblicano, per schiacciare la Comune e fermare i

movimenti proletari - fu studiata attentamente da Lenin, che fece proprie

queste esperienze quando salì al potere nella Russia del 1917. Con la

sconfitta della Comune, l’ago della bilancia del proletariato europeo si

spostò dalla Francia alla Germania, nella quale, nel 1886, era stato

introdotto il suffragio universale. A questo punto, dopo la morte di Marx

avvenuta nel 1883, toccava al maestro Engels esprimersi sulle

conseguenze che fino ad allora aveva prodotto il suffragio universale. Egli -

a cui è chiaro che tutte le insurrezioni avvenute nel cinquantennio

precedente sono state annientate e schiacciate dalle forze borghesi - trova

nell’andamento positivo del partito tedesco, uno spazio attraverso il quale,

il proletariato europeo sia riuscito nell’intento di rivolgersi ad un paese

intero.

2.2 Il ‘900 tra elezioni e costituzioni

Con la fine dell’esperienza della Comune, il centro della lotta proletaria si

sposta dalla Francia alla Germania, paese nel quale il partito socialista sta

avendo notevole successo, “grazie all’intelligenza con la quale gli operai

tedeschi seppero far uso del suffragio universale, introdotto nel 1866”

scrive Engels nel 1895. Il filosofo discepolo di Marx sottolinea come gli

operai tedeschi, a differenza di quelli francesi, considerino il diritto di voto

come una possibilità d’intervento nella vita pubblica del paese. Inoltre,

- 44 -

mentre negli altri paesi europei perdurava un sistema elettorale basato su

collegi uninominali, in Germania, inizia a farsi strada l’idea di un sistema di

tipo proporzionale, l’unico in grado di assicurare adeguata rappresentanza

alle minoranze. Fino a quel momento infatti, il sistema politico costituito

dal genio di Bismarck, si basava sulla dualità del regno di Prussia da una

parte e dell’Impero Austroungarico dall’altra. I due soggetti si fondavano

sulla personalità del Kaiser, Re di Prussia, e si dividevano sul piano

parlamentare, in quanto, la Camera prussiana era eletta sulla base delle

quote attribuite alle tre classi, mentre il Parlamento dell’intero impero, era

eletto a suffragio universale. Il diritto elettorale prussiano garantiva lo

strapotere delle classi forti, Junker e casta militare, che avevano

preventivamente assicurata la grande maggioranza parlamentare. Nel

Parlamento imperiale invece, la rappresentanza era corretta dal sistema

del collegio uninominale, che ovviamente penalizzava il solo partito che

creava problema alle classi dominanti, cioè il partito socialista, l’unico che

rimane quasi sempre isolato quando si passa al secondo turno. Per queste

ragioni, così brevemente accennate, il partito socialista tedesco, richiese a

gran voce una riforma elettorale in senso proporzionale, per dare, alla

forte minoranza socialista, il giusto peso parlamentare. L’agitazione in

questa direzione riformista non è però limitata alla Germania. Anche in

Inghilterra, nel 1885, nasce la Proportional Rapresentation Society, così

come in Francia la Sociètè pour l’étude de la Représentation

proportionelle, in Belgio l’Association réformiste.

Agli albori del ‘900, la situazione degli Stati europei si presentava nel

mezzo di un profondo mutamento politico e sociale. Come abbiamo visto

precedentemente, la società stessa si stava trasformando in società di

massa. Il segno più evidente di questa tendenza fu l’estensione del diritto

di voto. Nel 1890 il suffragio universale maschile era praticato solo in

Francia, Germania e Svizzera. Nei venticinque anni successivi, in quasi

tutti i paesi dell’Europa Occidentale, furono approvate leggi che

allargavano il corpo elettorale. L’allargamento del diritto di voto alle grandi

masse determinò, dappertutto, mutamenti di rilievo nelle forme

organizzative e nei meccanismi della lotta politica. La nascita dei partiti di

- 45 -

massa e la costituzione di organizzazioni politiche, avallate dalle teorie

rivoluzionarie di Marx ed Engels, tentarono di restituire valore a un sistema

democratico, ancora controllato dalle elitè parlamentari. Contestualmente,

le grandi potenze Europee iniziano a dilagare i propri confini occupando e

annettendo, al proprio territorio, paesi lontani. È l’epoca in cui

l’imperialismo dilaga dall’Occidente verso il resto del mondo. Ma è anche il

momento delle alleanze volute dal genio bismarckiano, che nel 1882 e

1887 fu l’artefice del patto tra Germania, Austria e Italia, al quale rispose,

circa due decenni dopo, l’intesa di Francia, Russia e Inghilterra. Si stavano

delineando i presupposti di ciò che stava, di li a poco, per abbattersi sul

continente. Winston Churchill anticipò tutto ciò in un celebre discorso ai

Comuni, nel 1901:

“Una volta, quando le guerre nascevano per ragioni personali,

dalla politica di un ministro o dalla passione di un re, quando si

combatteva con piccoli eserciti regolari di soldati professionisti, e

quando il loro corso era ritardato dalla difficoltà di comunicazioni

e di rifornimenti, e spesso dalla stagione invernale, era possibile

limitare le perdite dei combattimenti. Ma ora, quando grandi

popoli vengono scagliati gli uni contro gli altri, e ciascuno di essi

fortemente inasprito e infiammato, quando le risorse della

scienza e della civiltà spazzano via tutto quello che potrebbe

mitigarne la furia, una guerra europea può soltanto terminare

con la rovina dei vinti e con la disorganizzazione commerciale e

con l’esaurimento, poco meno fatali, dei vincitori. Le guerre dei

34

popoli saranno più terribili di quelle dei re”.

Da quel 1848 che ormai era solo un ricordo, il socialismo europeo crebbe e

si rafforzò. Il primo e più importante tra i partiti socialisti fu quello

socialdemocratico tedesco, nato nel 1875 e capace di diventare il centro

della politica proletaria europea. I partiti socialisti, tra la fine dell’800 e

l’inizio del secolo successivo, rivendicano, come abbiamo visto per quanto

riguarda la Germania, maggior rappresentanza parlamentare, e quindi

34 L. Canfora, Democrazia storia di un’ideologia, cit. pag. 165-166

- 46 -

riforme elettorali in grado di attribuire rilievo alle minoranze politiche e ai

partiti di sinistra. Nei primi del novecento però, iniziano a configurarsi altri

partiti di massa, come quello cattolico, con l’intento esplicito di opporsi al

socialismo dilagante.

2.2.1 Le rivoluzioni russe

La Russia zarista, fino agli ultimi decenni del diciannovesimo secolo, fu

estranea agli eventi che caratterizzarono il mondo europeo. Il paese,

governato dalla dinastia monarchica, versava agli albori del ‘900, in una

situazione di crisi economica e politica, soprattutto in seguito all’intervento

in Giappone del 1904 e il primo tentativo rivoluzionario dell’anno

successivo. Il tessuto sociale russo era, inoltre, decisamente diverso da

quello urbano e borghese sviluppatosi nei paesi europei. La massa dei

cittadini era per la maggior parte di origini contadine e sub-urbane, lo

sviluppo capitalistico si iniziava a sviluppare lentamente. Nel frattempo, le

idee socialdemocratiche si erano arrestate intorno alla discussione sulla

questione del partito. Lenin nel 1902 scrisse l’opuscolo Che fare, al quale

replicò, due anni dopo, Trotskij con I nostri compiti politici e Rosa

Luxemburg con Problemi organizzativi della socialdemocrazia russa. Nel

frattempo, durante il 1903, si era svolto, prima a Bruxelles e poi a Londra,

il secondo congresso del partito socialdemocratico russo. Congresso nel

quale Lenin riuscì a far prevalere le sue tesi, conquistando la maggioranza

delle opinioni. Da quel momento in poi, la corrente leninista all’interno del

partito verrà identificata con il termine di bolscevichi. Lenin riteneva che si

dovesse agire al più presto per il rovesciamento dell’autocrazia, e

l’istituzione di una repubblica democratica. Egli era convinto inoltre che il

partito doveva configurarsi come organizzazione monolitica, compatta e

vincolata dal centralismo democratico. Dall’altra parte sia la Luxemburg,

sia Trotskij, criticarono aspramente tale scelta e additarono, in senso

spregiativo, Lenin con il termine di giacobino. L’interessato non tardò a

replicare, rilanciando le sue convinzioni e additando i suoi oppositori come

girondini, come coloro che temono la dittatura del proletariato. Egli si

richiamava direttamente alle teorie di Marx, e, delineò il profilo del

- 47 -

rivoluzionario. “E’ membro del partito chi prende parte ad un

35 36

organizzazione di esso” e quindi “opera sotto il controllo del partito”.

Per Lenin quindi, chi aderisce al partito è un rivoluzionario di professione,

un uomo scelto, provato e a tempo pieno. I rivoluzionari dovevano

considerarsi un’organizzazione di professionisti della rivoluzione e le

masse un’organizzazione di lavoratori.

Il 22 gennaio del 1905 a San Pietroburgo una grande folla di circa 150.000

operai guidati da un pope, Gapon, si recò di fronte al Palazzo d'Inverno,

residenza storica degli zar, per consegnare al sovrano una supplica.

Malgrado questa fosse pacifica e composta da fedeli sudditi, le truppe di

guardia, su ordine del ministro di palazzo, caricarono la folla facendo uso

di fucili e sciabole. Questi eventi ebbero un effetto dirompente sulla

popolazione ed anche su parte dell'esercito. A San Pietroburgo ed a Mosca,

gli operai entrarono in sciopero, nelle campagne vi furono sollevazioni di

contadini, nell'esercito si ebbero ammutinamenti di reparti a Mosca, in

Lettonia, negli Urali ed in Polonia. Tra l'ottobre ed il dicembre 1905 nella

capitale si formarono i primi soviet operai. Col passare dei giorni e dei

mesi, la rivolta andò dilagando per tutta la Russia, assumendo i connotati

di una vera e propria rivoluzione. Lo zar Nicola II pubblicò allora quello che

venne ricordato come il Manifesto di ottobre, carta attraverso la quale

concedeva una costituzione, e proclamava i basilari diritti civili per tutti i

sudditi. Tra le altre cose, il documento prevedeva l'elezione di una Duma,

ossia di un parlamento, anche se con poteri limitati, ed un sistema

elettorale non del tutto equo. Il principale limite ai poteri della Duma,

risiedeva nel fatto che i ministri continuavano ad essere responsabili

solamente di fronte allo Zar. Dall’esperienza della rivoluzione del 1905,

che tante vittime aveva mietuto tra i rivoluzionari, Lenin trasse alcuni

conclusioni utili negli anni successivi: la rivoluzione era stata messa in

moto da uno sciopero generale, che si era dimostrato uno strumento

vecchio di lotta. La spontaneità non era più possibile secondo Lenin, per

35 Ivi pag. 196

36 Ibidem - 48 -

instaurare la dittatura del proletariato e rovesciare la monarchia zarista

bisognava armarsi.

Negli anni della grande guerra e la caduta nel 1917 dello zarismo, la

socialdemocrazia si affacciò nell’occidente liberale, in Germania nasceva il

partito socialista indipendente (Uspd), al quale la stessa Luxemburg aderì.

In Russia, la rivoluzione di ottobre cercava il suo interlocutore proprio nella

Germania socialista e nelle masse operaie europee. Intanto, l’economia di

guerra e la povertà spingevano le masse occidentali a “fare come la

Russia”. Alle idee insurrezionaliste degli operai europei risposero le grandi

formazioni di destra, reazionarie e repressive. In Germania si formò il

Partito della Patria, primo esempio dei partiti di massa che distruggeranno

la repubblica tedesca. A questo punto è evidente come il quadro europeo

si sia, nel giro di un cinquantennio, complicato, mettendo in luce una

complessità che né Marx né Engels avevano previsto. La reazione alla

rivoluzione russa è il sintomo chiaro e diretto di una sorta di prefascismo.

La situazione si complicherà ancor di più, con l’intervento degli Stati Uniti

come garanti di un riordino mondiale, e come i primi oppositori del

socialismo europeo, come poi accadrà per tutto il corso del novecento e

non solo. Il controllo sull’Europa da parte degli USA culminerà, intanto, con

la formazione, nel 1919, delle Nazioni Unite. Proprio nella Germania

umiliata dalla prima guerra mondiale, gli Stati Uniti “portarono” la

democrazia, contribuendo a mantenere in piedi il regime parlamentare.

L’Europa, secondo Canfora, cessava di essere semplicemente Europa e

diventava, anche politicamente, parte di un più ampio Occidente.

2.2.2 Le elezioni del dopo guerra: il caso tedesco e

quello italiano

Già al momento dell’armistizio, lo Stato tedesco si trovava in una

situazione tipicamente rivoluzionaria. L’esercito, una volta ripiegato sulla

linea del Reno, si disgregò e centinaia di migliaia di soldati si riversarono

nel paese, spesso portando con sé le proprie armi. Il governo legale era

esercitato da un Consiglio dei Commissari del popolo, presieduto dal

- 49 -

socialdermocratico Ebert, e composto unicamente da socialisti dell’Uspd.

Nelle città però, i veri padroni della situazione erano i Consigli degli Operai

e dei soldati. A Berlino, roccaforte dell’estrema sinistra, si susseguivano le

manifestazioni e gli scontri di piazza. La situazione poteva sembrare molto

simile a quella Russa del ’17. In realtà però, le differenze erano notevoli.

C’erano innanzi tutti gli eserciti vincitori schierati lungo il Reno e pronti ad

intervenire per fermare ogni sviluppo rivoluzionario, inoltre, mancava una

mobilitazione delle classi rurali, che rimasero in maggioranza ostili ai

movimenti rivoluzionari urbani. La classe dirigente tedesca era, rispetto a

quella russa, più numerosa e meglio radicata nella società. Molto diversi

erano infine i rapporti di forza all’interno del movimento operaio. I

socialdemocratici tedeschi avevano dietro di se una lunga tradizione di

lotte legali, controllavano le centrali sindacali ed erano, differentemente

da quelli russi, decisamente contrari a una rivoluzione di tipo sovietico e

favorevoli ad una democratizzazione del sistema politico entro il quadro

delle istituzioni parlamentari. Si creò così un’obiettiva convergenza tra i

capi della Spd e gli esponenti della vecchia classe dirigente, che vedevano

nella forza della socialdemocrazia, e nel suo ascendente sulle masse,

l’unico efficace argine contro la rivoluzione. La linea moderata scelta dalla

Spd portava, fatalmente, allo scontro con le correnti più radicali del

movimento operaio tedesco: gli indipendenti dell’Uspd e soprattutto i

rivoluzionari della Lega di Spartaco, nucleo originario del Partito Comunista

Tedesco. La Lega si opponeva alla convocazione dell’Assemblea

Costituente e puntava sui consigli, visti come cellule costitutive di una

nuova democrazia socialista. Nel gennaio del 1919 migliaia di berlinesi

scesero in piazza per protestare contro il governo, i dirigenti spartachisti

decisero di approfittare di questa mobilitazione di massa per promuovere

la rivoluzione, incitando i lavoratori a rovesciare il governo. Tuttavia la

risposta del proletariato tedesco fu nettamente inferiore alle aspettative.

Durissima fu invece la reazione del governo socialdemocratico che affidò

l’incarico di fronteggiare la rivolta al commissario Noske. Questi, non

disponendo di un esercito efficiente, si servì per la repressione di squadre

volontarie, formate da soldati smobilitati e inquadrate da ufficiali di

- 50 -

orientamento nazionalista e conservatore. I leader del movimento Karl

Liebknecht e Rosa Luxemburg furono arrestati e trucidati. Qualche giorno

dopo la repressione della rivolta spartachista, il 19 gennaio 1919, si

svolsero le elezioni per la formazione dell’Assemblea Costituente e del

Parlamento tedesco. I socialisti, che si aspettavano una vittoria

schiacciante, in realtà non riuscirono a raggiungere la maggioranza

assoluta, ma si arrestarono sul 37,9% del SPD e il 7,7% dell'USPD

conquistando solo 185 seggi su 421. Inoltre un’alleanza tra i due partiti

socialisti era impensabile, tant’è che la coalizione di maggioranza si formò

tra SPD, Partito di Centro e Partito Democratico. L’accordo tra socialisti,

cattolici e democratici rese possibile l’elezione di Ebert alla presidenza

della Repubblica, la formazione di un governo di coalizione e il varo della

nuova costituzione repubblicana. Tuttavia, le nuove conquiste in senso

democratico non bastarono a riportare la tranquillità nel paese, nuovi

scontri e nuovi disordini ci furono a Berlino e in Baviera. Contestualmente

si andava aggravando la minaccia che veniva dall’estrema destra. È

incomprensibile come la neonata democrazia di centro-sinistra potesse

tollerare l’esistenza di gruppi paramilitari e revanscisti, che sfogavano la

loro violenza sui gruppi di sinistra e che, come è noto, aiutarono negli anni

successivi l’ascesa del partito nazista. Resta il fatto che, quel mancato

raggiungimento della maggioranza fu una bruciante sconfitta della

socialdemocrazia tedesca. La sinistra europea veniva nuovamente delusa

dal suffragio universale. Già in Francia, infatti, non erano stati premiati gli

sforzi rivoluzionari, e democratici, dei movimenti di sinistra. Il suffragio fu

per l’ennesima volta, dopo l’esperienza di Luigi Napoleone, lo strumento

che permise a Hitler l’ascesa al potere. Il partito nazista fu infatti capace di

passare dal 2% delle preferenze del 1928, al 44% del 1933.

“L’aritmetica elettorale può sembrare un gioco astratto e

formale. Nel frattempo si producevano crisi capaci di stravolgere

equilibri anche meno instabili di quelli weimeriani: dalla follia

sciovinista francese culminata nell’occupazione punitiva della

Ruhr, alla crisi economica aggravata dalle vessatorie

<<riparazioni>>, (cui cercarono di porre riparo i piani Dawes e

- 51 -

Young: gli Usa, che non riconobbero il trattato di Versailles, non

potevano sopportare uno scivolamento a sinistra della repubblica

in preda alla crisi economica più grave del secolo, e non c’erano

ancora i nazisti pronti a sfruttarla), alle insorgenze putschiste (il

golpe hitleriano della birreria monacense). Nondimeno

l’aritmetica elettorale resta, in quella convulsa vita parlamentare

un indicatore. Essa segnala la delusione della sinistra di fronte

allo strumento del suffragio universale, nonché la resistibile

ascesa del partito nazionalsocialista dal 2% del maggio 1928 al

44% del marzo 1933. Neanche i nazisti, beninteso, conquistarono

la maggioranza assoluta, pur avendo dalla propria parte la

violenza illegale e quella dello stato. Ma Hitler era diventato

cancelliere, per la congiura di Von Papen e la complicità di

Hindenburg, ben prima del trionfale successo. Che restava

37

nondimeno un successo elettorale di indiscussa efficacia”.

Un recente studio dello storico Henry Ashby, docente della Yale University,

ha portato prove documentarie a proposito dell’avvento al potere di Hitler.

Con le elezioni del ’32 il partito nazista aveva subito un secco

arretramento, perdendo 35 seggi e quasi il 5% del suo elettorato. Era certo

col suo 33% il partito di maggioranza relativa, ma l’isolamento

parlamentare poteva risultargli letale, soprattutto in concomitanza con una

acuta crisi interna. È grazie alla pressione fortissima dell’esponente di

centro, ma legato a Hitler a doppio filo, Franz von Papen, sul presidente

della Repubblica Hindenburg, ormai quasi novantenne, che contro ogni

aspettativa, e contro l’aritmetica parlamentare, Hitler si vide affidare

l’incarico di Cancelliere. Contrariamente a quanto si ripete, i poteri del

presidente della Repubblica erano assai ampi: era il capo effettivo delle

forze armate, poteva ridurre i diritti civili a sua discrezione, promulgare

leggi per decreto, destituire il Parlamento. In breve, l’insperato approdo al

potere permise a Hitler di costruire, con la complicità della grande

industria e dell’apparato militare e para-statale, e grazie alla violenza

37 Ivi pag. 211-212 - 52 -

sistematica delle camicie brune, la grande vittoria elettorale del 5 marzo

1933. In Italia un’analoga operazione avvenne in tempi molto più brevi.

In Italia il suffragio universale fu istituito nel 1918 insieme al sistema

proporzionale. Le prime elezioni del dopoguerra ebbero luogo nel

novembre 1919, e diedero la misura delle trasformazioni avvenute rispetto

al periodo prebellico, ma mostrarono anche la gravità delle fratture che

attraversavano la società e il sistema politico. Furono queste le prime

elezioni tenute con il metodo della rappresentanza parlamentare e con lo

scrutinio di lista, che assicurava, ai vari partiti e alle varie liste, un numero

di seggi proporzionale ai voti ottenuti. L’esito fu disastroso per la vecchia

classe dirigente. I gruppi liberaldemocratici, che si erano presentati divisi

alle elezioni, persero la maggioranza assoluta. I socialisti, invece, si

affermarono come il primo partito con il 32% dei voti e circa 156 seggi.

Questi risultati mostrarono che il sistema politico, sollecitato da nuove

istanze e da nuove presenze, non era capace né di reggersi secondo il

vecchio equilibrio, né di esprimerne uno nuovo, anche a causa della

frammentazione prodotta dal sistema proporzionale. Tre anni dopo, alle

elezioni del 1921, il consenso intorno ai socialisti calò notevolmente a

favore dei partiti popolari, mantennero invece i propri seggi i blocchi

nazionali di destra. Fino a quel momento lontani significativamente dal

Parlamento, i fascisti guidati da Mussolini, ottennero il primo risultato

elettorale grazie all’inserimento dei candidati nei blocchi nazionali. Sono

gli anni nei quali Vittorio Emanuele III, all’indomani della marcia su Roma,

affida la presidenza del consiglio a Mussolini e fa approvare la legge

Acerbo. “Il Savoia, istericamente impaurito dalla decimazione di teste

coronate, completamente scettico sulla possibilità del parlamentismo di

sopravvivere alla ventata rivoluzionaria che s’era levata nel ’17 e ancora

continuava (ma egli la ingigantiva nel suo reazionismo), si spinse fino a

38

compiere lui stesso, scavalcando il governo, un colpo di stato silenzioso”.

La nuova legge elettorale sarà lo spartiacque che permetterà la vittoria del

fascismo. La normativa introdurrà un sistema ultra-maggioritario che sarà

lo strumento utile per la vittoria del 1924. Anche nel caso italiano, è

38 Ivi pag. 214 - 53 -

interessante seguire la traiettoria elettorale e l’intreccio tra progresso e

regresso dei partiti e delle leggi elettorali. L’esperienza italiana con

l’avvento del fascismo, rappresenta un altro fallimento del suffragio

universale voluto dalla sinistra socialdemocratica, che con il sistema

proporzionale riesce ad ottenere il riconoscimento della propria forza

politica, ma mai la maggioranza assoluta. Il problema delle forze di sinistra

è quello, secondo Canfora, di non aver mai avuto dalla loro il potere dello

stato e le capacità economiche che invece aiuteranno Mussolini a pilotare

le elezioni e vincerle. Anche in questo caso è bene sottolineare che la

forza elettorale di Mussolini, basata su un consenso demagogico e

populista, seppur fondamentale arma del modello totalitario del duce,

serba comunque una riserva di principio contro il suffragio universale. Nel

1940, nel Dizionario di politica edito dal PNF, alla voce suffragio si legge

che “il sistema di suffragio universale, se risponde, in un certo modo,

ad un principio di giustizia, dall’altra parte prescinde da

un’esigenza più imponente, per cui la concessione della capacità

elettorale al cittadino deve adeguarsi alle condizioni di

preparazione e di educazione politica delle masse; altrimenti si

corre il rischio di affidare a corpi elettorali non idonei il compito di

concorrere alla formazione degli organi pubblici con risultati

naturalmente dannosi all’organizzazione stessa cui si vuol

provvedere. Tale rischio è insito nel sistema del suffragio

39

universale” ,

l’autore del dizionario, il giurista Giuseppe Menotti De Francesco, individua

anche metodi per attenuare i danni del suffragio, uno dei più comuni è

l’adozione di un sistema di elezione indiretta a doppio grado, come si

verifica negli Stati Uniti e nella Terza Repubblica francese per l’elezione del

senato. Anche se, secondo De Francesco, il modo migliore per sanare i

guasti, sarebbe il suffragio ristretto “esso però non può essere attuato

40

nella presente fase dell’evoluzione costituzionale”. Come a voler dire

39 Ivi pag. 215

40 Ivi pag. 216 - 54 -

che, se ormai il sistema elettorale non può essere cambiato verso un

ristringimento della base elettorale, tanto vale adeguare, con diversi

strumenti tra i quali il terrore e la violenza squadrista, gli elettori al

regime. In realtà però, a differenza di quanto accaduto per Hitler, salito al

potere si con un colpo di mano, l’incendio del Reichstag e l’estromissione

dei deputati comunisti, ma basato su un forte consenso intorno alla sua

figura, in Italia il consenso intorno a Mussolini non c’è affatto al momento

del colpo di mano regio, che gli affida la guida del governo. Lo si è

costruito dopo, grazie anche al contributo della Chiesa cattolica. Nei

successivi due anni, dal 1924 al 1926, fu compiuto l’ulteriore passo: la

formazione di un regime, avvenuta attraverso dei passaggi fondamentali

come l’omicidio di Matteotti e la promulgazione di leggi speciali. Ma ormai

la società italiana era passata dalla parte del duce. Che fine aveva fatto il

popolo?

2.2.3 Le liberal-democrazie e la guerra civile europea

Con la formula guerra civile europea si individua il più buio periodo della

storia mondiale, quello che inizia nel 1914 e termina con il 1945. Due anni

fondamentali per gli equilibri europei e mondiali, che segnano l’una l’inizio

del primo conflitto mondiale, e l’altra il termine del secondo. Durante il

periodo che comprende entrambe le guerre mondiali, protagonisti dei

conflitti e della lunga guerra civile europea, non furono solo il fascismo e il

comunismo. Infatti un terzo soggetto ebbe un ruolo fondamentale nel

corso del novecento, esso è rappresentato dalle democrazie-liberali. Ogni

tentativo rivoluzionario fu infatti ostacolato dai paesi liberali, capaci di

scendere a patti con il fascismo, come in Italia e in Germania, piuttosto

che permettere l’avanzata delle sinistre europee. Nel periodo successivo

alla prima guerra mondiale, i ceti che sorreggevano i partiti che fino ad

allora avevano governato hanno tolto loro man mano ogni credito, hanno

perso fiducia nella democrazia parlamentare, e hanno optato per il

fascismo. Le tensioni sociali, la paura e il discredito dei sistemi

parlamentari hanno spostato l’opinione centrista-moderata verso un tale

sbocco. L’appoggio di settori del grande capitale ai movimenti fascisti è

- 55 -

stato vitale. Le grandi potenze liberali guardavano ai regimi fascisti con

aria indifferente considerando “normale” il totalitarismo. “Il genio romano

impersonato da Mussolini, il più grande legislatore vivente, ha mostrato a

molte nazioni come si piò resistere all’incalzare del socialismo e ha

indicato la strado che una nazione può seguire quando sia

coraggiosamente condotta. Col regime fascista, Mussolini ha stabilito un

centro di orientamento dal quale i paesi che sono impegnati nella lotta

41

corpo a corpo col socialismo non devono esitare ad essere guidati”. Il

timore verso il comunismo impedì alle grandi superpotenze europee,

Inghilterra e Francia, di partecipare al conflitto spagnolo per difendere la

repubblica democratica. “La guerra di Spagna fu, da ogni punto di vista, la

prova generale dell’evento catastrofico e spartiacque decisivo nella storia

della democrazia che fu la seconda guerra mondiale. Chi allora scelse di

42

non scegliere non ebbe un futuro politico”. Degli Stati europei solo

l’Unione Sovietica scese in campo al fianco della Repubblica spagnola.

Tuttavia anche i ribelli russi sovvertirono quelli spagnoli per imporgli una

linea che non alienasse la borghesia moderata ma leale alla Repubblica. In

realtà tra le fila comuniste spagnole, i franchisti erano riusciti ad infiltrare

alcuni militanti, in modo da poter inasprire fino all’estremo le tensioni con

gli stalinisti russi. Un documento significativo in tal senso è la lettera di

Stalin a Largo Caballero: “la rivoluzione spagnola si apre strade che, per

molti aspetti, differiscono dalla strada percorsa dalla Russia. Ciò è

determinato dalle differenze di ordine sociale, storico e geografico, dalle

esigenze della situazione internazionale, diverse da quelle che si posero

dinanzi alla rivoluzione in Russia. È possibile che la via parlamentare risulti

un processo di sviluppo rivoluzionario più efficace in Ispagna di quanto non

lo fu in Russia”. Dall’altra parte però, il segretario di partito spagnolo, Josè

Diaz, confuta le tesi di Stalin dichiarando che “la Repubblica per cui

lottiamo è un’altra, non è come potrebbe esserlo quella della Francia o di

qualsiasi altro paese capitalistico. Lottiamo per distruggere le basi

materiali su cui si fonda la reazione e il fascismo, perché senza la

41 R. De Felice, Mussolini il duce, gli anni del consenso, Einaudi Torino, 1976, pag. 553

42 L. Canfora, Democrazia storia di un’ideologia, cit. pag. 241

- 56 -

distruzione di queste basi non può esistere una vera democrazia

43

politica”. Mentre in Spagna si combatteva la guerra per la Repubblica,

che terminerà con la vittoria del fronte reazionario guidato dal generale

Francisco Franco, le potenze social-democratiche, scesero a patti con la

Germania di Hitler firmando il patto di Monaco (30 settembre 1938), che di

fatto stabiliva l’annessione della Cecoslovacchia all’impero tedesco. Sul

finire delle ostilità in Spagna, un patto inaspettato sorprese sia le potenze

europee rimaste a guardare, sia i comunisti di tutto il mondo: nell’agosto

del ’39 viene firmato il patto russo-tedesco, il patto tra comunismo e

fascismo. Il Patto Molotov-Ribbentrop, talvolta chiamato Patto Hitler-Stalin,

fu un trattato di non aggressione fra la Germania Nazista e l'Unione

Sovietica. Venne firmato a Mosca, il 23 agosto 1939, dal Ministro degli

Esteri sovietico Molotov e dal Ministro degli Esteri tedesco Ribbentrop. Si

trattò di una conseguenza della politica di accondiscendenza, portata

avanti dalle potenze europee occidentali verso le precedenti richieste di

espansione territoriale avanzate da Hitler (ai danni della Cecoslovacchia e

dell'Austria). L'accordo definiva, tra l'altro, le sfere di influenza del Terzo

Reich e dell'Unione Sovietica per le zone vicine ai confini dei due stati. La

conseguenza più clamorosa del trattato fu, con tutta probabilità, la

divisione del territorio polacco tra russi e tedeschi, operazione considerata

come uno dei fattori determinanti dell'inizio della Seconda guerra

mondiale. Stalin posto difronte all’alternativa tra una guerra immediata

contro la Germania e la pace preventiva in cambio di consistenti

incrementi territoriali in Polonia e nel Baltico, non aveva avuto dubbi. In

realtà però Hitler mirava a spingere l’Urss verso l’Iran e l’India, in rotta di

collisione con l’Inghilterra. È l’imprevisto attivismo sovietico in direzione

opposta a quella auspicata a spingere Hitler alla mossa suicida di

attaccare la Russia. All’indomani della decisione del cancelliere di

attaccare l’Unione Sovietica, con l’avvio dell’operazione Barbarossa nel

giugno del 1941, l’Inghilterra di Churchill dichiarò la sua entrata in guerra

a difesa dell’Urss e contro la Germania nazista. Infatti, i rapporti

43 Ivi pag. 242 - 57 -

diplomatici tra Gran Bretagna e Russia erano continuati regolarmente

anche durante il biennio del patto Molotov-Ribbentrop.

2.2.4 Le costituzioni antifasciste

Le carte costituzionali elaborate al termine del secondo conflitto mondiale,

rappresentano i rapporti di forza tra i ceti e le loro proiezioni politiche. In

Francia il partito comunista, che aveva conquistato parecchi seggi per

l’Assemblea costituente, sprecò la propria occasione politica presentando

un testo basato sulla scia della costituzione russa del ’36, escludendo dalla

carta la nozione di proprietà privata. Il testo approvato, invece, nell’aprile

del’46 trattava in due articoli, del diritto di proprietà. In alcuni passi di

questa prima costituzione viene palesemente richiamata la dichiarazione

di Roberspierre del 1793. Tale Costituzione, approvata dalla costituente fu

bocciata dal referendum popolare con ben il 53% dei voti. Venne così

formata una nuova assemblea costituente che varò la seconda

costituzione, questa volta approvata dai cittadini francesi. In questa nuova

carta scomparvero gli articoli sul diritto di proprietà, il richiamo alla

dichiarazione del ’93 e alla costituzione della seconda repubblica (1848).

Viene invece presa in considerazione la dichiarazione dei diritti del 1789.

Nella nuova Costituzione la nozione di proprietà viene trattata senza

limitazioni e in un modo nuovo e meno liberale, più ancorato ai benefici

della nazione e della collettività.

“Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra

Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle

carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati.

Dovunque è morto un Italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate

44

lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione”. In Italia

la Costituzione, che fu varata dall’Assemblea Costituente e che entrò in

vigore il primo gennaio 1948, rappresentò un amalgama di idee e pensieri

politici diversi. All’interno della costituente italiana infatti erano presenti

tutte le forza politiche antifasciste: Democrazia Cristiana, Liberali,

44 P. Calamandrei, Discorso ai giovani nella società umanitaria di Milano, 1955

- 58 -

Repubblicani, Comunisti, Socialisti. Secondo Piero Calamandrei,

costituzionalista italiano e padre costituente, le costituzioni del dopo

guerra sono testi polemici e rivoluzionari tra i quali il più innovativo è

quello italiano. Emblema della straordinaria innovatività della carta italiana

è, secondo Calamandrei, l’articolo 3 elaborato da Lelio Basso: “è compito

della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che,

limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il

pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i

45

lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Di

fatto questo articolo sancisce un concetto fondamentale e cioè quello

secondo il quale non può esserci democrazia finché sussistono

disuguaglianze economiche e sociali all’interno della società. Per la prima

volta viene introdotta l’idea che rimuovere gli ostacoli sia compito della

46

Repubblica. “L’egualitarismo è l’essenza della democrazia”.

2.3 Il mondo diviso in blocchi

Al termine del secondo conflitto mondiale lo scenario politico e sociale

dell’Europa era profondamente mutato. La Germania era stata sconfitta,

ma anche la Francia, l’Inghilterra e l’Italia uscivano dal conflitto

gravemente indebolite e incapaci di conservare, fatta eccezione per l’Italia

che non lo è mai stata, il loro ruolo di potenze mondiali. Nel periodo

post-bellico, l’ago della bilancia della vita politica europea tende verso un

sistema bipolare, formato dagli Stati Uniti e l’Unione Sovietica. Entrambe

le superpotenze rappresentavano entità continentali e multietniche, molto

diverse dai vecchi Stati-nazione. Si configura in quegli anni la rete dei

rapporti internazionali che perdura fino ad oggi. Nel 1945 la Società delle

Nazioni lascia il posto all’Onu, Organizzazione delle Nazioni Unite, un

organismo sovranazionale del quale, fin troppo spesso, gli Stati Uniti si

sono serviti a proprio piacimento. Il fattore principale per comprendere la

situazione europea dell’epoca è il condizionamento internazionale, una

novità assoluta per il continente. L’Europa dopo la guerra mondiale voluta

45 Repubblica Italiana, La costituzione, Articolo 3, 1948,

46 N. Bobbio, L’ideologia del fascismo, Milano, 1975, cit. pag. 48

- 59 -

da Hitler diventava zona d’influenza delle due potenze vincitrici: Stati Uniti

e Urss.

2.3.1 I blocchi: le democrazie progressive e quelle

popolari

Gli anni subito successivi al termine della guerra mondiale videro il

progressivo formarsi di due blocchi d’influenza politica all’interno del

continente europeo: Stati Uniti da una parte e Unione Sovietica dall’altra.

In più a far valere il proprio status di vincitrice c’era anche l’Inghilterra, nel

ruolo comprimario di vincitrice occidentale. La spartizione delle zone

d’influenza avvenne in tre momenti decisivi: il patto di Mosca, (1944) tra

Churchill e Stalin, durante il quale, rimase nella storia, il famoso fogliettino

con le percentuali scritte a penna per mano dell’inglese; la conferenza di

Yalta (febbraio 1945), e in fine in quella di Postdam (luglio 1945). Come nel

’39 le zone d’ombra, non incluse all’interno della spartizione, furono il

motivo che scatenò l’inizio del conflitto diplomatico. “Il moralismo va

bandito quando si considera tale vicenda. Né la democrazia né il

47

socialismo fecero una parte conforme ai rispettivi principi”. Tuttavia lo

scenario del ’44-’45 era più vasto e complicato di quello precedente. Oltre

l’Inghilterra, anche la Francia di De Gaulle voleva avere voce, e terre, in

capitolo, e spingeva le potenze verso lo smembramento della Germania, in

modo da poter riottenere la Ruhr occupata dai nazisti prima del conflitto.

S’inserisce prepotentemente all’interno delle tensioni diplomatiche, anche

l’influenza di alcune lobby di potere americano che spingevano per

raggiungere soluzioni contro lo stalinismo, e più in generale il comunismo

europeo. Nacquero allora le due Germanie e i blocchi che spaccarono in

due il pianeta: quello Occidentale e americano, che esportava la

democrazia e manteneva il controllo sui territori attraverso i partiti di

riferimento; quello Orientale e sovietico, nel quale vennero istituite delle

democrazie popolari che però non durarono a lungo, perché incapaci di

creare un nuovo modello di Stato popolare. Nelle cosiddette democrazie

popolari infatti, le coalizioni ad egemonia comunista vinsero le elezioni ma

47 L. Canfora, Democrazia storia di un’ideologia, cit. pag. 262

- 60 -

a lungo andare, non seppero mantenere il consenso che, lentamente,

cessò. La costruzione del consenso non è un’invenzione dei tempi recenti.

Gli unici paesi che restarono fuori dalla logica della spartizione e

dell’influenza furono l’Italia e la Cecoslovacchia.

La penisola italiana non fu nominata esplicitamente negli accordi spartitori

però essa era di fatto nell’area d’influenza degli Stati Uniti. Gli americani

fecero di tutto per controllare la nascita in Italia di un governo conforme e

adeguato, quindi, non comunista. Infatti il timore degli Stati Uniti era

quello di un sopravvento del PCI su tutti gli altri partiti. Tuttavia alla prima

tornata elettorale del ’46 il partito di Togliatti ottenne il 19%, un buon

risultato ma non di certo la maggioranza. Alle elezioni del 18 aprile 1948,

quelle che istituirono il primo governo italiano, vinse la Democrazia

Cristiana e Alcide De Gasperi divenne il primo presidente del consiglio dei

ministri della Repubblica. In realtà gli americani temevano fortemente le

elezioni del ’48 e avevano escogitato dei piani alternativi all’ipotetica

vittoria comunista. Grazie ad alcuni documenti della CIA resi noti nel 1994

è possibile registrare il palese tentativo di controllo e manipolazione dei

risultati elettorali che gli americani erano pronti a mettere in atto per

sabotare e sopprimere il PCI. Il documento chiamato Conseguenze

dell’ingresso al potere dei comunisti in Italia con mezzi legali, prevedeva

l’intervento immediato degli Usa dapprima attraverso la secessione della

Sardegna e della Sicilia, quindi con la guerriglia, sostenuta dagli Americani

che non sarebbero però dovuti apparire direttamente. L’altra alternativa

presa in considerazione dai servizi segreti statunitensi era quella di

falsificare il risultato elettorale. Non fu tuttavia necessario attuare questi

tipi di programma. Bastarono infatti gli aiuti alimentari a far convergere il

consenso verso la DC che da sola ottenne la maggioranza assoluta.

“Ciò che gli esperti americani non potevano prevedere, né

compresero mai, era la natura del partito democratico cristiano.

Nel 1990 è stato pubblicato il carteggio tra l’ambasciatrice degli

Stati Uniti a Roma, Clare Boothe Luce, e il Dipartimento di Stato.

Nel novembre del 1953 (tentativo di introdurre una legge

- 61 -

elettorale che correggesse il sistema proporzionale attraverso un

premio di maggioranza: il premio non scattò per pochi voti),

l’ambasciatrice scrive nel suo rapporto <<il signor Scelba mi ha

detto che i comunisti possono sempre essere messi dentro nel

caso lo si ritenga necessario, ma non è ancora giunto il

momento>>. Questo atteggiamento della signora giudicato

morbido, induce la scrivente a questa irritata valutazione di

Scelba, noto storicamente per la sua durezza nella

contrapposizione al Pci: <<il signor Scelba non ha vere emozioni

o convinzioni in materia di comunismo>>. Infiltrarono uomini ai

vertici del Pci, tentarono ogni altro genere di pressioni, cui non fu

estraneo il Vaticano che lanciò per fini intimidatori la scomunica

vitanda per coloro che votavano comunista, ma la Democrazia

cristiana non si fece mai sospingere verso la decisione

irreparabile. De Gasperi cominciò a non essere più ben visto in

Vaticano; eppure dalla generazione successiva emersero leader

come Fanfani e Moro la cui strategia prevalente era il

centro-sinistra col recupero del Psi a responsabilità dirette di

governo. Tutto questo, non va mai dimenticato, ha portato in un

tempo successivo a tentativi di trattare l’Italia non

addomesticata come la Grecia del 1967 o il Cile del 1973. Ma

48

questa è storia successiva”.

Anche in Cecoslovacchia gli aiuti alimentari, questa volta sovietici, ebbero

un effetto elettorale simile a quello americano in Italia. Dalla fine della

guerra il governo cecoslovacco era un governo di coalizione formato da

comunisti, socialisti, socialisti-nazionali e populisti, presieduto dal leader

comunista Gottwald. La coalizione si ruppe però all’inizio del 1948, quando

si trattò di decidere circa l’accettazione degli aiuti del piano Marshall,

sostenuta dai socialisti delle forze borghesi e osteggiata dai comunisti. Per

imporre il loro punto di vista i comunisti lanciarono una violenta campagna

contro le altre forze politiche, provocando le dimissioni di dodici ministri e

costringendo, sotta la minaccia della guerra civile, il presidente della

48 L. Canfora, Democrazia storia di un’ideologia, cit. pag. 281-282

- 62 -

Repubblica Benes’ ad affidare il potere a un nuovo governo da loro

completamente controllato. Qualche mese più tardi, il ministro degli esteri

socialista Masarykm l’unica personalità non comunista del nuovo

ministero, morì cadendo dalla finestra in circostanze mai chiarite. Nel

maggio del 1948, le elezioni si tennero col sistema della lista unica e il

presidente si dimise per non dover firmare la nuova costituzione che

trasformava definitivamente il paese in una democrazia popolare. Il colpo

di Praga ebbe a Occidente l’effetto esattamente contrario a quello

immaginato dai suoi autori. L’effetto fu deterrente in senso anticomunista

soprattutto all’interno del ceto medio. Di li a poco poi, sarebbe partita la

campagna contro il deviazionismo titino che avrebbe lacerato tutti i partiti

comunisti, soprattutto quelli del blocco orientale. Scrive Canfora in

Democrazia: “la storia delle democrazie popolari è essenzialmente la

storia di come, irreparabilmente, il consenso fu dissipato proprio presso

quella base sociale che era considerata di per sé legittimante”.

2.3.2 La guerra fredda

Viene definita guerra fredda la contrapposizione che venne a crearsi alla

fine della seconda guerra mondiale tra due blocchi internazionali. Il

termine fu introdotto nel 1947 dal consigliere presidenziale Bernard

Baruch e dal giornalista Walter Lippmann per descrivere l'emergere delle

tensioni tra i due alleati della seconda guerra mondiale. La guerra fredda si

protrasse fino al collasso dell'Unione Sovietica, nei primi anni novanta. Il

punto caldo del conflitto in ambito europeo fu la Germania, ed in

particolare Berlino. Uno dei simboli più vividi della guerra fredda fu proprio

il Muro di Berlino, che separava Berlino Ovest (controllata dalla Germania

Ovest, assieme agli alleati di Francia, Regno Unito e Stati Uniti) dalla

Germania Est. Nel 1938 Thomas Mann, esule negli Stati Uniti, in un

discorso alla Peace Group di Hollywood, dice, rispetto alla legge

Mundt-Nixon, che l’America sta compiendo un passo decisivo verso il

fascismo-americano. Avendo espresso una tale opinione sull’operato del

governo americano, Mann, come tanti altri nel periodo maccartista, fu

bollato e perseguitato come comunista. Il gruppo fascista-americano, che

- 63 -

lo scrittore criticava, raggiunse il potere nel 1952 con l’elezione

presidenziale di Eisenhower. La politica estera degli Stati Uniti era ispirata

dall’anticomunismo: nel 1949 si decise per il riarmo della Germania e per

l’alleanza con la Spagna fascista di Franco. L’obiettivo della nuova

amministrazione repubblicana, il cui segretario di stato era John Foster

Dulles, era roll-back, “ricacciare indietro” l’influenza sovietica in Europa.

La Germania Ovest, uscita a pezzi dal secondo conflitto mondiale, venne

divisa in zone d’influenza e trasformata nel ’48 in Repubblica Federale. La

zona occidentale era così suddivisa: l’Inghilterra occupava Amburgo, gli

Stati Uniti il territorio della Baviera e la Francia mirava, già prima del

conflitto, a riprendersi la Ruhr e la Saar. Dall’altra parte di Berlino,

nell’area est, c’erano invece i Russi dell’Unione Sovietica che avevano

instaurato una Repubblica Democratica. Sorprese molto, nel ’45, la

posizione di Stalin, il quale proponeva un’unificazione del paese. Secondo

lo storico Loth, la proposta del capo russo era dovuta alla volontà di

mantenere neutro uno dei paesi più importanti dell’Europa Centrale e

soprattutto lontano dal controllo americano. In realtà però, nel corso dei

decenni, il tema dell’unificazione tedesca fu un baluardo della propaganda

anticomunista del governo Adenauer. I rappresentanti del governo

repubblicano erano spesso ex appartenenti al regime nazista come, ad

esempio, Hans Globke, uno degli artefici delle Leggi di Norimberga,

divenuto sottosegretario del Cancelliere Adenauer. Gli americani scelsero

di far assumere ad un ex-nazista il potere, e contemporaneamente,

proposero di rendere fuori legge il partito comunista, in quanto

inconciliabile con la democrazia. Nel frattempo la Germania federale dava

il primo ritocco alla legge elettorale del proporzionale, inserendo lo

sbarramento del 5%. Mentre in Francia si formava il governo

socialista-radicale di Mollet, a Mosca si apriva il XX Congresso del Partito

comunista dell’Unione Sovietica. Nel corso di tale evento si manifestò una

spaccatura tra l’organizzazione comunista russa e i movimenti comunisti

mondiali, in particolare con la Cina. Chruschev denunciò i crimini e gli

errori di Stalin e diede avvio al lento processo della destanilizzazione.

L’unico esempio di sopravvivenza della costruzione statale russa fu il caso

- 64 -

polacco. Nel 1956 infatti, venne riabilitato al partito comunista Wladislaw

Gomulka, (mal visto da Stalin che lo aveva fatto espellere e arrestare dal

PCP in quanto accusato di titoismo). Appoggiato da Chruschev, che per

l’occasione fece visita in Polonia, Gomulka venne eletto nell’ottobre

segretario del Partito Operaio Unificato Polacco (Organizzazione politica

sorta dalla fusione del Partito comunista e del Partito socialista polacchi,

dopo la loro schiacciante vittoria, 98 per cento, come Blocco democratico

nelle elezioni del 1947). Fedele all'Urss, detenne ininterrottamente il

potere fino al 1989. La sua vittoria rappresentò la vittoria del titoismo e

della Cina che avevano rotto i ponti con il potere di Stalin. Negli stessi

giorni la scena mondiale fu invasa da un altro grande evento che vide

protagonista l’Unione Sovietica: la rivoluzione ungherese contro il regime

russo. L’Urss, che temeva un altro Gomulka anche in Ungheria, e quindi

l’instaurazione di un governo che non poteva controllare direttamente,

decise per l’invasione e impose al governo Kadar. La politica estera era

intanto ricca di eventi e di tentativi di colonizzazione. Israele, appoggiato

dalle forze anglo-francesi, tentò di attaccare l’Egitto, con scarsi risultati

per via dell’intervento sovietico. La Francia, che avrebbe voluto mettere la

mani sul Canale di Suez, fu costretta alla ritirata. Il fallimento della

campagna egiziana e di quella Algerina, portarono alla fine della Quarta

Repubblica francese e all’avvento di De Gaulle di cui si tratterà nel

prossimo paragrafo.

2.3.3 De Gaulle: si compie il bonapartismo del

ventunesimo secolo

Charles De Gaulle rientra nella scena della politica francese, dopo

essersene allontanato nel 1953, allorché la crisi all’interno delle colonie

francesi si scatena. I fallimenti a Suez e in Algeria travolgono la Quarta

Repubblica, in particolare la vicenda algerina. Proprio ad Algeri, i

nazionalisti algerini si oppongono al colonialismo francese costituendosi

nel Fronte di Liberazione Nazionale. Nel corso del 1957 però il generale

Massu schiaccia l’organizzazione clandestina. La crisi tende ad

internazionalizzarsi, soprattutto quando, il senatore Kennedy dichiara al

- 65 -

senato americano che gli Usa dovrebbero intervenire nel conflitto per

aiutare il popolo algerino. Anche l’Onu è dello stesso avviso. Nel frattempo

al governo francese si susseguono governi diversi, il paese è in crisi. Il 13

maggio 1958 l’esercito francese ad Algeri prende il potere e, dalla colonia

cerca di imporre il cambio politico nella nazione. I coloni invocano a gran

voce De Gaulle. Il 1 giugno 1958 de Gaulle si presenta all’Assemblea

Nazionale e chiede pieni poteri. Viene nominato Presidente del Consiglio,

con poteri quasi equivalenti a quelli della prima Costituente, attraverso la

legge sui pieni poteri, (2 giugno 1948. In 28 settembre dello stesso anno

fece approvare una nuova Costituzione, tutta incentrata sui poteri del

49

presidente, “fu un successo di proporzioni Bonapartiste”, su 36 milioni e

mezzo di votanti, 31 approvarono il nuovo statuto. La nuova Costituzione

fu accompagnata da una nuova riforma elettorale, che abrogava il

proporzionale a favore di un sistema uninominale maggioritario a doppio

turno. L’idea del nuovo capo di Stato è quella di eliminare la minaccia del

partito comunista e concentrare i poteri nelle mani del presidente della

Repubblica. La politica gollista si basava sulla volontà dell'indipendenza

della Francia sia dal blocco sovietico (de Gaulle è profondamente e

radicalmente anticomunista), sia dal dominio statunitense sull'Europa.

Secondo Canfora con De Gaulle il bonapartismo torna in Europa nel

ventesimo secolo. Il nuovo Bonaparte venne eletto nel ’59 presidente con

un risultato plebiscitario, di nuovo, il suffragio, simbolo ed emblema della

democrazia, legittimava il potere di un sovrano. La Francia gollista tornò

ad essere una delle potenze mondiali per eccellenza, uscì dalla NATO e

riconobbe la Cina popolare. Dopo circa dieci anni di potere, e dopo il ’68 e

la rivoluzione studentesca, all’interno del paese, De Gaulle perse

consenso, fin quando, nel 1969 definitivamente, uscì di scena. Ma il

sistema da lui imposto con la Quinta Repubblica restava, e in anticipo sugli

altri paesi occidentali, dava l’avvio alla nuova fase del sistema misto.

49 L. Canfora, Democrazia storia di un’ideologia, cit. pag. 309

- 66 -

2.3.4 Il sistema misto

Il dopoguerra è caratterizzato, in quasi tutti i paesi europei, da un

tentativo di ritornare al sistema elettorale maggioritario. Il primo fra tutti

fu, come abbiamo precedentemente visto, la Francia di De Gaulle. Questa

nuova fase della politica europea mirava a razionalizzare l’espressione

della volontà popolare limitando, di fatto, la scelta dell’elettore a due sole

alternative. La conseguenza della scelta maggioritaria è molto semplice:

un elettore di un partito di estrema sinistra si vedrà costretto a due

soluzioni: sprecare il proprio voto verso tale partito, oppure convergere la

propria preferenza verso l’espressione moderata del proprio schieramento,

il centro. Di fatto, quindi, la maggior parte degli eletti sarà di orientamento

moderato e, presumibilmente, appartenenti e rappresentanti del ceto

medio-alto. Si torna di nuovo ad escludere l’area popolare dei paesi

occidentali. Il suffragio è universale ma torna ad essere ristretto, basato

sul pensiero bipolare e sui diretti candidati. In Italia il sistema misto venne

inaugurato nel 1993 con la legge Mattarella. Tale riforma sostituì il sistema

democratico-rappresentativo del proporzionale ad un sistema misto:

maggioritario a turno unico per la ripartizione del 75% dei seggi

parlamentari, unito, per il rimanente 25% dei seggi, al recupero

proporzionale dei più votati non eletti per il Senato, e al proporzionale con

liste bloccate, e sbarramento del 4%, alla Camera.

Alla base delle riforme elettorali in senso maggioritario, c’è l’idea che vede

il sistema proporzionale come generatore di crisi e d’instabilità politica.

Secondo Canfora però questo non rappresenta il caso dell’Italia, nella

quale la crisi c’era anche durante il predominio democristiano. La ragione

della riforma del ’93 fu in realtà motivata dalla questione morale: alla luce

di mani pulite, e dello sdegno degli elettori verso la classe politica, si

stabilì di cambiare il principio di rappresentanza piuttosto che estirpare la

malattia. Il punto è che la proporzionalità rischia di portare in parlamento

le frange meno moderate della sinistra, le minoranze radicali che

disturbano il sistema e che vanno epurate dalla scena politica. Esso è

equo, e potrebbe permettere ai ceti popolari di raggiungere una piccola

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fetta di rappresentanza parlamentare. A proposito dei sistemi a

sbarramento, tipo quello tedesco, che impedisce la rappresentanza ad una

forza che abbia raggiunto meno del 5% dei consensi, Canfora sostiene che

essi escludano dalla rappresentanza, milioni di cittadini, racchiusi in quella

piccola percentuale. Contemporaneamente le sinistre europee,

storicamente nemiche del sistema maggioritario, hanno finito con

l’accettarlo in virtù dei cambiamenti avvenuti nella base elettorale, una su

tutti la profonda trasformazione delle classi sociali. Il punto di vista

comunista si è dissolto nel corso degli anni, ed è stato sostituito dalle

sinistre europee, in grado di raggiungere, in direzione della giustizia, lo

Stato Sociale. Questo risultato è stato possibile solo perché si è

regionalizzato e non si è tentato, come nella visione comunista, di

estendere la prospettiva a livelli mondiali.

La trasformazione delle democrazie progressive è avvenuta quindi in due

direzioni: sul piano istituzionale, con le riforme elettorali e con le leggi che

rafforzano l’esecutivo e inducono a votare il centro, e sul piano

sostanziale, con l’accentuarsi della presa delle lobby di potere sull’intera

società. Non è un caso, secondo Canfora, che il magnate dell’industria

delle telecomunicazione Murdoch sia uno dei pilastri elettorali di Bush

Junior (e a questo punto è interessante far riferimento alle tesi del registra

Michael Moore, riguardo l’annuncio alla FOX della vittoria del repubblicano

nel 2000, vittoria che era stata data sicura al rivale democratico Al Gore e

che poi è rimbalzata sulle tv di tutto il mondo). In Italia un caso simile è

sapientemente rappresentato da Silvio Berlusconi, proprietario di quasi

tutta l’emittenza privata e considerato il più grande pubblicitario del

secolo, capace di inventare un partito e vincere ben due elezioni grazie

alla forza dirompente delle comunicazioni e della costruzione del

consenso. Nel prossimo capitolo un focus speciale sarà appunto dedicato

alla questione italiana del “berlusconismo”, analizzata all’interno di un più

ampio discorso sulla democrazia contemporanea.

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csgrobby

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DESCRIZIONE TESI

Il tema affrontato in questo elaborato pone l’attenzione sulla democrazia intesa come la forma di governo tipica dell’epoca contemporanea. Secondo il punto di vista di storici e politologi come Luciano Canfora, Domenico Losurdo, Michele Ciliberto e Massimo Salvadori, la democrazia deve essere considerata come un’ideologia fondata sul consenso. In questo senso, è necessario prestare attenzione all’uso dello strumento del suffragio, il quale, da dispositivo della sovranità popolare, si trasforma, secondo questa prospettiva in mero aggeggio nella mani del potere, che se ne serve a proprio vantaggio. Il nodo centrale della questione, concerne la necessità di cambiare il senso comune, e smascherare il grande inganno che si cela dietro la democrazia: un difetto intrinseco e d’origine, quello di contenere il rischio di una mutazione in senso dispotico della politica democratica. Per sostenere il ccarattere dispotico della democrazia si è innanzitutto ricorso alla filosofia occidentale. Attraverso i contributi di alcuni dei più importanti filosofi politici si è tentato di delineare la concezione della democrazia nel corso dei secoli.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della comunicazione
SSD:
A.A.: 2012-2013

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher csgrobby di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia politica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Giardini Federica.

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