Indice
- 1. Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono
- 2. Era al giorno ch’al sol si scolarono
- 3. A qualunque animale alberga in terra
- 4. Apollo, s’anchor vive il bel desio
- 5. Solo et pensoso i piu deserti campi
- 6. Erano i capei d’oro a l’aura sparsi
- 7. Chiare, fresche et dolci acque
- 8. Italia mia, benché ’l parlar sia indarno
- 9. S’amor non è, che dunque è quel ch’io sento?
- 10. Passa la nave mia colma d'oblio
- 11. La vita fugge, et non s’arresta una hora
- 12. Gli occhi di ch’io parlai si caldamente
Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono
Voi ch’ascoltate sparse il suono
Alliterazione della lettera “s”
Di quei sospiri ond’io nudriva ’l core
Bin sul mio primo giovenile errore
Quand’era in parte altr’uom da quel ch’i’ sono,
Del vario stile in ch’io piango et ragiono
Fra le vane speranze e ’l van dolore,
E di “van” ove sia chi per prova intenda amore,
Spero trovar pietà nonché perdono.
Alliterazione della lettera “p”
Ma ben veggio or sì come al popol tutto
Favola fui gran tempo, onde sovente
Alliterazione della lettera “f”
Di me medesmo meco mi vergogno;
Alliterazione della lettera “m”
Et del mio vaneggiar vergogna è ’l frutto,
Ce e ’l pentersi, e ’l conoscer chiaramente
Che quanto piace al mondo è breve sogno.
Et (v.12) resa grafica di un segno che si trova nel codice del Canzoniere. Questi primi testi non sono copiati da Petrarca ma da un copista chiamato Giovanni Malpaghini. Quest’opera di copia è stata poi copiata da Petrarca stesso, ordinatamente secondo una predisposizione precisa a partire dal primo testo. All’epoca non si utilizzava l’apostrofo, ne l’accento. Et viene pronunciato solo quando si trova davanti ad una vocale. C’è infatti una differenza tra la resa grafica e la pronuncia, poiché la lingua italiana non era stabilizzata come oggi. È un sonetto ed inaugura il metro breve. Petrarca nonostante assegni un ruolo molto importante alle canzoni, sia per le dimensioni che per il discorso, è il sonetto ad aprire il Canzoniere stesso.
ABBA ABBA CDE CDE
Parafrasi
O voi che ascoltate il suono in rime che erano originariamente disperse (poiché non ci troviamo di fronte ad un’opera unitaria come un poema, ma ad un’opera che svolge il suo obiettivo attraverso testi che di per sé sarebbero autonomi). Di quei sospiri di cui io nutrivo il mio cuore al tempo del mio primo errore giovanile, quando ero un uomo diverso da quello che sono oggi (la desinenza in a della prima persona dell’imperfetto è comune in poetica solo fino al 1800), io spero (il verbo principale che regge l’intero periodo è posto all’8 verso) di trovare pietà, nonché perdono dove ci sia presso chi capisca l’amore per esperienza personale, dello stile vario in cui io piango e ragiono, fra speranze e dolore che si sono rivelati vani. Ma ora io mi rendo conto davvero (veggio= vedere con gli occhi dell’intelletto) di essere stato oggetto di chiacchiere per lungo tempo presso tutta la gente, per cui mi vergogno spesso di me stesso fra me e me (meco= con me stesso), e il frutto del mio vaneggiare è la vergogna e il pentirsi e il conoscere chiaramente che ciò che piace al mondo non è altro che un sogno di breve durata.
Decisione petrarchesca di organizzare in “rime sparse” in un libro che disegni la parabola storica ed esemplare del suo amore. La composizione dell’attuale proemio segna l’abbandono delle raccolte di impianto tematico-sincronico per la nuova rivoluzionaria soluzione romanzesca. Rico inoltre colloca la composizione del proemio nel 1349-1350, e sia il proemio che i due sonetti successivi riflettono temi e tonalità di testi proemiali classici. È un testo in cui non compare assolutamente la donna amata, e nonostante inizi con un appello ai lettori è un testo in cui viene messo al centro il protagonista del testo che è l’io del poeta. Il testo si apre con un vocativo: voi rivolgendosi ad un pubblico, poi il soggetto della frase principale è l’io. L’apostrofe ai lettori è topica, anche se Petrarca si discosta dai precedenti facendo del “voi” un vocativo assoluto.
“Onde sovente di me medesimo meco mi vergogno” è presente un’alliterazione della lettera “m” dove l’autore si ripiega su se stesso. È un proemio, ovvero la presentazione dell’opera al lettore inquadrando il tema che verrà trattato al suo interno. Ci troviamo di fronte ad un autore che presenta la propria opera, prendendo la parola e spiegando ai lettori come leggere l’opera stessa. Prima di Petrarca non c’è nessuna raccolta di poesia che sia di un autore (eccetto che per la Vita Nova di Dante, dove però non sono presenti solo testi poetici). Dietro a questa raccolta in volgare è comunque presente una matrice classica e dunque la necessità di Petrarca di imitare gli autori antichi (Orazio, Propezio, Ovidio). Lo stile di Petrarca si differisce dallo stilnovo, che si rivolge ad una stretta cerchia per cui autori e lettori tendono a coincidere. Ci troviamo qui di fronte ad un “voi” indeterminato, e dunque ad una condivisione e la predilezione per coloro che hanno sperimentato l’amore (il fatto di cercare nel lettore la condivisione di un’esperienza fondamentale che è l’amore).
L’esordio contiene la conclusione stessa dell’opera, riflettendo sui propri versi e sulla sua esperienza personale. L’aggettivo “sparse” sprigiona forti suggestioni ideologiche: in esso si riflette il motivo, stoico, della dispersione e della instabilità proprie del volgo contrapposte all’unità e all’autocontrollo del saggio, motivo che pervade il proposito finale del Secretum.
“I lettori ascolteranno i sospiri del suo cuore al tempo degli amori giovanili”, l’esperienza dell’amore e del suo cuore sono esperienze collocate nel passato. Il poeta infatti guarda in prospettiva differente esperienze accadute nel passato. Questo testo molto probabilmente nasce quando la donna stessa è già morta, dunque più o meno intorno al 1350.
“Quand’era... io sono”: lo scrivente è un uomo maturo e ravveduto diverso dal giovane innamorato, ma la trasformazione non è completa perché all’uomo nuovo opravvivono ancora residui dell’errore passato. C’è un senso di distacco tra il presente dell’autore e del passato, ciò che è stato (questo senso di distacco è presente al v. 4 “quand’era in parte altr’uomo da quel ch’io sono”).
L’amore viene definito come un errore al v. 3, ovvero di cammino al di fuori della retta via (similmente a ciò che avviene all’inizio della Commedia di Dante “dove la retta via era smarrita”). I testi che presenta dovrebbero essere secondo ciò che viene detto nel proemio, tutti provenienti dall’epoca giovanile in cui era innamorato (probabilmente non è così per tutti i testi), ma ciò che interessava Petrarca era di rasentare l’amore come un’esperienza giovanile e passata.
Petrarca parla di rime sparse, chiedendo pietà e perdono per la varietà dello stile (questi testi sparsi riflettono un differente stile anche correlati alla differenza degli stati d’animo, ovvero tra “speranza” e “dolore”).
L’io giovanile non era dotato della necessaria saggezza che indica la propria reincarnazione nell’unità e nella costanza nel saggio (nella filosofia di tipo storica).
“Il vario stile ch’io piango et ragiono” Condizione di contrapposizione tra la prospettiva illusoria e positiva della speranza e il dolore dell’esperienza del passato (“fra le vane speranze e ’l van dolore”).
“Ma” avversativa rispetto probabilmente (dal punto di vista puramente logico) “mi rendo conto di essere stato per molto tempo oggetto di chiacchiere per il dolore del mio amore” e dunque di non poter trovare né pietà né perdono, essendo stato per lungo tempo oggetto di chiacchiere. O probabilmente viene utilizzata l’avversativa “ma” cercando quindi di indicare un senso di divario tra il passato e il presente e dunque la diversità di consapevolezza.
Tra la prima terzina e la seconda terzina il tema della vergogna è come se nascesse paradossalmente dai suo vaneggiamenti (le passioni del poeta provate durante la giovinezza è come se fossero vane e senza frutto), cercando di abbandonare il questo sogno. I vaneggiamenti dell’amore sono caratterizzati dall’amarezza di affermare che l’amore è caratterizzato dalla brevità. Le perturbazioni dell’animo secondo gli Stoici sono 4 e non permettono all’individuo di essere costante su ciò che accade di esterno diverso da lui e sono:
- Perturbazioni dell’animo positive: la gioia e la speranza;
- Perturbazioni dell’animo negative: il dolore e il timore.
La gioia e il dolore sono perturbazioni riferite a ciò che è avvenuto nel passato, mentre la speranza e il timore sono rivolte al futuro. È uno dei sonetti più pieno di allitterazioni dell’intera raccolta: È un testo in cui all’inizio si parla del suono dei sospiri derivati dalle sofferenze e dal dolore che il cuore del poeta ha provato in passato. Il suono comprende elementi che corrispondono il polo negativo del passato. Alliterazione della lettera “s” “in rime sparse il suono di quei sospiri” e quello della lettera “p” “spero trovar pietà nonché perdono”. Le parole messe in rima istituiscono dei richiami all’interno del testo: all’inizio quasi due parole identiche suono e sono, che costituiscono una rima equivoca (parole differenti con l’identico suono fonetico). Inoltre la parola “sogno” finale è come se richiamasse l’inizio del testo con la parola “suono”.
Numerose e insistite le figure retoriche che impreziosiscono lo stile: ripetizione di -ri nei primi vv. ("rime", "sospiri", "nudriva"), di -va nella seconda quartina ("vario", "vane", "van", "prova", "trovar"); chiasmo ai vv. 5-6 ("piango-ragiono / speranze-dolore"); allitterazione della "f" al v. 10 ("favola fui"), della "m" al v. 11 ("me medesmo meco mi") e della "v" fra il v.5 e il v. 12 (“vario”, “vane”, “van”, "vaneggiar vergogna"), sempre in posizione iniziale per sottolineare il sentimento di condanna verso se stesso. Il polisindeto ai vv.12-13 ("et... e... e...") rende incalzante l'elenco delle conseguenze negative dell'amore e del rimpianto espresso dall'autore.
Elementi principali
- Testo proemiale: introduzione all’opera; ne orienta la lettura.
- Modello fondamentale: classici latini (Orazio, Properzio, Ovidio).
- Appello ai lettori (non individuati precisamente, ma con predilezione per coloro che hanno sperimentato l’amore).
- Riflessione a posteriori sulle rime e ciò che vi viene raccontato (il proemio nasce tardi anche se non per ultimo).
- Separazione (ma in parte) tra l’uomo di allora e l’uomo di oggi.
- Connotazione dell’esperienza amorosa come errore giovanile e della poesia come opera che risale alla stessa epoca.
- Dispersione e varietà delle rime: connotazione anche morale.
- Motivo della fabula vulgi oggetto di derisione verso il popolo.
- Riconoscimento della vanità delle passioni umane (speranza, dolore) e dei beni terreni.
Fortuna di Voi ch’ascoltate
L’apostrofe ai lettori, con l’invito a leggere o ad ascoltare, è topica sia in ambito lirico che in quello narrativo. Testo fortunatissimo, fu modello per molti degli autori precedenti a Petrarca (es. Dante, Guittone ecc.) e diviene modello per i proemi di molti autori successivi, specie tra Quattro e Cinquecento.
- Es. Boiardo, Gaspara Stampa, nella composizione dell’Ossi di Seppia è presente un’invocazione “Ascoltami”.
Era al giorno ch’al sol si scolarono
In questo sonetto, composto dopo il 1348 e perciò in seguito alla morte di Laura, è descritto il primo incontro tra la donna e Petrarca, avvenuto il 6 aprile 1327 nella chiesa di S. Chiara ad Avignone, il giorno dell'anniversario della passione di Cristo. L'innamoramento del poeta è presentato come fulmineo, attraverso la tradizionale simbologia della freccia del dio Amore che colpisce il cuore in una giornata, tra l'altro, in cui l'occasione liturgica non suggeriva certo all'autore di guardarsi dalle lusinghe dell'amore.
Era il giorno ch’al sol si scoloraro A Ripetizioni in prossimità della rima per la pietà del suo factore i rai, B della serie iniziale “r” quando i’ fui preso, et non me ne guardai, B ché i be’ vostr’occhi, donna, mi legaro. A Tempo non mi parea da far riparo A contra colpi d’Amor: però m’andai B secur, senza sospetto; onde i miei guai B Alliterazione della lettera “s” nel commune dolor s’incominciaro. A Trovommi Amor del tutto disarmato C Alliterazione della lettera “m” et aperta la via per gli occhi al core, D che di lagrime son fatti uscio et varco: E però, al mio parer, non li fu honore D ferir me de saetta in quello stato, C a voi armata non mostrar pur l’arco. E
Parafrasi
Era il giorno in cui al sole si oscurarono i raggi per la pietà verso il suo Creatore [per la morte di Cristo], quando io fui catturato e non potei difendermi, donna, perché i vostri begli occhi mi incatenarono. Non mi sembrava un momento tale da ripararmi dai colpi di Amore, perciò andavo sicuro, senza sospettare nulla; per cui la mia pena iniziò nel dolore di tutta la Cristianità. Amore mi sorprese del tutto disarmato e trovò aperta la via per il mio cuore attraverso gli occhi, che adesso fanno uscire le lacrime: perciò, a parer mio, non fu per lui onorevole colpirmi con una freccia in quella condizione, mentre a voi (armata) non mostrò neppure l'arco.
Metro
Sonetto con schema della rima ABBA, ABBA, CDE, DCE (A, C ed E sono in assonanza, -aro/-ato/-arco, come pure A e D consuonano -ore, con estensione della r interna ad E -arco).
Analisi
Ripetizioni in prossimità della rima nella serie iniziale: scoloRaRo, Rai, guaRdai; Ricca la rima “andai” : “guardai”. Presenza dei consueti latinismi, come "factore" (v. 2), "et" (v. 3 e altrove), "honore" (v. 12). Allitterazione della "s" al v. 7 ("secur sanza sospetto") e della "m" ai vv. 8-9 ("commune... / Trovommi amor del tutto disarmato").
Il sonetto racconta l'innamoramento di Petrarca il giorno del primo incontro con Laura, nella chiesa di S. Chiara ad Avignone, nell'anniversario "storico" della morte di Cristo (il 6 apr. 1327, che era un lunedì): la descrizione ruota intorno alla tradizionale simbologia del dio Amore che attende il poeta al varco e lo colpisce con la sua freccia, approfittando del fatto che lui ha le difese abbassate a causa del carattere luttuoso della giornata (la Cristianità commemora la passione di Cristo, quindi Petrarca non pensa sia il momento propizio per innamorarsi). La freccia colpisce il poeta al cuore attraverso i begli occhi di Laura e i suoi, che poi diventano "uscio" per le lacrime essendo l'amore non corrisposto, secondo un motivo largamente presente nella poesia stilnovista (ad es. in Cavalcanti) tale azione si qualifica come poco onorevole, dal momento che Amore approfitta dello "stato" di Petrarca che non si aspetta l'assalto e cade facilmente, mentre il dio non mostra neppure l'arco a Laura che, al contrario, è "armata" in quanto non intenzionata a corrispondere il sentimento dell'autore.
Il momento dell'innamoramento è rievocato anche nel sonetto 90 sull'invecchiamento della donna, inclusa la metafora dell'arco la cui corda è ormai allentata ma non per questo la "piagha" di Petrarca è risanata. Il testo si colloca dopo il sonetto proemiale del Canzoniere e dopo il sonetto Per fare una leggiadra sua vendetta (2) in cui Petrarca afferma che il dio Amore, irritato dal fatto che lui ha spesso rifiutato di innamorarsi, ha deciso di vendicarsi attendendolo al varco e cogliendo il momento propizio per scoccare la sua freccia, facendo nascere la passione per Laura che, respingendolo, lo farà soffrire.
Il motivo riprende vari luoghi classici, a cominciare dal mito di Apollo e Dafne raccontato da Ovidio (Metamorfosi, I) in cui Amore, proprio per vendicarsi di Apollo che lo ha deriso, colpisce lui con la freccia dell'amore e la ninfa con quella del disamore, ma anche il poeta Properzio che in I, 1 dichiara di essersi innamorato di Cinzia dopo che per lunghi anni aveva disdegnato l'amore, mentre ora dovrà odiare le caste fanciulle (poiché Cinzia inizialmente non glisi concederà, proprio come Laura con Petrarca).
Il primo incontro tra Laura e Petrarca avviene in chiesa, come l'episodio della donna-schermo della Vita nuova di Dante e per di più nel giorno in cui si commemora la morte di Cristo, quando secondo il Vangelo si oscurò la luce del sole: la data esatta del 6 aprile 1327 è indicata dall'autore stesso nel sonetto 211, vv. 12-14.