La creazione delle identità nazionali in Europa
Anne-Marie Thiesse
Parte prima – L'identificazione degli antenati
Capitolo 1 – Una rivoluzione estetica
Dalla metà del XVIII secolo si affermò la necessità di avviare un processo di edificazione delle nazioni attraverso la trasformazione della legittimità culturale. In Scozia, nella seconda metà del Settecento, si affermò la figura del poeta Macpherson noto come il realizzatore di un’epopea nordica all’altezza del prestigioso ciclo omerico e frutto di un lavoro di ricerca di narrazioni e canti popolari. Nacquero così I Canti di Ossian (1760), che si rifacevano al mitico bardo dell’antica Scozia e che – secondo Macpherson – raccoglievano gli antichi canti gaelici attribuiti al leggendario cantore. In realtà si trattava di un falso letterario: l’autore finse di aver tradotto le poesie di Ossian, ma invece si basò su semplici frammenti, inventando di sana pianta molti manoscritti antichi. Il successo dell’opera fu straordinario e questo indusse l’autore a pubblicare altri volumi, tra cui Fingal e Temora.
Nelle sue opere Macpherson poneva alla base della cultura europea elementi culturali diversi da quelli greco-romani; nelle dissertazioni sulla storia degli antichi celti e dei loro druidi, sosteneva che la popolazione scozzese discendeva dai caledoni – che avevano resistito all’esercito romano – e non da invasori giunti dall’Irlanda nel V secolo.
Le epopee ossianiche erano ancora fresche di stampa quando si accese un cruento dibattito sull’autenticità della raccolta macphersoniana, cioè sulla veridicità dei testi antichi (trascrizioni di canti popolari) su cui si basò lo scozzese. La Highlands Society di Edimburgo, subito dopo la morte di Macpherson (1796), nominò una commissione di esperti per studiarne i metodi di lavoro, senza però giungere ad una soluzione largamente condivisa. Le falsificazione ossianiche di Macpherson vennero definitivamente svelate come tali solo a fine Ottocento.
Nel frattempo I Canti di Ossian si erano diffusi anche nel continente europeo, debitamente tradotti in inglese. Turgot e Diderot ne pubblicarono alcuni frammenti e nel 1777 venne pubblicata una traduzione integrale in francese; subito dopo apparvero traduzioni anche in tedesco, polacco, svedese e italiano. I letterati europei vedevano nell’epopea ossianica il monumento fondatore di una rivoluzione culturale. La poesia celtica entrò nel patrimonio europeo come assoluta novità ma con i tratti dell’antico.
L’opera macphersoniana confutava l’ipotesi secondo la quale l’antichità greco-romana era l’unica fonte delle culture contemporanee e il classicismo ne era l’erede. I Canti di Ossian dimostravano definitivamente che esistevano altre tradizioni fondatrici delle culture europee e che era possibile ritrovarne i resti.
Il decentramento della legittimità culturale veniva associato a un decentramento della legittimità politica, questo spiega l’adozione europea dell’epopea scozzese. Il contrasto col classicismo assunse ben presto la forma di una lotta contro la tirannia dell’assolutismo monarchico, facendo degli inglesi i veri eredi degli eroi ossianici. Questo perché nell’Europa settecentesca l’Inghilterra rappresentava il modello di libertà politica e democrazia, perciò esaltarne la riscoperta della tradizione popolare inglese significava anche celebrarne il modello politico.
In Inghilterra inoltre la lotta al classicismo si confondeva con una lotta contro l’egemonia culturale francese. Nel Settecento la cultura e la lingua francese si erano imposte nella maggior parte delle corti europee, affermandosi come l’espressione più completa della cultura letteraria. La lotta al dispotismo culturale francese coinvolse vari personaggi, soprattutto in Germania, Svizzera e Gran Bretagna.
Lo svizzero Bodmer, formatosi all’interno di una società di letterati che auspicava l’affermazione di una letteratura colta in lingua tedesca, affermava di trovare una letteratura libera e autentica. Bodmer esercitò una forte influenza sul tedesco Möser che nei suoi scritti esprimeva la necessità di liberare il pensiero tedesco dalle influenze straniere e di creare uno stato dallo spirito nazionale. Le sue cronache di viaggio insistevano sulla necessità di raccogliere e di preservare le tradizioni popolari.
Non è un caso se la Gran Bretagna e la Svizzera siano stati i due più accesi focolai di lotta contro l’imperialismo culturale francese, dal momento che erano terra d’asilo delle vittime del suo dispotismo.
Il contributo di Herder
La lotta al modello culturale egemonico della Francia trovò un importante alleato in un giovane teologo tedesco proveniente dalla Prussia orientale, Johann Gottfried Herder (ispiratore del romanticismo tedesco). Ancora giovane, durante gli anni di studio, si interessò alle opere di Vico, Montesquieu, Leibniz e Rousseau e conobbe personalmente Diderot, d’Alembert, Kant, Goethe (al quale farà scoprire i concetti fondamentali per la costituzione di una letteratura nazionale) e Georg Hamman, propugnatore di un pensiero ostile al razionalismo e al classicismo e che lo iniziò alle letture di Shakespeare e Ossian.
Pienamente immerso nel clima culturale europeo e attivamente impegnato nei dibattiti intellettuali contemporanei, Herder ottenne la possibilità di frequentare un ambiente colto e stimolante occupando il posto di Oberpfarerr a Weimar, il più vivace centro culturale tedesco. Herder qui svolgeva un’intensa attività di predicatore, direttore di coscienza e autore di una gran quantità di scritti.
Nelle sue opere Herder mostrava una costante preoccupazione patriottica. Fin da Frammenti sulla nuova letteratura tedesca, la sua prima opera importante, egli notava l’insufficiente livello della cultura tedesca e la necessità di innalzarlo. Secondo lui bisognava opporsi alla tendenza degli scrittori tedeschi di produrre delle imitazioni della cultura francese, poiché ciò che determina il valore di una cultura è la sua originalità (così come aveva già sostenuto Leibniz decenni prima). Invitava perciò la fondazione di una “Società per l’appartenenza tedesca”, volta a favorire la restaurazione della gloria nazionale attraverso la produzione di opere di alto livello intellettuale rigorosamente in lingua tedesca. Per Herder ciò che determinava il valore nazionale di una letteratura era il suo profondo radicamento nel genio nazionale. La cultura autentica proveniva dal popolo e ad esso doveva ritornare, non rimanendo un’esclusiva di pochi individui.
La questione della lingua occupava una posizione centrale nella riflessione herderiana, per lui l’anima della nazione risiede nel genio della lingua. Ogni lingua è l’espressione vivente dello spirito di un popolo, la somma finale delle azioni di tutti gli uomini che l’hanno costituita nel coso dei secoli. Herder sosteneva che la lingua è uno strumento di conoscenza della cultura e dei valori di una nazione e ribadiva la necessità di una lingua comune al territorio nazionale. Senza una lingua comune, in cui tutte le classi sociali si identificano, non vi è uno spirito patriottico.
Poesia popolare e resistenza culturale
Gli attacchi all’egemonia culturale francese sono accompagnati in Herder da un’esaltazione della poesia popolare. Per riformare la letteratura contemporanea e ridarle vita, bisognava raccogliere i canti popolari e ispirarsi ai resti di una poesia dell’età primitiva. La lotta all’egemonia francese passava attraverso la raccolta dei canti popolari delle vari nazioni. Herder criticava il ritardo dei tedeschi rispetto agli inglesi nella raccolta dei canti popolari e auspicava l’avvento di un Macpherson tedesco. Il recupero della poesia antica e popolare era per lui la base di un rinnovamento culturale che avrebbe posto fine alla tirannia del classicismo e che avrebbe permesso la formazione di letterature nazionali autentiche.
Herder nutriva grande ammirazione per le epopee ossianiche (nutriva dei sospetti sulla loro autenticità ma ne riconosceva ugualmente il grande valore) e per Macpherson, poiché aveva trasmesso lo spirito e la forza degli antenati e aveva saputo restituire il genio del suo popolo.
La sua monumentale opera, Idee per la filosofia della storia dell’umanità (1791), rappresentava una sintesi di tutto il sapere geografico, filologico, filosofico, astronomico, antropologico e storico dell’epoca, con l’obiettivo di esporre e spiegare la storia universale. Herder denunciava le degenerazioni del dispotismo, dell’imperialismo e dell’intolleranza, avanzando pesanti critiche verso le crociate, ma riconoscendo l’importante ruolo storico rivestito dalle varie eresie (hussite, catare, bogomile) nel progresso della ragione e della libertà. La formazione politica più idonea secondo lui era quella costituita da un popolo unito nazionalmente, mentre riteneva artificiali gli Stati nati dalle guerre (non si fondavano né sulla natura né sulla ragione).
Herder fu un importante punto di riferimento per la maggior parte dei letterati europei, desiderosi di offrire alle rispettive nazioni gloria e dignità. Egli fu capace di delineare l’unica via possibile che le giovani nazioni emergenti potevano percorrere: il rifiuto della supremazia e il riconoscimento della pluralità di organismi.
Herder fu in grado di operare una sintesi teorica propriamente europea di idee completamente nuove nel XVIII secolo: la lotta contro l’immobilismo culturale e il dispotismo politico, le aspirazioni alla felicità e alla libertà, il rifiuto delle barriere sociali, lo stimolo alla riscoperta della tradizione popolare. L’opera herderiana divenne presto un punto di riferimento per gli intellettuali che in Europa si occupavano della questione nazionale, soprattutto nel mondo slavo, poiché Herder – nelle sue Idee per la filosofia della storia dell’umanità – affermava che fin da Carlo Magni gli slavi erano stati sempre soggetti ai germani e che un giorno avrebbero finalmente riconquistato la dignità e la libertà. Le sue idee vennero immediatamente accolte da ungheresi, romeni e greci, mentre in Francia penetrarono piuttosto tardivamente.
L'epopea ossianica in Europa
Nel frattempo dilagava in Europa l’epopea ossianica. L’influenza di Macpherson si compiva attraverso l’emozione romantica e le aspirazioni alla libertà. La nuova generazione di intellettuali iniziò a produrre una gran quantità di componimenti poetici che si rifacevano apertamente ai Canti di Ossian.
In Russia ai numerosi adattamenti dei canti degli antichi bardi gaelici si accompagnava una rivoluzione estetica, con l’introduzione della metrica popolare nella poesia “alta”. La Russia fu il primo stato europeo a dotarsi piuttosto rapidamente di un’epopea nazionale di tipo ossianesco. Un esempio è il Canto della schiera di Igor del 1800 che si rifaceva ad un antico manoscritto contenente la descrizione della lotta condotta nel XII secolo dai russi contro un popolo nomade: l’opera – che dimostrava che anche gli slavi avessero avuto il loro Ossian – venne considerata fin da subito di egual valore dell’epopea macphersoniana.
Il Canto della schiera di Igor assunse un ruolo fondamentale nella fondazione della cultura nazionale russa ed entrò nel patrimonio russo in qualità di monumento culturale e documento storico (anche se la sua autenticità – al pari de I Canti di Ossian – era dubbia). Ai bardi russi si affiancarono i bardi germanici (il ciclo di Arminio – eroe della resistenza germanica contro i romani – di Klopstock) e i bardi gallesi. Il Galles nel Settecento fu teatro di convegni artisti, noti come Eisteddfodau, che ridavano vita allo spirito dei bardi medievali. I bardi, rivisti e corretti, assumevano le vesti di continuatori della cultura druidica, cioè dei cantori della resistenza eroica degli antenati della nazione contro l’invasore romano.
Il druidismo gallese non venne utilizzato per rivendicare una nazione gallese politicamente indipendente dal Regno Unito ma venne presentato come la prefigurazione di un cristianesimo puro, non corrotto dalla Chiesa romana: la religione druidica aveva un spirito anticlericale e si identificava come protocristianesimo.
Il druidismo gallese ispirò i francesi nella loro opera di fondazione delle antichità nazionali (in ritardo rispetto alle altre realtà europee). Più che in altri paesi, in Francia la cultura popolare doveva conquistare una nuova dignità a tutela del patrimonio collettivo.
L'Académie Celtique e le antichità francesi
I galli vennero scelti come antenati della nazione essenzialmente per due motivi: il primo motivo dipendeva da un contemporaneo movimento europeo di promozione celtica, il secondo motivo aveva origini interne e politiche. Da quasi due secoli era diffusa in Francia una tesi secondo la quale il paese fosse occupato da due popolazioni distinte: la più primitiva, discendente dai galli, sarebbe stata ridotta in schiavitù dagli invasori franchi, e da questo asservimento sarebbe derivata la distinzione tra Terzo Stato e nobiltà. La teoria della “doppia popolazione” era stata ideata da un’aristocrazia timorosa di contrapporre la legittimità dei diritti nobiliari all’assolutismo regio: facendo derivare questi diritti non dal favore del sovrano bensì dal diritto di conquista, l’aristocrazia poteva affermare i propri privilegi. Questa tesi tuttavia poteva andare a danno della stessa aristocrazia con la comparsa dell’idea di nazione come comunità di popolo. La tesi della “doppia popolazione” verrà successivamente ripresa dagli storici liberali per interpretare la rivoluzione francese come un conflitto etnico.
Théophile Malo Corret de la Tour d'Auvergne, noto come “il primo granatiere di Francia”, nella sua opera pubblicata nel 1792 Nuove ricerche sulla lingua, l’origine e le antichità dei bretoni (poi ripubblicata con un nuovo titolo: Origini galliche) affermava che i galli erano stati il più antico popolo europeo, che i megaliti di Bretagna erano i loro vecchi luoghi di culto e che il bretone contemporaneo era un celta autentico. Grazie alla Bretagna, la Francia operò la conversione delle antichità greco-latine in quelle celtiche senza perdere il primato europeo.
Nel 1805 venne creata a Parigi un’associazione culturale, l’Académie celtique, con il proposito di redigere una grammatica celto-ossianica sulla base del testo gallico originale di Ossian. Tra i fondatori dell’Académie figuravano Cambry, Johanneau, Mangourit, Alexandre Lenoir (creatore del Museo dei monumenti francesi). L’Accademia, i cui membri eruditi erano spesso archivisti e filologi, perseguiva due obiettivi congiunti: scienza e patriottismo. L’Accademia si proponeva di ricreare le antichità nazionali partendo dalla cultura popolare. Il duplice scopo che essa si proponeva era la ricerca della lingua e delle antichità celtiche: l’intento era quella di ritrovare la lingua celtica negli autori e nei monumenti antichi, nei due dialetti che ancora esistevano di questa lingua (gallese e bretone) e in tutti i dialetti popolari. Si proponeva inoltre di raccogliere e spiegare tutte le antichità, i monumenti, le usanze e le tradizioni: fare cioè una statistica delle testimonianze galliche.
Proprio Lenoir affermava che il desiderio di ritrovare e di raccogliere la gloria trasmessa dai celti, dai galli e dai franchi aveva portato alla fondazione dell’Académie celtique. Traspirava un forte interesse per le tradizioni e le parlate popolari. A tal proposito venne realizzato un grande questionario con lo scopo di indagare le usanze popolari (tradizioni tramandate di generazione in generazione) e le varietà linguistiche. L’ambizione dell’Accademia era quella di occupare un posto rilevante negli scambi internazionali e nella ricerca delle antichità nazionali. Divenuta nazione di cittadini, la Francia doveva essere unificata sul piano linguistico. Secondo gli accademici, i dialetti e le usanze popolari non devono essere diffusi ma conservati come un bene patrimoniale.
Nel 1814 l’Académie celtique cessò ogni attività e alcuni suoi membri andarono a formare un nuovo gruppo, la Société royale des antiquaires de France, dedita anch’essa allo studio della storia dei tempi antichi, ma la storia dei galli perse il ruolo principale. È sulla tradizione bretone-celtica che nel 1830 si costruirà l’epopea francese di tipo ossianico.
La dimensione patriottica delle antichità nazionali
La conquista napoleonica, la marcia vittoriosa dell’esercito francese attraverso l’Europa, aveva finalmente unito le idee di nazione e di patria, non più sotto il principe (che nutre interessi personali) ma sotto la nazione, così come affermato da Fichte nei Discorsi alla nazione tedesca (1808). Negli stessi anni Friedrich Ludwig Jahn cercava di promuovere un’educazione patriottica tedesca. Egli fondò delle associazioni di educazione fisica destinate a forgiare, oltre al carattere, anche la robustezza fisica della gioventù tedesca. Nella sua opera Il carattere nazionale tedesco, Jahn ribadiva che lo stato è nulla senza il popolo e che un governo saggio non pone lo stato al di sopra del popolo, ma il popolo nello stato.
Jahn era anche un convinto sostenitore di profonde riforme sociali: abolizione dei diritti feudali e dei privilegi, libero possesso della terra da parte dei contadini, educazione di base per tutti. Nell’Europa sconvolta dalla guerra la scoperta e la celebrazione delle antichità nazionali venivano considerate un dovere patriottico. Nel 1811 un gruppo di giovani svedesi fondano a Lund la Lega gotica e la rivista Iduna. La lega gotica si prefiggeva l’obiettivo di studiare le saghe e le cronache degli antichi goti: imitando Klopstock...
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