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grado di mediare tra Italia e Turchia e tutte le altre potenze si lamentarono che l’Italia, con la sua

volontà di annettere la Libia, aveva protratto la guerra. Questo portò inoltre all’interno dello stesso

Impero Ottomano al rafforzamento dei sostenitori della guerra ad oltranza contro l’Italia e ad essi si

avvicineranno gli arabo-libici creando quindi un’alleanza sulla base culturale-religiosa.

Di San Giuliano non si oppose però a Giolitti dopo le sue dichiarazioni. Questo perché aveva intuito

che l’accordo che stava nascendo con la mediazione tedesca non avrebbe consentito all’Italia di

edificare la sua colonia: l’Impero Ottomano non avrebbe solo conservato la sovranità sulla Libia, ma

vi sarebbero state anche molti diritti sostanziali che avrebbero ostacolato il governo di Roma. La

decisione dell’annessione quasi facilitò l’opera del ministro degli esteri che si adoperò a rendere

note delle compensazioni per la Turchia (indennizzi di guerra) e, inoltre, il mantenimento del titolo

religioso di Califfo per il Sultano, ma a patto che la Turchia comprendesse e accettasse che l’Italia

non sarebbe più tornata indietro sulla sua decisione.

Tra la fine del 1911 e l’inizio del 1912 fallirono anche due proposte di pace mediate dalla Russia e la

Turchia era sempre più convinta a non cedere ad una nazione che, in realtà, aveva occupato solo

poche miglia quadrate di costa libica. Questo contribuì a far proseguire la guerra e, inoltre, ad

animare la guerriglia con gli arabo-libici.

Di San Giuliano temeva che questa situazione avrebbe fatto cadere la rete di relazioni internazionali

che dovevano, secondo i suoi piani, facilitare il raggiungimento degli obiettivi internazionali italiani.

Infatti, l’Inghilterra era preoccupata per i suoi traffici commerciali minati dalle operazioni navali

italiane e nessuna potenza volle premere seriamente sulla Sublime Porta per convincerla

all’annessione. La guerra quindi non solo provocò il raffreddamento dei rapporti con gli alleati

austro-tedeschi ma anche con Francia e Russia: con la Francia a causa di sequestri italiani di navi

francesi su cui si pensava vi fossero rifornimenti per gli ottomani e con la Russia a causa del non

rispetto degli accordi di Racconigi da parte dei russi che avevano cercato di ostacolare l’Italia

durante la guerra al fine di ottenere il passaggio sugli Stretti.

A questo punto, dopo la decisione dell’annessione, era necessario un colpo decisivo all’Impero

Ottomano per forzarlo alla pace. L’Italia doveva però lottare sempre contro gli interessi

internazionali che costituivano una sorta di corazza a protezione dell’Impero Ottomano, limitando

pertanto gli spazi di manovra dell’esercito e della marina italiana. Per queste ragione l’Italia non

poteva operare sulle coste siriane, protette dalla Francia, né nel Basso Adriatico perché aveva

promesso all’Austria di mantenere questa zona neutrale. Impensabile era un attacco negli Stretti,

impossibile a causa degli interessi commerciali inglesi e russi.

Di San Giuliano giunse alla conclusione di occupare alcune isole dell’Egeo così da stroncare la

volontà di resistenza turca: costruire qui delle basi avrebbe permesso di fermare il traffico di

rifornimenti all’Impero. Era un’operazione altamente rischiosa nell’ambito della Triplice perché

l’occupazione di tali isole avrebbe permesso all’Austria di intervenire o di chiedere compensazioni

territoriali, senza contare il fatto che c’era l’altissimo rischio di perdere definitivamente la

possibilità di ottenere le terre irredente. Di San Giuliano decise quindi di appoggiarsi nuovamente

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alla mediazione tedesca, minacciando l’uscita dalla Triplice se non si fosse opposta alle richieste di

compensazioni dell’Austria.

Una mossa che ebbe successo, con la Germania che promise di convincere l’Austria della necessità

delle operazioni nell’Egeo. La Germania però accettò solo di preparare il terreno delle discussioni e

che sarebbe dovuto essere il governo italiano ad ottenere il consenso degli austriaci.

Dopo il superamento dell’ostacolo legato all’ambasciatore italiano a Vienna, Avarna – che non era

molto convinto di continuare le discussioni sull’Egeo con l’Austria a causa dei suoi timori su una

possibile espansione nei Balcani dell’Austria come compenso dell’occupazione del Dodecaneso da

parte dell’Italia – e dopo aver saputo dal governo austriaco che non acconsentiva alle operazioni e

che, nel caso fossero state effettuate ugualmente, si sarebbe riservata il diritto di utilizzare

l’articolo 7 della Triplice Alleanza (diritto a compensazioni), di San Giuliano preparò un piano

d’azione in cui si chiedeva all’Austria di accettare le operazioni italiane per porre fine rapidamente

alla guerra. Inoltre il ministro osservava come quelle operazioni avrebbero consentito all’Italia di

acquisire un territorio, quello libico, che non rientrava negli interessi comuni delle due potenze

(cioè i Balcani) e, pertanto, l’articolo 7 era inapplicabile.

Era già il 1912 e queste operazioni erano sempre più impellenti e così Avarna andò a colloquio con il

ministro degli esteri austro-ungarico, strappando l’assenso della Monarchia. Le operazioni nel

Dodecaneso ebbero inizio e si conclusero in poche settimane: l’Italia pensò che il permesso

austriaco sarebbe durato fino a quando non si fossero toccate isole europee e così arrivò a

minacciare l’isola di Chio e a pensare anche ad un attacco a Smirne e Costantinopoli. L’Austria però

impedì queste operazioni minacciando l’utilizzo dell’articolo 7: una minaccia che, paradossalmente,

sarà utilizzata a suo favore da di San Giuliano che costrinse l’Austria ad ammettere che tutte le

occupazioni precedenti non rientravano nelle clausole della Triplice.

L’occupazione del Dodecaneso fu un duro colpo per l’Impero Ottomano e, così, si aprirono colloqui

informali tra un finanziere veneto, Giuseppe Volpi, e gli statisti turchi. L’Impero non volle però

cedere alle questioni di prestigio, pertanto riconosceva la rinuncia al controllo della Libia ma non la

conquista e l’annessione italiana. Di San Giuliano fu quindi disponibile a dividere in settori il

controllo libico, con l’Italia che avrebbe amministrato le zone costiere, lasciando quelle interne

all’Impero.

Prima della stipula della Pace di Ouchy venne firmato dal Sultano il documento in cui riconosceva

l’autonomia, di sua spontanea volontà, alla Libia e un decreto regio da parte del Re Vittorio

Emanuele che, sempre di propria iniziativa, dichiarava che l’Italia estendeva la sua sovranità sulla

Libia. Questa sovranità non sarebbe dovuta essere menzionata nella trattato di pace del 18 Ottobre

1912. Nuovamente l’opposizione di Giolitti, sempre motivato da interessi di politica interna, si fece

sentire ma questa volta di San Giuliano, vista l’intransigenza turca e lo scoppio imminente delle

guerre balcaniche, fece pressioni sul Presidente del Consiglio affinché il trattato fosse ugualmente

concluso. 16

Il Trattato di Ouchy fu molto ambiguo sulla questione della sovranità ma di San Giuliano si adoperò

per ottenere il riconoscimento di tutte le grandi potenze così da evitare ogni futuro dissidio. Solo il

riconoscimento della Francia ebbe un lieve ritardo, a dimostrazione di come l’espansione italiana

nel Mediterraneo era diventata una fonte di scontro tra i due paesi.

Di San Giuliano, nel momento in cui l’impresa libica si concluse, fu contrario ad alcune esternazioni

che vedevano in questa vittoria la possibilità di fare del Mediterraneo un proprio lago. Anzi, egli

ribadì che proprio la Guerra di Libia aveva dimostrato come la politica remissiva italiana era finita e

che nessuno poteva considerare il Mediterraneo “Mare Nostrum”. Per lui doveva essere una “libera

via delle genti” dove nessuno doveva averne il dominio.

5 - La politica islamica dell’Italia durante la Triplice Alleanza. L’attività di Enrico Insabato (Vittorio

Ianari)

L’Italia si pose in ritardo il problema della comprensione del mondo islamico e dell’instaurazione di

rapporti con esso nonostante i territori su cui il paese aspirava erano a prevalenza musulmana. Vi

erano solo vaghi riferimenti ma nessun riscontro concreto nell’azione di governo. Anche dopo

l’occupazione francese della Tunisia, i dibattiti ufficiali si soffermarono sulla difesa dei territori libici

dalle altre potenze ma non vi era ancora alcun riferimento all’islam. Anche nelle attività in politica

estera e diplomatica si faceva riferimento, nel contesto della “questione d’Oriente”, ad argomenti

di politica internazionale ma mai a questioni musulmane.

Le prime argomentazioni sull’islam saranno effettuate al momento dell’impresa libica (1911-1912).

L’estraneità dell’islam dal contesto culturale e politico italiano, spiegava il perché di questo ritardo

rispetto alle altre potenze europee, in rapporto ai disegni di espansione coloniale. Infatti, le cause

che colpivano l’opinione pubblica italiana erano quelle irredentiste e il consolidamento dell’unità,

mentre l’incapacità di capire il mondo islamico si collegava alle forti incertezze e problemi dei primi

tentativi coloniali. Anche i vari esploratori italiani in Africa si limitavano a valutazioni di tipo

naturalistico e superficiali, senza mai accennare a osservazioni antropologiche e religiose.

Questa prima esplorazione dell’Oriente era avvenuta anche ad imitazione delle altre potenze, ed

una delle mete privilegiate era Gerusalemme a causa dei motivi religiosi collegati ad essa ma mai vi

erano concreti riferimenti all’islam (l’abate Antonio Stoppani fa ironia sul rito dell’abluzione,

Matilde Serao descrive senza avere le conoscenze il pellegrinaggio a La Mecca, De Gubernatis

effettua il viaggio con l’intento di dimostrare la superiorità del cristianesimo).

L’Italia era troppo lontana da quel mondo e la stessa istituzione di un consolato a Gerusalemme fu

motivo di discussioni parlamentari. I funzionari italiani non avevano la giusta preparazione per

operare i Oriente, anche a causa di una mancata preparazione in materia islamica. Una denuncia su

questa situazione fu fatta da Leone Caetani, orientalista, oppositore della guerra di Libia, che

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mostrò la sua preoccupazione per il ritardo culturale italiano contrapponendolo alla grande

evoluzione delle altre nazioni. Nonostante un suo discorso sulla necessità di conoscere il fervore

musulmano in Libia, che avrebbe potuto sicuramente risultare un fattore determinante per la

resistenza all’azione militare, durante la guerra non vi fu alcun tentativo di accostare le componenti

islamiche; anzi, venne creata l’idea che gli arabi fossero favorevoli all’arrivo degli italiani.

Ma in realtà, con lo scoppio della guerra e la resistenza arabo-islamica, il governo era stato colto di

sorpresa: mossi dai turchi e dalla Senussiyya, i musulmani avevano colpito le forze italiane. Da

questo momento inizierà una politica islamica in Italia che di certo non era una scelta, ma una

necessità dettata dall’evoluzione della guerra. Ci fu quindi la necessità di avviare un istituto di studi

arabistici per cercare di capire l’islam, anche se più per motivazioni di amministrazione coloniale

che di politica estera.

Inizierà quindi solo ora una politica islamica italiana anche se, già in passato, contatti con questo

mondo vi erano stati in Eritrea e in Somalia; non fu un’esperienza sfruttata però ed anzi, si tendeva

ad individuare la Tripolitania non come una terra araba ma turca e, quindi, da trattare con le altre

potenze. Tutti i tentativi di preparare il mondo islamico all’impresa libica, erano stati fatti al di fuori

o ai limiti della politica ufficiale e, in quest’ambito, rientra l’azione di Enrico Insabato.

Insabato dopo i primi studi si trasferirà a Parigi dove avrà i primi contatti con l’islam, diventando

amico di Aguèli, pittore anarchico convertito all’islam. Egli vide nel mondo arabo lo scenario ideale

in cui operare e cercò quindi un progetto di avvicinamento tra Italia e Islam. In una visita al Cairo

ebbe contatti con gli ambienti delle Confraternite, molto influenti a livello popolare, col tentativo di

avvicinarli alla causa italiana e, in più, diede vita ad un giornale (Il Convito) filoislamico, bilingue e

italo-islamico.

Egli era divenuto un agente del Ministero dell’Interno, guidato da Giolitti, e le sue azioni erano volte

a far crescere il consenso musulmano all’Italia (anche se non si sa se fosse stato ingaggiato dallo

Stato o se si fosse offerto lui stesso). Le sue azioni spesso erano in contrasto con gli agenti

diplomatici italiani e, infatti, per due volte venne rimproverato per aver creato malumori da parte

di egiziani ed inglesi. Il suo lavoro, di cui era garante lo stesso Giolitti, era volto ad entrare in

contatto con la potente Confraternita della Senussia, fortemente radica nel territorio libico;

spesso, però, entrava in contrasto con la diplomazia ufficiale e con le autorità inglesi.

I diplomatici italiani erano più preoccupati di non indispettire le altre potenze, piuttosto che

accogliere un programma non ben definito di Insabato. E’ vero però che grazie a Giolitti si potè

diffondere il suo giornale. La sua azione di mediazione con la Senussia non si stava rivelando

efficace e quindi, per non compromettere le relazioni con inglesi e egiziani, chiese di essere

richiamato in Italia. Nel 1910 venne mandato a Parigi da Giolitti dove continuò ad avere contatti

con il mondo egiziano.

Insabato aveva constatato come i tentativi diplomatici italiani non avevano avuto nessun risultato

e, a conflitto italo-turco iniziato, aveva prontamente informato l’Italia sulle reazioni negative degli

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ambienti egiziani e sulle esili possibilità di accordarsi con la Senussiyya. L’opinione pubblica egiziana

era insorta contro l’occupazione italiana e incitava alla resistenza delle popolazioni libiche. A questo

punto ogni tentativo di contatto con la Senussiyya era vano e, dato che l’Italia stava cercando di

imporre con fatica la sua sovranità attraverso le armi, non poteva più permettersi di avere contatti

ufficiosi che avrebbero avuto come unico risultato quello di indebolire la posizione italiana agli

occhi degli indigeni. Pertanto, nel 1912, Giolitti prese le distanze da Insabato che venne allontanato

dal Cairo.

Ormai le sue azioni risultavano difficili da attuare ma non abbandonerà i rapporti con il mondo

arabo. All’inizio della Prima Guerra Mondiale si trovava alle dipendenze dell’ambasciata italiana a

Costantinopoli, dove chiese di essere inviato in Libia per aiutare nei contatti di pacificazione ma la

sua richiesta venne respinta. Dopo la guerra, Insabato tentò la via politica tra le fila del Partito dei

Contadini divenendo anche deputato.

Dal momento in cui Insabato si recò al Cairo, la sua azione venne definita il primo compiuto disegno

di una politica islamica dell’Italia. I suoi spostamenti venivano costantemente monitorati dalla

polizia egiziana, in quanto era vicino agli ambienti anarchici. Successivamente egli abbandonò

questi ambienti per dedicarsi, assieme al suo amico Aguelì, ad un progetto in grado di stabilire

nuovi rapporti tra Occidente e Islam. Insabato chiedeva quindi che, in base all’aspirazione italiana di

giocare un ruolo primario nei nuovi assetti che si andavano a delineare nel Mediterraneo

mediorientale, fosse avviata una forte politica di conoscimento del mondo islamico.

Secondo la sua opinione si doveva arrivare ad una vera e propria alleanza con i rappresentanti

dell’islam più rigoroso per indurli ad accettare la fedeltà ad una forte potenza occidentale. Egli

suggeriva alcuni atteggiamenti da assumere, dichiarando che i veri religiosi erano la parte buona

della popolazione, che ciò che chiedevano era la sicurezza per la propria religione, per la società

musulmana e per la propria persona (beni e onore). Affermava quindi che garantendo la pratica

dell’islam, favorendo l’istruzione religiosa, conservando neutralità di fronte alla propaganda

musulmana, si sarebbe potuto conquistare la popolazione islamica. Roma poteva divenire l’anello di

congiunzione tra i due mondi, cooperando alla rinascita dell’islam e l’Italia poteva fungere da

diffusore di influenza intellettuale, scientifica e artistica (In sabato addirittura chiedeva che lo

studio del greco nei licei, venisse sostituito dall’arabo).

Un altro filone di pensiero era quella panarabista, che costituiva una ricompattazione attorno alla

comune appartenenza araba. Questa concezione prevedeva, in chiave nazionalista, l’indipendenza

dal dominio dell’Impero Ottomano e considerava necessaria qualche forma di dialogo con

l’Occidente. Insabato però aveva condiviso le battaglie dell’islamismo più intransigente e aveva

quindi assunto un atteggiamento contrario a qualsiasi tipo di riforma. Per questo aveva chiesto di

appoggiare l’Impero Ottomano che, almeno fino all’arrivo al potere dei Giovani Turchi,

rappresentava il riferimento istituzionale dell’islam più tradizionale. Questo perché egli era

convinto che arrivare ad ottenere l’amicizia con le Confraternite più influenti avrebbe garantito una

grande potenzialità d’azione e d’influenza. Addirittura in questo appoggio all’Impero, Insabato

chiedeva anche di difendere quelle che erano i massacri perpetrati contro gli armeni e i macedoni.

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Le prospettive d’azione dell’agente lo avevano spinto a vagheggiare l’istituzione di un Ufficio degli

Affari d’Oriente per raccogliere informazioni e studi sul mondo musulmano. Insabato aveva una

visione dell’Islam molto evoluta rispetto a quella che c’era in Italia, dove era un soggetto

trascurabile: aveva colto le potenzialità, la convenienza di una maggiore conoscenza. Egli credeva

che l’Italia avrebbe dovuto abbandonare le ipotesi di conquista territoriale e giocare un ruolo di

influenza tramite scambi commerciali e penetrazione economica e non coloniale.

Importante per Insabato nel suo lavoro al Cairo, era la benevolenza di Giolitti e la diffusione del suo

giornale “Il Convito”. Giolitti aveva sostenuto la rivista chiedendo al ministro degli Esteri Tittoni che

fosse diffusa dai consoli che operavano nei paesi musulmani. La rivista prendeva le distanze dal

colonialismo perché era una forma oppressiva e incapace di produrre ciò che di buono proponeva

realizzare. Secondo Insabato l’unica forma possibile era quella economica: inserirsi così nel mondo

islamico avrebbe permesso all’Italia di avere risultati positivi anche perché possedeva le capacità

per inserirsi nel mondo orientale, non aveva compiuto azioni coloniali, si era di recente liberata

dall’oppressione straniera ed era conservatrice di un’antica civiltà che, assieme a quella islamica, ne

poteva produrre una nuova, universale. Insabato pensava che non si poteva imporre la civiltà

europea ad un mondo che aveva la sua antica cultura e tradizione.

Il Convito aveva un taglio polemico e spregiudicato: criticava il colonialismo difendendo l’integrità

dell’Impero Ottomano e presentando le buone relazioni di questo con l’Italia. La redazione del

giornale pensava che vi fosse bisogno di una maggiore conoscenza della religione musulmana e dei

suoi nemici: tra questi ultimi vi erano la Chiesa e il mondo clericale. Infatti, il giornale era critico

verso l’opera dei missionari e affermava che l’Italia non andava identificata col Papato, contro il

quale anzi, la nazione aveva lottato.

Nemici erano anche i levantini, prevalentemente cristiani inseriti nel contesto orientale, che

avevano aderito al panarabismo ed erano riusciti a coinvolgere parecchi gruppi colti musulmani

minando all’integrità della “umma” islamica.

Questa corrente “panislamica” suscitava però preoccupazioni tra le potenze europee; Insabato

cercherà di fugare questi timori dicendo che questo movimento avrebbe rafforzato la umma

islamica ma senza comportare l’unione politica e militare.

Nella redazione del suo giornale entravano in contatto con lui esponenti islamici orientati verso

una visione rigorista legati alla scuola giuridica malekita o ai movimenti di ispirazione mistica. Uno

di questi è lo shaykh Abd Raham ‘Ilisc, il cui padre era considerato il restauratore del rito malekita

in Egitto, che riteneva gli italiani gli unici europei in grado di stabilire buone relazioni con l’Oriente

e, addirittura, avrà l’idea di creare una moschea alla memoria di Re Umberto. L’edificio sarebbe

stato destinato anche ad accogliere gli allievi che dalle colonie italiane venivano a studiare

nell’Università di al-Azhar. Insabato poi, oltre a difendere ‘Ilisc dalle critiche di alcuni ambienti

riformisti, prospettò la fondazione al Cairo di una scuola di italiano per arabofoni, l’incremento

dell’attività culturale e la creazione di una moschea a Roma.

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Altro personaggio che aveva collaborato con Insabato era Elui Bey, un egiziano del Cairo che

conosceva l’italiano e che aveva stabilito un contatto personale con i capi della Senussia, riuscendo

in un ruolo di mediazione tra essi e l’Italia (almeno fino allo scoppio della guerra italo-turca). E così

Insabato grazie a questi personaggi era riuscito ad avvicinare membri di confraternite, spie ed

informatori alla causa italiana.

Ma le attività di Insabato, volte ad appoggiare l’islamismo tradizionale legato all’Impero Ottomano,

avevano provocato le preoccupazioni delle autorità britanniche in Egitto allarmati dal suo attivismo

anti-occidentale e così, anche a causa del cambiamento della politica turca, il tentativo di Insabato

era destinato a fallire. Inoltre l’azione dell’agente era malvista anche dagli agenti diplomatici italiani

al Cairo che chiedevano l’allontanamento definitivo dall’Egitto di Insabato.

Con lo scoppio della guerra italo-turca venivano meno tutte le possibilità di mediazione tra Italia e

mondo islamico:

 I capi della Senussia divennero diffidenti e meno disponibili a inviare messaggi concilianti.

Giolitti si decise a inviare Insabato nell’oasi di Kufra per avere un incontro col capo della

Senussia ma il tentativo non andò a buon fine;

 Non c’era più fiducia negli italiani ormai;

 E l’azione di Insabato venne aspramente criticata all’interno del paese, fino al punto che la

possibilità di utilizzarlo era stata completamente scartata nel 1913 dopo un articolo apparso

su “Il Secolo” in cui si denunciava la sua scarsa rappresentanza.

Nei mesi successivi allo scoppio della guerra si fece sempre più evidente il fatto che gli italiani

avrebbero dovuto confrontarsi anche con l’elemento autoctono animato proprio dalla Senussiyya.

Con lo scoppio della guerra, i già deboli appoggi da parte delle autorità italiane all’attività di

Insabato, saranno praticamente nulli. L’Italia era considerata una nemica che, come le altre potenze

europee, voleva estendere la sua influenza coloniale a tutto il mondo musulmano. Non solo dai

paesi colpiti dal conflitto si levarono voci critiche, ma anche da paesi lontani come lo Yemen e l’Iraq.

Addirittura l’Egitto, la cui neutralità era stata decisa dall’autorità britannica, si era opposta

all’aggressione italiana. La popolazione aveva boicottato i commerci e le attività professionali della

comunità italiana e particolarmente colpito fu il Banco di Roma, accusato di sostenere l’operazione

coloniale in Libia. Molti gruppi italiani in vari paesi arabi, furono costretti ad abbandonare i loro

luoghi di residenza e recarsi all’estero.

Da parte italiana, la comprensione dell’elemento islamico si era ulteriormente smorzata in seguito

alla conquista libica, dato che tutte le forze erano state spese per gli ambiti diplomatici, militari ed

economici. A questo si aggiungeva la consapevolezza che la corrente di riforma del panislamismo

non aveva più grandi speranze di attuazione, limitata nei mezzi e nella volontà di agire. Inoltre, il

Sultano aveva ormai perso la presa sui musulmani, sia sui sudditi, sia su quelli al di fuori

dell’Impero. 21

Le autorità italiane si erano distaccate dalle missione cattolica, nella volontà di rispettare il più

numeroso popolo musulmano e non l’esigua realtà cattolica. A causa della resistenza animata dalla

confraternita senussa, i responsabili coloniali italiani sostenevano la necessità di attuare una

politica di attenzione al mondo musulmano perché non rispettare l’islam sarebbe stato un grave

ostacolo all’impresa italiana.

Così, l’Italia giolittiana cercava di gestire la difficile situazione libica, dove la resistenza era sostenuta

da motivazioni religiose. Si cercava quindi di impostare il rapporto con la popolazione autoctona su

una base di collaborazione, con un accordo che si fondasse soprattutto sulla crescita del benessere

per le popolazioni della colonia e sulla neutralità in materia religiosa. In questo modo si sarebbe

evitato ogni conflitto con l’islam ed eventuali mire di propaganda o rivendicazione religiosa

cattolica. Queste idee spingevano i responsabili coloniali a non concedere spazi ai missionari

cattolici.

Gli Statuti Libici (1919-1920) segnarono il momento di massima politica di favore verso l’islam, nel

tentativo di mettere sullo stesso piano i metropolitani e gli indigeni e di far acquisire loro la

cittadinanza italiana. Ma già dopo la Prima Guerra Mondiale questa politica verrà sconfessata e,

durante il periodo fascista, aspramente criticata. Di fronte al persistere della resistenza, l’azione

militare prenderà il posto della collaborazione.

Nonostante la resistenza libica, durante l’occupazione si diedero all’islam tutte le attenzioni di cui

doveva godere una fede largamente dominante. Le altre religioni presenti nel territorio avevano sì

lo stato di autonomia di cui godevano all’interno dell’Impero Ottomano (Millet), ma non potevano

assolutamente essere privilegiate rispetto all’elemento arabo per non suscitare malumori e

risentimenti. Va osservato che l’attenzione al mondo musulmano era diventata, dopo l’impresa

libica, un fatto legato esclusivamente all’ambito coloniale. Solo durante il fascismo vi sarà una

politica islamica ma non in riferimento ad un disegno di amicizia, ma sarà un semplice tassello di

politica di potenza dell’Italia per il predominio del Mediterraneo contro Francia e Gran Bretagna.

6 - Tra Roma e Costantinopoli: Pio Leonardo Navarra missionario nell’Oriente Ottomano

(Clemente Ciammaruconi)

Pio Leonardo Navarra entrò in seminario a 12 anni e poi nei frati minori conventuali in un periodo

in cui, sul finire dell’’800, vi era una forte crisi di vocazioni. Per questo l’Ordine, per uscire da questa

situazione, decise fare maggiori sforzi verso il reclutamento e la formazione della gioventù.

Un’iniziativa intrapresa in un clima culturale influenzato dalla dottrina tomista che stava

conoscendo un forte impulso dall’enciclica Aeterni Patris. Questa dottrina, con implicazioni sociali

conservatrici e la sua visione integralista, ebbe la responsabilità di favorire un certo isolamento sul

piano culturale e politico dei francescani. Navarra maturò in questo contesto culturale.

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Nella provincia d’Oriente dell’Ordine, Navarra fu assegnato alla scuola parrocchiale di

Costantinopoli-Istanbul. Qui la comunità europea, e in particolare quella italiana, risaliva all’epoca

dell’Impero Latino d’Oriente quando genovesi e veneziani si erano insediati in questa regione a

seguito della Quarta Crociata. In seguito, dopo la conquista selgiuchida, queste comunità ebbero un

nuovo incremento andando ad ampliarsi ulteriormente nel corso dell’Ottocento a causa di

motivazioni politiche e di possibilità di lavoro nell’Impero Ottomano. Per queste comunità italo-

levantine la religione cattolica aveva un ruolo di salvaguardia della propria identità culturale e, in

particolare, importante sarà l’apporto della missione francescana che, però, rimaneva sotto il

protettorato francese.

Il conflitto ancora non risolto tra Chiesa e Stato italiano gravava sui rapporti tra l’Ordine e il

governo: a stemperare la situazione però vi sarà la questione della ricostruzione della Chiesa madre

di S. Antonio a Costantinopoli e, dalla controparte, la necessità di avere una città, individuata a

Costantinopoli, che non fosse sotto il protettorato di altre nazioni e in cui si potevano celebrare le

varie ricorrenze patriottico-religiose.

L’incontro di tali esigenze, e la fine del protettorato francese a causa dei dissidi con la Chiesa

cattolica, fece in modo di stabilire nuovi rapporti tra l’Ordine e il governo italiano. Questo fece in

modo che la chiesa di S. Antonio passasse sotto il protettorato del Regno d’Italia, diventando la

chiesa nazionale italiana di Costantinopoli.

Nel frattempo, Navarra era stato nominato parroco di Alessandropoli, nella Tracia Occidentale.

Svolse la sua attività pastorale tra il 1905 e il 1909, anno in cui fu chiamato a ricoprire il ruolo di

ministro provinciale d’Oriente. Nei suoi tre anni di governo, l’Ordine vide nascere nuovi conventi,

parrocchie, scuole e due case missionarie fondate a Salonicco e Damasco. Problemi però sorsero

dalla costruzione della chiesa di S. Antonio che, dopo gli appoggi italiani (tra cui una personale

donazione del Re Vittorio Emanuele III), i fondi erano stati esauriti solo per le fondamenta. Chiese

quindi un nuovo prestito all’Associazione Nazionale per far proseguire i lavori, ma questo gli costò

particolari critiche per la sua troppa vicinanza al governo italiano. Egli risponderà duramente a

queste critiche, dimostrando disprezzo verso quei suoi superiori che lo esortavano di chiedere –

ironicamente – direttamente al Re e mostrando, al contempo, la sua ortodossia politica: disprezzo

per il sistema liberale e per lo stesso sovrano italiano.

Una delle prove più impegnative per Navarra sarà però il conflitto italo-turco. Lo scoppio delle

ostilità creò profonde preoccupazioni tra la comunità italiana a Costantinopoli. In un rapporto

Navarra spiegherà come il governo turco aveva chiuso tutte le scuole italiane e tutti gli esercizi

commerciali italiani. Affermava inoltre che la missione francescana era passata sotto protezione

della Germania e che, in caso di rivolta contro gli italiani, si sarebbe dovuto innalzare la bandiera

tedesca. La Germania venne individuata come un sicuro punto di riferimento, salvo poi capire che il

malcontento tedesco all’impresa libica – dovuta ai crescenti interessi commerciali e politici

nell’Impero ottomano – aveva portato ad un atteggiamento distaccato e cauto della nazione

tedesca provocando i risentimenti della comunità italiana e delle autorità ecclesiastiche.

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Navarra fu costretto a fronteggiare voci incontrollate sull’allontanamento degli italiani dall’Impero,

il forzato abbandono dell’ospedale di Salonicco, l’impossibilità di ricevere informazioni dalle altre

case della Provincia a causa della censura turca ma, già nell’Ottobre 1911, i timori dell’espulsione

italiana vennero fugati.

Inoltre Navarra criticherà apertamente la condotta di una certa parte del clero italiano allo scoppio

del conflitto: vi sarà una nuova conciliazione con lo stato liberale italiano, mossa dal progressivo

sorgere di istanze nazionali anche nel mondo cattolico italiano grazie ai richiami della lotta della

cristianità contro l’islam. Questo attivismo cattolico era assolutamente incomprensibile a Navarra a

causa del suo diretto coinvolgimento nel conflitto e di una ancor viva diffidenza nello stato unitario.

E’ però vero che lo stesso Vaticano deplorerà chi sospettava il suo coinvolgimento nel conflitto e si

dichiarerà neutrale.

Il nazionalismo del clero italiano porterà a dure conseguenze per l’Ordine: il governo turco, con

vere e proprie ritorsioni, aumentò le tasse sui beni immobili dell’Ordine, bloccò la costruzione della

nuova chiesa di Pera e anticiperà l’abbattimento della vecchia chiesa di S. Antonio. Navarra arriverà

a chiedere al procuratore dell’ordine di avanzare richieste di indennizzo presso il governo di Roma.

Dopo i primi giorni di guerra e con il progressivo allentarsi delle pressioni, Navarra potrà tornare a

occuparsi delle questioni locali, come l’abbattimento della vecchia chiesa di Costantinopoli. Grazie

al sostegno dell’ambasciata italiana si riuscirà a rimandare una prima volta la distruzione e, in più, si

consentirà il trasferimento della comunità francescana nella nuova chiesa di S. Antonio ancora in

costruzione. Ma la scelta di affidare alla Germania la tutela degli italiani levantini lasciava diverse

perplessità: il poco appoggio dell’ambasciata tedesca si limitò a ottenere semplicemente altri rinvii

e, dopo poco, arrivò l’ordine di trasferimento nella nuova chiesa. Il 15 Febbraio 1912 la nuova

chiesa veniva così inaugurata.

Ma la possibilità di estendere il conflitto italo-turco nel Mediterraneo orientale fu ripresa dai

comandi militari italiani e il rischio di forti ritorsioni nei confronti della comunità italiana nel Levante

era alta. Così quando l’Italia occupò il Dodecaneso, la Turchia rispose decretando l’espulsione di

tutti gli italiani dal territorio dell’Impero. Ci furono da risolvere quindi i problemi organizzativi

dell’esodo di cui l’ambasciata tedesca, che doveva preoccuparsi della comunità italiana, non si curò

però particolarmente. Navarra e i frati minori conventuali ebbero un ruolo molto importante

portando assistenza materiale e religiosa a coloro che erano nei centri di raccolta, in attesa di

imbarcarsi per l’Italia. La sua opera portò a numerosi attestati di stima e alla nomina di Cavaliere

dei Santi Maurizio e Lazzaro da parte di Vittorio Emanuele III. Uguale apprezzamento venne dallo

stesso Impero Ottomano che consentì a Navarra e ai suoi confratelli di rimanere nella capitale per

tutta la durata del conflitto.

Con la fine della guerra, tornò ad avere importanza l’inaugurazione della nuova chiesa di S. Antonio.

Vi parteciparono anche le più alte autorità italiane (tra cui i reparti schierati della marina italiana).

Notevole importanza aveva la realizzazione di questa chiesa cattolica, eretta a Costantinopoli,

centro del cristianesimo ortodosso. Infatti l’accento nelle parole di Navarra è posto sull’importante

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opera di evangelizzazione della metropoli che potrà avere la chiesa e, inoltre, sulla riconoscenza

verso il governo italiano che segnava la rinascita di un sentimento patrio. Nell’Ottobre del 1913

Navarra divenne assistente generale dell’Ordine.

Con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, Navarra rimase bloccato nella capitale per tutta la

durata del conflitto. Egli riuscì ad ottenere il permesso di restare con gli altri religiosi italiani a

Costantinopoli nonostante nel 1915 l’Italia fosse entrata in guerra contro l’Impero. Si prodigò in

prima persona per fornire conforto morale e materiale ai prigionieri di guerra italiani in Turchia. Ma

nuovamente la missione francescana d’Oriente si troverà a fronteggiare una situazione delicata, in

uno stato di totale isolamento da parte del governo italiano. Sorse quindi la necessità di

salvaguardare la missione ponendola sotto tutela dell’ambasciata degli Stati Uniti e, dopo l’entrata

in guerra di questo paese, della delegazione spagnola.

Nonostante ciò, non si riuscirà ad evitare l’insorgere di ulteriori problemi legati all’influenza tedesca

sull’Impero Ottomano. Infatti, vi furono numerosi scontri dovuti alle celebrazioni di riti dell’ormai

nemica Germania da parte del governo italiano. Celebrazioni eseguite all’interno della chiesa di S.

Antonio a causa dell’influenza che la Germania aveva sulla comunità conventuale. Navarra era

fortemente demoralizzato da questa situazione, tanto che decise di rassegnare le dimissioni.

Successivamente però la situazione venne ricomposta e le dimissioni di Navarra respinte; anzi, gli

attestati di stima verso di lui per il comportamento adottato durante il conflitto furono moltissimi.

La sua figura venne totalmente riabilitata e venne riconosciuta la sua lealtà verso l’Italia di cui egli

aveva sempre riconosciuto la sua opera di tutela verso la missione francescana.

Con la fine delle ostilità l’azione della Santa Sede si intensificò ulteriormente a sostegno delle

popolazioni dell’Europa Orientale e dell’Asia Minore. La portata e l’efficacia di quell’operato sono

ben testimoniate dal monumento eretto dalle autorità turche sulle rive del Bosforo in onore di

Benedetto XV. Al termine di quest’ultima impresa a Navarra arrivò il grande riconoscimento, nel

1920, dell’elezione a vescovo della diocesi di Gubbio da parte di Benedetto XV.

7 - Nazione e nazionalità tra Oriente e Occidente: il caso dell’Egitto (Paola Pizzo)

L’egiziano Tahtawi (1801-1873) ha lasciato un importante resoconto di un suo viaggio a Parigi nel

1826-1831, in cui annotò le impressioni sullo “strano” paese che aveva avuto modo di conoscere.

Egli voleva far conoscere ai popoli d’Oriente le meraviglie raggiunte dal pensiero e dalle arti in

Europa in modo che anch’essi potessero giovarne. Il suo resoconto dimostra quanto fossero distanti

la civiltà europea e quella orientale all’inizio dell’’800 e, al contempo, il fascino che il mondo

occidentale, la sua cultura e la sua storia, suscitava negli animi orientali. Egli era affascinato dalle

leggi francesi, che pur non prendendo ispirazione dal Corano, erano pensate nell’interesse della

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giustizia e dell’uguaglianza. Egli vede un popolo devotamente attaccato alla patria, un’idea – quella

di patria – che solo in questo periodo si stava inserendo nella storia politica dei popoli d’Oriente.

Inizialmente sono molti gli autori francesi a colpire gli intellettuali egiziani: Rousseau attrae per la

sua identificazione del concetto di patria con quello di nazione, fin’ora considerati separatamente.

Infatti la parola “patria” indicava il luogo natio, quello di “nazione”, invece, indicava la razza, l’etnia,

la stirpe. Secondo Rousseau l’identità di patria aveva un aspetto interno, valido per i suoi membri,

assieme ad uno esterno e diceva inoltre che l’individualità della nazione andava salvaguardata

contro ogni elemento “non-nazionale”. Questi concetti iniziarono a penetrare anche nei paesi

orientali.

La prima apparizione del termine di patria nelle lingue mediorientali la si può trovare in una

relazione di Ali Efendi, ambasciatore ottomano a Parigi, e veniva associato alla descrizione di

ospedali e alloggi messi a disposizione dei soldati in pensione o mutilati. Egli annotò che essi si

erano dedicati alla causa della Repubblica per zelo verso il paese. Il termine per indicare il luogo

natio era “watan” e i popoli mediorientali lo riutilizzarono attribuendogli la connotazione legata

all’idea di patria. Per quanto riguarda l’idea di nazione, autori come Tahtawi utilizzarono un termine

religioso e cioè “ummah”. Tale termine da “comunità religiosa” andò ad indicare la “comunità

civile”, senza riferimenti alla sfera religiosa.

In Egitto, tra Ottocento e Novecento, possiamo assistere a tre diverse elaborazioni dell’idea

nazionale:

 un nazionalismo a base religiosa,

 un nazionalismo a base territoriale,

 un nazionalismo a base etnico-linguistico.

Il nazionalismo religioso tendeva valorizzare il legame esistente tra l’Egitto e l’Impero Ottomano

nel segno della comune fede islamica.

Il nazionalismo territoriale (sostenuto da Tahtawi) era invece quello più vicino alle teorie

occidentali e considerava fondamentale il legame con la terra d’origine, e tutti colori che vi

stanziavano e provavano amore verso essa ne erano la base. Questo era il caso dell’Egitto dove la

retorica nazionalista amava rievocare il glorioso passato faraonico. Questo avveniva per creare un

pretesto per tentare di fuggire all’assorbimento della più grande entità politica ottomana. In molti

abbracciarono la causa nazionale egiziana, anche cristiani ed ebrei.

Il terzo tipo di nazionalismo, quello etnico-linguistico, si fondava sull’idea che tutti coloro che

parlavano una stessa lingua e avevano la stessa origine etnica dovessero costituire un’unica entità

politica. Un’idea sostenuta principalmente dai cristiani che, con questa opzione, avrebbe dato loro

una piena cittadinanza sulla base dell’appartenenza etnico-linguistica e non religiosa (in cui erano,

ovviamente, minoritari). Ques’ultima teoria andò ad inserirsi nella corrente del panarabismo,

movimento politico che resiste fino ai nostri giorni.

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Grazie a Tahtawi le idee di patria e nazionalità troveranno una notevole eco in Egitto. Egli contribuì

all’elaborazione del nuovo concetto di nazione delimitata territorialmente. Tale concetto entrava in

evidente contrasto con l’idea della comunità dei credenti, che veniva sostituita dalla comunità

nazionale (watan) e, nonostante egli morirà prima che questo accadesse, Tahtawi ebbe un

contributo importante a tale evoluzione.

Venne inviato a Parigi dal governo di Muhammad Ali in qualità di imam della prima missione di

studenti egiziani inviati in Europa. Su di lui suscitò grande impressione l’illuminismo settecentesco,

in particolare Voltaire, Rousseau e Montesquieu e gran parte della sua produzione letteraria

successiva fu profondamente segnata dall’esperienza parigina. Tornato in patria iniziò a tradurre in

arabo classici del pensiero europeo per poi morire nel 1873.

Tahtawi dunque propose un sistema in cui alla solidarietà della ummah si sovrapponeva lo spazio

territoriale della nazione. La patria e l’amor di patria erano temi ricorrenti del suo pensiero. L’amor

di patria doveva essere l’obbiettivo principale del sistema educativo e numerosi erano i doveri del

cittadino verso la nazione: preservarne l’unità, obbedire alle leggi, sacrificarsi per essa. L’osservanza

di questi doveri faceva maturare diversi diritti, come quello alla libertà.

Egli recuperò la tradizione storica millenaria dell’Egitto faraonico. Il riferimento al passato costituiva

non solo motivo di orgoglio, ma una fonte di ricchezza culturale, morale ed economica. La storia

passata, che ha visto succedersi diversi dominatori stranieri sul Paese, ha determinato il declino

dell’antica civiltà egiziana. Tahtawi iniziò la redazione di un’opera sulla storia egiziana che non

completò, dove considerava l’Egitto dotato di una sua esistenza separata come oggetto di indagine

storica. Una strutturazione che rispondeva alle esigenze della casa regnante che cercava la

separazione amministrativa e politica dall’Impero Ottomano.

Dal punto di vista religioso, egli credeva che l’Egitto non andasse considerato musulmano

nonostante la popolazione fosse tale in maggioranza. Tutti coloro che appartenevano allo stesso

suolo erano parte della comunità egiziana (ma comunque egli non rinunciò alla sua visione islamica

del mondo).

Altro personaggio che seguì un percorso simile a Tahtawi è l’egiziano Muhammad ‘Abdul che,

durante i suoi studi, si appassionò alla teologia mistica. Egli scrisse in un momento di profonda

trasformazione per l’Egitto moderno dato che il khedivè Isma’il stava conducendo il paese a grandi

passi verso la modernità. Egli non disprezzò questo cambiamento ed anzi credeva che questo

progresso fosse il destino dell’Egitto. Tuttavia aveva il timore che la società in questo modo si

sarebbe spaccata in due: una guidata dalle tesi dell’Islam e l’altra dalla ragione umana e dalla

secolarizzazione.

Prima del dominio inglese in Egitto, egli fece alcune affermazioni piuttosto scettiche vergo il

governo ottomano salvo poi, con l’occupazione britannica, cambiare rotta e giurare fedeltà al

potere ottomano anche se solo per salvaguardare gli interessi del paese. Come Tahtawi egli

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Corso di laurea: Corso di laurea in Storia
SSD:
A.A.: 2012-2013

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher eowyn87 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Gabriele D'Annunzio - Unich o del prof Trinchese Stefano.

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