1 - La “Memoria Blu”. Rappresentazioni del Mediterraneo all’inizio del ‘900 (Stefano Trinchese)
Il Mediterraneo è sempre stato oggetto delle ambizioni dei popoli che vi si affacciavano, i quali lo
definivano in diversi modi: Süd-Ost per i popoli tedeschi, Ak Deniz per arabi e turchi, Nashe More
per gli slavi e, infine, Mare Nostrum per gli italiani che si rifacevano al mito della conquista romana.
Per i popoli tedeschi, la neutrale definizione di Süd-Ost celava obiettivi di tipo commerciale con
l’Oriente. Per i turchi, il “Mare Bianco” (Ak Deniz), stava ad indicare un grande mare interno
all’Impero Ottomano. Per gli slavi era, da secoli, la possibilità di uno sbocco al mare, così come per
la Russia che da sempre cercava di raggiungere i mari caldi. Nelle intenzioni italiane invece, il mito
di Roma serviva più per consolidare l’unità nazionale e a giustificare le pulsioni imperialiste, in
ritardo rispetto ai colonialismi europei. Proprio da queste pulsioni e da questo mito di Roma, la
Libia diventava la meta della nazione italiana, frustrata dal ritardo in campo coloniale.
Il Mediterraneo ottomano divenne per l’Italia Unita un ambito di espansione naturale. Il mito
nazional-popolare di un’Italia-romana che aspira a riconquistare il dominio del Mare Nostrum,
venne usato come valido strumento per riuscire a instillare un senso nazionale che in Italia
mancava. Oltre a questo, c’era l’appoggio della chiesa che vedeva in ciò la possibilità di allargare le
sue azioni missionarie. Era anche una rivincita per la nazione stessa dopo le gravi sconfitte di Adua e
Dogali.
La Germania era invece interessata a portare la sua influenza economica e commerciale nei territori
orientali, mantenendo formalmente indipendente l’Impero Ottomano, che sarebbe stato sostenuto
militarmente dai tedeschi contro le intromissioni franco-inglesi e russe. Questi diversi obiettivi
porteranno alla crisi dei rapporti italo-tedeschi nell’ambito della Triplice.
La propaganda nazional-popolare italiana individuava nel turco l’eterno nemico, avversario storico
di una Cristianità tornata utile alla politica aggressiva della laica Italia liberale. C’erano poi la
sconfitta di Adua che negli occhi degli italiani era vista come una sconfitta umiliante contro le razze
inferiori africane, e le sconfitte di Custoza e Lissa al tempo della Terza guerra di indipendenza.
Mentre in Italia si elogiava la potenza raggiunta dalla nazione, all’estero si mettevano in risalto le
stentate conduzioni militari e i rovesci subiti dalle truppe italiane.
Un folto gruppo di letterati incitava all’impresa libica, propagandandola come il ritorno al mito di
Roma, mentre i geografi scrivevano mappe e guide per illustrare i nuovi orizzonti mediterranei. Un
colonialismo quello italiano, che veniva illustrato da questi personaggi come diverso rispetto a
quello delle altre potenze perché benefico, civilizzatore e dal volto paterno. In realtà però il
perdurare del conflitto fece in modo di mettere in crisi la Triplice, sconvolgere l’assetto nel
Mediterraneo orientale e precipitare la crisi balcanica.
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Eppure non tutti in Italia erano favorevoli: Prezzolini, Giolitti, i socialisti radicali e gli anarchici (tra
cui Mussolini) erano fortemente contrari. Bissolati pensava che la conquista libica avrebbe
consentito all’Austria di risollevare la questione degli assetti balcanici a danno dell’Italia. Altri
avevano parlato della possibile offensiva islamica contro gli infedeli cristiani, o dell’inadeguatezza di
quelle terre alla possibilità di essere uno sbocco all’emigrazione.
La propaganda nazionalista andò ad includere una precoce filmografia imperiale, una
canzonettistica nazional-popolare e manuali storici ad uso divulgativo. Il modello romano di un
impero costruttore e civilizzatore veniva contrapposto a quello ottomano distruttore e barbaro, per
giustificare l’intervento civilizzatore dell’Italia.
Dall’altro lato c’era però la visione scettica ed irritata degli alleati e della diplomazia ottomana.
Questi ultimi si sentivano parte lesa, denunciavano l’aggressione subita e le atrocità commesse
dagli invasori italiani.
In questa dimensione retorica di Mare Nostrum in Italia erano usati, oltre al modello della Roma
Imperiale, altri miti come le Repubbliche Marinare (soprattutto Genova e Venezia), la
responsabilità della missione civilizzatrice dei Papi e la recente epopea risorgimentale di una
riedizione italica della Terza Roma.
Tuttavia dobbiamo convenire che non esiste alcuna vera concezione unitaria di Mediterraneo, al di
là dell’immaginario dei vari popoli che vi si affacciano. Da esso non proviene una sola cultura, ma
culture plurime. Anzi le popolazioni si rifanno a civiltà a volte in contrasto: il Mediterraneo è la
rappresentazione dell’incontro-conflitto tra Oriente e Occidente.
Al di fuori di ogni concezione unitaria, in realtà le due sponde del Mediterraneo si allontanano
sempre di più, dato che quella africana e orientale viene lasciata nella più profonda povertà dal
mondo occidentale.
Intanto all’interno del mondo ottomano, cristiani ed ebrei erano riconosciuti e potevano avere le
loro leggi civili ed ecclesiastiche. Il sistema del Millet (cioè lo spazio di rispetto e tutela delle
minoranze etniche dall’interno dell’Impero ottomano) si sfalda dopo un lungo periodo, quando le
tendenze romantiche europee portano all’odio contro i turchi e scatenando nel tollerante Impero
Ottomano lo sconosciuto sentimento della xenofobia e un sentimento nazionalista di riflesso,
generatore di odio etnico e d’intolleranza religiosa. A quel punto il passo verso il genocidio armeno
sarà breve, occultato dietro gli orrori della Guerra Mondiale.
Oggi invece nelle zone orientali e meridionali c’è una visione occidentale neo-coloniale o peggio
ancora una visione americanizzante che estrania dal proprio specifico culturale: missioni di pace,
sviluppo possibile e pretesa di esportare la democrazia (in realtà controllata dall’alto e imposta con
le armi). Questo porta le popolazioni di tali zone a rivolgersi agli integralismi religiosi.
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2 - La via romana sepolta dal mare: mito del Mare Nostrum e ricerca di un’identità nazionale
(Olga Tamburini)
Tutt’oggi non sappiamo ancora quanto il colonialismo abbia contribuito alla creazione di un
sentimento nazionale in Italia. Prima della guerra di Libia, il colonialismo italiano aveva affrontato
situazioni drammatiche in quel campo con Dogali ed Adua e questi fallimenti avevano generato
nella neonata nazione un senso di sfiducia verso la condotta imperialista. Ma allo stesso tempo
erano stati delle grandi prove per la nazione. La stampa nazionalista per promuovere l’impresa di
Libia utilizzerà queste argomentazioni e la stessa conquista libica veniva presentata come la prima
grande prova, ma anche come la riconquista di terre che un tempo erano state sotto il dominio di
Roma (mito di Roma) e che pertanto spettavano di diritto all’Italia. Quindi si tendeva a cercare di
creare la coscienza nazionale in Italia attingendo ad un glorioso passato.
Il concitato clima che aveva preceduto la guerra di Libia era stato anche frutto di una lunga
preparazione dell’opinione pubblica attraverso una divulgazione retorica e nazional-popolare
intensificata all’inizio del XX secolo. Così si utilizzava il mito di Roma per cercare di realizzare il
sogno coloniale italiano, rimasto fino ad allora dai contorni indefiniti. Il percorso di recupero di
questi miti prescindeva dalla posizione politica dei pubblicisti ed infatti anche persone molto
lontane dalle infatuazioni retoriche, avevano inneggiato all’impresa: Pascoli, Bonomi, Bissolati,
Labriola.
Fin dalla seconda metà dell’Ottocento, il mito del Mare Nostrum si era insinuato nella popolazione
italiana, che vedeva nel Mediterraneo un mare interno storicamente italiano, naturale confine della
nazione assieme alle Alpi; il tutto contrapposto all’immagine ormai nota di un Mediterraneo lago
inglese o francese. Parlando di missione civilizzatrice, superiorità delle razze europee e di ritorno al
passato romano, si cercavano così di giustificare le aspirazioni italiane e pertanto la guerra libica.
C’erano poi i motivi più nascosti come quello di dare uno sbocco all’emigrazione e di avere un ruolo
nello scenario mediterraneo. L’Italia post-unitaria perseguiva quest’obiettivo, volendo però
mantenere l’equilibrio in questa zona coabitando con le altre potenze.
Differente è invece la guerra di Libia, dove il conflitto italo-turco si pone come volontà dell’Italia di
maggiore autonomia dalla Triplice Alleanza. C’erano poi i motivi geografici, in relazione alla
posizione della penisola italiana, per cercare di celebrare una nazione che aveva caratteristiche
naturalmente marinare. L’idea era che l’Italia fosse al centro del Mediterraneo, che dividesse
l’occidente dall’oriente e che quindi avesse un ruolo di superiorità nel Mare Nostrum. La sua
posizione dava l’idea di un “ponte lanciato” e per molti pubblicisti questo era una dimostrazione di
come l’Italia fosse una potenza mediterranea. Ma la condizione privilegiata dovuta a questa
posizione geografica era fortemente condizionata dalla presenza delle altre nazioni, provocando
quel complesso di “piccolo paese”, soffocato e schiacciato.
Un primo importante tassello per la creazione di un’identità mediterranea era quello relativo alla
nascita di numerosi associazioni scientifico-culturali che avevano come scopo l’esplorazione
dell’Africa. Anche la diffusione di una letteratura “marinaresca” aveva trovato ampio consenso. In
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più si cercò di trovare la definizione proprio del termine Mare Nostrum, in modo da trovare
un’identità storica ereditata da Roma; ma vi erano diverse collocazioni geografiche di questo
termine: alcuni lo attribuiscono al mar Adriatico (propaganda anti-austriaca), altri vi
comprendevano anche il Tirreno. Al di là di queste definizioni, era tutto il “grande mare” ad essere
oggetto di attenzione.
Per alcuni pubblicisti il Mare Nostrum aveva un’importanza commerciale, per altri per civilizzare le
popolazioni presenti. Tutte queste rappresentazioni inauguravano l’utopico ritorno a un passato
glorioso, fortemente sostenuto dalla pubblicistica nazionale e nazionalista dell’Italia.
Dalla propaganda nazionalista venivano utilizzati i temi evocativi delle immagini, come il tema della
revanche e della morte (per i caduti delle vecchie operazioni coloniali italiane ad Adua e Dogali) con
l’immagine delle anime vaganti degli eroi caduti che trovavano consolazione nel Mare Nostrum.
Dopo la conquista della Libia si ebbe come la sensazione che, finalmente, sul Mare Nostrum si
potesse finalmente navigare in pace.
Un’altra immagine utilizzata dalla propaganda nazionalista era quella della Nave (“Arma la prora e
salpa verso il mondo” - D’Annunzio) che assumeva la valenza di raccordo col passato e futuro
dell’Italia, auspicando la necessità di una flotta che annunciasse e preparasse un’Italia fuori dai
confini e identificava le navi come sentinelle dell’Italia. L’immagine della nave faceva anche
rievocare la rappresentazione di una nazione impegnata per la prima volta in una grande prova, per
cui i soldati si stupivano di fronte alla grandezza delle navi e al prodigio per cui l’Italia si faceva
portatrice della libertà. C’era poi l’ancora, simbolo di speranza e la prora che indicava la religione
cattolica e la missione civilizzatrice.
I fautori dell’avventura africana avevano inneggiato fin dall’ultimo ventennio dell’Ottocento a
un’utopica riaffermazione delle glorie passate. Il forte richiamo all’Impero si basava su un’ideale
affermazione dell’eredità romana, una giustificazione per colmare la mancanza di un’effettiva
capacità espansiva della nazione per cui essa aveva tuttavia il grande privilegio di portare l’umanità
e la giustizia dei suoi ordinamenti.
Si era affermata con forza la prospettiva di italianizzazione delle zone appartenute a Roma e, infatti,
in Libia si trovavano ancora i resti del vecchio Impero. L’idea di riportarsi sulle strade percorse da
Roma era agli occhi dell’opinione pubblica un segno dell’evoluzione del processo storico e l’Italia
appariva come l’evoluzione di Roma. Per molti, la dimostrazione dell’effettivo raggiungimento
dell’unità morale e politica dell’Italia si sarebbe concretizzato proprio tramite la guerra di Libia.
L’idea ricorrente di un “ritorno” in regioni che erano state di Roma, era fortemente sentita nella
pubblicistica a favore dell’impresa libica, in uno scenario in cui le prime e vaghe suggestioni
risorgimentali si caricavano di una valenza ancora più forte agli inizi del ‘900, fino a confluire nel
nazionalismo. Si riproponeva anche una delle funzioni più importanti di Roma, quella di “centro dei
centri” laddove il Mediterraneo era il centro della civiltà e l’Italia il centro del suo stesso mare.
Queste idee venivano riprese anche in relazione del primato religioso del cristianesimo. L’unità
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spirituale del Mediterraneo diveniva così una costante nella pubblicistica italiana, e il culto della
Grande Madre si manifestava proprio in correlazione al valore acquisito della civiltà latina nella
storia.
A questo mito di Roma si associavano poi dei simboli utilizzati come il sangue, il ferro che si
sdoppiava nella duplice funzione di combattere e arare. Proprio l’aratro, secondo D’Annunzio,
completava il mito della terra promessa, una terra quella libica ricca di fiori e di natura
lussureggiante. La rinascita di terre potenzialmente ricche si nutriva di simboli come l’aquila,
l’acqua, la pietra. Gli ultimi due simboli sottolineavano la fertilità della terra libica, ma il simbolo più
ricorrente era certamente il primo perché l’aquila era la rappresentazione dell’eternità di Roma, il
cui volo era stato al centro dell’immaginario italiano fin dalla seconda metà dell’Ottocento. In
questo ritorno al suolo libico, l’aquila non era morta ma si ridestava da un secolare letargo ed essa
veniva esaltata come portatrice di romanità e di civiltà.
Quando scoppiò la guerra di Libia, l’idea di una missione civilizzatrice non era recente perché sin dal
Risorgimento vi era questa concezione. Secondo il concetto giobertiano, l’Italia doveva essere
redentrice dei popoli e quindi si poteva naturalmente ambire alla civilizzazione dei paesi islamici. Il
timore che l’Italia rimanesse fuori dall’espansione coloniale aveva prodotto un complesso di
inferiorità e la Libia, descritta come terra fertile e lussureggiante, doveva far cambiare questa
sensazione.
Nel corso dell’Ottocento si era anche intensificato l’odio verso il turco, portatore di distruzione
contro la civiltà romana e questo fu alla base delle giustificazioni all’impresa: l’Italia non poteva
permettere che alle sue porte vi fosse il fanatismo turco e che la Libia fosse occupata da una razza
che assoggettava con la sua religione le popolazioni sottomesse. Inoltre questa idea sul barbaro
impero Ottomano, si rafforzava con l’opinione che il governo turco fosse la negazione di ogni
impresa moderna e di ogni governo civile e che le sue stesse popolazioni fossero infelici.
Il disprezzo per popoli considerati etnicamente inferiori si esplicava anche attraverso l’esaltazione
di una razza superiore, da ricercare in Occidente, mentre la popolazione libica era incapace di
comprendere la stessa civiltà. Diverso era invece il discorso sugli arabi che venivano sì considerati
imprevedibili e noncuranti, ma d’indole buona e mite mentre invece la vigliaccheria dei turchi era
contrapposta alla bontà degli Italiani. Ai turchi veniva associato anche il colore nero, la notte e
l’oscurità, contrapposti al rosso, simbolo della guerra e del sangue. In questo senso, la guerra di
Libia assumeva anche la forma di una nuova crociata: essa era presentata proprio come una guerra
santa dato che l’Italia portava una religione d’amore e di virtù contrapposta a quella mussulmana,
portatrice di odio e disprezzo.
Temi che avevano motivato la guerra di Libia erano quelli di:
scongiurare la paralisi nel Mediterraneo dal lato strategico,
non tollerare le ingiurie dei turchi dal lato politico,
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non permettere che nel bacino mediterraneo un popolo fosse tenuto in uno stato di sterilità
dal lato morale
aprire nuovi orizzonti alla produzione dal lato economico.
Il mito della latinità era utilizzato per sostenere la tesi dell’Italia come principale potenza
interessata alla conquista del Mediterraneo, attraverso il recupero del simbolo del sangue nella
duplice valenza di retaggio di razza e di vittoria. La missione civilizzatrice diveniva essenzialmente
legata al sangue, perché la nazione prima di essere unita era legata dai vincoli del sangue, dai
caratteri etnici, dalla lingua e dalla cultura.
Venivano poi associate immagini bibliche come il martirio del Golgota legato al sacrificio degli eroi
italiani in chiave di redenzione dell’umanità. Una visione fortemente imperialista connotava anche
la politica italiana dato che ormai lo stesso concetto di patriottismo non aveva più il significato di
difesa della terra conquistata ma di affermazione della nazione con egemonia economica,
espansione coloniale e tendenza ad estendere la proprio civiltà a tutto il mondo. La popolazione
latina, proprio per la sua posizione al centro del Mediterraneo, aveva assimilato tutte le diversità in
esso presenti e così era divenuta una civiltà universale, espansiva e persino umanitaria.
Ma il mito ufficiale dell’impresa di Libia era
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