Turchi, Armeni, Arabi, Greci, Ebrei: “le cinque dita del Sultano”, sono i cinque ambiti nazionali sui
quali era costruito l’equilibrio sovranazionale e interreligioso dell’Impero Ottomano. In termini
etnico-culturali prima che religiosi, Cristiani, Musulmani ed Ebrei costituivano le strutture
trasversali dell’assetto imperiale, raggruppati nelle comunità nazionali (Millet), entro le quali
coesistevano genti diverse. Ad ogni comunità nazionale corrispondevano caratterizzazioni e
mestieri diversi: commercianti gli Armeni, navigatori e politici i Greci, mercanti ed usurari gli Ebrei,
pastori nomadi gli Arabi, soldati i Turchi. A queste comunità sovranazionali succederanno distinte
entità nazionali coinvolte, più tardi, in un profondo contrasto.
1 - Ak Deniz, Mare Bianco. Linee-guida per una storia della convivenza mediterranea (Stefano
Trinchese)
Fin dall’antichità il Mediterraneo era un Mare Greco. Tutte le rotte di controllo marittimo restavano
quelle greche con la crescita dell’importanza degli accessi al mare. Ma, nei secoli più recenti, il
Mediterraneo si configurò come mare d’Occidente anche se questo mare ha in realtà avuto due
diverse configurazioni geografiche: era sì Mare d’Occidente, ma anche Mare Bianco d’Oriente (Ak
Deniz, nell’accezione arabo-turca) che nelle mappe orientali veniva leggermente ruotato sull’asse
Medina-Istanbul e, quindi, capovolto rispetto all’immaginario occidentale. L’equilibrio di questo
mare verrà presto perduto con la nascita dei nazionalismi europei che reclamavano per sé il
possesso del Mare Nostrum.
Nella regione orientale del Mediterraneo, oltre alle differenze di provenienza e cultura, vi è da
sottolineare anche l’appartenenza religiosa ed etnico-culturale. La presenza del Patriarcato
Ortodosso di Costantinopoli è molto importante ed in linea di continuità con gli altri patriarcati del
mondo classico: Roma, Alessandria, Antiochia, Gerusalemme. Con l’avvento degli ottomani il potere
del Patriarca non venne meno, anzi ne risultò addirittura accresciuto. Lo spazio di lunga durata dallo
Scisma d’Oriente (1054) e il Concilio Vaticano I (1870) denota la grande distanza non solo religiosa
ma anche politica tra Occidente e Oriente.
Per quanto riguarda il fronte etnico c’è una presenza in maggioranza slava, anche se frammentata
in più gruppi a seconda delle plurime spinte propulsive delle invasioni orientali; questo quindi
spiega il perché della condizione polietnica dei Balcani. Va aggiunta anche la presenza degli Ebrei
Sefarditi che nel 1492 vengono espulsi dalla Spagna e, dopo un lungo esodo, vengono accolti dal
Sultano Ottomano (stabilendosi nelle rotte commerciali, eleggendo alcune città come sede dei loro
esercizi e divenendo importanti membri dell’Impero). 1
Nell’Impero Ottomano l’appartenenza etnica era ovviamente esclusa dato che rappresentava una
minaccia mortale. Per questo venne ideato il sistema del Millet: ogni gruppo religioso poteva
professare la propria religione e gestirsi con le proprie leggi, ma non poteva ambire ai pieni diritti
che spettavano ai musulmani. Questo consentiva all’Impero Ottomano di manifestare una
tolleranza che nemmeno la cattolicità era riuscita a dimostrare nei confronti di fedi e riti diversi.
La destabilizzazione di questo sistema avvenne quando fecero irruzione nell’Impero fattori più
occidentali (prelievo fiscale più esteso, anche a quelle zone dove prima non era mai richiesto) e,
soprattutto, la crescita dei proto-nazionalismi. E’ proprio questo tentativo di imitare l’occidente a
mandare in crisi una struttura che si reggeva proprio sul sistema del Millet, dove i vari gruppi
svolgevano dei ruoli ben definiti ed indispensabili per la salvaguardia dell’assetto imperiale: i greci
erano mercanti e marinai; i bulgari contadini infaticabili; gli albanesi montanari artigiani fedeli e
violenti; i valacchi pastori; gli armeni commercianti e finanzieri raffinati; gli ebrei artigiani e usurai
cosmopoliti.
L’incontra fra il mondo balcanico e quello Mediterraneo si manifesta meglio all’interno delle città
cosmopolite, dove esisteva una rete intrecciata di culture ed etnie. Esempi sono Sarajevo, Salonicco
(città imperiale e giudaica, quindi universale: nodo amministrativo turco e sede degli interessi degli
ebrei sefarditi) e Costantinopoli (città occidentale più orientale d’Europa, popolata da greci, armeni,
circassi, ebrei, levantini).
Questo sistema di inserimento delle minoranze nell’Impero col sistema del Millet era contrapposto
al nascere dei nazionalismi: all’inizio in Grecia e in Serbia, poi in Rumelia e Valacchia, in Bulgaria e
Montenegro, infine in Albania e Macedonia. Persino la nazione turca si volse verso un nazionalismo
minaccioso per le altre minoranze. Nessuno, alla fine dell’800, poteva presagire cosa sarebbe
successo quando i Giovani Turchi vennero al potere. “Turco” divenne sinonimo di superiorità
nazionale e razziale e Enver Pasha tramutò in genocidio la persecuzione degli armeni, che durava
ormai da anni. Una volta allentato il controllo dell’Impero, gli odi xenofobi crebbero ulteriormente e
divennero ancora più radicali nel 1919, con l’occupazione greca. Istanbul a questo punto non era
più una città cosmopolita e occidentale, dato che il nuovo regime impose l’adozione della
cittadinanza turca e del turco come lingua amministrativa e scolastica.
Il declino della potenza ottomana nei Balcani tra il 1876 e il 1913 non significò la fine della presenza
musulmana né la perdita degli usi e costumi “turcheschi”. Gli usi ottomani si persero invece in
campo economico dove il “Timar” venne sostituito da un nuovo sistema fondiario basato su una
diffusa piccola proprietà contadina.
La debolezza dell’Impero Ottomano, insieme alla palese distanza geografica del potere centrale,
producevano una scarsa fiducia nello Stato, una scadente identificazione nazionale con la Turchia e
avversione verso il Sultanato. Tutto questo era accresciuto dall’evidente crisi ottomana e dalle
incredibili sconfitte militari. Questi sentimenti anti-ottomani provocheranno il veloce crescere dei
nazionalismi, su imitazione di quelli occidentali anche se profondamente diversi a causa della
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mancanza di tappe fondamentali come li liberalismo e la democrazia, che sarebbe poi dovuta
sfociare nel nazionalismo e, in futuro, nel socialismo.
Dalla fine dell’’800, fino alla fine della Prima Guerra Mondiale, l’Impero Ottomano fu costretto a
subire pesanti variazioni demografiche, a causa di occupazioni militari, migrazioni e guerre:
Guerra di Crimea (1853-1856), che portò l’Impero Ottomano all’asservimento alla finanza
occidentale e alla completa bancarotta nel 1875;
Guerra serbo-turca (1875-1876), successiva alla repressione dei Bosniaci nello stesso anno;
Guerra russo-turca (1877-1878);
Congresso di Berlino (1878), con la perdita di Romania, Serbia, Montenegro, Cripro e con
l’autonomia di Bulgaria, Rumelia e poi anche di Bosnia e Novi Pazar;
Guerra greco-turca (1897);
Perdita della Bosnia (1908), a favore dell’Impero Asburgico;
Guerre Balcaniche (1912-1913), con la perdita di tutti i territori europei e l’indipendenza
dell’Albania;
Prima Guerra Mondiale (1914), con la migrazione forzata delle minoranze.
Dopo questi avvenimenti la maggioranza musulmana conobbe l’espulsione di massa dai nuovi stati,
mentre i musulmani rimasti venivano criminalizzati data l’identificazione nell’elemento turco. Le
espulsioni di massa delle minoranze dalla Grecia e dalla Bulgaria, ma anche dei greci dalla Turchia
Repubblicana, creò casi di persecuzione di massa.
2 - La Santa Sede e la crisi mediterranea alla fine dell’Impero Ottomano (Giorgio Del Zanna)
Nel corso del XIX secolo l’area del Mediterraneo divenne sempre più instabile a causa dei divisioni
etnico-religiose, contese territoriali e tensioni politico-diplomatiche causate dalla crescente crisi
ottomana. Il territorio turco era ormai un terreno di scontro delle grandi potenze coloniali di
Francia, Inghilterra e Russia e sul fronte interno le spinte centrifughe dei principi nazionali nei
Balcani scuoteva dalle fondamenta l’Impero.
Il principio nazionale coinvolse anche le istituzioni religiose con le varie chiese ortodosse che
aderirono all’idea di nazione, scegliendo di seguire il destino dei diversi popoli cristiani decisi ad
emanciparsi dal potere turco. Chiesa, nazione ed etnia si saldarono sancendo la distruzione del
tessuto balcanico e l’inizio di espulsioni, massacri e pulizie etniche che caratterizzarono quei
territori. Il sistema ottomano fondato sui Millet veniva colpito irrimediabilmente dalla diffusione di
un concetto tipicamente occidentale come l’idea di nazione e, non solo questa situazione colpì
l’unità ottomana, ma anche il Patriarcato di Costantinopoli che vide frammentarsi la propria
autorità giurisdizionale a causa delle autocefalie ecclesiastiche nazionali. 3
Fu Papa Leone XIII a cogliere la portata della crisi ottomana e a porsi problemi non solo di natura
politica per i Balcani, ma anche di tipo religioso. La Santa Sede era da sempre interessata
all’Oriente, sia a causa dei riferimenti biblici della Terra Santa e di Gerusalemme, sia per l’esistenza
di Chiese Cattoliche di rito orientale (maroniti del Libano e altre comunità uniate). Per molto tempo
l’Impero Ottomano era rimasto un mondo a parte, un pericolo per la cristianità europea. Ma con la
crescita della crisi turca, la Santa Sede fu presa da una nuova spinta missionaria in quei territori.
Papa Pio IX decise di ristabilire il Patriarcato latino di Gerusalemme e a Roma un’apposita sezione
venne creata per dedicarsi a tutte le questioni legate all’Oriente.
Con la sconfitta dell’Impero Ottomano da parte della Russia Zarista nel 1878, si profilava il rischio
della dissoluzione ottomana; un’eventualità drammatica per la Santa Sede perché ciò avrebbe
comportato il dominio russo con la sua ideologia panslava che avrebbe assoggettato tutta la
penisola balcanica. Si temeva principalmente l’imposizione ai cristiani d’Oriente dello stesso
modello istituzionale dell’Impero Zarista dove la Chiesa era completamente sotto controllo statale.
Proprio per evitare questa soluzione, si decise di riavvicinarsi al Patriarcato di Costantinopoli
provocando il disgelo sul finire del XIX secolo (Concilio Vaticano I). Dal dibattito interno alla Santa
Sede emersero due importanti obbiettivi:
il rilancio dell’attività diplomatica, quale strumento per agire direttamente nelle vicende
ottomane a tutela degli interessi cattolici;
il rafforzamento del cattolicesimo orientale in tutte le sue articolazioni.
La Santa Sede intendeva ricollocarsi sulla scena internazionale, attraverso una vasta azione di
estroversione nel mondo, maturando interesse per aree dove il cattolicesimo non era molto
radicato (Medio Oriente, Cina). Leone XIII colse l’importanza di valorizzare il cattolicesimo in
Oriente a causa di una stretta identificazione della Chiesa Cattolica con l’Occidente. In questo modo
si voleva evitare che l’espansione cattolica venisse identificata con l’espansione coloniale delle
potenze europee e di superare la frattura culturale tra Occidente e Oriente.
Altro problema era quello legato al senso di superiorità, all’ignoranza, ai pregiudizi mostrati dai
missionari e dal clero latino nei confronti della cultura e dell’identità orientale ortodossa,
inducendo i cristiani orientali ad avere un senso di umiliazione e diffidenza verso Roma. La Santa
Sede iniziò perciò a maturare una sensibilità verso le differenze culturali, riscoprendo
progressivamente la vocazione universale per il cattolicesimo. La Chiesa di Roma voleva rafforzare il
cattolicesimo in modo che fosse un punto di attrazione per gli ortodossi, cercando di aprire canali di
dialogo con le gerarchie ortodosse, con incontri e iniziative culturali, per cercare di riavvicinare e
riunire i due mondi da troppo tempo separati. In questo modo Roma sperava di creare un fronte
cattolico-unito in grado di sottrarre le comunità ortodosse dallo spirito-antioccidentale.
Ma Roma doveva fare i conti anche con le passioni nazionali e le forti identità etno-confessionali
balcaniche. C’era il rischio che le Chiese restassero prigioniere delle logiche politiche nazionaliste,
diffidenti e avverse alla Santa Sede e pericolose per la compagine imperiale ottomana: se il sistema
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ottomano del Millet fosse scomparso, il futuro delle comunità cristiane orientali sarebbe stato
difficile. Dato che i cattolici dell’Impero sembravano meno inclini ai sentimenti nazionali e più vicini
alla Sublime Porta, iniziarono dei dialoghi tra Leone XIII e il Sultano Abdul-Hamid II:
per il Sultano uno stretto rapporto con Roma era il modo migliore per uscire dall’isolamento
internazionale e per non coinvolgere le potenze europee nelle questioni religiose;
per Leone XIII rappresentava il modo di ritagliarsi autonomia dai protettorati occidentali e
garantire la presenza dei cattolici in oriente.
Si cercò di giungere quindi ad un accordo turco-vaticano, fallito a causa del veto di Parigi e Vienna.
Roma sembrava discostarsi dagli odi verso i turchi tipici della cultura europea e l’idea di una vittoria
della cristianità contro la mezzaluna non suscitava particolari interessi. Agli occhi di Leone XIII
invece l’Impero Ottomano appariva come un argine per il panslavismo russo e una garanzia di
sopravvivenza dei cristiani nell’Oriente islamico. Quando si formarono i nuovi governi balcanici di
Montenegro, Grecia, Bulgaria e Serbia, la Santa Sede si mosse per trovare accordi che
permettessero di dare uno spazio riconosciuto alla Chiesa Cattolica.
In Medio Oriente, al centro delle preoccupazioni di Roma vi era la Palestina e la componente
cattolica presente in questo territorio. La tutela ottomana di questa regione rappresentava la
garanzia per Roma del carattere pluriconfessionale della Terra Santa e, quindi, era preferibile al
dominio di una singola nazione. Infatti, al momento dell’occupazione britannica, le campane del
Vaticano non suonarono a festa perché la Santa Sede vedeva con sospetto l’arrivo inglese, che
avrebbe potuto significare l’inizio di un controllo ebraico di Gerusalemme.
Si lottava anche contro l’Ortodossia russa che cercava di impadronirsi dei patriarcati di
Gerusalemme e Antiochia; Roma, a questo proposito, cercherà l’appoggio francese così da evitare
l’espansione russa in Medio Oriente, senza tuttavia mai allinearsi alla politica delle potenze
cattoliche: le potenze europee più che filo-cristiane sembravano sfruttare le correnti confessionali
mettendole l’una contro l’altra in modo da guadagnare altri spazi di influenza. Il carattere
occidentale del cattolicesimo palestinese lo esponeva a vari problemi come la diffidenza turca e
l’estraneità religiosa e culturale dei fedeli arabi. A quest’ultimo proposito, Roma rinsaldò i rapporti
con la chiesa melkita, tra le principali comunità arabe fedeli a Roma.
Anche il Libano aveva un ruolo importante nella visione vaticana del Mediterraneo. Qui la presenza
cattolica era garantita dalla presenza della Chiesa Maronita. L’equilibrio tra islam e cattolicesimo
era particolarmente fragile (c’era stato un massacro di cristiani nel 1860), e il tutto era aggravato
dalla pressione delle potenze europee. Grazie all’influenza politica e culturale della Francia in
Libano, anche il cattolicesimo si era potuto espandere. Di questo doveva tenere conto la Santa Sede
che, tuttavia, temeva un’eccessiva francesizzazione della Chiesa Maronita, portatrice di
strumentalizzazioni politiche. Pertanto Roma fu filo-ottomana tentando di dissociare i maroniti
dalla politica francese. In definitiva, per il Vaticano era indispensabile mantenere un contesto
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pluralista religioso per salvaguardare il cattolicesimo orientale. Venir meno al patto di fiducia con
l’islam, avrebbe minacciato tutti i cristiani.
Al momento del genocidio armeno, Roma, priva del potere politico-militare delle potenze europee,
aveva un ruolo di mediazione in favore della pacificazione dell’Asia Minore. La Santa Sede ebbe
quindi una posizione di imparzialità, inviando aiuti umanitari agli armeni, ma continuando a
dialogare con la Sublime Porta, da cui dipendeva il futuro delle minoranze cristiane. Quando però i
Giovani Turchi arrivarono al potere, con l’idea di edificare una nazione turca eliminando le
minoranze non nazionali, Benedetto XV tentò, inutilmente, di intervenire presso le potenze
europee e lo stesso sultano Mehemet V. La cancellazione in molte regioni della secolare presenza
cristiana era destinata ad incrinare il rapporto di fiducia con la maggioranza musulmana e, pertanto,
molti cristiani decisero la via dell’emigrazione.
3 - La guerra di Libia nella percezione dell’opinione pubblica italiana (Roberta Viola)
L’impresa di Libia iniziò alla fine del Settembre 1911, suscitando un grande entusiasmo
nell’opinione pubblica grazie alla grande campagna di stampa a suo favore. Per la prima volta
vicende di carattere internazionale trovavano vasto eco sui giornali italiani; il fenomeno mediatico
che accompagnò e in una certa misura determinò l’impresa libica rappresentava dunque un
aspetto peculiare della vicenda. La ragione di questo era da ricondurre al particolare momento
culturale vissuto dal Paese, scosso da una forte ondata di nazionalismo.
Giornali di questo tipo erano “Il Regno”, “La Voce”, “Hermes”, “Il Leonardo” maturati nell’ambiente
culturale anticonformista e progressista fiorentino e con forte influenza da parte dell’estetismo
dannunziano. Questi fenomeni culturali erano dettati da quella élite intellettuale fortemente
contrariata per la posizione arretrata e statica dell’I
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