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Riassunto esame Storia Contemporanea, prof. Trinchese, libro consigliato Le Cinque Dita del Sultano, Trinchese

Riassunto per l'esame di Storia Contemporanea, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Le Cinque Dita del Sultano: Turchi, Armeni, Arabi, Greci ed Ebrei nel Continente Mediterraneo del 900, Trinchese. Tratta diversi temi riguardanti l’Impero Ottomano all’alba del Novecento, come la Guerra di Libia, la posizione delle minoranze religiose, l’aspirazione... Vedi di più

Esame di Storia contemporanea docente Prof. S. Trinchese

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ESTRATTO DOCUMENTO

indipendentista. Il movimento nazionalista nasce in opposizione al governo del khedivè Isma’il

(nipote di Muhammad Alì) e alla sua politica troppo filo occidentale.

A differenza degli altri paesi arabi, il richiamo all’arabismo in Egitto non è forte ed anzi, c’è un

atteggiamento di superiorità verso di loro. In Egitto si ricerca invece un’identità egiziana originale,

richiamando il passato faraonico e valorizzando la cultura e la storia egizia. Personaggi che hanno

avuto un’importanza determinante nella formazione della coscienza nazionale egiziana sono

Afghani, Tahtawi e Adbuh.

Afghani formerà un gruppo di giovani intellettuali sull’idea che il movimento di riforma interna è

alla base della crescita della solidarietà nazionale e la premessa per un discorso di autonomia

dall’Europa. La sua influenza porterà alla nascita di società segrete di impegno civile. Secondo

Afghani la decadenza del mondo orientale non potrà essere superata se non si costruirà una nuova

consapevolezza della propria identità islamica nella coscienza dei singoli musulmani. Anche alcuni

uomini intellettuali copti vengono attirati dalle parole di Afghani, individuando dei punti in cui

cristiani e musulmani possono collaborare. Uno di questi punti è l’opposizione ai missionari cristiani

stranieri.

Tahtawi è uno dei maggiori pensatori egiziani del XIX secolo. Egli contribuisce all’elaborazione del

nuovo concetto di nazione delimitata territorialmente, sovrapposto all’idea della comunità dei

credenti fondata sulla fede. Sulla sua formazione influisce il soggiorno a Parigi (nel 1826-1831 viene

inviato come Imam di una missione di studenti) e le idee dei pensatori francesi: da Montesquieu

riprende l’idea che i fattori geografici della nazione ne determinano i confini e si riflettono sulla

produzione delle leggi. Secondo Tahawi esiste una fratellanza nazionale che lega i membri della

nazione tra loro al di là della fede religiosa.

Abduh ritiene che la via della rinascita per gli stati musulmani passi attraverso l’acquisizione delle

scienze prodotte dall’ingegno europeo, senza abbandonare i principi autentici dell’Islam. Per fare

questo bisogna adottare una riforma delle istituzioni sociali dei paesi islamici (quindi del sistema

giuridico, amministrativo ecc).

In varie fasi della storia del movimento nazionalista egiziano, musulmani e cristiani hanno

collaborato: dalla rivolta di Ahmad ‘Urabi al partito Wafd. L’esperienza del Wafd mostra l’emergere

in Egitto di un nazionalismo laico, nel senso che non considera l’appartenenza religiosa utile al

raggiungimento dell’interesse nazionale. Il partito guarda favorevolmente all’occidente e ai suoi

metodi di governo come la dinamica partitica. Questo sarà uno dei periodi d’oro della

collaborazione tra musulmani e cristiani.

La situazione dei non musulmani in Egitto è passata, negli anni dall’occupazione inglese

all’indipendenza, da una condizione di presenza tollerata e discriminata, ad una quasi parità di

diritti tra cittadini musulmani e appartenenti alle altre confessioni (dalla dhimmah alla

cittadinanza). Vi sono varie fasi di questo processo: riforme ottomane; riforme khediviali;

costituzione del 1923. 14

A partire dal 1839 vengono emanati dei decreti di riforma dall’Impero ottomano che prendono il

nome di Tanzimat. Queste riforme, che arrivano in un momento di forte crisi per l’Impero,

risentivano dell’influenza europea e sancivano, tra le altre cose, l’uguaglianza dei cittadini di fronte

alla legge indipendentemente dall’appartenenza confessionale. Nonostante queste riforme, il

carattere islamico dell’Impero rimaneva intatto.

Le riforme ottomane vengono recepite anche dall’Egitto, ma la particolare situazione del paese

determina uno sviluppo diverso. Muhammad Alì e i suoi discendenti iniziano un processo di

egizianizzazione dello stato con l’intento di aumentare la sua autonomia dal governo centrale

ottomano. Cittadini egiziani vengono inseriti nell’esercito e negli impieghi pubblici. Il figlio Sa’id

continua quest’opera di egizianizzazione e nel 1856 anche i cristiani vengono ammessi nell’esercito

e i giudici turchi vengono sostituiti da giudici egiziani nei tribunali sciara’itici.

La costituzione del 1923 e la legge sulla nazionalità emanata nel 1929 cercano di definire le

condizioni per essere riconosciuti cittadini egiziani. I missionari stranieri fanno pressioni per inserire

clausole a garanzia della libertà religiosa, iniziativa non condivisa dalla Chiesa locale. Dopo

l’indipendenza dalla Gran Bretagna (28 febbraio 1923) e a seguito del Proclama del Re Fu’ad, per le

minoranze religiose rimangono aperte due questioni: la nazionalità e la protezione dei loro diritti

nella futura costituzione.

La legge sulla nazionalità emanata nel 1929 stabilisce che sono riconosciuti egiziani tutti coloro che

risiedevano in Egitto al 5 novembre 1914 (data della dichiarazione britannica di guerra alla Turchia).

Egiziana è considerata anche la persona nata fuori dal territorio dello stato purché il padre o la

madre sia egiziano. Lo stesso accade per i nati in Egitto da genitori sconosciuti. Seppur in condizioni

più limitate, può ambire alla cittadinanza il nato in Egitto da padre straniero, a patto che il genitore

stesso sia nato in Egitto e appartenga ad uno stato arabo o in cui la religione maggioritaria è l’islam.

Gli anni Trenta sono caratterizzati dalle vittorie elettorali plebiscitarie del partito Wafd. I wafdisti

occupano tutti gli spazi del potere. Si accentua la tendenza al totalitarismo e alla repressione delle

posizioni minoritarie. Sorgono anche atteggiamenti violenti ed estremisti e l’influenza dei

movimenti social-nazionali europei si fa sentire con la creazione di formazioni paramilitari sullo stile

di quelle fasciste e naziste. Il Walfd avrà le sue camicie azzurre, il Giovane Egitto le camicie verdi.

Da tutti questi elementi si origina un senso di insoddisfazione che porta alla ridefinizione del

concetto di nazione egiziana sulla base del recupero dell’identità islamica. La nuova classe di

burocrati e professionisti (effendiyyah) trova poco attraente l’ideologia nazionalista laica, mentre

sente più familiare il richiamo alla tradizione arabo-islamica. Questa nuova classe media si sente

culturalmente estranea all’Occidente.

In questo contesto emerge negli anni Venti una nuova forma di associazionismo islamico.

L’originalità di questi nuovi movimenti consiste nel considerare l’Islam un’idea globale, che

abbraccia tutti gli ambiti: politica, società e religione. Il movimento più importante è quello dei

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Fratelli Musulmani, che si ricollega idealmente al riformismo islamico di fine Ottocento e che,

tutt’oggi, esercita una forte influenza su tutto il mondo islamico.

7 - Ebrei del Mediterraneo: percezioni culturali, sociali ed economico-politiche fra ‘800 e ‘900

(Daniela Fabrizio)

La definizione di Ebrei del Mediterraneo è attribuita a quelle comunità ebraiche che prendono il

nome di Sefardite, distinte da quelle Ashkenazite. La storia di questi ebrei è ancora da scrivere dato

che gli studi si sono concentrati più sull’età dell’ebraismo spagnolo. Emerse allora la concezione

“neo-lacrimosa della storia ebraica” che tende ad evidenziare come gli ebrei vissuti sotto regimi

islamici hanno patito persecuzioni e discriminazioni.

Tale concezione è stata oggi ridimensionata perché non possiamo tralasciare la tolleranza dei

domini islamici al di là di Gibilterra e gli influssi reciproci delle culture. Il mito sefardita si ritrova

anche nella cultura islamica che ricorda quella particolare stagione della storia araba come Andalus,

l’apogeo di questa civiltà. La civiltà europea cristiana avrebbe appreso moltissimo da questa

stagione. Il tramonto dell’Andalus sancì il regresso dell’elaborazione intellettuale, sociale e politica

tutt’ora perdurante. Molti intellettuali moderati islamici guardano all’Andalus come un modello di

sviluppo autenticamente islamico ma alternativo sia all’Occidente che al fanatismo integralista. Allo

stesso modo, la caduta di Granata e l’espulsione degli ebrei dalla Spagna segnarono il declino della

cultura sefardita. La frammentazione che ne seguì portò al duplice effetto di cristallizzazione della

memoria del passato e alla nascita di “sefarditismi”, cioè identità diverse. Un aspetto di quel

retaggio è appunto la mediterraneità.

Oggi però si identifica maggiormente l’ebraismo moderno-contemporaneo in quello Ashkenazita

per il fatto che gli stessi ashkenaziti si ritengono la parte “migliore” del popolo ebraico perché a

matrice culturale tedesca e perché fondatrice del sionismo politico e dello Stato d’Israele. Una

pretesa superiorità che risaliva all’età coloniale quando, come le varie potenze colonizzatrici

d’Europa, gli ashkenaziti individuarono nei loro correligionari degli “orientali da civilizzare”. Era il

mito della superiorità europea ma in versione ebraica. Ma questo “soccorso” ai sefarditi finì per

portare alla crisi di quei gruppi perché l’occidentalizzazione comportò la fine della compagine

tradizionale di queste comunità, peraltro fatte oggetto di risentimenti degli islamici contrari alla

penetrazione europea.

I nazionalismi locali, infatti, iniziarono ad inneggiare alla etnicizzazione delle minoranze oppure, al

contrario, alla loro marginalizzazione con persecuzioni razziste. Nei paesi del Mediterraneo del Sud,

l’antisemitismo si è saldato all’anticolonialismo e all’antisionismo facendo breccia nelle masse

popolari. Le cause di questo fenomeno vanno ricercate nella prossimità fisica di Israele e nelle

sconfitte arabe nelle guerre contro lo stato ebraico unitamente al consenso crescente verso i

movimenti integralisti islamici. 16

Le comunità ebraiche furono così costrette ad emigrare verso l’America meridionale, l’Europa

Occidentale e ovviamente Israele e ci fu quindi una nuova diaspora sefardita. La storiografia è

piuttosto limitata e gli studiosi moderni trovano notevoli difficoltà. Il problema di fondo è, ancora,

l’irrisolta questione dell’identità ebraica nei suoi duplici risvolti di autopercezione e di percezione

altrui.

La definizione di Ebrei del Mediterraneo è quindi un insieme dei tanti aspetti della connessione sia

dell’ebraismo sefardita alla cultura mediterranea sia delle varie culture sefardite ad un medesimo

alveo. Allo stesso tempo essa tende a richiamare alla memoria un’identità mediterranea che nel

corso del tempo è andata via via scemando nel sentire collettivo, sostituita da identità nazionali

esasperate quanto contrapposte e poi, nell’età del bipolarismo, da identità ideologiche che hanno

soffocato le singole identità nel nome dell’appartenenza al capitalismo o al comunismo.

Chi sono allora i Sefarditi? In ebraico sia medievale che moderno, il termine Sefarad indica la

Spagna e il termine Ashkenaz la Germania. I due termini hanno però origine biblica ed indicano dei

luoghi che non hanno alcun nesso con le attuali Spagna e Germania. L’attinenza fra le due parole,

Sefard e Spagna, è stata cercata dagli stessi ebrei spagnoli e, non trovando una spiegazione storico-

etimologica valida, la tradizione popolare ne elaborò una: quando i re spagnoli cercarono di

estorcere un’ennesima tassa, giustificandola come corrispettivo dei trenta denari guadagnati da

Giuda nel vendere Cristo, gli Ebrei sostennero di abitare in Spagna dall’epoca di Nabucodonosor.

Non avevano perciò alcuna responsabilità di quanto commesso dai loro correligionari in Palestina.

Ciò che invece è certo è gli ebrei sefarditi furono costretti ad abbandonare la Spagna: nel 1492 gli

eserciti di Isabella di Castiglia e di Ferdinando d’Aragona espugnarono Granata, ultima roccaforte

araba di una plurisecolare presenza. Venne poi firmato l’editto da parte dei due con cui imposero

agli ebrei di convertirsi al Cristianesimo con pena di espulsione. Iniziò quindi la diaspora sefardita

spagnola, con evoluzioni diverse da comunità a comunità a seconda delle condizioni di vita nei

paesi d’esilio. Cento anni dopo, ci sarà la cacciata degli Ebrei del Portogallo (marrani) dirigendosi in

Olanda e Francia, essi comunque continuarono ad utilizzare il portoghese come lingua, a

frequentare sinagoghe di rito portoghese e a mantenere tradizioni portoghesi.

L’identità sefardita non è quindi monolitica; vanno inoltre considerati anche le comunità ebraiche

dell’Islam mediterraneo, dei “musta‘arib” e dei romanioti che accolsero gli esuli spagnoli con non

pochi stravolgimenti delle loro tradizioni.

Tra i sefarditi e gli ashkenaziti non ci sono molte differenze nella pratica religiosa e nella credenza

dogmatica e di poco variano anche le pronunce di alcuni termini rituali classici. La differenza

marcata sta nelle differenze linguistiche dello yiddish (ashkenaziti) e del ladino (sefarditi) con il

primo influenzato dai dialetti germanici medievali, il secondo da dialetti antichi spagnoli. L’unica

cosa che accomuna i due linguaggi è il progressivo disuso. Dai primi del Novecento tutti i

programmi di nazionalizzazione delle minoranze nei paesi balcanici e levantini soppiantarono

queste lingue con quella nazionale. Il nazismo cancellò fisicamente le comunità balcaniche

ashkenazite e sefardite e le generazioni sopravvissute stanno per volgere al termine e i giovani

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tendono ad adottare le lingue dei paesi d’immigrazione per meglio integrarsi. Lo stesso Stato

d’Israele impone l’utilizzo dell’ebraico moderno.

I musta’arib sono quegli arabi che popolarono le regioni yemenite mescolandosi con la popolazione

indigena. Quindi il termine sta ad indicare gli Arabi che si stabilirono in Arabia settentrionale.

Secondo la tradizione a questo gruppo appartiene Abramo e quindi Maometto. Con la diffusione

dell’Islam il termine assunse un nuovo significato, indicando gli arabi non musulmani, quindi

cristiani ed ebrei che non si convertirono ma adottarono l’arabo come lingua. Le comunità ebraiche

quindi conoscevano l’arabo ma furono lente ad adottarlo come lingua scritta e solo come scritture

private egiziane. Ma col tempo tutte le comunità del Mediterraneo utilizzeranno l’arabo scritto, sia

a causa della soggezione al Califfo, sia per la volontà di entrare in contatto con l’enorme patrimonio

culturale: conoscere l’arabo significava avere accesso ad immense conoscenze: dalla medicina, alla

matematica e alla filosofia.

Dal punto di vista linguistico e sociologico, le comunità ebraiche dei musta’arib vengono distinte in

Orientali (Iraq, Palestina, Egitto) e in Occidentali (Africa del Nord): le prime hanno risentito

dell’influsso dei dialetti, degli usi e dei costumi degli Arabi della penisola arabica mentre le seconde

hanno subito l’influenza dei dialetti e dei costumi berberi.

La diaspora degli ebrei spagnoli aprì una nuova stagione nella storia della comunità musta’arib sia

maghrebine sia levantine, perché la scompaginò da un punto di vista numerico, strutturale e

culturale. Tutt’oggi non sappiamo quanti siano i fuoriusciti spagnoli. Le locali comunità ebraiche

autoctone (città costiere minori e nell’entroterra), invece, riuscirono a mantenere più a lungo la

loro identità tradizionale, sia perché accolsero un numero inferiore di esuli, sia perché gli ebrei

spagnoli si strinsero nel loro particolarismo religioso e culturale. Col tempo si sarebbe comunque

realizzata una fusione di retaggi, favorita anche dallo spostamento di famiglie ebraiche

dall’entroterra alle zone costiere dove la vita era migliore.

Il nuovo ebraismo maghrebino sarebbe stato unico nel suo genere, unione dell’ebraismo

autoctono con quello degli esuli spagnoli, ma non uniforme nelle sue espressioni. Infatti, a partire

dal 1578, l’Africa del Nord fu divisa in tre entità politiche: il Marocco, l’Algeria e la Tunisia (sotto i

turchi ma governate dai bey) e l’Egitto (direttamente da Istanbul). L’evoluzione delle comunità

maghrebine variò di conseguenza ma tutte si integrarono nel contesto socio-politico locale e

coabitarono con la maggioranza islamica della popolazione.

Lo sbarco di Napoleone in Egitto diede il via ad una nuova era, segnata dalla penetrazione

economica e culturale europea. Questo provocò un forte trauma per le popolazioni africane,

abituate ad altri tipi di governo e lontani dai principi di nazionalità e cittadinanza, di stato laico e

impersonale. Nel 1830, dopo l’occupazione dell’Algeria, il governo francese vi impose la sua

legislazione di stato laico, in una società, quella algerina, fino ad allora strutturata per comunità

religiose. Si ritrovò pertanto organizzata per “nazioni” non meglio specificate e assai meno

comprese dalle comunità locali. 18

Un anno dopo Parigi impose alla “nazione” ebraica di riorganizzarsi, adottando il sistema del

sinedrio francese, riesumato da Napoleone per completare il processo di regolamentazione dei

rapporti fra Stato e Chiesa in Francia. Infatti le comunità ebraiche, dopo gli accordi con cattolici e

protestanti, erano rimaste prive di controllo da parte dello stato. Questo sinedrio aveva un

Consiglio Centrale di 71 membri, per due terzi rabbini e per un terzo laici. In base ad esso, la

religione veniva confinata nell’ambito privato. Anche in Algeria il governo abolì i tribunali religiosi e

introdusse il sistema elettorale censitario, mai visto nelle terre islamiche dove tutto era basato sulla

distinzione tra dhimmi e musulmani.

Il ministro francese Cremieux, ministro ebreo della Giustizia in Francia, cercò di perorare

l’acquisizione della cittadinanza francese per gli ebrei algerini, riuscendo ad ottenerla nel 1870.

Nello stesso momento scoppiavano rivolte antisemite in tutta la Francia e in Algeria e venne chiesta

l’abrogazione della legge, ma rimase in vigore fino al 1940 quando la eliminò il maresciallo Petain.

Tre anni dopo verrà reintrodotta da De Gaulle, ma la realtà è che quella legge non significò mai pari

opportunità per gli algerini francesizzati.

Gli ebrei algerini, vissuti per secoli nei ghetti, erano divenuti la classe medio-borghese nell’Algeria

coloniale, in virtù del maggiore grado d’istruzione e della conoscenza del francese. I cristiani erano

divenuti l’élite coloniale. I musulmani divennero invece proletariato industriale e bracciantato

agricolo, dopo aver avuto per secoli il dominio su quelle terre. La lotta per l’indipendenza divenne

così riscossa politico-nazionale contro i francesi ma anche religiosa contro cristiani ed ebrei. Le

tensioni etnico-religiose che accompagnarono e seguirono l’indipendenza coloniale e le guerre

arabo-israeliane indussero le comunità ebraiche maghrebine agli esodi di massa. In parte gli esuli

andarono in Israele ma la maggior parte si stabilì in Francia.

ROMANIOTI = L’Africa settentrionale, nonostante fosse la più vicina alla Spagna, non fu il principale

punto di immigrazione per gli esuli ebrei a causa dell’instabilità politica dei governi nord-africani. La

più importante meta fu l’Impero Ottomano. I sultani li accolsero e li avvicendarono ai greci nel

commercio e nell’amministrazione pubblica. Nei domini ottomani esistevano anche comunità

antiche ebraiche autoctone, dette romaniote. Essendo ellenofone, rientrarono tra i vinti e pertanto

furono esautorate dai loro ruoli dal governo ottomano e altri saranno addirittura deportati. Alcune

comunità non riuscirono più a ricomporsi e soccombettero all’arrivo degli ebrei spagnoli,

numericamente superiori e capaci di imporre i loro modelli di vita. A poco a poco vennero quindi

sefardizzate. A contribuire al loro declino sarà anche la politica ottomana contro le minoranze: se

deportati veniva dato loro lo status di “sudditi deportati” con il divieto di allontanarsi dal luogo di

deportazione. Agli esuli spagnoli invece fu dato lo status di “immigrati volontari” concedendo

maggiori libertà di movimento.

La comunità sefardita crebbe in corrispondenza della crescita dell’Impero Ottomano e si arrestò in

corrispondenza del suo declino. L’espansione europea segna la crisi definitiva e i sultani, pensando

di adottare i sistemi europei, contribuirono a disgregare la compagine socio-economica dell’Impero.

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Nel 1862 venne abolita la dhimma, ma non venne mai realizzata la piena uguaglianza tra i sudditi

ottomani. Il sistema del millet rimase di fatto in vigore e con simili presupposti fu impossibile

l’integrazione delle minoranze e la costruzione di un’identità nazionale ottomana, basata sulla

fedeltà al sultano e sulla piena uguaglianza di diritti. Tra l’altro nel 1876, il sultano Abdul Hamid II

bloccherà questo processo di modernizzazione e le minoranze, se non protette da una grande

nazione europea, patirono gravi sofferenze e soprusi.

A favore degli ebrei ottomani intervennero le associazioni filantropiche europee che ne perorarono

la causa presso i rispettivi governi. Queste persone erano “francos”, residenti nell’Impero ma di

nazionalità estera e quindi soggetti alle leggi dello stato di provenienza. Esse fecero da tramite tra

la modernizzazione delle comunità ebraiche ottomane e l’ostilità dei gruppi conservatori timorosi di

perdere il loro stato di guida e di assistere alla perdita dell’identità tradizionale.

Gli atteggiamenti di superiorità dei francos portarono a delle reazioni da parte delle leadership

sefardite ottomane e così il sultano nel 1862 con un decreto li escluse dalla direzione delle

comunità ebraiche locali. Essi formarono una loro comunità separata, ricomposta solo nel 1908 con

l’elezione di un nuovo rabbino più accondiscendente.

Un’apertura che però era anche derivata dalle preoccupazioni dovute al programma di

nazionalizzazione delle minoranze dei Giovani Turchi e alla politica sionista. Il sionismo politico

aspirava all’emigrazione in Palestina, alla creazione di una nuova cultura ebraica e alla costruzione

di uno stato laico. Questa non era la volontà dei sefarditi e, infatti, il sionismo raccolse proseliti solo

fra gli ashkenaziti.

I Sefarditi volevano trasformare l’Impero in senso liberale, con il decentramento amministrativo,

più ampi margini di autogestione comunitaria e la parità di diritti civili e politici. Del resto, il

carattere multietnico e plurireligioso dell’Impero era stato garanzia di maggiore tolleranza rispetto

ai singoli Stati monoetnici sia dei Balcani che occidentali. Ad esempio, quando nel 1913 (al termine

della Seconda Guerra Balcanica) si profilò il passaggio di Salonicco alla Grecia, la comunità ebraica

locale si appellò alle grandi potenze affinché la città rimanesse sotto dominio turco oppure fosse

trasformata in porto franco a regime internazionale. Ma gli appelli rimasero inascoltati.

L’opposizione ebraica non era irragionevole perché per secoli i phanarioti (greci dell’Impero

Ottomano) erano stati dei concorrenti e questo antagonismo si era risolto negativamente per gli

ebrei perché, con la nascita dello stato greco, gli elleni ebbero il sopravvento e l’antisemitismo dei

cristiano-ortodossi divenne più feroce di quello cattolico. Nel 1917 il quartiere ebraico venne

distrutto da un incendio, incluse le sinagoghe e il ministro Venizelos ne approfittò per espropriare il

terreno (voleva dare una veste urbanistica più greca al centro storico) e per trasferire la

popolazione in periferia. Nel 1922 il governo ateniese decise di trasferire a Salonicco i profughi greci

provenienti dall’Anatolia dopo lo scambio di minoranze con la Turchia (stabilito da Ataturk). Questo

fece crescere l’antisemitismo e l’opera di ellenizzazione delle minoranze adottata dal governo.

Molti ebrei decisero di emigrare nei Paesi dell’America Meridionale di lingua e cultura spagnola e

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dove c’erano già molte comunità sefardite. Quelli che rimasero invece a Salonicco saranno vittime

del nazismo.

SEFARDITI D’ISRAELE = Con la distruzione del Secondo Tempio da parte dei romani si ebbe la grande

diaspora ebraica in tutto il mondo e, a seguito della rivolta di Bar Kohba (135 d.C.), venne anche

proibito agli ebrei di visitare Gerusalemme. Tuttavia le immigrazioni di ebrei nella Terra Santa

furono costanti nei secoli successivi. La prima immigrazione di massa si registrò all’indomani

dell’espulsione degli Ebrei dalla Spagna (1492) e fu così numerosa da surclassare gli autoctoni. Essi

prima di arrivare in Palestina si stabilirono in Africa del Nord, in Francia, in Italia. A seconda del

luogo di provenienza venivano formate distinte comunità. Nel XVIII secolo ebbe inizio

l’immigrazione dei “basidim”, cioè degli ashkenaziti in fuga dai pogrom.

Il regime ottomano fu, però, assai severo in Palestina perché Gerusalemme è la terza città santa

dell’Islam. Sino alla metà del XIX secolo essi proibirono l’apertura di consolati stranieri e di agenzie

commerciali, di scuole e di centri assistenziali. Nel 1866 avvenne un’altra divisione ebraica in

Palestina tra maghrebini e sefarditi con i primi che ottenero dal governo turco la facoltà di creare

propri quartieri a Gerusalemme. Vi era stata nel 1842 un’altra separazione tra sefarditi e

ashkenaziti, ad opera del Sultano anche se, tuttavia, il rabbino capo dei sefarditi venne riconosciuto

come il primo a Sion. Iniziò così il sistema del doppio abbinato mantenuto sia dagli inglesi, sia dallo

stato d’Israele.

Al momento della proclamazione della nascita di Israele i sefarditi erano in minoranza rispetto agli

ashkenaziti ma, considerando complessivamente il popolo ebraico, essi erano la maggioranza

assoluta. Il nuovo stato ebraico nasceva con la contraddizione della presenza di una forte

maggioranza musulmana. Una contraddizione che evidenziava la debolezza dell’ideologia sionista e

la mancata ricerca di consenso tra i sefarditi. Infatti, le prime delegazioni di ebrei maghrebini ad un

congresso sionista si ebbero solo nel 1921, provenienti da Marocco e Tunisia. Questi si

dimostrarono freddi verso i progetti sionisti, seppur non disdegnassero l’idea di uno stato ebraico

ma riservato solo a quanti erano stati vessati da regimi politici ostili.

Tra gli ebrei dell’Islam prevalse un’accezione religiosa del sionismo, quasi assente nell’ebraismo

occidentale. Questi, fino a quando non furono costretti, non abbandonarono i loro paesi d’origine

anche perché il sionismo prospettava idee laiche e secolarizzatici e, soprattutto, trascurava

l’esistenza dell’ebraismo sefardita. Inoltre i sefarditi non avevano motivo di abbandonare le loro

terre in Africa del Nord dato che qui le potenze colonizzatrici avevano garantito tolleranza religiosa.

Inoltre la vita in Terra Santa era particolarmente dubbia e poi, fino al 1948, la Palestina sarà

controllata dagli inglesi che con gli ebrei maghrebini aveva poca dimestichezza. Per questi motivi i

maghrebini decisero di emigrare in Francia piuttosto che in Israele.

Quando, durante le guerre tra Israele e Palestina, l’antisemitismo si fece particolarmente violento,

il governo israeliano decise l’abolizione di ogni misura restrittiva di immigrazione, favorendo l’esodo

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di massa di Ebrei. I sefarditi divennero così la maggioranza nel paese. Lo stato ebraico è quindi

costruito dai sefarditi. Dopo duemila anni di frammentazioni, questi sembrano aver ritrovato la loro

unità nella Terra Santa mentre gli ashkenaziti sono dispersi nel mondo.

Eppure per lungo tempo i Sefarditi in Israele non sono stati rappresentati politicamente, erano

assenti dalla classe dirigente e avevano i salari più bassi. Le culture tradizionali sefardite sono state

considerate retrograde e nei manuali scolastici non vi erano molti riferimenti alle vicende sefardite.

Anzi, la somiglianza di alcuni costumi sefarditi con quelli arabi, considerati nemici, contribuì ad una

percezione negativa dell’ebraismo sefardita. Una frustrazione tale portò alla rivolta delle “pantere

nere”.

Il governo israeliano nominò allora una commissione d’inchiesta per indagare sulla questione

sefardita che avrebbe ufficializzato la condizione di inferiorità maghrebina. Crebbe allora il dissenso

interno al movimento sionista, criticando i contenuti dei loro programmi e i risultati mancati.

L’arrivo poi degli Ebrei russi, avrebbe aggravato la tensione, disgregando la compagine ashkenazita

israeliana e esasperato il malcontento sefardita. Infatti, il loro arrivo comportò ulteriori riduzioni di

salari e una forte aggressione alla propria cultura.

In questi ultimi anni i governi si sono impegnati per rivalutare la cultura sefardita, determinante in

questo senso fu l’apertura nell’Università ebraica di Gerusalemme di un dipartimento di studi

sefarditi nel 1971.

La forte crisi economica però ha contribuito all’aggravamento del malcontento di sefarditi e Arabi

israeliani, sancendo l’ascesa di partiti religiosi che fanno da ago della bilancia di tutti i governi

israeliani. Uno di questi partiti, lo Shas, è parso più favorevole alla creazione di uno stato

Palestinese con sovranità controllata.

8 - Armeni e minoranze cristiane nell’Impero Ottomano (Marco Impagliazzo)

Lo spazio geopolitico del Mediterraneo ha conosciuto la coabitazione tra popoli e religioni differenti

per diversi secoli. Principalmente questo accade nel Sud del Mediterraneo con la convivenza tra

musulmani e cristiani, meno invece per la riva Nord. Nell’Africa del Nord è presente anche una

minoranza ebraica sefardita. Tale coabitazione fra musulmani, cristiani ed ebrei coincideva con i

confini dell’Impero Ottomano, che nell’Ottocento e ad inizio Novecento conosceva una convivenza

religiosa non presente nei tanti paesi europei (anzi, addirittura negata).

Il sistema era basato sull’ineguaglianza tra la maggioranza musulmana e le minoranze cristiane ed

ebraiche (dhimmi: minoranze protette), con i primi che avevano ovviamente la piena cittadinanza e

i secondi invece una cittadinanza ristretta, anche se protetti. Il Sultano aveva non solo la sovranità

sull’Impero, ma anche la carica di Califfo, comandante dei credenti musulmani. Nonostante la

posizione delle minoranze fosse inferiore, esse vivevano e prosperavano profittando della loro

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posizione di intermediari tra Occidente e Oriente. Il regime dei Giovani Turchi voleva rivedere

questo sistema, spingendo sull’Ottomanizzazione.

Le comunità erano organizzate in millet (nazioni)e ognuno di essi aveva un patriarca considerato

capo del millet, con funzioni civili e religiose. Il millet non aveva un’unità territoriale, ma vi erano

più comunità che rispondevano ad un centro. Il primo millet ad essere riconosciuto sarà quello

Ortodosso che faceva capo al patriarca ecumenico di Costantinopoli. Questo millet aveva

giurisdizione su tutti i cristiani ortodossi dell’Impero e, quindi, le popolazioni greche. Queste, che

vivevano nel quartiere di Phanar, rappresentavano una minaccia per la Sublime Porta a causa del

loro peso economico e numerico. La Megali Idea era un’immagine nutrita da molti greci, anche

sudditi ottomani.

L’altra grande comunità cristiana dell’Impero era quella armena, guidata anch’essa da un patriarca.

Accanto ad esso vi era un Assemblea nazionale armena che rappresentava le classi ricche di

Istanbul. Era il secondo millet ad essere riconosciuto e la Chiesa armena deteneva un gran numero

di beni; nonostante la situazione difficile di ineguaglianza economica, gli armeni si erano integrati

benissimo nell’Impero. Un’integrazione che aveva portato alla formulazione anche di riforme

politiche da parte di questa comunità, arrivando anche a sollevazioni popolari, come nel caso dei

montanari di Sassoun nel 1894 che si ribellarono alle pesanti imposizioni fiscali. L’insurrezione sarà

repressa nel sangue anche grazie all’aiuto dei curdi e, l’anno successivo, una manifestazione di 4000

armeni si trasformò in carneficina. Era la prima volta che una minoranza osava sfidare l’Impero e

questo diede inizio ad un periodo di forte instabilità e pericolo per tutte le comunità armene. Negli

anni successivi, alle repressioni si rispondeva con nuove manifestazioni e, grazie alla vivacità delle

correnti nazionali e all’interesse delle potenze europee, gli armeni erano diventati un costante

pericolo.

Dopo la brutta sconfitta dell’Impero Ottomano nella guerra balcanica, la Sublime Porta aveva perso

un grandissimo numero di territori tanto che molte nazionalità avevano ottenuto l’indipendenza.

All’interno dell’Impero rimanevano solo gli armeni e gli arabi. Con l’arrivo al potere dei Giovani

Turchi, la posizione degli armeni sembrò migliorare dopo le rappresaglie di Abdul Hamid. Ma la

sconfitta nella guerra balcanica portò al cambiamento di tale visione e crebbe la diffidenza verso di

essi. La presenza di armeni anche in altre regioni, come l’Armenia russa, e la diffidenza dei loro

deputati verso l’entrata in guerra della Turchia (Prima Guerra Mondiale), non faceva altro che

aumentare il sospetto turco verso questa minoranza.

Le altre comunità cristiane erano di minore consistenza: vi erano i Nestoriani delle montagne

Hakkari che si raccoglievano in una comunità guidata dal loro patriarca; c’era la Chiesa-nazione del

patriarcato siriano di Antiochia che, in passato, aveva avuto difficili rapporti con i Bizantini e aveva

visto l’arrivo dei musulmani come una liberazione; i maroniti del monte Libano, che avevano una

migliore situazione perché godevano di autonomia e dell’appoggio della Francia. Le altre comunità

cristiane dell’Impero facevano tutte capo alla Chiesa cattolica, le cui condizioni non erano state

facili a causa del mancato riconoscimento pubblico nell’Impero. Queste uscirono da una stagione di

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forti persecuzioni solo nel 1830 grazie alle pressioni della Francia e dell’Austria con la creazione di

un millet cattolico orientale.

La Chiesa melkita (greco-cattolica) nasceva nel 1724 da una frattura con la chiesa Ortodossa nei

paesi arabi: conservava il rito bizantino nell’unione con Roma, ma era totalmente arabizzata. Nel

1848 il loro Patriarca ottenne la piena indipendenza del millet greco-cattolico che da quel momento

cominciò a godere degli stessi diritti degli altri millet. Si vennero poi a creare la Chiesa siro-cattolica

e quella armeno-cattolica, oltre alle attività dei missionari protestanti. Più estesa era la Chiesa

Caldea, la branca cattolica dei Nestoriani, con una tradizione missionaria verso l’Asia.

La storia dei cristiani d’Oriente è legata all’intervento delle potenze europee in materia religiosa,

utilizzando il sistema delle capitolazioni che dava diritto ad esse di proteggere i propri sudditi che

vivevano nell’Impero. La Francia estese il suo dominio anche sui cattolici latini e sui luoghi santi in

Palestina. La Santa Sede ricorreva a questa protezione, nonostante fosse ingombrante per il

Vaticano che, tra l’altro, disponeva di un delegato apostolico come rappresentante nell’Impero e

cercò di arrivare a degli accordi con la Sublime Porta. Tentativi tutti bloccati dall’intervento francese

che non voleva veder finire il suo protettorato.

Le ambasciate a Costantinopoli, grazie al sistema delle Capitolazioni, erano da secoli reali centri di

influenza nella vita politica del paese e godevano di un’ampia libertà di intervento. Gli ambasciatori

avevano anche esercitato la funzione di protettori delle minoranze non musulmane nell’Impero e

proprio le cause religiose saranno la base degli interventi delle potenze europee negli affari interni

ottomani. Il nuovo Governo Giovane Turco, con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale e forte

dell’alleanza militare con la Germania, ne approfitterà per mettere fine all’intrusione europea

abrogando tutte le capitolazioni.

La fine delle capitolazioni evidenziava ulteriormente il problema delle minoranze e tra quelle a

rischio c’era quella armena. Nell’aprile del 1915 un ordine del ministero dell’Interno dava il via a

una vasta operazione di polizia a Istanbul, con lo scopo di arrestare l’élite della comunità armena e

la rivolta di Van servì come pretesto. Anche l’ambasciatore tedesco, a cui il patriarca armeno si era

rivolto, rifiutò di assumere la protezione ufficiale della comunità armena dinanzi all’autorità

ottomana e le altre potenze non avevano voce in capitolo perché le relazioni erano bloccate dalla

guerra.

Nel maggio 1915 venne approvata una legge provvisoria (mai regolarmente approvata) che

autorizzava la deportazione degli armeni. Il patriarca armeno decise allora di rivolgersi al delegato

apostolico, cioè il rappresentante della Santa Sede, libero da statuti diplomatici. Il delegato, mons.

Angelo Dolci, appare instancabile nel perorare la causa dei cristiani in Turchia. I documenti danno

conto delle testimonianze oculari di scampati alla tragedia o di persone ben informate sulle

sofferenze e le stragi di cristiani. Il delegato trasmette queste informazioni a Roma e riceve

l’incoraggiamento da parte del card. Gasparri per la ricerca di vie percorribili per salvare le

comunità cristiane. La Santa Sede decide inoltre di intervenire direttamente con una lettera del

Papa al Sultano, chiedendo di intervenire per fermare i massacri e la stessa lettera viene inviata

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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Storia Contemporanea, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Le Cinque Dita del Sultano: Turchi, Armeni, Arabi, Greci ed Ebrei nel Continente Mediterraneo del 900, Trinchese. Tratta diversi temi riguardanti l’Impero Ottomano all’alba del Novecento, come la Guerra di Libia, la posizione delle minoranze religiose, l’aspirazione nazionale dell’Egitto, i nazionalismi balcanici, la vicenda degli Ebrei, la percezione del Mediterraneo.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in Storia
SSD:
A.A.: 2012-2013

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher eowyn87 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Gabriele D'Annunzio - Unich o del prof Trinchese Stefano.

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