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Sunto storia contemporanea

Introduzione alla storiografia moderna

Nel Novecento abbiamo assistito a una rivoluzione anche nell’ambito della ricerca storica con l’ingresso in scena di attori per lungo tempo esclusi dal racconto storiografico. Parliamo di coloro che non erano consapevoli di essere fondamentali per la ricostruzione di un avvenimento. Iniziano ad essere presi in considerazione, quindi, individui prima ignorati. Ai protagonisti delle biografie e agli interpreti della storia delle idee si sono aggiunti gli animatori delle classi operaie, la massa dei contadini, le donne, i bambini, gli analfabeti.

Nuove fonti storiche

Si è assistito, da parte degli storici, a: testamenti, storie orali, testi letterari, fotografie. "Oggi vengono considerate fonti tutte le testimonianze lasciate dagli esseri umani del passato: documenti scritti e testimonianze orali, iconografie popolari, espressioni artistiche, giornali, lettere private, processi, testamenti..."

Si sono quindi creati anche nuovi contatti tra ricercatori di diverse scienze sociali come economia, demografia e psicologia. Ad esempio, la Prima Guerra Mondiale ha smesso di essere articolata sullo studio di scelte politiche e diplomatiche che hanno determinato gli eventi militari, ma ha incluso anche i comportamenti e le reazioni emotive dei combattenti di fronte alla realtà quotidiana della guerra. Vennero analizzati documenti autobiografici redatti dagli stessi combattenti, lettere, diari o cartelle cliniche.

Metodologie di ricerca storica

Ecco un mutamento nelle modalità di approccio alla ricerca scientifica e nella definizione di una nuova metodologia di indagine: tutti i documenti possono parlare se li si sa interrogare. La storia la si fa con i documenti scritti ma anche senza documenti se non si sono. Lo storico deve usare tutta la sua ingegnosità. Deve far parlare le cose mute. Appellarsi a tutto ciò che lo può aiutare.

La fonte orale

Alcuni documenti hanno comunque faticato per essere riconosciuti come fonte storica, soprattutto in Italia. Come lo è stato per la fonte orale, che ha iniziato a imporsi solo nel corso degli anni Sessanta, complice un clima culturale e politico favorevole, le fonti orali sembrano quasi un passaggio obbligato per ricostruire una storia, partendo da testimonianze dal basso raccolte dalla viva voce di coloro che non sono presenti nella documentazione istituzionale.

La scarsa fortuna di questi documenti è data dalla loro atipicità e dalla loro difficoltà di elaborazione. La fonte orale è considerata perché non può esistere indipendentemente dallo storico, si concretizza per opera del ricercatore attraverso un’indagine verbale, un’intervista a persone che hanno partecipato attivamente a un evento. È un documento che ha due autori: l’intervistato e l’intervistatore. Atipica anche perché è costruita nel presente. Sollecitata in momenti diversi, la stessa persona non darà lo stesso racconto perché è condizionato dal legame con i processi di memoria e delle influenze del contesto storico.

Gli italiani in guerra

La dichiarazione di guerra e l’Italia dell’epoca. Il 10 luglio 1940 Benito Mussolini si affaccia al balcone di Palazzo Venezia e annuncia l’entrata in guerra dell’Italia a fianco della Germania. Per il duce era il momento giusto per vincere senza troppo sforzo. L’esercito tedesco era presente in territorio francese e quindi anche l’occasione di spartizione del bottino di vittoria. Agli occhi di Mussolini era il momento propizio e così gettò in guerra un popolo che non era per nulla pronto.

La decisione non fu estemporanea. Il fascismo era un regime guerrafondaio che aveva nella mistica bellicista e in una politica estera aggressiva i suoi fondamenti, un esempio erano stati la guerra all’Etiopia, l’invasione dell’Albania nel 1939. Al Führer era stato lo stesso duce ad aver confidato nella primavera del 1939, anno del Patto d’Acciaio con la Germania, che l’Italia sarebbe stata pronta per la guerra solo dal 1942. Quando a fine maggio fu chiaro che la Germania avrebbe vinto in pochi giorni i francesi, Mussolini ruppe gli indugi.

La propaganda e l'indottrinamento

Nelle settimane precedenti la propaganda di stato cercava di smuovere la popolazione dallo stato di apprensione e rassegnazione in cui si trovava dallo scoppio della guerra. La stampa e il partito Nazionale fascista cercarono di convincere dell’inevitabilità della partecipazione alla guerra. Anche i bambini erano usati nella propaganda bellicista, ragazzi che andando a scuola (raccontano) il 6 giugno 1940 a Rimini, vennero coinvolti in manifestazioni a favore della guerra. Vennero loro affidati dei cartelli con slogan in favore della guerra.

Valter, non molto convinto del regime fascista, assistette a scene che rivelano come il consenso totalitario per il regime incontrasse diversi ostacoli (vecchio che fa no con la testa). La prima manifestazione fascista in cui viene coinvolto un ragazzo diventa l’occasione di sperimentare le prime manifestazioni di dissenso accennate o clamorosamente sfacciate.

Educazione e controllo sociale

Come gli altri stati totalitari anche il fascismo aveva puntato sulle generazioni più giovani per realizzare il progetto di costruzione di un uomo nuovo, forgiato secondo i propri valori. Il culto del duce era stato instillato nelle menti di molti ragazzi che non avevano conosciuto altro e che erano stati istruiti attraverso la duratura politica di amore indiscusso verso il leader carismatico della nazione. Questa pratica faceva leva sull’inquadramento dei giovani nelle organizzazioni di massa del regime, sulle attività sportive e sull’educazione scolastica.

I giovani venivano istruiti a una formazione paramilitare attraverso l’Opera Nazionale Balilla dove venivano educati spiritualmente, culturalmente e religiosamente all’idea fascista. In questo modo si avrebbe dovuto fornire all’Italia un esercito di otto milioni di baionette. Lo sport praticato all’interno di queste organizzazioni di massa era funzionale a una visione totalitaria della gioventù italiana che doveva essere preparata a future guerre e devota al capo. Si organizzavano prove di ginnastica e competizioni annuali tra regioni a cui partecipava lo stesso Mussolini per rafforzare la sua immagine.

La scuola fascista

Importante anche la scuola come luogo delegato alla formazione delle nuove generazioni crescute nel credo mussoliniano, nel culto del duce che aveva sempre ragione. Gli insegnanti erano caporali dell’esercito che si presentavano in divisa e avevano un atteggiamento autoritario. Il metodo educativo sfiorava il sadismo, picchiavano. Anche i compiti erano ispirati alla politica fascista per meglio coinvolgere gli studenti (Racconto: rappresentare alleanza patto tripartito Italia, Germania, Giappone). Le giovani italiane indossavano le loro divise e anche loro venivano istruite.

Difficoltà economiche e sociali

Ma la propaganda fascista non sempre andava d’accordo con la miseria delle famiglie italiane. "Il sabato era il sabato fascista e non si doveva lavorare, ma si doveva mangiare. Così i comandanti si mettevano alle porte della città per impedire di andare a lavorare nelle campagne".

Agli aspetti ideologici e repressivi del regime si aggiungeva un fattore che colpiva molti ragazzi negli anni Trenta: la discriminazione tra bambini provenienti da famiglie agiate o povere. Viene ricordato (Racconto: non adatto al collegio) il trattamento speciale a cui erano sottoposti i figli dei poveri, la cui inclinazione scolastica era giudicata in base alla disponibilità finanziaria dei genitori. Ma c’erano ragazzi collocati in una fascia ancora più bassa e poco considerati, ossia gli orfani, i figli illegittimi di giovani donne marchiati a vita. In questa situazione segnata dalla miseria la politica sociale del fascismo poteva essere molto incisiva. Molti bimbi videro per la prima volta il mare grazie alle colonie del regime costruite dalla fine degli anni Venti e frequentate da molti figli delle classi operaie, impiegatizie o artigiane (Racconto: Bolognese la gente non poteva mandare i figli al mare, doveva lavorare, e ti portavano in colonia).

Vita nelle campagne

L’abilità del regime fu di fornire occasioni di svago agli italiani ingabbiandoli in organizzazioni di massa che li controllavano e li educavano alle parole e ai riti del fascismo. Ci troviamo ancora in una nazione largamente rurale. L’assetto contadino era ancora la vera base della società, un mondo molto lontano da quello di oggi, per molti anziani impossibile da credere (Racconto: abbiamo fatto una vita che adesso non mi sembra di crederlo, e pensare che l’ho fatto.)

La vita nelle campagne significava sopravvivere in una famiglia con un piccolo podere che spesso non era sufficiente e imponeva di lavorare anche sotto altri padroni come bracciante. In condizioni semi-schiaviste o con un contratto di mezzadria nel Centro e Nord Italia. Condizioni soprattutto di famiglie numerose, vivevano insieme diverse generazioni stavano tutti insieme per lavorare i campi. Il contratto di mezzadria imponeva a tutti i componenti della famiglia un lavoro continuo e contratti onerosi con i padroni. Con questi si era quasi sempre in litigio o per la divisione del raccolto o per la nascita di nuovi figli che rompevano l’equilibrio delle famiglie dei mezzadri. Per i padroni erano visti come nuove bocche da sfamare e da tenere in conto nella spartizione del raccolto. (Racconto: debiti padrone, no soldi conti una volta all’anno.)

Condizioni di vita

Vita di miseria per molti contadini, la vita quotidiana era fatta di duro lavoro anche per i bambini. La maggior parte delle case di campagna non avevano acqua corrente, servizi igienici o energia, soprattutto quelle meridionali o montane. Le alternative per l’acqua erano due: o servirsi di un pozzo (considerato un lusso) o andare alla fonte più vicina. L’autosufficienza era il parametro su cui si regolava l’economia della famiglia contadina il che comportava una mansione per ogni componente della famiglia e l’autoproduzione di beni di base come il pane (Racconto: alzarsi presto per fare il pane). In questa Italia povera ci si scontrava con diversi ostacoli come la mortalità infantile molto elevata (Racconto: I medici volevano essere pagati, mancanza di medicine, si saltavano i pasti per pagarle. Molti morivano perché non c’erano medicine.)

Analfabetismo e istruzione

Anche l’analfabetismo non scherzava, le famiglie avevano bisogno di braccia al lavoro sui campi “a scuola ci andava chi abitava vicino e noi dal paese eravamo lontani”. I tempi stavano cambiando e le istituzioni volevano che i giovani studiassero. Vennero così create delle strategie di selezione degli investimenti familiari che penalizzava le femmine (Racconto: fino alla quinta, noi femmine lavorare e i maschi studiare, il maschio doveva formare la famiglia).

Chi poteva permetterselo integrava il reddito dei campi con l’allevamento di animali: galline, mucca, maiale il più diffuso e il pilastro dell’economia contadina italiana. La sua presenza determinava la qualità di alcune coltivazioni a lui necessarie fino al momento della sua uccisione, novembre-febbraio, visto come un rito fondamentale per la famiglia. Un altro animale molto diffuso era il bacco da seta, talmente importante per il bilancio familiare da indurre ad ulteriori sacrifici le famiglie contadine. (Racconto: si dormiva fuori per lasciare dentro loro).

L'Italia in guerra

Questa è l’Italia che entra in guerra nel 1940 per volere di Mussolini, per non perdere l’occasione di sfruttare le vittorie di Hitler. La Germania, dopo l’invasione della Polonia nel 1939, aveva ripreso l’offensiva nella primavera del 1940 e aveva conquistato Danimarca, Norvegia, Paesi Bassi, Lussemburgo e Belgio e da qui stava arrivando in Francia che non sembrava in grado di difendersi. La caduta della capitale sembrava imminente.

La guerra

La Seconda Guerra Mondiale è stato definito un conflitto totale, aggettivo usato anche per la Grande Guerra 1914-1918 ma ora con un significato diverso. Nella Prima Guerra Mondiale la totalità dell’esperienza bellica indica come tutte le potenze coinvolte usarono tutte le proprie energie militari, produttive, economiche, morali con l’obiettivo di sconfiggere l’avversario. La guerra impegnò totalmente ogni paese, impose sacrifici agli abitanti, ai giovani inviati al fronte e ai familiari a casa.

Guerra che durò anni e non mesi come predetto e che fece inghiottire molti combattenti e innumerevoli quantità di beni di ogni tipo prodotti per sostenere gli eserciti di giovani. Buco nero individuabile sul fronte occidentale e italiano, dove avvennero le principali operazioni belliche. Era la famosa guerra di trincea, statica, in cui prevalse la forza delle armi e degli apparati di difesa, mitragliatrici e reticolati.

Sviluppo delle armi

La popolazione civile non fu direttamente coinvolta a parte rare occasioni in cui gli aerei sganciarono sui centri abitati nemici o incursioni navali. Nella Seconda Guerra Mondiale (1939-1945) cade la distinzione tra il fronte e il resto del paese. Lo sviluppo di nuove armi aumentò d’importanza. L’aereo e il carro armato diventarono i nuovi protagonisti della guerra scatenata da Hitler. Gli aerei, che nella Prima erano visti come un’arma romantica per esaltare l’individualità dello scontro, qui diventarono un’arma di massa, perfezionati e prodotti a migliaia, di diverse tipologie, distinguibili per comodità tra i veloci cacci e carichi di armi letali e bombardieri. In grado di attaccare le città nemiche direttamente, di sostenere le forze terrestri.

La Seconda Guerra Mondiale conta 60 milioni di morti, gran parte civili. Era un evento totale che impegnò la quotidianità di tutti, non si svolse in un luogo separato. A spiegare la devastazione del Secondo conflitto vi è anche la spiccata connotazione ideologica. Infatti si fronteggiarono sistemi politici, ideali, economici molto diversi tra loro. La Grande Guerra era vista come uno scontro tra paesi della stessa civiltà liberale che vanno dall’estremo democratico dell’Inghilterra a quello autoritario della Russia Zarista. La Seconda vede modelli di civiltà tra loro poco affini: le democrazie occidentali (Alleati) con Francia, Inghilterra e Stati Uniti con un’economia capitalista e un modello politico liberale; l’Unione Sovietica con un’economia collettivizzata e pianificata dall’alto, con un modello politico comunista, autoritario e repressivo; Italia e Germania con il loro modello nazifascista caratterizzato da una forte presenza dello stato nell’economia dopo la crisi del 1929 e per risollevare banche e industrie, anche loro antidemocratici.

Il totalitarismo nazista

Il totalitarismo nazista era caratterizzato anche da una forte componente razziale che, concependo la nazione come un corpo, considerava alcune sue parti dei virus da eliminare in modo drastico: 6 milioni di ebrei, zingari, omosessuali, avversari politici, disabili. Tutto frutto della follia di Hitler e della sua idea di superiorità della razza ariana sulle altre.

Al fronte

La guerra dell’Italia era rivolta contro Inghilterra e Francia. La caduta della Francia faceva presagire la resa anche della sua alleata. Mussolini puntò su una fine veloce dei combattimenti. Per trattare da una posizione di forza, ordinò pochi giorni dopo la dichiarazione, un’offensiva sulle Alpi contro i francesi ma i risultati furono deludenti. Anche se la maggior parte dell’esercito francese era impiegato contro la Germania, il terreno non era adatto a rapidi movimenti bellici ed era ben difeso. Quando il conflitto finì, il 25 giugno 1940 la Francia era in ginocchio per i colpi di Hitler e non degli italiani molto impreparati.

La Gran Bretagna non aveva nessuna intenzione di mollare grazie alla sua posizione insulare inattaccabile, alla tenacia del suo popolo, al governo guidato da Churchill ma soprattutto grazie al suo vasto impero coloniale e quindi continuò la guerra contro Germania e Italia. Dai tedeschi dovettero difendersi dagli attacchi aerei della Liuftwalle di Goering, nell’estate-autunno 1940 dovette difendersi dagli attacchi italiani navali nel Mediterraneo, e terrestri in Africa. Anche noi avevamo possedimenti in Africa come Eritrea, Somalia ed Etiopia. La sconfitta era certa perché l’Inghilterra controllava il Canale di Suez da cui arrivavano uomini e rifornimenti. Il vero obiettivo della guerra di Mussolini era l’egemonia sul Mare Nostrum e quindi bisognava vedersela con l’Inghilterra e le forze che occupavano l’Egitto. In Nord Africa si giocò una delle partite più importanti della guerra italiana. Nonostante i deludenti risultati Mussolini ordinò alle truppe in Libia di attaccare l’esercito inglese in Egitto. Fu la prima fase di una campagna che terminò solo nel maggio 1943 caratterizzata da continui attacchi da parte delle potenze.

Il fronte italiano

Anche se si sapeva che questo era teatro di una guerra futura, e che il carro armato sarebbe stato l’arma decisiva, le truppe italiane si presentarono con mezzi corazzati piccoli e leggeri che vennero chiamati “scatolette di sardine” facile preda delle armi anticarro inglesi. Simile alla situazione del 1915 contro l’Austria Ungheria: tanti uomini ma artiglieria inutile. Eravamo quindi svantaggiati dalla scarsità di mezzi corazzati decisivi per la sorte della guerra, e questo errore è imputabile solo allo stato, al suo apparato politico, militare, industriale, di sfruttare le risorse a disposizione.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/04 Storia contemporanea

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher bertolo.arianna di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bologna o del prof Malfitano Alberto.
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