Introduzione.
Oggi consideriamo fonti tutte le testimonianze lasciate dagli esseri umani del passato: i documenti scritti e le testimonianze
orali, la fotografia, il cinema, i giornali, i discorsi parlamentari, processi e testamenti. La migliore storiografia tende oggi a
privilegiare il contenuto delle fonti storiche rispetto al genere. Non ritiene cioè che esistano fonti storiche buone o cattive, ma
che tutti ci forniscano la loro parte d’informazione sul passato. Nonostante queste prese di posizione, alcuni documenti hanno
faticato non poco per vedersi riconosciuto lo status di fonte storica. Così è stato per la fonte orale. Un aspetto si fonda sulla
particolarità di tale fonte, atipica e difficile da “trattare”. E’ un documento che ha due autori: l’intervistato e l’intervistatore.
Atipica perché è “costruita” nel presente. La stessa persona non fornirà mai il medesimo racconto: quest’ultimo è condizionato
dal legame con la memoria e dalle influenze del contesto storico. Tutte le fonti, a prescindere dalla loro tipologia, vanno
sottoposte ad un’attenta critica che attraverso il confronto con altri documenti, permetta di valutare la veridicità del loro
contenuto. Oggi, grazie soprattutto al lavoro dell’Aiso, Associazione Italiana di Storia Orale, si regista un allargamento della
rete di soggetti che a vari livelli si è occupato di raccogliere ed analizzare criticamente le testimonianze orali. Hanno dimostrato
come la ricostruzione del passato attraverso le “storie della vita” favoriscano la costruzione di una più ampia “ragnatela di
conoscenze storiche”. E proprio le “storie della vita” raccolte dagli studenti costituiscono la base documentale su cui si
articolano i saggi che seguono e che intendono affrontare un periodo cruciale della storia italiana postunitaria: gli anni che
vanno dall’avvio della seconda guerra mondiale al dispiegarsi della “Grande trasformazione” che ha investito l’Italia tra la fine
degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Sessanta.
La prima parte è incentrata sulla Seconda guerra mondiale; la seconda parte prende in esame l’ultimo dopoguerra.
1. Gli italiani in guerra.
La dichiarazione di guerra e l’Italia dell’epoca.
Il 10 giugno 1940 Mussolini pronunciò il discorso che annunciava agli italiani l’entrata in guerra a fianco della Germania.
“Qualche cartello diceva “Viva il Duce, Viva il Re”, e tutti slogan a favore della guerra. A me sembrava un paradosso…ne avevano dato uno anche a
me, guardai nel mio dove stava scritto”Dio stramaledica gli inglesi”…”
L’impatto per il tredicenne con la volontà del regime di usarlo come strumento di propaganda bellicista rivela la scarsa
convinzione del giovane studente.
“”Volete la pace voi? “Noooooooo!” ”Volete la guerra?“ ”Sìììììììììììì”. Poi una voce in mezzo a piazza Cavour: “Nooooooooooooooooo!”
“Fermatelo! Arrestatelo! Chi è? Chi è?””
Come gli altri stati totalitari, nazismo a stalinismo, anche il fascismo aveva puntato sulle generazioni più giovani per realizzare
l’ambizioso progetto di costruire un uomo nuovo.
Enzo C. nato a Bologna nel 1932 ricorda: “Mussolini era il nostro Duce. Non l’ho mai criticato, era il capo.”
Vi era poi la scuola, il luogo delegato alla formazione delle nuove generazioni cresciute nel credo mussoliniano, nel culto del
Duce che aveva “sempre ragione”.
“Quando si entrava era il capoclasse che si alzava in piedi e dava l’attenti!, così ci mettevamo sull’attenti fuori dal banco”.
Giovanni C. ricorda un modo educativo che sfiorava il sadismo : “Avevamo un maestro cattivo, ma cattivo cattivo! Ti picchiava nelle mani
col righetto di ferro! E se quando t’interrogava non la sapevi, erano schiaffoni!”
Anche i compiti in classe erano ispirati alla politica fascista:
“Il maestro di disegno ti diceva: ”Dovete rappresentare l’alleanza del Patto tripartito, quello stipulato tra Italia, Germania e Giappone.””
“Il sabato era il sabato fascista, era obbligatorio e non dovevi andare a lavorare. Tutti si lamentavano e dicevano “Sì, noi stiamo a casa e chi ci
porta da mangiare? Non venite né voi né Mussolini a darci da mangiare!””
L’abilità del regime fu nel cercare di fornire occasioni di svago agli italiani, ingabbiandoli in organizzazioni di massa che al
tempo stesso li controllavano e li educavano alle parole del fascismo.
“Abbiamo fatto una vita che se adesso ci penso non mi sembra di crederlo davvero.”
“Si stava insieme, non come adesso che uno si sposa e va da solo con la moglie, invece allora si stava tutti lì, perché c’era da lavorare nei campi.”
Si rifletteva sulla vita quotidiana, fatta di duro lavoro per tutti i componenti della famiglia, bambini compresi.
- La usavi per fare tutto perché una volta non c’era l’acqua minerale! Una volta c’era l’acqua del pozzo.
- Quindi era potabile?
- Ah…era potabile per forza, perché c’era solo quella!
In quest’Italia prevalentemente contadina e assai più povera di oggi, la mortalità infantile era ancora molto elevata.
“Sono morti 2 fratellini per mancanza di ospedali. Morivano taaaanti bambini per mancanza di medicine!”
“Eravamo tutti analfabeti noi: i miei genitori, i miei zii e i loro figli. A scuola ci andava chi abitava vicino e noi dal paese eravamo lontani.”
“Noi femmine dovevamo lavorare e i maschi studiare. Perché il maschio doveva formare la famiglia e la femmina doveva stare in casa, era
mantenuta dal marito, non aveva bisogno di essere indipendente.”
“Le abbiamo provate tutte per andare avanti! Si lavorava sempre perché un po’ meno della metà era il nostro e il resto era del padrone.”
L’Italia entra in guerra nel 1940 per la volontà di Mussolini di non lasciarsi sfuggire le vittorie di Hitler. La Germania, infatti,
dopo la rapida invasione della Polonia aveva conquistato la Danimarca, la Norvegia, i Paesi Bassi, il Belgio e il Lussemburgo, e
da lì stava penetrando nella Francia.
La guerra.
“Sembra una favola! Ma è una cosa vera, era vera!”
Sia i giovani inviati a combattere al fronte, sia i loro famigliari rimasti a casa: entrambe le parti soffrirono per un conflitto che
durò anni, quando tutti si aspettavano che sarebbe continuato per qualche mese al massimo. Era la famosa guerra in
trincea, in cui prevalse la forza delle armi e degli apparati difensivi. La popolazione civile, a parte quella che abitava sui luoghi
dello scontro, non fu direttamente coinvolta, a parte rare occasioni in cui alcuni aerei sganciarono alcuni ordigni sui centri
abitati. Lo sviluppo di nuove armi, vale a dire l’aereo e il carro armato, diventeranno i nuovi protagonisti della guerra scatenata
da Hitler. Gli aerei diventarono un’arma di massa nel 1939-45, distinguibili tra i veloci caccia e i più goffi bombardieri. Non è un
caso che la Seconda guerra mondiale sia costata una cifra di vittime, secondo la maggior parte delle stime, pari a circa 60
milioni di morti, la maggior parte civili.
Tre modelli di civiltà tra loro poco affini;
1. Il campo delle democrazie occidentali, composto da Francia, Inghilterra e Stati Uniti: paesi con un’economia
capitalista e un modello di politica liberale.
2. L’Unione Sovietica che instaura un’economia collettivizzata e pianificata dall’alto, secondo il modello comunista,
autoritario e repressivo.
3. Il modello nazifascista, basato su una forte presenza dello Stato nell’economia, stimolato dalle conseguenze della
crisi del 1929. In più il totalitarismo nazista era connotato da una fortissima componente razziale che, concependo
la nazione come un corpo, considerava alcune parti di esse come escrescenze da eliminare: la sorte di 6 milioni di
ebrei sterminati nei campi di concentramento.
Al fronte.
La guerra dell’Italia era rivolta contro la Francia e l’Inghilterra.
• Mussolini ordinò un’offensiva sulle Alpi contro i francesi, i cui risultati furono deludenti. Sebbene le truppe avversarie
fossero molto inferiori per numero, le Alpi occidentali mal si prestavano a rapidi movimenti bellici. La breve campagna era
stata una conferma dell’impreparazione dell’esercito italiano. La Gran Bretagna non aveva alcune intenzione di abbandonare la
contesa e con l’Italia gli scontri furono sia navali (Mediterraneo) sia terresti (Africa). In Africa, ai nostri possedimenti
dell’Eritrea e della Somalia, si era aggiunta l’Etiopia.
• Le truppe italiane attaccarono i possedimenti inglesi e francesi confinanti ai propri, ma a lungo andare la sorte di quegli
uomini non poteva che essere segnata. La sconfitta era certa, perché l’Inghilterra controllava il canale di Suez e impediva a
qualsiasi tipo di rifornimento di raggiungere l’Africa orientale.
• Mussolini ordinò di attaccare l’esercito inglese che occupava l’Egitto. Le truppe italiane si presentarono con mezzi corazzati
talmente piccoli e leggeri da essere soprannominati “scatolette di sardine”, facile preda delle armi anticarro britanniche.
“Venne l’ordine di sparare a qualsiasi cosa si vedesse davanti, perché poteva essere solo un inglese, visto che non c’era più nessun italiano.”
Hitler aveva deciso di inviare in soccorso le proprie truppe. Era il celebre Afrikacorps di Erwin Rommel. L’aiuto del tedesco
non faceva altro che sottolineare l’incapacità di Mussolini di tenere il passo con l’alleato tedesco.
“Ho trovato una topaccia grande e me la sono mangiata, era buona. Ho provato anche a bere le urine, ma non ci sono riuscito perché erano amare.
Eravamo ridotti male!”
La sete e la fatica diventarono un prezioso alleato degli inglesi, che potevano contare su un sistema di approvvigionamenti
migliore di quello italo-tedesco.
“I soldati cominciarono a morire di fame e di sete. Siamo rimasti accerchiati al 21 novembre e venne l’ordine di resa il 17 gennaio.”
La guerra combattuta di Alberto T. fini lì, mentre quella del nord dell’Africa continuò a consumarsi tra nuove offensive e
controffensive, che culminarono nella decisiva battaglia di El Alamein nell’autunno del 1942.
• Alla guerra nei deserti africani Mussolini affiancò ben presto anche quella sulle montagne tra Albania e Grecia. Per quale
motivo il duce decise di lanciare una guerra d’aggressione contro la Grecia, che non aveva mostrato alcun segno d’ostilità nei
confronti dell’Italia? La spiegazione sta nell’ansia di mostrare ad un alleato che era passato di vittoria in vittoria, di poter
condurre una “guerra parallela” che mettesse in luce la potenza militare dell’Italia fascista. La spedizione si risolse in un
disastro. In primo luogo, per le note deficienze di equipaggiamento e addestramento; in seconda istanza perché volle lanciare
l’aggressione in pieno autunno, quando la pioggia, e poi la neve, resero complicata qualsiasi avanzata. L’esercito italiano
dapprima avanzò, poi fu respinto dai greci, che difesero con tenacia.
“E noi si aspettava i viveri, ma non ci arrivavano. A digiuno! Dentro la trincea, sotto la neve! Si facevano le molliche, i pezzettini di neve e li
mettevamo in bocca, capito?”
Il sottufficiale visse in prima persona la visita che Mussolini fece al fronte: “E’ venuto là e ha fatto venire un grande rinforzo dall’Italia.”
Il 9 marzo 1941, l’esercito italiano lanciò il nuovo attacco: colpito dalle schegge di una granata Pietro A. venne trasportato al più
vicino ospedale da capo. Nel frattempo l’attacco italiano aveva successo, ma solo perché la difesa greca stava cedendo sotto
l’impeto della nuova offensiva tedesca. Hitler, infatti, intervenne nei Balcani, come già era successo in Libia. Nell’aprile 1941 la
Germania invase la Jugoslavia e la Grecia, che furono occupate in pochi giorni. Le schegge di Pietro A. non furono mai più
estratte, ma questo non gli ha impedito di raggiungere la bella età di 95 anni in buona salute.
Pompeo Q. nel 1942 fu imbarcato in Sicilia per raggiungere la Libia e partecipare alla campagna contro gli inglesi: “io fui
assegnato all’Africa Settentrionale, ma non potetti raggiungerla. Non so se fu una disgrazia o una fortuna. Fummo affondati con la nave nel
Mediterraneo. Per non fare affondare le lance, con i remi davano sulle mani ai poveri ragazzi! Dopo qualche ora in acqua, fummo presi da una nave
di scorta, e mi sono trovato, io e altri giovani –chi gridava, chi piangeva- nell’ospedale militare in Sicilia.”
• L’altro grande fronte su cui furono impegnate truppe italiane fu quello russo. Il 22 giugno 1941 prese il via l’operazione
“Barbarossa”. Le divisioni tedesche penetrarono facilmente in territorio sovietico. Hitler non si era premurato di avvisare
l’alleato italiano a ulteriore conferma della scarsa considerazione in cui teneva un Mussolini indebolito. L’idea di partecipare
alla spartizione delle immense risorse russe si affiancava alla lotta ideologica contro il comunismo, una delle principali ragioni
d’essere del fascismo. Le divisioni italiane continuarono a combattere con tenacia, dimostrando energia e facendo ricredere
anche gli alleati tedeschi. A quel punto il gelo aveva già fatto il suo ingresso in scena, ed è rimasto indelebilmente fissato
nella memoria di chi è potuto tornare a casa e raccontare quella guerra atroce, come Giuseppe B.:
“I meno 44, senza il vento, non si sentivano. I 30, 25 gradi sotto zero con il vento erano peggio.”
Un equipaggiamento adeguato poteva significare la differenza tra la vita e la morte, e in questo le truppe italiane non riuscivano
a competere con i sovietici. Dopo un anno di guerra i soldati colpiti dal congelamento superavano quelli colpiti in
combattimento. Luigi D. R. ricorda un episodio drammatico:
“Vi era un ragazzo che aveva il congelamento dei piedi. Aveva i piedi di colore nero, continuava a piangere disperato.”
Nell’estate 1942 Mussolini fu ben lieto di accontentare le richieste dei tedeschi, che avevano bisogno di rinforzi. L’Armata
italiana in Russia raggiunse in fronte sul fiume Don, dove sarebbe avvenuto alcuni mesi dopo lo scontro decisivo con una
rafforzata Armata rossa, che si preparava a resistere allo sforzo tedesco di conquistare Stalingrado.
“Tutti avevamo i pidocchi, perché i mezzi per lavarsi erano pochi. Li mettevamo in fila, quelli chiari e quelli scuri, per vedere chi andava più forte.”
L’esercito sovietico respinse gli italiani e li chiuse in una sacca.
“I russi avevano i carri armati grandi come questa stanza. Avevano la bottiglia di vodka ed erano ubriachi e passavano sopra i morti perché
dicevano che facevano finta di essere morti. Dimmi tu…”
“Una volta i partigiani russi avevano preso due italiani e li avevano spogliati. Era tutto nudo e allora, visto che c’erano dei morti lì per terra, si è
messo a spogliarli per mettersi i pantaloni. I russi hanno iniziato a sparare “totototototototo” e siamo scappati via. Non so che fine ha fatto.
Insomma, basta, basta…. Quando mi vengono queste visioni, sento che mi viene da piangere.”
Luigi D.V. fu tra i pochi fortunati che riuscì a tornare a casa: “siamo tornati a casa e io avevo tutta la cucina piena di gente che diceva: “Hai
visto mio figlio? Hai visto questo?””
Il buon rapporto con la popolazione locale, per quanto gli italiani fossero loro nemici, è stata confermata da numerose fonti,
così come il rapporto non sempre buono con gli alleati tedeschi.
Alfredo O. riuscì a tornare in Italia, ma solo dopo un viaggio in treno penoso:
“Il pane non ti mancava, ti mancava prima la sete, l’acqua. Siamo arrivati a Tarvisio, in Italia, sopra Osoppo, e abbiamo iniziato ad urlare:
“Apriteciii!” nel nostro vagone tre li abbiamo lasciati lì perché erano morti dalla fame, dalla sete, congelati. Ci hanno portati ad Osoppo e ci hanno
fatto il bagno e la disinfestazione. Ci hanno tos
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