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Hitler e l'enigma del consenso di Ian Kershaw

Introduzione - Il potere di Hitler: un enigma

Fra i grandi della storia politica universale, Hitler rappresenta un caso davvero unico. Fino ai trent’anni, la sua fu un’esistenza assolutamente oscura, ma a partire da allora e per tutti i ventisei anni successivi il suo destino cambiò e finì col lasciare un marchio indelebile come dittatore della Germania e istigatore di una guerra di sterminio, che segnò la più drammatica eclissi dei valori della civiltà.

Nato nel 1889 a Braunau am Inn da una famiglia piccolo-borghese nella cittadina austriaca al confine con la Germania, la prima parte della sua vita fu normale e tranquilla, nessun evento o comportamento che lasciasse intravedere un destino di tragica grandezza. Tutto faceva pensare a un futuro di mediocrità e di grigiore. A sedici anni lasciò la scuola superiore.

Nel 1907 e nel 1908 fu respinto agli esami d’ammissione all’Accademia di arti grafiche di Vienna, fatto che ferì profondamente il suo orgoglio. Rimasto nella capitale, condusse una vita da escluso: un solitario circondato da pochissimi amici e conoscenti, un emarginato convinto del proprio talento artistico e pieno di astio verso quella società borghese che lo aveva respinto. Nel 1913 scappò a Monaco per sottrarsi alla chiamata di leva nell’esercito austriaco.

Qualche mese dopo il suo volto compare in mezzo alla folla esultante all’indomani della dichiarazione di guerra tedesca alla Russia, il 2 agosto 1914. Di lì a poco partì per il fronte, arruolandosi come volontario nell’esercito bavarese dove venne decorato due volte per il coraggio mostrato in combattimento, ma non lo promossero perché non in possesso delle capacità di comando. Senza dubbio la prima guerra mondiale fu un momento cruciale per la formazione di Hitler.

Per uno che aveva ritrovato se stesso sui campi di battaglia, le notizie della sconfitta tedesca e della rivoluzione (pervenutegli mentre era ricoverato in un ospedale della Pomerania per lesioni agli occhi provocate dall’iprite) rappresentarono un colpo terribile. Né restò sconvolto e traumatizzato: il risentimento che prima lo aveva tormentato interiormente, ora proruppe alla luce del sole con violenza.

Una volta dimesso dall’ospedale, rimase nell’esercito con il compito di sorvegliare i gruppi estremistici attivi a Monaco e attraverso questo lavoro entrò nel neoistituito Partito tedesco dei lavoratori. Il suo ingresso in quello che sarebbe diventato il partito nazionalsocialista gli spalancò le porte all’interno delle grandi birrerie in cui si trattava la politica. Attraverso questa esperienza tipica dell’agitatore politico, acquisì l’autostima e la sicurezza di sé. Ma non aveva nessuna esperienza politica, nessuna posizione di prestigio, nessun accesso alle stanze del potere.

Origini sociali e ascesa politica

Come riuscì a diventare l’uomo più potente d’Europa? Origini sociali, educazione, istruzione, ambiente: tutto parlava contro di lui, compreso il fatto di non essere tedesco, almeno fino a quando non gli venne concessa la cittadinanza nel 1932. Egli non apparteneva a una di quelle famiglie da cui in Germania uscivano i membri della classe dirigente. Era un vero outsider, tutto ciò che ebbe da offrire per lungo tempo non fu altro che la capacità unica di evocare gli istinti più bassi delle masse.

Nel 1933, sia in Germania sia all’estero molti osservatori davano per scontato che il successo di Hitler fosse un fenomeno destinato a una breve durata, poiché aveva tutte le carte in regola come agitatore ma non come uomo di governo e perché sarebbe stato spodestato e messo da parte dai gruppi di potere tradizionali, una volta superata la fase cruciale della crisi. Questi giudizi ci fanno capire quanto sia difficile spiegare il fatto che Hitler, una volta divenuto cancelliere, riuscì a consolidare ed ampliare le basi del suo dominio.

Nel tentativo di dare una risposta alle varie questioni che riguardano la storia di Hitler e della Germania sotto il suo dominio, gli studiosi hanno posto l’accento sul ruolo delle individualità e dei fattori impersonali dell’epoca. Da un lato si collocano le spiegazioni di matrice marxista-leninista, che hanno minimizzato l’importanza del ruolo svolto da Hitler e hanno negato l’esistenza di qualsiasi spazio per l’esercizio di un potere personale autonomo. Secondo tale interpretazione, il dominio esercitato da Hitler fu l’espressione del potere dei gruppi più reazionari del capitale finanziario e imperialistico tedesco. Questi avrebbero preparato l’ascesa di Hitler al potere fornendogli gli strumenti per risollevare l’economia capitalistica dalla grave crisi e per avviare quell’espansione che avrebbe garantito l’egemonia del capitalismo tedesco in Europa.

In questo quadro, i veri padroni furono i magnati dell’industria e della finanza che piegarono la politica nazista ai loro interessi. Per i marxisti, il potere di Hitler è una chimera: come variabile indipendente non esiste. Questa interpretazione ha incontrato pochi consensi da parte degli storici occidentali.

Spiegazioni del nazismo e ruolo di Hitler

Nei primi anni del dopoguerra, la spiegazione del nazismo e delle sue conseguenze arrivò più di una volta a identificarsi così strettamente con la persona di Hitler, da generare l’idea che l’influenza diabolica di quel singolo uomo fosse stata capace di traviare un’intera nazione, altrimenti destinata al progresso e alla felicità. La personalizzazione del fenomeno nazista, determinata dalla sopravvalutazione dell’importanza delle intenzioni e dei moventi ideologici del dittatore, rappresenta il punto focale del dibattito fra gli storici del terzo Reich.

Nei tempi più recenti, gli approcci interpretativi vengono classificati sotto due grandi categorie:

  • Intenzionalista: danno per scontato il ruolo dominante del potere hitleriano all’interno del Reich e considerano la storia del nazismo al potere come la storia della realizzazione programmata e consequenziale delle visioni ideologiche del dittatore. Per questi studiosi, Hitler è l’incarnazione del potere in uno stato totalitario.
  • Strutturalista: questo approccio ha evidenziato come le decisioni politiche del dittatore fossero condizionate da fattori strutturali, di carattere economico o dal funzionamento di alcuni meccanismi-base del sistema di potere nazista, come l’evitare qualsiasi azione che potesse mettere in pericolo la propria posizione e prestigio. L’analisi di questo processo decisionale ha portato a mettere in dubbio l’ampiezza del raggio d’azione del dittatore, la sua autonomia da condizionamenti esterni e la sua capacità di incidere seriamente sulle scelte politiche.

Infatti Hitler, difficilmente prendeva decisioni, era sempre incerto. Preferiva preoccuparsi del suo prestigio e della sua autorità. Era fortemente soggetto all’influenza di chi lo circondava. L’ideologia hitleriana non appare come un programma ben prestabilito, ma come un canovaccio per l’azione che, poco alla volta, riesce a materializzarsi in obiettivi realizzabili.

Senza ombra di dubbio, riconosciamo il posto di assoluto rilievo occupato da Hitler nella storia tedesca dal 1933 al 1945. In sede storica, ciò che conta sono le intenzioni dei personaggi di primo piano e le condizioni esterne che facilitano o ostacolano queste intenzioni. Il potere di Hitler è visto come il prodotto della collaborazione e della tolleranza, degli errori di calcolo e della debolezza di altri soggetti già detentori di potere e influenza. Furono proprio la loro disponibilità a fare concessioni e la loro arrendevolezza le cause principali della progressiva estensione del potere di Hitler.

Le azioni di altri soggetti e i condizionamenti che le influenzarono furono importanti quanto la figura singola del dittatore. L’esercizio del potere hitleriano fu fortemente condizionato dal potere simbolico che emanava dalla figura del fuhrer. Il potere può essere definito come la possibilità di far valere la propria volontà entro una relazione sociale, anche di fronte a un’opposizione.

Il complesso organismo dello Stato moderno si regge su tutta una serie di apparati di potere tra loro collegati, ma ognuno dotato di una relativa autonomia. Oltre alla sfera del potere politico in senso stretto, altri ambiti di potere da questo parzialmente indipendenti (es. esercito, mondo economico, apparati di produzione ideologica) possono agire, ognuno separatamente o tutti insieme, a sostegno o contro la forma di dominazione politica esistente. Infatti, il comando o dominio è la possibilità di far seguire a un ordine di un certo tipo l’obbedienza automatica da parte di un dato gruppo di persone.

Così, quello di potere non è più un concetto assoluto, ma relativo: le possibilità di comando conseguite da un individuo o da un gruppo avviene a spese di quelle di un altro individuo o gruppo.

Nel caso del Terzo Reich, una tale evenienza ha trovato riscontro nel fatto che il crollo delle istituzioni democratiche andò a vantaggio non solo di Hitler e del Partito nazionalsocialista, ma anche delle tradizionali élites di potere, capaci di rinnovare in parte le basi della propria autorità grazie all’alleanza col nazismo.

Potere carismatico e ascesa di Hitler

Una chiave interpretativa utile a comprendere il processo che portò in alto Hitler può essere trovata nel concetto di Max Weber del “potere carismatico”. La nozione weberiana considera il termine carisma in un’accezione tecnica diversa da quella attuale: il “potere carismatico” si basa sulla percezione, da parte di un seguito di fedeli, del senso della missione e delle doti di eroismo e di grandezza in possesso di un leader riconosciuto. Quella carismatica è una forma di dominio instabile: tende a instaurarsi nei momenti di crisi ed entra in difficoltà quando non riesce a tenere fede alle aspettative create.

Max Weber formulò queste idee quando Hitler non era ancora apparso sulla scena politica, ma la sua nozione di “potere carismatico” può tornare utile per comprendere sia le origini sia la prassi del potere hitleriano. Se si sposta l’attenzione sui momenti di crisi dello Stato capitalista, è qui che va individuato il terreno di coltura del potere carismatico e la natura e funzione del suo dispiegamento. Questa forma di dominio può instaurarsi solo dopo una grande crisi e non si può sostituire alle strutture burocratico-razionali, ma deve sovrapporsi ad esse.

La prevalenza negli anni Venti e Trenta di modelli di leadership fascista-plebiscitario può trovare una spiegazione parziale nel senso di disagio psicologico indotto dal crollo della monarchia e accompagnato da un desiderio di autorità suprema. A rafforzare le richieste di una leadership forte contribuirono anche l’impatto traumatico della guerra.

Attorno agli anni Venti, il bisogno di trovare un nuovo grande leader era sentito con ardore in tutti gli ambienti della destra tedesca. Questo capo avrebbe eliminato tutte le divisioni e avrebbe riportato il Reich all’unità e alla grandezza. Nei primi anni Trenta, l’aggravarsi della crisi diede nuova risonanza a tali idee e portò alla ribalta chi, come Hitler, poteva rivendicare a se stesso le qualità eroiche del capo carismatico, facendosi allo stesso tempo forte dell’appoggio di un’organizzazione dotata di tutte le caratteristiche di una “comunità carismatica”.

Questa comunità, inizialmente, fu formata dai soggetti più vicini a Hitler, che divennero i primi organi di trasmissione del culto della personalità che circondava il futuro dittatore. I loro erano rapporti di lealtà personale. Oltre al gruppo ristretto dei dirigenti nazionalsocialisti, i principali destinatari del “carisma” hitleriano furono gli attivisti del movimento, incaricati di diffondere il messaggio delle sue grandi imprese. Altri portatori e beneficiari di questo carisma furono i funzionari delle organizzazioni, fra cui le SS, che dovettero la loro stessa esistenza e la loro crescente influenza allo stretto rapporto che le legava alla persona di Hitler.

Al di sotto di tutti c’era il gran numero di devoti del Fuhrer diffusi nella popolazione, che con la loro adulazione gli fornirono una base di popolarità rivelatasi essenziale per il consolidamento della sua posizione di potere. Un contributo oggettivo al rafforzamento del culto della personalità carismatica del Fuhrer venne anche dagli ammiratori più prudenti, dai sostenitori più tiepidi, che però non vedevano alcuna alternativa, dagli opportunisti pronti a gridare “Heil Hitler” più forti di tutti gli altri se questo poteva tornare utile.

Dunque, per essere fruttuosa, un’analisi del potere hitleriano deve esplorare l’ascesa, il consolidamento e l’espansione del “potere carismatico”, il suo duplice fondamento nella repressione e nel consenso plebiscitario, e le sue manifestazioni ed effetti una volta raggiunto l’autonomia relativa e il dominio assoluto.

Il potere dell'idea

Senza dubbio, l’influenza di Hitler, la sua personalità, si fece sentire sulla cerchia dei suoi primi fanatici seguaci, che con il tempo divennero fedeli devoti. Questi uomini, che erano alla ricerca di una causa e di un capo per cui lottare, formarono il nucleo fondamentale di quella “comunità carismatica” che fece di Hitler il proprio idolo ed eroe. Il fascino esercitato da Hitler su questo gruppo ristretto di adepti derivò dalla forza di convinzione della sua Idea, del suo credo politico, accompagnata alle straordinarie capacità demagogiche.

Era di statura e di corporatura media, il suo corpo sembrava dominato dalla testa. Il volto sembrava concentrato nei corti baffi. I suoi vestiti non si distinguevano per eleganza, la sua dentatura era scadente, così come sarebbe diventata col passare degli anni la vista, tanto da costringerlo ad usare gli occhiali. Proprio gli occhi leggermente sporgenti e la fissità dello sguardo costituivano la caratteristica più appariscente della sua persona.

Egli cercava di seguire il più possibile abitudini fisse: era astemio e vegetariano, non fumava e non beveva caffè e aveva una mania della pulizia che lo spingeva a lavarsi con frequenza fuori dalla norma. Leggeva molto e avidamente ed aveva una capacità straordinaria di ricordarsi i fatti più minuti. Su una serie non piccola di argomenti poteva tenere banco esprimendo opinioni fondate, e si riteneva particolarmente esperto di tutto ciò che concerneva la storia, l’arte e l’architettura, ma coltivava un interesse speciale anche per la medicina e la biologia. Questa fiducia nella sua preparazione culturale da autodidatta si accompagnava al disprezzo verso gli intellettuali dotati di un’educazione formale.

Gradiva la compagnia delle donne che trattava sempre con gentilezza e cortesia, specialmente se erano belle. Inoltre, aveva un fortissimo senso di lealtà verso coloro che sin dai primi tempi si erano sottoposti a sacrifici e privazioni per aiutarlo. Queste caratteristiche personali non sarebbero bastate a imporlo all’attenzione pubblica se non si fossero accompagnate alle sue idee politiche e alla sua capacità di catturare un uditorio con la forza delle parole. Hitler non era altro che una persona mediocre, ma il suo credo politico e la convinzione con cui lo manifestava lo trasformarono in una personalità dotata di eccezionale dinamismo.

Prese da sole, le idee di Hitler non bastano a spiegare né la sua presa sulle masse né lo sviluppo della NSDAP, ma rappresentano per la personalità del dittatore una fonte di energia. Anche se spesso mostrò incertezze sulle singole scelte politiche da adottare, egli non dubitò mai dalla giustezza delle proprie idee. La forza e la solidità di quelle convinzioni furono i fattori principali che spinsero coloro che gli erano vicini e che condividevano i suoi pregiudizi ad accettare la sua supremazia personale.

La semplicità della sua visione di una lotta fra il bene e il male si accompagnava allo spietato fanatismo e all’ostinazione con cui egli sosteneva le proprie opinioni. Questi attributi fecero di Hitler una figura di spicco negli ambienti della destra sciovinista attiva nei primi anni Venti e dopo che le sue apparizioni pubbliche gli conferirono in breve tempo il ruolo di principale esponente di quegli ambienti e gli aprirono le porte dei circoli della ricca borghesia di Monaco, egli divenne sempre più indispensabile per le sorti del movimento, riuscendo anche ad assicurarsi il sostegno di partiti della destra radicale.

A costituire il nucleo essenziale dell’ideologia hitleriana concorrevano diverse componenti: la concezione della storia come lotta tra le razze, l’antisemitismo radicale, la convinzione che il futuro della Germania potesse essere assicurato solo dalla conquista di “spazio vitale” a spese della Russia e l’idea della necessità di uno scontro risolutivo con il marxismo e con la sua incarnazione nel “bolscevismo giudeo” ben presente nell’Unione Sovietica. Questi sono i concetti a cui Hitler rimase fedele per oltre vent’anni, ma soprattutto gli obiettivi ideologici da loro risultanti trovarono attuazione pratica durante la seconda guerra mondiale.

Il processo di unione dei suoi diversi filoni di pensiero in un sistema ideologico composto...

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/04 Storia contemporanea

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher bertolo.arianna di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bologna o del prof Malfitano Alberto.
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