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Hitler e l'enigma del consenso - Kershaw

Introduzione

Il potere di Hitler: un enigma

Nasce nel 1889 in Austria, conduce un’esistenza assolutamente mediocre fino a quando, dopo l’esperienza in guerra come volontario nell’esercito bavarese, si avvicina al Partito tedesco dei lavoratori, in seguito Partito nazionalsocialista. Nell’ambito politico iniziò a distinguersi per la sua abilità demagogica, capace di fare presa immediata sui suoi ascoltatori. La guerra, come scrisse Hitler stesso, rappresentò il periodo più indimenticabile e grande della sua vita; la sconfitta della Germania nella Prima Guerra Mondiale fu fondamentale per lui, un colpo terribile.

 Come riuscì Hitler a diventare per qualche anno l’uomo più potente d’Europa e il futuro dittatore della Germania? Origini sociali, educazione, istruzione, tutto parlava contro di lui, persino il fatto di non essere un tedesco.

  • Interpretazione degli storici marxisti (soprattutto della ex Germania Est): minimizzare l’importanza del ruolo svolto da Hitler e dalla sua persona; egli fu solamente espressione del potere dei gruppi più reazionari del capitale finanziario e imperialistico tedesco, ossia magnati dell’industria e della finanza che lo usarono per risollevare l’economia capitalistica dalla crisi e distruggere la classe operaia organizzata.
  • Nei paesi occidentali, dove predomina una storiografia di tipo liberale, si conferisce invece importanza al ruolo autonomo delle singole personalità nella storia, e la figura di Hitler viene elevata a cruciale, come se l’influenza diabolica di questo singolo uomo fosse stata capace di traviare un’intera nazione, nell’ottica dell’equazione nazismo-Hitler.

 Più recentemente, gli approcci interpretativi si classificano in due categorie:

  • Intenzionalista: l’ascesa del nazismo al potere è frutto di un processo di realizzazione programmata delle visioni ideologiche della figura di Hitler.
  • Strutturalista o funzionalista: le decisioni politiche del dittatore furono in realtà condizionate da fattori esterni, per esempio quelli di carattere economico, o la necessità di evitare qualsiasi azione che minasse la propria autorità e prestigio pubblici. In questa interpretazione, Hitler è visto come dittatore debole.

 La linea interpretativa che si sceglie in questo volume è una via di mezzo: da un lato il riconoscimento del ruolo di Hitler come determinante, dall’altro la consapevolezza che nella storia contano non solo le intenzioni dei personaggi di primo piano ma anche le condizioni esterne e le azioni di altri soggetti protagonisti che facilitano o ostacolano tali intenzioni. “Gli uomini politici non fluttuano nel vuoto”.

In particolare, il punto cardine dell’interpretazione dell’autore del libro parte dal fatto che il potere non è assoluto, ma relativo, e dunque l’approccio alla figura di Hitler deve avvenire nell’indagine di ciò che portò l’accettazione di un tale livello di concentrazione del potere nelle mani di un singolo individuo. La risposta è “potere carismatico”, inteso come autorità che si basa sulla percezione, da parte di un “seguito” di fedeli, del senso della missione e delle doti di grandezza di un leader riconosciuto. Essa è una forma di dominio intrinsecamente instabile.

 L’opposizione marxista a questo tipo di lettura: come conciliare gli interessi di uno stato capitalista, e dunque portato a supportare un tipo di governo impersonale e razionale, ossia basato su norme legali, all’accettazione da parte di questo stesso stato di un potere personale e carismatico? La risposta sta nella crisi finanziaria (inflazione, depressione economica dovuta agli esiti della guerra) e politica (governo democratico lacerato da divisioni e lotte tra partiti) in cui versava la Germania: in condizioni di crisi, si fa forte il bisogno di un nuovo grande leader, un leader guerriero, sacerdote e uomo di stato, soprattutto per una civiltà come quella tedesca, caratterizzata da una cultura politica tesa ad avere un’immagine eroica della politica stessa, nell’ottica di una storia nazionale vissuta come lunga preparazione di un’unità della nazione tedesca, raggiunta attraverso guerre.

 Complementare al capo carismatico è tutta una “comunità carismatica” che ne sostiene il potere, costituita in primo luogo dai più fedeli collaboratori di Hitler, poi dai funzionari delle organizzazioni, infine dai devoti nella popolazione.

In questo volume si vedrà dunque da un lato il meccanismo di ascesa, consolidamento ed espansione del potere carismatico di cui si è parlato; dall’altro si analizzano le concessioni fatte a quel potere da parte di gruppi dirigenti non nazisti, i quali prima lo sottovalutarono e poi finirono spazzati via dalla sua stessa potenza; infine vedremo la forza disgregatrice insita in questo potere, che corroderà tutte le strutture e gli schemi razionali di governo e amministrazione, fino a autodistruggersi.

I capitolo: Il potere all’idea

Abbiamo visto che come uomo Hitler era tutto sommato mediocre, ma le ragioni del suo successo risiedono nell’aver unito le sue idee in un sistema ideologico organico (per quanto ripugnante e irrazionale), elevandolo a proprio credo politico e manifestandolo con intensa convinzione e forza, senza un momento di incertezza. Queste furono le ragioni che spinsero coloro che lo circondavano ad accettare la sua supremazia personale. Il nucleo essenziale dell’ideologia hitleriana si snoda intorno ai seguenti punti: l’antisemitismo radicale, la convinzione che il futuro della Germania potesse essere salvato solo dalla conquista di “spazio vitale” a spese della Russia, la concezione di storia come lotta tra razze, e, come punto di convergenza di tutti questi elementi, l’idea della necessità di uno scontro risoluto con il marxismo, che venne visto come incarnazione del “bolscevismo giudeo” dilagante nell’Unione Sovietica.

 L’unificazione del suo pensiero in un sistema ideologico composito giunse a pieno compimento nel 1924, con la stesura del Mein Kampf, e da allora quasi non conobbe modificazioni. Analizziamo le tappe dello sviluppo di tale ideologia:

  • Punto di partenza era l’odio contro gli ebrei: sono state date molte ipotetiche spiegazioni a riguardo, tra cui che egli credesse o temesse che suo padre fosse ebreo. Quel che è certo è che il senso di frustrazione da lui provato nel constatare la discrepanza tra l’alto concetto che aveva di se stesso e la sua effettiva mediocrità nella realtà, trovò negli ebrei un capro espiatorio e al contempo una possibile spiegazione del suo fallimento personale. Le sue opinioni sugli ebrei si radicalizzarono a Vienna, dove ascoltò i discorsi del demagogo antisemita Lueger, sindaco della città.
  • Gli anni viennesi influirono anche sullo sviluppo di altre idee: l’incontro con la socialdemocrazia viennese e la società borghese lo portò al rifiuto totale di quel partito e di quella classe, che si saldarono all’odio per la monarchia asburgica.
  • Negli anni della guerra, un altro elemento ideologico cruciale si aggiunse alle sue convinzioni: la concezione della storia come lotta tra le diverse razze, destinata a risolversi a favore della razza più forte e spietata.

 Dal 1919 frequentò alcuni corsi di formazione ideologica organizzati dall’esercito, e durante i dibattiti si rese conto, come dice egli stesso, di “saper parlare”. Sono dunque gli anni in cui scopre le sue doti di oratore e demagogo. Successivamente entra in contatto con il Dap; in questo periodo, le sue idee rimanevano ancora ancorate al repertorio convenzionale dell’estrema destra. I suoi discorsi politici avevano come bersaglio principale il Trattato di Versailles, e chiedevano la restituzione delle colonie perdute, la fusione tra Germania e Austria in un’ottica pangermanista; nemico capitale non era ancora la Russia ma l’alleanza franco-britannica, e gli ebrei erano attaccati in quanto agenti del capitale finanziario. Ancora importanti passi erano da compiere nel perfezionamento del suo sistema ideologico.

  • La lettura di Scheubner-Richter e Alfred Rosenberg fu determinante nel riorientare il pensiero hitleriano: esse andarono a rafforzare l’antisemitismo e in particolare la radice ebraica del bolscevismo. Nella sua visione del mondo, Hitler arrivò a connettere antisemitismo e antimarxismo, che andarono a congiungersi organicamente nella lotta alla Russia bolscevica. Abbiamo quindi uno spostamento d’accento nel discorso antisemita: se prima l’odio per gli ebrei espresso nei suoi discorsi era fondato sulla loro connessione con il capitalismo finanziario, associato strettamente alla responsabilità della guerra e della sconfitta della Germania, ora egli iniziò ad attaccarli soprattutto come ispiratori del marxismo e della sua manifestazione pratica, la rivoluzione bolscevica.
  • La questione ebraica, insieme alla lotta contro il marxismo, divennero progressivamente i nodi fondamentali della sua ideologia e, di conseguenza, di quella del partito nazionalsocialista; dalla nazione tedesca, Hitler ne estese la sua portata a livello internazionale, affermando che “Giuda è un morbo mondiale”, che doveva essere estirpato totalmente, distrutto alle radici con metodi razionali e sistematici.

 Il cambiamento dell’ideologia hitleriana fu dunque determinato da un lato nella connessione tra bolscevismo ed ebraismo, dall’altro con lo spostamento della concezione della politica estera dalle rivendicazioni coloniali all'idea di un’espansione continentale a spese della Russia.

  • Se inizialmente la Russia doveva essere “liberata” dal morbo del bolscevismo per poi diventare un’utile alleata nella coalizione antibritannica, nel 1922 abbiamo un ulteriore mutamento di prospettiva: Hitler considera un riavvicinamento alla Gran Bretagna in vista di una futura espansione tedesca a spese della Russia.
  • La questione ebraica si svilupperà nel Mein Kampf in termini di una vera e propria missione per l’umanità: l’ebraismo deve essere distrutto, deve scomparire dalla terra, e per portare a termini questa missione è necessario costruire uno stato germanico forte, e perciò puro, con a capo un “uomo di genio”. Hitler arrivò ad identificare questo grande leader nella sua stessa persona.

Verso la metà degli anni Venti dunque, Hitler aveva sviluppato un sistema di pensiero organico che sarebbe rimasto immutato fino alla sua morte. La sintesi fra lo spirito messianico delle sue convinzioni e le capacità propagandistiche attraverso le quali le espose, sancirono la sua superiorità rispetto a tutti i potenziali aspiranti alla guida del movimento nazionalsocialista. Anche fallimenti come il putsch del 1923 o la sua reclusione a Landsberg nel 1924 ebbero risvolti propagandistici fortissimi, perché contribuirono a consolidare l’idea che nella personalità di Hitler si congiungessero l’ideologo, filosofo e pensatore da un lato e il politico, l’uomo d’azione dall’altro.

 Hitler venne visto progressivamente come l’unico uomo capace di produrre idee e tradurle in forme organizzative, e tutti i notabili del Partito nazionalsocialista cedettero al culto della sua personalità: Rudolf Hess, Alfred Rosenberg, Hand Frank, Goebbels (“Adolf Hitler, ti amo” dal suo diario), Goring.

II capitolo: Alla conquista del potere

Nel ricostruire il modo in cui Hitler si impadronì del potere bisogna considerare tre livelli di analisi:

  • Il processo che portò Hitler ad assumere il controllo indiscusso sul Partito nazionalsocialista
  • Il processo che lo portò a guadagnare consensi ben oltre gli ambienti della destra nazionalsocialista
  • Il processo che condusse le figure chiave del sistema politico weimeriano ad accettare la sua ascesa al potere.

 Vedremo che nel determinare il successo di Hitler, molto più che il suo comportamento furono decisivi alcuni casuali eventi esterni ed errori di calcolo delle forze conservatrici della società tedesca.

Il movimento

Il Partito nazionalsocialista nasce nel 1919 in un contesto in cui vi erano oltre settanta formazioni di estrema destra attive sulla scena politica, accomunate da un’ideologia fondata su un radicale nazionalismo di ispirazione razzista. Divergenze fra tattica e strategia e dispute ideologiche erano parte integrante della destra sciovinista, e questo rendeva il Partito nazionalsocialista fortemente instabile.

 In questo contesto, l’affermazione dell’autorità suprema di Hitler sul movimento e il culto della sua personalità era l’unico modo per impedire la lotta fra le diverse fazioni che avrebbe finito per distruggere il partito. Ecco perché i principali membri iniziarono ad incoraggiare la diffusione del culto del Fuherer e assunsero il principio del potere carismatico come primo e fondamentale punto organizzativo del movimento.

Rohm stabilì contatti importanti con ufficiali dell’esercito e militanti delle formazioni paramilitari. Eckart svolse un ruolo di mediatore di contatti con ricchi protettori di simpatie nazional-scioviniste. Egli inoltre svolse un ruolo fondamentale quando, nel 1921, Hitler e il capo del Partito, Drexler, si scontrarono relativamente alla fusione con altri gruppi rivali nazional-sciovinisti. Hitler rifiutò e abbandonò il Partito, ma Eckart lo richiamò in cambio di condizioni tali da garantirgli un’egemonia assoluta nel movimento. Il comportamento di Hitler in questo frangente, come si nota, fu dettato più da una reazione spontanea e irata di fronte a circostanze poste al di fuori del suo controllo, piuttosto che una strategia premeditata.

 Importante per l’ascesa di Hitler all’interno del partito fu anche l’aiuto economico, la protezione e il sostegno della borghesia di Monaco e delle autorità politiche e militari della capitale bavarese.

 A confermare l’importanza della leadership di Hitler nel partito, fu la disgregazione a cui esso andò incontro quando, dopo il putsch del 1923, egli fu incarcerato nel 1924 da febbraio a giugno. Tornato, la sua posizione di capo assoluto apparve tuttavia rafforzata dagli esiti propagandistici delle sue, seppur fallite, imprese.

 Nel 1926, una crisi del Partito risultò fondamentale per rafforzare ulteriormente la sua autorità. Alcuni gruppi della Germania del Nord e dell’Ovest non erano d’accordo sul programma del partito (Russia nemica capitale, ecc.), e ne venne richiesto uno nuovo. Hitler rifiutò categoricamente qualsiasi riforma, conscio che accettare significava riconoscere il carattere “relativo” del suo potere, in quanto le sue idee sarebbero apparse negoziabili, e stabilì una totale identità tra la sua persona e il programma attuale del Partito. Aderire al partito era un atto di fede incondizionata in una serie di dogmi dottrinali, tutti incarnati nella figura di Hitler. L’opposizione, che mai avrebbe messo in discussione la figura del capo, svanì nel nulla; il programma del 1920 fu dichiarato immodificabile, e le ultime parvenze di democrazia interna all’organizzazione scomparvero.

 A questo punto il Partito entra in una fase di oscuramento politico in quanto la politica weimeriana sembra prosperare, avendo superato l’inflazione e prospettandosi una ripresa dell’economia. Proprio in questo periodo tuttavia si costruiscono strutture organizzative che permetteranno poi al Partito di sfruttare la grande crisi economica del 1929 e ascendere al potere. Innanzitutto una serie di formazioni nazional-scioviniste confluisce nel partito; le forme del culto della personalità vennero istituzionalizzate e continua il lavoro propagandistico degli altri esponenti nazionalsocialisti (Goebbel e il suo giornale).

 In parte perché convinti delle idee di Hitler, in parte perché consapevoli che le loro ambizioni di carriera dipendevano da lui, in parte perché disposti ad accettare la sua supremazia in quanto garanzia di mantenere una certa unità contro il frazionismo di cui soffriva la destra sciovinista, i principali dirigenti nazisti facevano a gara a mostrare la loro devozione al Fuhrer.

Le masse

 Il richiamo esercitato da un capo carismatico alle masse dipende solo relativamente dalle sue reali doti personali, ma principalmente all’opera di creazione e abbellimento della sua immagine svolta dalla propaganda.

 La maggioranza di coloro che votarono per la Nsdap non lo fecero per convinzione ideologica ma per interessi privati, oppure, nei villaggi, accadeva spesso che la popolazione locale votasse a favore del nazismo seguendo l’esempio di alcuni notabili. Una volta entrati nell’orbita nazionalsocialista, tuttavia, tutti i potenziali sostenitori del movimento soggiacevano all’immagine carismatica di Hitler.

 Uno dei pregi maggiori dell’Idea hitleriana era la sua vaghezza: essa si limitava ad una visione utopistica di un futuro lontano in cui la nazione tedesca si sarebbe riscattata dall’attuale stato di prostrazione e sarebbe diventata...

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/04 Storia contemporanea

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