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Esperienza bellica e identità personale nella prima guerra mondiale

Prefazione

Tema del saggio: la trasformazione della personalità in guerra; quei repertori culturali significanti in base ai quali i partecipanti al conflitto trassero spiegazione dei mutamenti percepiti del proprio essere. L'esperienza della guerra è la conferma definitiva della capacità umana di dare significato a un mondo anche quando questo paia impermeabile a ogni significazione.

Ovviamente essendo questo il tema, si fa ampio uso delle testimonianze soggettive, in particolare a quelle più introspettive e analitiche. La dimostrazione segue il modello canonico: nell'analisi dell'inizio della guerra ci si occupa dei modi con cui la guerra fu vista come soluzione finale di contraddizioni culturali di fondo; nella parte centrale (l'esperienza bellica vera e propria) delle formule in cui queste contraddizioni riapparvero nelle fantasie, nei miti e nelle psicopatologie causate dalla guerra stessa; nella fine di come la cessazione delle ostilità segnò l'inizio di un processo in cui tale esperienza fu estesa, istituzionalizzata, marchiata ideologicamente, e di come rivisse nell'attività e nell'immaginario politici.

La struttura dell'esperienza di guerra

La discontinuità della guerra è complicata. La percezione del mutamento del carattere da parte dei partecipanti è caratteristica tipica di ogni guerra; quello che stupisce però della prima guerra mondiale è la persistenza e la diffusione di questa constatazione. Nei capitoli che seguiranno si tenterà di definire i modi con cui l'esperienza del combattimento alterò lo status, la percezione di sé, le attitudini, l'immaginario dei partecipanti. In questo invece si spiegherà il tipo di approccio storico scelto e le sue ragioni. E il tema unico in questo senso sarà la struttura dell'esperienza di guerra, struttura che sottende le differenze di grado, nazionalità ecc., ma che vuole essere intesa in senso universale, analoga per tutti i combattenti.

La personalità plasmata dalle vicissitudini belliche parve in generale totalmente incommensurabile e estranea con l'individuo cresciuto nella vita civile: quello che si verificò fu una vera e propria dissociazione, definibile come discontinuità dell'io individuale. Coloro che continuarono a essere psichicamente disturbati dopo la guerra vissero proprio questo dramma: l'ossessione di aver vissuto due vite distinte e l'incapacità di risolvere le contraddizioni di esse. Per questo si trovano in difficoltà coloro che vogliono affrontare questo problema psicoanaliticamente, visto che il modello psicoanalitico presuppone la continuità come carattere essenziale dell'io e dell'identità. Per la guerra essi parlano di perdita di identità, ma questo libro vuole sostenere una tesi diversa, ossia la formazione di una vera e propria identità parallela, e individuare le fonti e le cause di tale evento.

I due modelli abitualmente usati per definire il rapporto tra esperienza di guerra e normale vita sociale sono due: quello della “scarica pulsionale” e quello della “continuità culturale”. Vale la pena soffermarvisi in quanto sono alla base della comune interpretazione del rapporto guerra-pace, e soprattutto circa le nuove identità formate dalla guerra.

Il primo è il più comunemente impiegato nelle teorie psicoanalitiche della guerra: esso ipotizza che le sfere di conflitto organizzato (guerra, rivoluzioni, competizioni sportive violente) assolvano il ruolo di scaricare spinte pulsionali la cui espressione deve restare inibita nella vita sociale normale; dunque la distinzione tra pace e guerra è una distinzione tra necessità e libertà, repressione e trasgressione. E in quest'ottica le personalità plasmate in questo ambito trasgressivo soffrono perché costrette ad accettare la frustrazione della propria istintualità, della propria primirivizzazione.

È chiaramente impossibile trascurare questo modello, poiché è in effetti vero che l'idea della guerra rappresentò, prima della guerra e nelle speranze dei futuri combattenti, l'occasione di una liberazione istintuale (pensa ai futuristi), ma questo può valere come causa scatenante (e le motivazioni di ciò saranno cercate nel capitolo 2), ma non come carattere dominante intrinseco alla guerra. L'incongruenza di questo modello sta nella sua irrealistica rappresentazione della guerra: essa non fu, come si sostiene, espressione di istinti aggressivi, ma piuttosto un nuovo e totale sistema di repressione a cui milioni di uomini furono abituati. Per di più costoro dimenticano che in particolare la prima guerra mondiale fu una guerra difensiva (=di trincea), dove difficilmente poteva verificarsi quella scarica pulsionale di cui parlano. È quindi proprio nella constatazione delle nuove immobilizzanti, frustranti realtà del combattimento che si può scorgere, semmai, la nascita di un nuovo carattere (e non la sua perdita) così come di un nuovo universo sociale.

Anche il secondo modello considera la guerra come un'esperienza di aggressività, ma al contrario, (ed è senz'altro più idoneo a comprendere le diversità culturali e la varietà di esperienze emotive) nel senso che sostiene che la repressione di aggressività acquisita nel processo di socializzazione non sia elemento costitutivo del solo cittadino, ma anche del soldato: quella repressione c'è tanto nella comune vita sociale quanto durante la guerra. Questo per lo meno dimostrano i fatti: secondo gli studi di Marshall dopo la seconda guerra mondiale, solo un quarto dei soldati in prima linea aveva sparato direttamente come il nemico. Dunque tra pace e guerra si verificherebbe appunto un evento di continuità di valori culturali. Questo modello rappresenta un correttivo all'opposizione eccessivamente radicale tra guerra e pace sostenuta da quello della scarica pulsionale, ma pone l'accento su una cosa tutto sommato ovvia, e non spiega quello che è il nostro, e vero, postulato di partenza: perché i soldati percepirono l'esperienza bellica come radicalmente differente dalla vita sociale normale, e perché percepissero essi stessi come radicalmente diversi.

Entrambi i modelli scontano (=non considerano?) le conseguenze del postulato secondo cui per operare in una situazione di disordine gli uomini debbano lasciarsi alle spalle la loro cultura, ossia che la loro cultura allenti la presa e non riesca più a definire l'identità sociale dell'attore. Il fatto è che gli uomini non cessano di attribuire significati, di dare un senso a ciò che li circonda, anche dopo che hanno abbandonato i recinti della vita civile.

Comprendere dunque il perché gli uomini si precipitarono entusiasti alla guerra e come ne furono poi segnati (cosa fondamentale per chiarire all'uomo contemporaneo dell'era industriale le alternative a lui disponibili) deve partire da un'altra strada: se vogliamo vedere la guerra come sintomo di qualcos'altro (che siano tensioni di classe, rottura di equilibri socio-politici oppure istintualità represse) bisogna, secondo Leed, rispondere prima alla seguente domanda: perché e in che modo la guerra viene vista come un'alternativa alla normale vita sociale?

La liminarità della guerra

Molti veterani insistettero, anche anni dopo la guerra, a considerare la loro esperienza come un'iniziazione, un rito di passaggio. Questa comparazione ci permette due cose: in primo luogo di accantonare definitivamente la nozione di guerra unicamente come aggressione e violenza, in secondo luogo di vedere la natura convenzionale della discontinuità fra la vita in tempo di pace e di guerra. Convenzionale quanto a letteratura: dalla notte dei tempi l'uomo in guerra si trova in una mutata condizione, tradizionalmente rappresentata attraverso un universo di simboli (i primitivi, con l'usanza di assumere sembianza divina indossando teste di animali o pelli, o in generale la classica immagine del guerriero costretto, per difendere la comunità, a violarne le convenzioni sociali...).

Van Gennep elaborò un'importante teoria sui riti di passaggio che attraversa l'uomo che va in guerra; li divide in: riti di separazione (preliminari) che trasferiscono un individuo dal suo luogo di vita abituale, i riti di margine (liminari) che fissano simbolicamente l'identità del passeggero come dimorante fra due stati luoghi condizioni, i riti di aggregazione (post liminari) con i quali egli è riaccolto nel gruppo di origine.

Il più vivo ricordo della guerra in moltissimi soldati è proprio l'immagine del bordo, del confine, di ciò che sta fra, l'immagine della terra di nessuno (Carrington): ossia l'esperienza di essere stati inviati oltre i limiti della vita sociale, posti fra il noto e l'ignoto. L'esperienza di guerra fu un'esperienza di margine, e il mutamento di identità vissuto dal combattente potrebbe essere ben definito proprio come marginalizzazione. Indagando su cosa significhino esattamente i concetti di separazione e marginalità si può far luce sulle discontinuità che stanno al centro dell'esperienza di guerra.

I riti di separazione funzionano, secondo Van Gennep, sia per segnare coloro che abbandonano il loro precedente stato, sia per rendere meno brusco questo distacco. Nella mobilizzazione per la guerra nel 1914 si possono individuare due processi di separazione ben distinti ma correlati: il primo allontana la società nel suo complesso dalle abituali condizioni di vita sociale (secondo nuovi valori di comunità opposti a quelli precedenti di società, dell'unità nazionale opposti al conflitto di classe, dell'altruismo opposti all'egoismo..), il secondo allontana il cittadino soldato dal suo normale stato civile (uniforme, addestramento, sottomissione alla disciplina, la partenza..). I due processi sono correlati nel senso che ciò che del secondo prima appariva come negativo, con la ristrutturazione collettiva della vita sociale del primo appare ora come una liberazione e un possibile veicolo di autodeterminazione: pochi furono quelli che non pensarono che la guerra li avrebbe liberati dalle costrizioni della vita borghese.

Il secondo stadio del passaggio iniziatico, quello della liminarità, definisce nella spiegazione di Van Gennep una situazione perfettamente analoga a quella del soldato: i simboli che tradizionalmente definiscono la persona che sta fra appaiono con frequenza sbalorditiva nella letteratura di guerra. Un giovane che affronti l'iniziazione non è più quello che era né quello che avrebbe dovuto diventare: egli è morto rispetto alle sue cose passate, o meglio egli è esposto alla contaminazione della terra (in cui vive), degli animali (insetti, topi), della decomposizione dei cadaveri... e all'invisibilità, a causa della nuova guerra di trincea, per cui il nemico non è mai visibile, così come il pericolo ("tutto si svolge interiormente, sotto terra, nell'uomo").

Il ricordo in particolare di aver vissuto in una terra piena di uomini invisibili e sovrastata da un'onnipotente tecnologica è forse quello che si impresse più vividamente nella testa di tanti combattenti. E poi l'imbattersi, a un certo punto, in quegli uomini che tanto erano stati resi estranei dall'esperienza di guerra (i nemici) fu esperienza sconvolgente, spiegabile attraverso l'analisi del perturbante di Freud: quest'esperienza altro non è che il ritorno di qualcosa di già noto e familiare che era divenuto estraneo attraverso un processo di rimozione, una continua trasgressione di categorie (noto e ignoto, umano e non umano, e soprattutto vita e morte).

Si parla, proprio in relazione a quest'ultima dicotomia, di morte strutturale: le persone e le cose del passato sono morte per il soldato come lui lo è per loro. La morte è stata il simbolo più comune della discontinuità che caratterizza l'esperienza di guerra, cessando di essere astrazione per diventare definizione della sempre crescente lontananza con cui il combattente percepisce la patria, descrivendo il senso di totale isolamento dal mondo esterno.

Ma tutto ciò rappresentò solo una parte, e la più negativa, dell'esperienza di guerra, e della sua liminarità: molti veterani individuarono nella loro esperienza la presenza di elementi positivi e intrinsecamente compensatori: il cameratismo, che cancellava barriere sociali artificiali, l'eguaglianza, che faceva combattere uno a fianco dell'altro un gentiluomo e un operaio. Su questo dopo la guerra scoppiò una controversia, che oppose una concezione di stampo liberale, che della guerra voleva ricordare solo la perdita della giovinezza, la morte e l'orrore, a un'altra di stampo conservatore e reazionario, che invece poneva l'accento sull'esperienza del cameratismo e della socializzazione. Leed sostiene che in ogni caso un'adeguata comprensione dell'esperienza di guerra non deve cercare di soppesare lati positivi o negativi, ma semmai considerare che entrambi furono frutto della liminarità della guerra stessa: anche l'eguaglianza e l'uniformità di condizioni erano frutto della marginalità del soldato e dalla sua totale impotenza (e non certo di una presa di coscienza di classe, come ebbero a sostenere certi socialisti interessati al potenziale rivoluzionario dei reduci).

Ogni esperienza liminare è certamente un'esperienza di apprendimento. Nella letteratura di guerra l'idea di incomunicabilità di quest'apprendimento è comunissima, ma lo storico deve rispondere a questa domanda: che cosa apprese la generazione della grande guerra? Imparò a distinguere chiaramente le forze che contraddistinguono la realtà (anomalo-normale), imparò a riconoscere realtà nuove che erano definibili come materiali, tecnologiche, meccaniche. Per altro la sorpresa di molti combattenti nel trovarsi in un evento rivelatore non del potere dell'uomo ma del potere dei mezzi è a sua volta sorprendente, e può essere definita come un'iniziale sottovalutazione della tecnologia seguita da una prepotente reimpostazione della stessa (delusione profonda per coloro che accolsero la guerra come via d'uscita dalla società come già detto borghese ma soprattutto industriale). Ciò che rese la tecnologia terrorizzante e demoniaca fu il suo dislocarsi dalla funzione convenzionale di strumento della produzione, perdere la sua neutralità, e diventare mezzo di distruzione, rendendo la dignità umana se non inconcepibile almeno problematica. Fu infatti proprio la prima guerra mondiale a far prendere coscienza collettiva che la tecnologia era una potenza in grado di trasfigurare il mondo.

Abbiamo dimostrato come vi sia un'incredibile congruenza tra i simboli liminari e quelli dell'esperienza di guerra, tuttavia di certo la guerra non può essere considerata un rituale d'iniziazione: esso prevede infatti, dopo l'esperienza liminare, quella di reintegro in una nuova posizione della scala sociale. È evidente che questo non può dirsi per i reduci di guerra: le sue relazioni con la società d'origine rimasero problematiche, di fatto egli è semmai un uomo bloccato nella fase di passaggio ("senza patria"). Dunque rimane la questione: come è possibile spiegare la stupefacente congruenza tra i simboli liminari e l'esperienza di guerra quando la realtà concreta, lo scopo, lo status della guerra e del rito sono tanto differenti tra loro? La risposta va ricercata nel modo con cui i combattenti percepirono se stessi e il loro rapporto con gli eventi cui presero parte.

L'evento come testo

Per quanto i soldati si resero subito conto di non avere alcun controllo sugli eventi che si trovarono ad affrontare, non smisero, in quanto uomini, di cercare di attribuirvi un significato. Il prendere coscienza del distacco e della mancanza di significato delle proprie azioni fu vissuto da molti soldati come una mutilazione. Molti compresero che le dimensioni della guerra, e la sua inaudita nuova forma, furono conseguenza diretta dell'industrializzazione e delle conseguenti dimensioni dell'organizzazione produttiva. Già Marx aveva sostenuto che la struttura produttiva nata con l'industrializzazione era un sistema che metteva in crisi qualsiasi lettura dell'individuo: tecnologia, lavoro e capitale creavano un sistema manifestatamene autonomo rispetto a esso. E la guerra industrializzata fu vista esattamente sotto questo aspetto: si può dire che questa sensazione di partecipare ad un evento senza che un singolo autore, eccetto forse una volontà divina, caratterizzi la coscienza dei partecipanti a qualsiasi fatto storico di primaria grandezza, ma questa nozione dell'autonomia dell'evento, della mancanza di un autore preciso, è il dato essenziale alla base del quale il combattente della Grande Guerra sviluppò la visione di se stesso e del proprio rapporto con la realtà. L'evento stesso divenne l'unico rilevante oggetto di pensiero per chi era in guerra, diventò un testo, la cui corretta lettura era questione di vita o di morte. Il sentire la guerra come una struttura oggettiva ben distinta da loro stessi, in particolare l'abituarvisi, rendeva i soldati distinti, distingueva la loro identità da coloro che ne rimanevano fuori. E vedere la guerra come una macchina autonoma vivente significò che l'evento era ormai steso, fissato nell'identità dei soldati: l'autonomia dell'evento costrinse chi vi partecipava a leggere dentro di se i segni distintivi dello stesso! L'io si trasformò in strumento di registrazione e la conoscenza acquisita nell'esperienza venne codificata secondo i tipi di carattere che la guerra produceva (volontario=guerra come progetto nazionale e come).

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/04 Storia contemporanea

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