L'alba illusoria dell'imperialismo europeo dell'Ottocento
Prefazione
“Alba illusoria” è una citazione da Passaggio in India di Forster, e viene adottata come metafora per esprimere un valido giudizio nei confronti dell’imperialismo ottocentesco: esso non arrivò mai a realizzare il sogno di creare comunità globali in continenti diversi da cui i suoi sostenitori furono animati. Tanto più che oggi la parola impero ha assunto un’accezione negativa, e quel periodo è bollato ovunque con il più severo giudizio storico. Ciò non deve però frenare lo storico dal tentativo di comprendere un problema storico come questo, dalle proporzioni enormi.
Se lo si considera semplicemente come atto di dominio, l’imperialismo potrebbe allora definire ogni rapporto ineguale di potere, quindi la maggior parte dei rapporti umani. Quel che è sicuro è che questa parola esprime degnamente lo spirito del diciannovesimo secolo: mai come in questa fase la sproporzione tra la potenza europea e il resto del mondo (esclusi gli Stati Uniti) fu così evidente. Il successo dell’impresa imperialista si deve per lo più al valore shock della tecnologia occidentale (armi, a indebolire la resistenza, e industrie, ad accrescere il consenso).
È senz'altro una generalizzazione l'atteggiamento dei molti studiosi del novecento che considerano l’imperialismo come un'estensione metafisica di una visione culturale che non accettava le limitazioni imposte dalle frontiere, e che si limitano a un'analisi eurocentrica. Questo saggio (come l’autore preferisce che sia chiamato) si propone di riconsiderare quelle interpretazioni e di affrontare il discorso non tanto in senso cronologico quanto più per problemi e grandi temi. Si compone di tre parti: la prima è una storia politica dell’espansione (dal trattato di Parigi del 1763, fino a un’occhiata al fronte occidentale nel 1914); la seconda è incentrata sulle ideologie dell’imperialismo, la terza è focalizzata sulle istituzioni e i metodi di dominio. Il tutto introdotto da una breve panoramica delle maggiori cause scatenanti. L’imperialismo fu una delle forze che più concorsero a modellare il mondo moderno.
Un'era di espansione
L’uomo moderno, disincantato dall’esperienza di due guerre mondiali e da una crisi ecologica di dimensioni imponenti, vede con fastidio le vistose manifestazioni di potere e le espressioni retoriche che giustificarono l’imperialismo, ma soltanto qualche generazione fa l’atteggiamento dell’opinione pubblica fu di tutt’altro tenore: esso non fu la curiosa aberrazione di un’epoca, ma piuttosto la forma più esasperata nella quale si riversò lo spirito di un’intera tipologia di società. E non fu un fattore intermittente: per quanto l’attività più intensa si verificò nell’ultimo quarto di secolo (periodo frequentemente definito “nuovo imperialismo”), nel corso di tutto il secolo non vi fu un solo momento nel quale l’impero fu ignorato. Nonostante ciò, è da notare che di rado assunse un ruolo centrale nei dibattiti pubblici, non raggiungendo mai la popolarità delle guerre continentali, o anche dello sport. Quanto ai suoi propugnatori, essi perseguirono i loro obiettivi in termini di “Dio, oro e gloria (ing: God, gold and glory).
Paradossalmente quest’epoca di espansione politica fu anche un’era di contrazione geografica, nel senso che fu allora che nacque quell’elaborato sistema di interconnessioni chiamato telecomunicazioni e trasporti di massa: le distanze si accorciano vertiginosamente (tanto che il re Leopoldo II del Belgio arrivò a sentenziare: “non esistono più i continenti”). I teatri d’azione, in questo senso, furono per prima cosa le acque. Se nei mari, oramai già conosciuti e solcati dal traffico, si assistette solo all’ammodernamento delle navi (transatlantici, baleniere, ecc), nei fiumi che si attuarono vere e proprie (nuove) esplorazioni, il cui fine era l’utilizzazione commerciale: questo fenomeno interessò in particolare l’Africa (Nilo, Niger, il canale di Suez), e l’Asia (la spedizione nel Mekong in Indocina fu da molti considerata la più importante del diciannovesimo secolo).
L’altro versante d’azione fu quello delle ferrovie: in questo periodo furono completate lo schema dal Cape to Cairo, la transafricana, la transiberiana. Quelli qui citati sono solo i casi più eclatanti, o che ebbero più impatto sull’opinione pubblica, ma questa tendenza interessò praticamente tutte le aree geografiche: la terra divenne unita e collegata. Dunque, in un mondo in cui i rapporti spazio-temporali subiscono una così radicale e improvvisa modificazione, non c’è da stupirsi che il più grande cominci a essere considerato il migliore (cominciarono a essere coniati termini come Greater Britain, o La Plus Grand France), e che la preoccupazione dei politici imperialisti sia accumulare più prodotti e soprattutto più territori possibili. E infatti, parallelamente ai desideri espansionistici, si diffusero sentimenti di preoccupazione: in questo frangente il più popolare e diffuso delle ideologie fu un nazionalismo esclusivo e aggressivo (si assiste ad esempio al ritorno della rivalità storica tra Francia e Germania, o al sogno italiano di far rivivere il mare nostrum). Non è un caso, per altro, che durante il ventesimo secolo, la maggior parte dei sociologi (figli dei sociologi del diciannovesimo), arrivò a individuare come base della natura umana una disposizione egoistica e aggressiva.
Il diciannovesimo secolo fu inoltre l'era delle scienze biologiche, che contenevano una dimensione nuova: il mutamento del tempo. Basti citare la celebre Origine della specie di Darwin, e ai concetti in esso enunciati di competizione, lotta per la sopravvivenza, ed evoluzione: una dialettica che fu presto in voga in quanto giustificava l’ascesa dell’Europa nel mondo e soffocava le lagnanze per le ingiustizie sociali che essa causava. Si può addirittura parare, in questo senso, di imperialismo social-darwiniano, secondo il quale per le popolazioni indigene era quasi inevitabile una sottomissione, in quanto diversamente queste sarebbero state perdute (maggior sostenitore di tali scempiaggini fu tale Harmand).
Altre furono poi le teorie costruite attorno al fenomeno dell’imperialismo e atte a giustificarlo: gli ottimisti e i romantici videro nel disegno di Dio, o nella benigna ragione umana, che le terre dovessero essere collegate tra loro; altri, d’impostazione pseudoscientifica, svilupparono teorie secondo cui la velocità sociale era regolata dal rapporto tra l’intensificarsi delle comunicazioni e l’estendersi del consolidamento politico.
In generale il mito espansionista ebbe tale presa che in non pochi casi si arrivò a sostenere che un popolo che non si preoccupasse della propria diffusione al di fuori dei propri confini fosse destinato al definitivo declino (per sovrappopolamento, ristrettezza dei mercati, ecc). La colonia nella concezione comune assunse presto tratti simili a quelli che avevano contraddistinto il mitico far west americano: spazi aperti, lotta contro gli elementi primordiali, cieli stellati. Tornarono in voga dando vita a una vera e propria letteratura imperialista, la quale prometteva che quel remoto e vasto mondo inesplorato avrebbe fortificato il carattere degli europei, e che la frontiera coloniale, come quella americana, avrebbe con generosità accolto tutti coloro che in patria, dove la vita era tesa a scopi materialistici, si sentivano a disagio, limitati. Uno dei tanti nomi che si può portare a esempio è quello di Gauguin.
Ricordarsi che questa è la fase di passaggio del pensiero occidentale da positivistico e razionalistico a idealistico e romantico. Tutti i sentimenti sopra descritti furono dunque la materia prima di un’ideologia dell’imperialismo, che dominò il panorama intellettuale del secolo (si fuse nell’assunto del “fardello dell’uomo bianco”, con le teorie dei darwinisti, con i meccanismi dell’economia di mercato, e perfino con la metafisica; e con altre ideologie quali il razzismo, il nazionalismo, il capitalismo).
Non si esagera infatti se si afferma che l’imperialismo in sé fu una debole costruzione intellettuale, in quanto assemblaggio di varie correnti di pensiero diffuse per tutto il secolo; fu più specificamente un’estensione del nazionalismo nello spazio: entrambi sentimenti più che razionalità analitica, un surrogato della religione in un’epoca in cui la res publica christiana era ormai crollata, e con essa il sistema di credenze che la sosteneva. Tuttavia anche l’imperialismo, come già avevano fatto gli americani nel corso della loro avanzata verso occidente (spesso considerata come “destino preordinato”), si rivestì di spiritualità, ogni qual volta ci fu il bisogno di una sua giustificazione generale. Ciò avvenne in particolare in Inghilterra; in Francia, dove la politica della terza repubblica era anticlericale, si rievocò l’antico concetto romano di missione civilizzatrice delle popolazioni barbare.
In generale si può dire che il pensiero degli imperialisti fu sostenuto dalla presunzione di una supremazia culturale, interpretato ora in senso umanitario ora in senso razzista. L’imperialismo non avvenne tuttavia soltanto per ragioni di tipo morale, ma divenne col tempo anche una necessità pratica: è il predominare di quest’ultimo elemento sul primo a determinare, nell’ultimo terzo di secolo, l’avvento del cosiddetto “nuovo imperialismo”. Se è vero che sin dall’inizio, come già detto, fu il processo industriale il nucleo centrale dell’espansionismo, è vero anche che negli ultimi anni dell’800 esso ne divenne quasi sinonimo. Le motivazioni stanno nei fatti: la “lunga depressione” degli anni ’70-’80, l’istituzione di barriere doganali, l’emigrazione di popolazione operaia e contadina (dall’Europa), la contrazione dello spazio, la migrazione da campagna a città... tutti avvenimenti che non scatenarono una crisi sociale grazie al fatto che ci si proiettò all’esterno.
Nel complesso dunque sono svariate le facce dell’imperialismo: si può parlare di imperialismo-fonte di prestigio, di imperialismo geopolitico, di imperialismo fonte di commercio, imperialismo sociale... o perlomeno questi sono gli svariati modi con cui i cacciatori di profitto e i politici manipolatori poterono giustificarlo.
In ogni caso, come detto, come dottrina l’imperialismo (che da ora in poi sarà reso graficamente con una i.), non ebbe un numero rilevante di sostenitori attivi. Ci furono sì molte associazioni, ideate per promuoverne la causa (per citarne una, la Primrose League), e giornali (il Dayly Mail), ma chi veramente ne trasse vantaggio o fu in esso seriamente impegnato furono quegli esponenti delle classi medie e alte (in maggioranza) che avevano interesse di tipo commerciale. Da dire che accanto a questi non mancarono ovviamente sostenitori fanatici (“nazionalisti chiassosi che sostenevano qualsiasi causa purché ammantata della bandiera”).
Per il resto il fenomeno fu accettato quasi distrattamente, anche da quei settori politici da cui non ce lo sarebbe aspettato (liberali “democratici”, “socialisti”..). Questo perché l’i. forniva certezze contro un futuro incerto, e perché, in generale, fu considerato come un dato della vita moderna, una causa necessaria del sistema industriale in espansione.
Pochi si accorsero di quanto fosse fragile e artificiale il sistema imperiale europeo.
Parte prima: Annessione e accumulazione
Il primato della politica ha per anni dominato le analisi storiche sull’i. Tuttavia un’analisi più matura porta a sostenere l’idea che il fattore politico si sommò in modo assai complesso con quello economico: i dati certi sono la pluralità delle cause, la confusione delle attività e l’asimmetria delle strutture (caratteristiche che devono essere alla base di ogni considerazione storiografica). Qui ci si concentra comunque sull’aspetto politico, se non altro perché l’i. ha avuto delle ripercussioni enormi sulla politica mondiale contemporanea.
Problemi antichi e indirizzi nuovi
Il diciannovesimo secolo (come periodo storico) ebbe inizio negli anni centrali del più grande impero continentale che il mondo occidentale avesse mai creato (Napoleone?) e terminò poco prima del crollo dei sistemi imperiali, con la prima guerra mondiale. Quindi la politica imperiale caratterizzò l’intero secolo. Tuttavia nell’effettivo i problemi imperiali non furono mai centrali, se non negli anni iniziali e finali: l’espansione oltremare non spostò il centro del potere, ma produsse piuttosto centri concentrici di coinvolgimento.
Tuttavia, se si sposta l’attenzione dall’ottica europea all’ottica coloniale, le cose cambiano: l’acquisizione di territori non ebbe pause. La questione è che non è facile individuare un preciso accordo politico, o una struttura fornita di un significato; un collegamento univoco e solido tra gli avvenimenti sul continente e quelli oltremare. Prima dell’ultimo terzo di secolo, quando invece il fenomeno assunse tali dimensioni da meritare la definizione di “nuovo imperialismo”, l’espansione era stata caratterizzata dal persistere di problemi antichi e dalla ricerca di indirizzi nuovi.
Uno fra i più eclatanti esempi di problema preesistente fu la questione africana: il traffico di schiavi continuò, anzi s’intensificò. Allo stesso modo si volle tentare di ampliare il sistema delle piantagioni, tutt’altro che scomparso. Contemporaneamente, con l’estendersi delle possibilità di comunicazione di cui al capitolo 1, è ovvio che si verificò un estendersi (anche geografico) dell’interesse. È tuttavia esagerato sostenere che questo portò a un’immediato spostamento dei centri d’interesse (si disse che l’impero britannico durante il secolo “si spostò verso oriente”).
[inciso sull’“era della posizione strategica” e sui concetti (accademici? Reali?) di impero formale e informale. Vediamo se approfondisce meglio dopo]
Considerazione importante da dare per certa è, di nuovo, che l’espansione nel corso del diciannovesimo secolo è proceduta in modo costante, anche se irregolare (è esagerato per esempio sostenere che durante gli anni centrali dell’era vittoriana si verificò un’interruzione dell’attività coloniale), e che quindi è impossibile tracciare una definita periodizzazione nella storia dell’imperialismo: il nuovo imperialismo, per esempio, va considerato come l’intensificazione di un processo secolare.
Ed è per questo che si comincerà analizzando i problemi antichi, e poi si valuteranno gli indirizzi nuovi. Conviene introdurre prima, però, i maggiori protagonisti: Gran Bretagna e Francia. La prima (siamo nell’era della pax britannica) godette nella prima parte di secolo di una posizione preminente negli affari mondiali. La sua economia era già avviata a un capitalismo industriale avanzato, la sua struttura imperiale era già imponente e vitale, e la sua geografia era stata fonte di parecchi vantaggi: unità nazionale raggiunta prima degli altri stati, vicinanza al mare e scambi commerciali più facili. La seconda partiva certamente svantaggiata: la rivoluzione, il sogno napoleonico, risoltosi in un fallimento totale. Tuttavia, nonostante quindi fosse il continente la sfera centrale di attività, la Francia riuscì ad affermarsi come potenza coloniale di peso.
(ogni mio riassunto comincia con una non indifferente precisione sintattica e terminologica per poi prendere una piega tendente al deridente fetentemente latente)
Problemi coloniali permanenti all'inizio del diciannovesimo secolo
La contesa per la supremazia coloniale interessò principalmente questi due paesi, tanto che l’800 è stato definito da alcuni “la seconda guerra dei cent’anni”; entrambi cercarono di estendere o consolidare i propri possedimenti soprattutto limitando o eliminando quelli dell’altro. Questa contesa ha origini antiche, in quanto comincia già nel diciottesimo secolo: è infatti in questo periodo che si formano quelli che sono stati definiti sistemi “paleocoloniali”, basati da una parte sul principio dell’indispensabilità delle colonie, dall’altra sulla supremazia delle metropoli. Sono queste due nozioni a costituire la locuzione “madrepatria”.
La lotta fra i due maggiori sistemi paleocoloniali, Francia e Gran Bretagna, parve interrompersi nel 1763: la prima perse l’India e il (la sua parte di?) Canada, mentre la seconda, nonostante i rivolgimenti della rivoluzione americana, accresceva la propria egemonia mantenendo il Canada e conquistando l’Australia. Ma ancora una volta questo predominio ebbe breve durata: in Francia arriva Napoleone e con lui una nuova era espansionistica, in particolare sul continente ma anche fuori. Ricomincia quindi la rivalità tra le due nazioni, destinata a durare dalla dichiarazione di guerra (1793), fino alla definitiva abdicazione dell’imperatore (1814). Ancora una volta si combatté su due fronti, e secondo una duplice condotta di guerra: con gli eserciti sul continente e con le flotte sul continente. Quanto agli esiti, il risultato storico generale, valido poi per tutto l’800, confermò la previsione fatta da un diplomatico britannico a cavallo dei due secoli: “voi siete destinati a essere la nazione più forte sul continente, noi sui mari”.
Ma entriamo nel dettaglio. Le contese più importanti in questa fase sono: Santo Domingo: inizialmente...
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