Pace, pane, terra. Il 1919 in Italia
Parte prima: Terra - Il risveglio delle campagne
La terra ai contadini
Nel 1919 le rivolte contadine scoppiarono quando i problemi della riconversione economica e della ristrutturazione post bellica dello stato non andavano incontro alle richieste di una società ormai di massa.
- Fragilità del sistema liberale
- La sollevazione del mondo rurale divenne un episodio qualificante del biennio rosso e uno degli elementi chiave per capire il fascismo.
- Dato centrale: irruzione di contadini ex combattenti sulla scena pubblica con partecipazione di interi paesi e comunità alla mobilitazione per il controllo di terre e risorse.
- Conflitti nelle campagne non erano una novità assoluta in Italia: guerra contro il brigantaggio.
Nel mondo rurale la Grande Guerra segnò una frattura rappresentata dai lutti e dai vuoti causati dal conflitto, dall'esperienza di modernità fatta in trincea, dall'incontro con stili di consumo urbani e altri modi di impostare la vita, e dalla non mantenuta promessa della terra ai contadini.
La mobilitazione agraria aveva obbligato i governi a fare provvedimenti legislativi per incrementare la produzione e alleggerire la pressione della disoccupazione. La mobilitazione agraria fu mossa più dalla ricerca della pace sociale nelle campagne, un'illusione e promesse.
Intervento di Pantano alla Camera nel 1915: progetto di colonizzazione interna che sostituiva l’incentivo alla terra promessa; Nuova Antologia voleva un movimento patriottico per i miglioramenti agrari. A cominciare dal decreto del 30 ottobre 1915, ci fu un susseguirsi di provvedimenti volti allo sviluppo delle colture agrarie e a un'intensificazione della produzione, sotto la vigilanza delle autorità politiche e militari.
Disegni di modifica della produzione agraria furono frutto di inchieste, riflessioni, aspri dibattiti (articoli su "Italia Agricola" dell'agronomo G. Raineri). Era necessaria una cauta riforma per mettere in grado le classi lavoratrici di partecipare alla coltivazione di terre con maggiore beneficio per loro e per la collettività.
All’inizio del 1919 la terra continuava a non essere controllata dai contadini e la Grande Guerra aveva procurato un netto regresso agrario. Si stava solo muovendo quel processo di acquisizioni di terra coltivabile che modificò i rapporti di proprietà nell’agricoltura italiana fin dai primi anni '20, una conquista contadina (latifondi acquistati dai contadini nel Sud).
Opera nazionale combattenti (ONC)
L'ONC fu istituita nel 1917 e proponeva l’acquisto di terre da parte dei contadini ex combattenti, e di introdurre polizze assicurative per i combattenti. Beneduce concilia l’ideologia patriottica-combattentistica con un’azione riformatrice, inquadrando gli smobilitati nel nuovo esercito civile del lavoro e della ricostruzione sociale, ipotesi che sarebbe entrata in contrasto con le lotte contadine.
L'ONC iniziò a funzionare solo dopo l’armistizio, con rivolte soprattutto in Lazio e Sicilia. Sin dalla fine del 1918, le lotte contadine furono capeggiate dagli uomini ritornati dal fronte. Nel 1919 i reduci dettero un segno particolare ai movimenti contadini, organizzati in cooperative (leghe bianche o rosse), aggiungendo determinazione e dignità sociale alle lotte.
A questa smobilitazione militare fece da contrappunto una fin troppa rapida smobilitazione agraria, industriale, annonaria. La distruzione del sistema dei controlli e regolamenti rese più forte l’insicurezza sociale e instabile il clima politico.
Non furono poche le caratteristiche che accomunarono l’ondata di rivolte e scioperi contadini su scala nazionale. Nitti puntava a una razionale riconversione economica e militare, indirizzandola verso uno stato economico che avrebbe dovuto sostituire quello militare. Tuttavia, era comunque lontano dalle richieste dei contadini.
La mancata applicazione dei progetti per la distribuzione di terre ai lavoratori e degli accordi salariali o dei concordati stabiliti su scala locale portarono nelle campagne l’idea che per ottenere un equo accesso alle risorse non era più possibile aspettare l’intervento delle autorità.
Nel 1918 nessun deputato della Camera poteva discutere per i fanti-contadini, che per avere la terra, il lavoro e la libertà dovessero tornare al fronte. Già nell’agosto del 1916 a un convegno agrario in Lazio, i partecipanti avevano chiesto la requisizione di terre "incolte" e "mal coltivate" a vantaggio dei lavoratori, proprio richiamandosi ai provvedimenti fatti per aumentare la produzione agraria. Cencelli invece aveva proposto un fondo di riserva per la classe povera della campagna (valvola di sicurezza contro lo scoppio di idee sovversive).
L’idea di ricostruire i demani collettivi fu ripresa da Nitti e dal regolamento legislativo dell’Opera Nazionale Combattenti fatta da Beneduce e Ciasca. Tuttavia, dopo l’armistizio lo slogan "la terra ai contadini" (propaganda bellica) non fu efficace perché in Italia non c’erano terre incolte ed era controproducente rendere i pascoli come terre da coltivare. Einaudi evidenziava la necessità di sviluppare la piccola proprietà ma allo scopo di frazionare le mobilitazioni collettive, aumentare e diversificare la produzione. Il passaggio della terra ai contadini doveva essere graduale e costoso.
Nel 1919 divenne evidente che gran parte dell’élite dirigente non intendeva in alcun modo mettere in discussione i rapporti di proprietà. Il piano del dibattito si spostò sulla valutazione dell’esistenza o meno di terre incolte in Italia (trasformazioni di latifondi e dei pascoli da trasformarsi in unità cerealicole) e venne rifiutato un confronto a priori col problema che avrebbe portato alla mobilitazione nel ’20.
Le ragioni della rivolta contadina non vanno cercate soltanto nelle rivoluzioni europee e asiatiche o negli slogan governativi: anche nell’ambito di una vecchia storia di lotte per il controllo delle risorse e per l’affermazione di libertà individuali e collettive, le cui regole vennero modificate dalla guerra e rimesse in discussione nel 1919.
Terre contese
Toccare i rapporti economici del mondo rurale voleva dire toccare la classe dirigente per la quale la proprietà terriera continuava a influenzare l’agire pubblico. Anche nell’Emilia, zona sviluppata e con sindacati, la mobilitazione del 1919 fu pari al sud. Il pericolo estremo che preoccupava il governo era l’invasione delle terre, l’ingresso plebeo all’interno dei confini dell’ampia zona rossa che proteggeva una proprietà del territorio ritenuta intoccabile e in un certo senso sacra, persino più intangibile delle case dei signori. Queste barriere erano già state intaccate soprattutto dalle mobilitazioni contro il caroviveri produttori consumatori.
Anche se in Italia non ci fu una separazione netta, nel primo dopoguerra in Italia scoppiò un tumultuoso movimento contadino autonomo (le sue origini sono importanti: il malessere nella campagna era maturato e spesso esploso negli anni del conflitto sotto la pressione delle requisizioni statali e dei controlli nei mercati, delle massicce partenze di uomini per il fronte e dell’accrescimento dei carichi di lavoro).
Terre invase
31 gennaio 1919: lavoratori, in gran parte reduci, occuparono delle terre nella Maremma Laziale. 280 ettari già requisiti dalla mobilitazione agraria a uso dell’aviazione militare dopo l’armistizio ancora adibite per concentramento di prigionieri. Gli occupanti iniziarono subito la divisione e la semina di biada nostrale e prepararono altre terre per la semina primaverile. Gli eventi di Conreto Tarquinja furono solo uno dei primi atti di una serie interminabile di occupazioni, vertenze e azioni giudiziarie che avrebbero segnato la vita del Lazio rurale fino all’avvento del fascismo, per riesplodere nel secondo dopoguerra. I diritti i contadini li avevano fin dal passato ma gli erano puntualmente negati.
Soprusi tra 1888 e 1904 nel Lazio (uso civico > uso privato). Per molto tempo i beni collettivi furono un fattore attraverso cui le comunità costruirono la propria identità. A Civitavecchia furono militari congedati a dirigere l’occupazione di una proprietà, in questo caso concessa in affitto dal proprietario. Quasi tutti i rapporti prefettizi segnalano la convinzione da parte degli occupanti di lottare per il ripristino di accordi infranti o diritti offesi. Il fenomeno fu evidente soprattutto nel Meridione. Le fonti descrivono folle rabbiose di stampo contadino, quasi sempre armate con strumenti rudimentali e ogni volta affrontate duramente dalle forze di polizia. In Umbria e Toscana alcune organizzazioni contadine presero ufficialmente posizione a sostegno dello sciopero contro il caroviveri. Anche nelle campagne dell’Italia centrale, i rivoltosi usarono i rituali della minaccia e della trattativa per raggiungere i loro obiettivi.
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