Capitolo 1: I primi passi nel segno dell'incertezza
Il fascismo, giunto al potere, non possedeva un programma ben definito ed organico di riforma politica e amministrativa dello Stato. Mussolini arrivò al governo il 31 ottobre 1922 e il 17 novembre presentò alla Camera un disegno di legge di delegazione di pieni poteri al governo per il riordinamento del sistema tributario e della pubblica amministrazione. La richiesta di pieni poteri non incontrò gravi difficoltà in Parlamento. Mussolini aveva in mente una riforma sul piano legislativo e una rigorosa selezione delle competenze. I criteri di massima in base ai quali il governo fascista aveva fatto uso dei pieni poteri conferitigli furono presentati nella relazione alla Camera da Mussolini il 23 giugno 1924.
Riforme delle amministrazioni centrali
Per quanto riguarda le amministrazioni centrali, furono soppressi il ministero del Tesoro, fuso con quello delle Finanze; quello delle Terre liberate aveva esaurito il suo compito; quello del Lavoro e della Previdenza Sociale, le sue attribuzioni furono trasferite al ministero dell'Industria e Commercio. Con un R.D. del 1923 i ministeri dell'Agricoltura e dell'Industria, Commercio e Lavoro vennero fusi in un unico ministero dell'Economia nazionale; e con il R.D.L. del 1924 istituì il ministero delle Comunicazioni che assorbì quello delle Poste e Telegrafi, del Commissariato della marina mercantile e del Commissariato straordinario per le ferrovie dello Stato.
Di pari passo procedeva l'opera di soppressione di numerosi uffici nelle varie amministrazioni centrali e periferiche. Tale sfoltimento fu drastico nel ministero della Pubblica Istruzione, ove furono soppressi una direzione generale con 8 divisioni e 50 provveditorati agli studi, e nell'amministrazione della giustizia: oltre ad una direzione generale del ministero, con 4 divisioni, si ebbe la soppressione di 8 corti d'appello, 57 tribunali e 573 preture. L'unificazione della cassazione civile, avvenuta con R.D. 24 marzo 1923, portò all'eliminazione delle quattro preesistenti corti di cassazione civile. In materia giudiziaria si ebbe il ritorno al sistema della nomina regia, anziché elettiva, dei componenti del consiglio superiore della magistratura.
Questo tentativo di riorganizzazione e di snellimento delle strutture burocratiche dello Stato, compiuto dal governo fascista in base alla delega dei pieni poteri, risultò disordinato e frammentario. All'interno dei singoli rami di amministrazione, le riforme furono attuate per iniziativa autonoma dei ministri e dei loro collaboratori più stretti.
Riforme nell'amministrazione locale
Anche nel campo dell'amministrazione locale il governo fascista si limitò inizialmente a riforme parziali di carattere prevalentemente tecnico, che non alteravano la sostanza del sistema vigente. Il R.D. del 30 dicembre 1923 sulla riforma della legge comunale e provinciale, fu ispirato, secondo le parole della relazione ministeriale, allo stesso principio che aveva informato e informava le altre riforme amministrative del nuovo governo: "costruire uno Stato materialmente e moralmente forte, semplice nell'organizzazione, rapido nei movimenti, efficace nell'azione, che comporta in conseguenza solida gerarchia, autorevolezza e prestigio nei suoi organi, libertà garantita dalla disciplina nell'interesse nazionale e della legge".
Il coronamento dell'opera svolta dal primo ministero Mussolini sulla base dei pieni poteri in materia finanziaria ed amministrativa fu costituito dal R.D. del 30 dicembre 1923 sullo stato giuridico degli impiegati civili dell'amministrazione statale. Gli obiettivi del primo provvedimento furono fissare l'equivalenza dei gradi fra impiegati addetti a diversi servizi e perequare il trattamento economico tra gli impiegati dello stesso grado; far corrispondere alla gerarchia del grado la gerarchia degli stipendi; eguagliare, nei limiti del possibile, le probabilità di carriera fra gli impiegati addetti a vari rami dell'amministrazione statale; fissare gli organi relativi a ciascun servizio; costruire un ordinamento atto ad attenuare per l'avvenire il riprodursi delle lamentate disparità.
Ne derivò un sistema burocratico piuttosto rigido e fortemente gerarchizzato, con sfumature di carattere militaresco, e che dal punto di vista dell'efficienza amministrativa non si rivelò superiore a quello precedente.
Il fascismo e la moderazione legislativa
Se sul piano legislativo il fascismo, all'indomani della sua ascesa al potere, procedette su binari di moderazione, senza impostare soluzioni proprie e originarie, accontentandosi di condurre a compimento quanto già iniziato dai governi precedenti e senza uscire dal campo della tecnica amministrativa, sul piano dell'azione politica e del concreto esercizio del potere dimostrò subito il suo carattere di movimento sostanzialmente eversore del regime liberale-parlamentare.
Consolidamento del potere fascista
Le due principali istituzioni attraverso le quali Mussolini mirò a consolidare la posizione egemonica del potere fascista furono il Gran Consiglio e la milizia. Fu la sera del 15 dicembre 1922 che Mussolini, senza essersi preventivamente consultato con i suoi collaboratori più intimi, convocò i capi del partito presenti nella capitale. In questa riunione fu deliberata "una migliore utilizzazione delle organizzazioni militari fasciste, iniziando la costituzione dei primi nuclei scelti sotto la diretta dipendenza del Presidente del Consiglio".
L'istituzione delle milizie incontrò l'ostilità aperta di numerosi dirigenti fascisti, i quali vedevano in essa una grave minaccia per la loro autonomia ed il loro potere politico, che si fondava sul controllo diretto dello squadrismo locale. Alle milizie, oltre a partecipare le squadre d'azione del partito fascista, facevano parte anche ufficiali dell'esercito non iscritti ai fasci; ma l'intenzione di Mussolini era di farne uno strumento personale di dominio.
Molte furono le critiche alla milizia che era vista come il pilastro di forme autoritarie; allora Mussolini fu costretto a delle concessioni e a ripristinare il suo carattere di istituzione dello Stato. Si giunse così al decreto-legge 4 agosto 1924, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 30 agosto, che dava un nuovo ordinamento generale alla MVSN. Questa dichiarava parte integrante delle forze armate dello Stato: i suoi componenti erano tenuti a prestare giuramento di fedeltà al re ed erano assoggettati "alle stesse disposizioni disciplinari e penali di quelli appartenenti al regio esercito". Inoltre, era stabilito che gli ufficiali della milizia dovessero essere reclutati tra gli "ufficiali delle categorie in congedo dell'esercito, della marina e dell'aeronautica, in seguito a loro domanda". Il MVSN è un organismo ibrido né di partito né interamente statale, e ciò compromette ancor di più la monarchia con il fascismo.
La struttura organizzativa del partito
La struttura organizzativa del partito rimase per parecchio tempo fluttuante. Già l'istituzione del Gran Consiglio aveva sanzionato una trasformazione profonda del sistema adottato con lo Statuto del 1921, il quale aveva portato al sostanziale esautoramento, ad opera di un organo la cui composizione e le cui funzioni restavano affidate a Mussolini. Nella riunione del 13 gennaio 1923 il Gran Consiglio deliberò senz'altro la trasformazione della direzione in due segretari generali: uno politico e uno amministrativo. Ai restanti membri furono affidati altri incarichi. Vennero nominati dei commissari politici regionali "veri luogotenenti periferici per il controllo delle province". Aveva inizio così quel processo di affiancamento di organi di partito ai tradizionali organi di Stato che divenne una costante del regime fascista e che Giovanni Amendola individuò: "Accanto ad ogni organo statale viene collocato un organo fascista, che lo domina, lo controlla e lo paralizza: il Gran Consiglio accanto al Consiglio dei ministri, i Commissari politici accanto ai prefetti...".
Successivamente, il 13 giugno Mussolini in una circolare telegrafica ai prefetti invocava maggiore fermezza nella repressione dei fenomeni di illegalismo, e sottolineava che "solo il solo rappresentante del Governo nella Provincia è il prefetto e nessun altro infuori di lui", aggiungendo che i fiduciari provinciali fascisti, come le altre autorità del partito, erano subordinate al prefetto.
Il Gran Consiglio tenne a precisare le linee programmatiche d'azione approvate nella riunione del 13 ottobre 1923: Le funzioni dei rappresentanti del Governo, prefetti, e quelli dei rappresentanti del Partito sono distinte e differenziate. Il prefetto è solo responsabile verso il Governo, e deve assolutamente agire con libertà nei limiti segnati dalle leggi. Il rappresentante del Partito deve, con l'ausilio dei suoi vari rami dell'amministrazione statale, fissare gli organi relativi a ciascun servizio; costruire un ordinamento atto ad attenuare per l'avvenire il riprodursi delle lamentate disparità.
Ne derivò un sistema burocratico piuttosto rigido e fortemente gerarchizzato, con sfumature di carattere militaresco, e che dal punto di vista dell'efficienza amministrativa non si rivelò superiore a quello precedente. Se sul piano legislativo il fascismo, all'indomani della sua ascesa al potere, procedette su binari di moderazione, senza impostare soluzioni proprie e originarie, accontentandosi di condurre a compimento quanto già iniziato dai governi precedenti e senza uscire dal campo della tecnica amministrativa, sul piano dell'azione politica e del concreto esercizio del potere dimostrò subito il suo carattere di movimento sostanzialmente eversore del regime liberale-parlamentare.
Le due principali istituzioni attraverso le quali Mussolini, mirò a consolidare la posizione egemonica del potere fascista e a mettere al tempo stesso in chiaro l'esercizio di tale potere, egli non si sarebbe accontentato dei tradizionali strumenti di governo, furono il Gran Consiglio e la milizia. Fu la sera del 15 dicembre 1922 che Mussolini, senza essersi preventivamente consultato con i suoi collaboratori più intimi, confluenti capi del partito presenti nella capitale. In questa riunione fu deliberata "una migliore utilizzazione delle organizzazioni militari fasciste, iniziando la costituzione dei primi nuclei scelti sotto la diretta dipendenza del Presidente del Consiglio".
L'istituzione delle milizie incontrò l'ostilità aperta di numerosi dirigenti fascisti, i quali vedevano in essa una grave minaccia per la loro autonomia ed il loro potere politico, che si fondava sul controllo diretto dello squadrismo locale. Alle milizie oltre a partecipare le squadre d'azione del partito fascista vi facevano parte anche ufficiali dell'esercito non iscritti ai fasci; ma l'intenzione del Mussolini era di farne uno strumento personale di dominio.
Molte furono le critiche alla milizia che era vista come il pilastro di forme autoritarie; allora Mussolini fu costretto a delle concessioni e a ripristinare il suo carattere di istituzione dello Stato. Si giunse così al decreto-legge 4 agosto 1924, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 30 agosto, che dava un nuovo ordinamento generale alla MVSN. Questa dichiarava parte integrante delle forze armate dello Stato: i suoi componenti erano tenuti a prestare giuramento di fedeltà al re ed erano assoggettati "alle stesse disposizioni disciplinari e penali di quelli appartenenti al regio esercito". Inoltre, era stabilito che gli ufficiali della milizia dovessero essere reclutati tra gli "ufficiali delle categorie in congedo dell'esercito, della marina e dell'aeronautica, in seguito a loro domanda". Il MVSN è un organismo ibrido né di partito né interamente statale, e ciò compromette ancor di più la monarchia con il fascismo.
La struttura organizzativa del partito rimase per parecchio tempo fluttuante. Già l'istituzione del Gran Consiglio aveva sanzionato una trasformazione profonda del sistema adottato con lo Statuto del 1921, il quale aveva portato al sostanziale esautoramento, ad opera di un organo la cui composizione e le cui funzioni restavano affidate a Mussolini. Nella riunione del 13 gennaio 1923 il Gran Consiglio deliberò senz'altro la trasformazione della direzione in due segretari generali: uno politico e uno amministrativo. Ai restanti membri furono affidati altri incarichi. Vennero nominati dei commissari politici regionali "veri luogotenenti periferici per il controllo delle province". Aveva inizio così quel processo di affiancamento di organi di partito ai tradizionali organi di Stato che divenne una costante del regime fascista e che Giovanni Amendola individuò: "Accanto ad ogni organo statale viene collocato un organo fascista, che lo domina, lo controlla e lo paralizza: il Gran Consiglio accanto al Consiglio dei ministri, i Commissari politici accanto ai prefetti...".
Successivamente, il 13 giugno Mussolini in una circolare telegrafica ai prefetti invocava maggiore fermezza nella repressione dei fenomeni di illegalismo, e sottolineava che "solo il solo rappresentante del Governo nella Provincia è il prefetto e nessun altro infuori di lui", aggiungendo che i fiduciari provinciali fascisti, come le altre autorità del partito, erano subordinate al prefetto.
Il Gran Consiglio tenne a precisare le linee programmatiche d'azione approvate nella riunione del 13 ottobre 1923: Le funzioni dei rappresentanti del Governo, prefetti, e quelli dei rappresentanti del Partito sono distinte e differenziate. Il prefetto è solo responsabile verso il Governo, e deve assolutamente agire con libertà nei limiti segnati dalle leggi. Il rappresentante del Partito deve, con l'ausilio dei suoi vari rami dell'amministrazione statale
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