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Riassunto esame Storia contemporanea, prof. Gagliani, libro consigliato L'organizzazione dello stato totalitario, Aquarone Appunti scolastici Premium

Riassunto per l'esame di Storia contemporanea, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente "L'organizzazione dello stato totalitario" di Alberto Aquarone. Capitolo primo: I primi passi nel segno dell' incertezza; Capitolo secondo: La dittatura a viso aperto; Capitolo terzo: Verso lo stato corporativo; Capitolo quarto: Il regime;... Vedi di più

Esame di Storia contemporanea docente Prof. D. Gagliani

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ESTRATTO DOCUMENTO

rettori, nominati dal Ministro dell'Interno, e da 80 consultatori, che

costituivano la Consulta di Roma. Ne) novembre dei 1926, a poco più di

anno dal suo insediamento, il primo governatore, Filippo Cremonesi,

presentò le dimissioni e Mussolini avvertì che i giornali non dovevano

pubblicare nulla circa la crisi di Roma. Con la legge dei 6 dicembre 1928,n.

2702, di ebbe una revisione dell'intero ordinamento dei governatorio di

Roma. Vennero aboliti i rettori, la Consulta fu ridotta da 80 membri a soli 12,

nominati con decreto reale su proposta dei ministro dell'Interno.

Con R.D.L. dei 3 settembre 1926, n. 1910, il sistema podestarile fu esteso a

tutti i comuni dei regno. Con circolare dei ministero dell'Interno ai prefetti

vennero impartite le norme che dovevano presiedere ali' istituzione delle

consulte municipali, i cui membri, dovevano essere scelti su terne designate

dalle associazioni sindacali comunali legalmente riconosciute, dal prefetto

nei comuni non superiori ai 100000 abitanti. II podestà durava in carica 5

anni ed aveva numerose funzioni, come quelle amministrative, quelle dei

sindaco, della giunta e dei Consiglio comunale; veniva nominato e revocato

con decreto reale ed era aiutato da almeno sei membri, che formavano la

consulta municipale.

La distribuzione delle autonomie locali e la completa subordinazione degli

enti autarchici al governo fu completata con (a riforma dell'amministrazione

provinciale, attuata con legge dei 27 dicembre 1928, n. 2962; sempre nel

1928 si ebbe pure la riforma della giunta provinciale amministrativa.

Ci furono altre misure dirette al controllo totalitario della vita pubblica come:

la legge dei 25 marzo 1926, n. 453, che disciplina sulla professione di

avvocato e procuratore; coloro che abbiano svolto pubblicità contro

l'interesse della nazione non poteva essere iscritto ai corrispettivi albi. Fu

istituito un consiglio superiore forense i cui membri erano per metà eletti da

consigli locali di avvocati e procutori e per metà nominati da decreto reale.

Di ancor più delicata e vitale importanza era il settore della stampa e della

professione giornalistica. E in questo campo il fascismo non esitò a

ricorrere alla forza prim' ancora che alla comprensione legislativa. Lungo

tutto il 1925 si protrasse una lunga campagna d'intimidazione, violenze,

sequestri e sospensione a danno della stampa di opposizione, che fu

ridotta a stare in silenzio. Si moltiplicarono le aggressioni squadriste contro

quelle edicole che si ostinavano a vendere quotidiani e periodici

d'opposizione. A Torino, "La Stampa", a seguito di decreto prefettizio, fu

costretta a cessare la

pubblicazione, per circa due mesi,mentre "La Rivoluzione liberale" di

Godetti veniva sequestrata ogni numero. L'attentato a Mussolini il 4

novembre, diede al governo l'occasione di chiudere contro (a stampa

dell'opposizione come I' "Avanti!", "L'Unità", "La Giustizia" e tanti altri.

Con decreto dei 7 aprile 1927, n. 651, si ebbe il riconoscimento dei

sindacato nazionale dei giornalisti, il cui direttorio era già stato insediato a

Roma. I non iscritti al sindacato fascista non potevano iscriversi all'Albo. AI

sindacato fascista non potevano iscriversi coloro che avevano svolto attività

in contraddizione con la nazione.

Mussolini dovette sfuggire a più di un'attentato; il primo fu quello di Zaniboni

il 4 novembre 1925, successivamente il 7 aprile 1926 da parte di

un'anziana inglese, Violet Gibson, ed infine da parte di un giovane

anarchico Lucetti. Dopo questi avvenimenti venne rafforzata la vigilanza e

si pensò al ripristino in Italia della pena di morte. Rocco raccolse l'iniziativa

e il 2 ottobre presentò al Consiglio dei ministri uno schema di disegno che

sanciva la pena di morte per coloro che attentavano alla persona de) re,

della regina e dei capo del governo, in sostanza contro la sicurezza dello

Stato. Ma Mussolini stesso mise la proposta un momento da parte. II 5

novembre si riunì il Consiglio dei ministri,dinanzi al quale Federzoni ribadì il

suo desiderio di essere sostituito; infatti i) ministero dell'Interno venne

affidato allo stesso Mussolini che adottò subito le proposte di Federzoni,

quali la revisione di tutti i passaporti per l'estero e severe sanzioni per il

reato di espatrio clandestino. Successivamente con il R.D. dei 6 novembre

1926, n. 1848 venne approvato il nuovo testo unico sulle leggi di pubblica

sicurezza. Tra le novità più rilevanti c'è la facoltà da parte dei prefetti di

sciogliere tutte (e associazioni che svolgessero attività contraria alla

nazione. Sia alla Camera sia al Senato si ebbero delle resistenze sulle

"leggi eccezionali transitorie" che il fascismo stava varando. Così Mussolini

sosteneva che tali provvedimenti erano una difesa verso i fascisti esagerati.

La legge per la difesa dello Stato, 25 novembre 1926, n. 2008, introduceva

la pena di morte per gli attentati contro il re, regina e capo dei governo; fu

allargata anche per reati quali (a ricostruzione di associazioni disciolte. La

legge avrebbe dovuto avere carattere temporaneo di cinque anni, però

buona parte delle sue norme furono poi trasfuse al nuovo codice penale,

entrato in vigore il 1 luglio 1931; ma logica stessa dello Stato di polizia

portò alla conservazione dei Tribunale speciale, composto da consoli della

milizia. Tale magistratura non fu assetata di sangue in quanto si pensi che

in 15 anni ci furono soltanto 9 condanne alla pena capitale.

Accanto al Tribunale speciale vi era, per tenere a bada gli oppositori meno

decisi e pericolosi ed i semplici mugugnatori, il comfino di polizia = poteva

bastare un nulla o anche una barzelletta per vedersi piombare addosso il

provvedimento di invio al confino. II compito della vigilanza quotidiana sugli

oppositori attivi e delle loro iniziative spettava alla polizia, ed in secondo

luogo alla milizia e all'arma dei carabinieri. A proposito della polizia, a

differenza degli altri regimi totalitari, come in Germania, questi non divenne

organo dei partito, infatti secondo Mussolini la polizia non poteva entrare a

far parte dei partito con il compito di controllare.

Nel 1927 ci fu l'istituzione dell'OVRA, un organo più snello e rapido della

polizia, destinato alla repressione delle attività antifasciste. La sua

denominazione non venne mai chiarita. L'OVRA si dimostrò uno degli

strumenti più ripugnanti dello Stato totalitario.

Alla fine dei 1926, il processo attraverso il quale il fascismo aveva assunto

(a fisionomia di regime poliziesco si era ormai concluso e lo stesso partito,

divenne definitivamente vittima di quell' atmosfera asfissiante dalla quale

doveva più liberarsi.

Ma se (o Stato di polizia era compiuto, ancora lontana dei compimento era

I'edificazione dello Stato totalitario in senso proprio.

C A P I TO L O 3

VER SO L O S TATO CO R P OR AT IV O

L'etto di nascita dei sindacalismo fascista può considerarsi il Congresso di

Bologna dei 1922, alla quale parteciparono organizzazioni sindacali sorte

per iniziativa o con l'appoggio dei fasci di combattimento. Tutti i sindacati le

cui attività si adeguavano al Partito Nazionale Fascista si costituivano in:

Corporazioni Nazionali facenti capo a Unione Federale Italiana delle

Corporazioni.

Nel 1922 a Milano si svolse un Congresso, a cui partecipò anche Mussolini,

nel corso dei quale fu confermata l'adesione dei movimento al fascismo: la

C o n fe d e ra zi o n e n a zi o n a l e d e l l e co rp o ra zi o n i si n d a ca l i d i ve n n e

Confederazione nazionale delle corporazioni fasciste ed i sindacati

aderenti assunsero anch'essi la qualifica di fascisti.

La politica sindacale fascista intendeva stabilire dei rapporti di buon

vicinato con gli imprenditori ed ottenere gradualmente da questi il

riconoscimento della rappresentanza esclusiva delle masse operaie. Verso

la fine dei 1923 a Palazzo Chigi fu stipulato un patto tra Confederazione

generale dell'industria e di quella delle corporazioni fascíste, in base a)

quale decidevano di intensificare la loro opera diretta ad organizzare

rispettivamente gli industriali ed i lavoratori con reciproca collaborazione.

Sempre durante questa riunione venne nominato un commissione

permanente di cinque membri, che servisse da organo di collegamento fra i

due direttivi dei due organismi, affinché ('azione sindacale si svolga

secondo le direttive dei Capo dei Governo.

Diversa fu la condotta degli agricoltori: nel febbraio dei 1924, infatti, la

Confederazione dell'agricoltura si fece assorbire, di propria iniziativa, dalla

fascista FISA (Federazione Italiana Sindacati Agricoltori), con un patto di

unificazione.

Nel 1925 venne siglato un patto a Palazzo Vidoni, dove la Confederazione

generale dell'industria decise di inserirsi ufficialmente nel fascismo. Subito

dopo, i dirigenti furono ricevuti dei duce a Palazzo Chigi, dove la

confederazione avrebbe assunto la denominazione di Confederazione

generale fascista dell'industria italiano, e ciò avrebbe permesso di avere un

rappresentante (Olivetti) nel Gran Consiglio. Ci fu quindi un monopolio

della rappresentanza sindacale da parte delle organizzazioni fasciste e ciò

limita gravemente la libertà d'azione.

Una volta stabilito il fatto dell'accordo fra confederazione dell'industria e

sindacati fascisti, il partito ed il governo passarono a dare sistemazione

legislativa ai rapporti di lavoro ed al funzionamento delle associazioni

professionali, secondo le direttrici di marcia fissate dal Gran Consiglio nella

sua riunione dei 6 ottobre e cioè:

- riconoscimento e controllo dello Stato, di un solo sindacato fascista

per ogni specie di impresa o categoria di lavoratori;

- attribuzione ai sindacati legalmente riconosciuti dei potere di

stipulare contratti collettivi di lavoro aventi efficacia nei confronti di

tutti i datori di lavoro e di tutti i lavoratori di quella categoria;

- istituzione di una magistratura dei lavoro, chiamata a far rispettare i

contratti collettivi così stipulati e di stabilire le nuove condizioni di

lavoro.

II 18 novembre 1925 il governo presentava alla Camera un disegno di

legge sulla disciplina dei rapporti collettivi di lavoro che, divenuto legge 3

aprile 1926, n. 563, costituì in maniera permanente la base di tutto

l'ordinamento sindacale fascista.

Per poter essere riconosciuto un sindacato doveva avere un numero

minimo di iscritti che era di appena un decimo di quelli appartenenti alla

categoria. Secondo la legge, i sindacati non riconosciuti potevano

continuare a sussistere come associazioni di fatto; svuotati però di quella

che era la loro principale funzione, (a stipulazione di contratti collettivi, e

sottoposti comunque ad un regime di inquisizione poliziesca, non restava

altro che il proprio scioglimento.

Le corporazioni, a differenza dei sindacati, non avevano personalità

giuridica ma erano organizzazioni dello Stato, con funzioni di conciliazione,

di coordinamento ed organizzazione della produzione.

I sindacati riconosciuti erano dotati di personalità giuridica e avendo la

rappresentanza legale di tutti i datori di lavoro,lavoratori, artisti e

professionisti della categoria per cui erano stati costituiti, sia che vi fossero

iscritti o meno; avevano pure il diritto di imporre a tutti i loro iscritti, un

contributo annuo per le esigenze dei loro funzionamento. Erano sottoposti

ad un severo controllo da parte dello Stato. Lo statuto doveva essere

approvato con lo stesso decreto con cui veniva conferito il riconoscimento.

La nomina e l'elezione dei presidenti o segretari delle associazioni

nazionali e regionali era subordinata all'approvazione governativa con

decreto reale. La stessa disposizione si applicava pure ai presidenti o

segretari provinciali e comunali, solo che in questo caso l'approvazione era

data con decreto ministeriale. Queste ultime associazioni, inoltre, erano

sottoposte alla vigilanza dei prefetto ed alla tutela della giunta provinciale

amministrativa; invece quelle nazionali e regionale erano sotto la tutela

ministeriale. Inoltre, il riconoscimento poteva essere revocato, con decreto

reale, quando concorressero gravi motivi.

Uno degli scopi essenziali che il disegno di legge sulla disciplina giuridica

dei rapporti di lavoro. Vennero proibite le serrate e gli scioperi. Presso ogni

corte d'appello dei regno vi era una sezione speciale, composta da tre

magistrati e da due esperti nei problemi della produzione e dei lavoro.

Intervenendo nella seduta dell' 11 dicembre, in sede di discussioni degli

articoli dei disegno di legge, egli propose di emendare I' Art.13 nel senso

da estendere anche al settore industriale l'obbligatorietà dei ricorso alla

magistratura dei lavoro per la formazione di nuovi patti, emendamento

subito approvato. La preoccupazione che la magistratura dei lavoro si

sarebbe trovata in grave difficoltà quando fosse stata chiamata a creare

nuove norme contrattuali per risolvere i conflitti tra capitale e lavoro. Ma a

distanza di dieci anni dalla creazioni le controversie collettive portate

davanti alla magistratura dei lavoro ammontavano a solo 41.

Con decreto dei 2 luglio 1926,n. 1131, tutte le funzioni di organizzazione,

coordinamento e controllo affidate al governo furono attribuite ad un nuovo

organo dell'amministrazione centrale, il ministero delle Corporazioni, e

localmente ai prefetti, sotto la direzione di quest'ultima. La sua funzione

entrò in vigore nel 1930.

Natura e funzioni diverse ebbero i comitati intersindacali provinciali, che

nacquero spontaneamente come emanazione diretta dei partito e tali

rimasero anche successivamente. Furono presieduti da segretari federali

dei partito e composti da rappresentanti delle organizzazioni sindacali

fasciste di industriali,commerciali, agricoltori. La funzione era quella di

spianare la via della stipulazione dei contratti collettivi e la determinazione

dei ribassi salariali conformemente al valore della lira. AI centro, fu istituito il

comitato intersindacale centrale, con compiti analoghi su scala nazionale,

alla cui riunioni si tenevano sotto la presidenza di Mussolini.

Nacque in questo periodo la Carta dei lavoro, su proposta dei Bottai, ed

approvata dei Gran Consiglio dei 7 gennaio 1927.

Secondo il segretario dei partito Turati: "La Carta dei Lavoro è la più netta,

cruda,espressione della nostra Rivoluzione e non si può vivere

nell'atmosfera creata dalla Carta se non essendo in pieno, completamente

fascisti". Respinto il concetto di minimo salariale,fu invece accolto,

malgrado l'opposizione dei datori di lavoro, quello dell'obbligatorietà dei

ricorso agli uffici di collocamento statali per l'assunzione dei lavoratori, con

"facoltà di scelte nell'ambito degli iscritti negli elenchi con preferenza a

coloro che appartengono al Partito e ai Sindacati fascisti".

La collaborazione tra datori di lavoro e lavoratori, e tra le rispettive

organizzazioni sindacali,proprio negli anni successivi raggiunsero punte di

rilevante tensione.

Nel 1928 venne attuato il cosiddetto sbloccamento della Confederazione

nazionale dei sindacati fascisti e cioè il suo scioglimento in un'unica

organizzazione sindacale dei lavoratori esistente a livello nazionale in sei

associazioni:

• Confederazione Nazionale Sindacale Fascisti dell'Industria

• Confederazione Nazionale Sindacale Fascisti dell'Agricoltura

• Confederazione Nazionale Sindacale Fascisti dei Commercio

• Confederazione Nazionale Sindacale Fascisti dei Trasporti e

Navigazione

• Confederazione Nazionale Sindacale Fascisti dei Bancari

• Confederazione Nazionale Sindacale Fascisti della gente dei mare

e dell'aria.

Ora i rappresentanti dei lavoratori non facevano più capo, a livello

nazionale, ad un'unica organizzazione centrale ma dovevano presentarsi

come portavoce dei lavoratori.

In questo periodo ci fu anche una riforma parlamentare e linee direttrici

furono tracciate dal Gran Consiglio nel novembre dei 1927. La riforma era

tesa a fascistizzare la Camera dei Deputati. Le confederazioni nazionali di

sindacati, gli enti legalmente riconosciuti potevano solo proporre al Gran

Consiglio i candidati. La facoltà di proporre i candidati venne riconosciuta

tramite regio decreto. Le organizzazioni sindacali potevano proporre un

numero di 800 candidati memtre gli enti e le associazioni di 200.

II disegno di legge sulla riforma della rappresentanza politica fu presentato

dal capo dei governo alla Camera i) 14 marzo 1928, accompagnato da una

relazione dei guardasigilli Rocco. II numero dei deputati era ridotto da 560

a 400 e tutto il regno costituito in collegio unico nazionale.

II Gran Consiglio formava la lista dei deputati scegliendo:

• Elettori che siano maggiori degli anni 21

" che siano minori degli anni 21, ma maggiori di 18, ammogliati con

prole

oltre ai contribuenti sindacali erano ammessi al voto coloro che pagassero

almeno 100 lire annue di imposte allo Stato. II voto si esprimeva con un "sì"

o con un "no" alla domanda formula nella scheda elettorale: "Approvate voi

la lista dei deputati designati dal Gran Consiglio Nazionale dei Fascismo?".

La nuova legge fu promulgata i117 maggio dei 1928. Con R.D. dei 21

gennaio dei 1929, n. 18, le elezioni furono fissate per il 24 marzo. II Gran

Consiglio formò la lista di 400 deputati dove, 197 avevano appartenuto alla

Camera precedente, 125 erano in rappresentanza dei datori di lavoro, e 89

in rappresentanza dei lavoratori.

Fu nella riunione dei Gran Consiglio dei 18 settembre 1928 che il

g u a rd a si g i l l i R o cco p re se n tò i l d i se g n o d i l e g g e p e r l a

costituzionalizzazione dei medesimo organo, divenuto poi legge il 9

dicembre 1928,n. 2693. Stabilita innanzi tutto la stretta dipendenza dei

Gran Consiglio dal capo dei governo, al quale solo spettava convocarlo

quando lo ritenesse necessario e fissarne ('ordine dei giorno, la

composizione di esso fu articolata in tre categorie di membri:

- di diritto e a tempo illimitato;

coloro che avessero fatto parte dei Governo per almeno tre anni;

ed i segretari de) PNF.

II Gran Consiglio era chiamato a deliberare :

- sulla lista dei deputati designati dalle confederazioni sindacali e

dalle altre associazioni; - sugli statuti, gli ordinamenti dei partito;

- sulla nomina e la revoca dei segretario e di tutti i membri che

componevano il PNF;

- su tutte le questioni aventi carattere costituzionale.

L'inserimento dei partito nell'ordinamento dello Stato era completato dalla

disposizione in base alla quale il segretario dei PNF poteva essere

chiamato a partecipare alle sedute dei Consiglio dei Ministri. Con la

costituzionalizzazione dei Gran Consiglio e la sua trasformazione in vero e

proprio organo dello Stato, venne data sanzione giuridica al superamento

dei dualismo tra Partito e Governo.

Fin dall'inizio dei 1927, all'indomani delle "leggi fascistissime" il partito e (e

sue gerarchie rappresentarono uno strumento consapevole della volontà

dello Stato.

CAPITOLO 4

Il regime

La legge sulla riforma della rappresentanza politica e quella sulla

costituzionalizzazione del Gran Consiglio avevano segnato, sul piano giuridico-

istituzionale il decisivo avvio verso il regime. Il nuovo corso trovò, a poco più di

un anno di distanza, la su definitiva conferma con la legge 14 dicembre 1929,

n. 2099, modificante sia la struttura del Gran Consiglio, sia l’ordinamento del

partito.

Con tale legge la categoria del Gran Consiglio per un tempo illimitato fu ridotta

ai soli quadrunviri. I membri a cagione delle loro funzioni e per tutta la durata di

queste divennero soltanto diciannove. Restò immutata la facoltà per il capo del

governo di nominare membri del Gran Consiglio, per un triennio, coloro che

avessero bene meritato della nazione e della causa della rivoluzione fascista.

Venne stabilito che il segretario del PNF dovesse essere nominato con decreto

reale, su proposta del capo del governo; che potesse venir chiamato a

partecipare alle sedute del Consiglio dei ministri.

Infine la legge stabilì che lo statuto del PNF dovesse venir approvato con

decreto reale, su proposta del capo del Governo, sentiti il Gran Consiglio e il

Consiglio dei ministri. Caratteristica essenziale del nuovo ordinamento, fu

l’evidente messa in ombra del Gran Consiglio; quest’ultimo ormai non

possedeva più nessuna competenza di carattere deliberativo, veniva chiamato

solo a dare pareri e proporre dei nomi.

Dal punto di vista della sua volontà di potere, Mussolini aveva buoni motivi per

lasciare nel vago la questione della sua successione. Designare un successore

sarebbe equivalso a dare ad uno o più gerarchi la possibilità di agire in

maniera sufficientemente autonoma, di raccogliere intorno a se un partito nel

partito, forse addirittura di dettare al duce stesso certe condizioni. D’altra parte,

è certo che rifiutandosi di stabilire il meccanismo per la propria successione,

Mussolini indebolì gravemente il regime, in quanto accentuò in questa maniera

la sfiducia nell’opinione pubblica in genere, ma anche in pochi dirigenti del

partito; sfiducia che portava numerosi uomini del regime ad annacquare la loro

fede fascista e ad accostarsi alla monarchia.

Il progressivo inserimento del partito nello stato fra il 1926 ed il 1929 era stato

in notevole misura dovuto all’impulso del suo segretario, Augusto Turati, sotto

la guida del quale era andata sempre più dilatando la sfera delle sue iniziative

ed attribuzioni, nel campo assistenziale, sportivo, scolastico, sindacale.

Nel settembre 1930, Turati fu sostituito con il presidente della camera, Giovanni

Giurati. Mussolini conferì al nuovo segretario il preciso mandato di procedere

ad una rigorosa epurazione nelle file del partito, al fine di liberarlo dai rami

secchi, che sempre più ne rallentavano la marcia e farne nuovamente un

organismo di combattimento agile e vigoroso. Alle parole, Giurati fece seguire i

fatti e lo sfoltimento dei ranghi incominciò, suscitando subito allarmi e proteste.

Lo zelo purificatore del segretario parve eccessivo anche a parecchi che

condividevano con lui la convinzione della necessità di un’opera di

risanamento morale e di rivitalizzazione politica del PNF.

Nel corso dell’anno seguente le varie associazioni fasciste della scuola furono

unificate in un’unica associazione, poste alle dirette dipendenze del segretario

del partito, e suddivisa in cinque sezioni, rette ciascuna da un fiduciario;

l’organizzazione professionale dei docenti di ogni ordine e grado divenne così

una branca del PNF.

L’adesione unanime al regime di coloro che rappresentavano il mondo ufficiale

degli studi e della scienza in Italia, rappresentò un grande successo di prestigio

per il fascismo.

Nell’autunno 1930 era stata ulteriormente allargata la sfera d’azione del partito

sui giovani mediante la costituzione dei fasci giovanili id combattimento, che

avrebbero dovuto inquadrare i giovani tra i 18 e i 21 anni provenienti dalla

avanguardie dell’ONB, nonché quelli della stessa età che ne facessero

spontanea domanda. I fasci giovanili che venivano ad affiancarsi ai gruppi

universitari fascisti erano messi alla diretta dipendenza del partito, a differenza

delle organizzazioni giovanili facenti capo all’ONB, che per diversi aspetti

dipendevano dal ministero dell’Educazione nazionale. La loro funzione era

quella di costituire il vivaio fecondo per i ranghi ed i quadri del Partito

Nazionale Fascista e della Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale.

Ma fu durante la cosiddetta era Storace che il processo di devitalizzazione

politica del partito raggiunse il suo culmine e che il mussolinismo di consolidò,

per contro, in forme quasi liturgiche, alle quali andò progressivamente

riducendosi la vita pubblica nazionale.

In base alle nuove disposizioni, il consiglio nazionale delle corporazioni, in tutti

i suoi organi, era posto sotto la presidenza del capo del governo, che lo

convocava secondo necessità; tale presidenza poteva essere delegata al

ministro per le Corporazioni. Era suddiviso in sette sezioni, corrispondenti alle

principali branche produttive.

Di questa facevano parte, oltre naturalmente al ministro per le corporazioni,

anche i ministri dell’Interno, dell’Agricoltura, della Giustizia, delle Finanze, dei

Lavori pubblici e delle Comunicazioni; il segretario e i vicesegretari del PNF; i

sottosegretari di Stato per le Corporazioni.

L e a ttri b u zi o n i d e l co n si g l i o n a zi o n a l e d e l l e co rp o ra zi o n i e ra n o

prevalentemente consultive, nel campo sindacale e corporativo. Esso aveva

anche, però, funzioni normative in materia di coordinamento dell’attività

assistenziale esercitata dalle associazioni sindacali legalmente riconosciute; di

coordinamento delle varie discipline dei rapporti di lavoro; di disciplina dei

rapporti economici collettivi fra le varie categorie della produzione

rappresentate da associazioni sindacali legalmente riconosciute. Nei primi due

casi, l’esercizio di tali funzioni era conferito al consiglio, volta per volta, dal capo

del governo stesso, su proposta del ministro per le Corporazioni; nel terzo,

invece, era conferito dalle associazioni interessate di comune accordo e previa

sempre l’autorizzazione del capo del governo. In seno al consiglio venne

istituito un organismo più agile e meno pletorico, il comitato corporativo

centrale, che assorbì fra l’altro le funzioni e attribuzioni già di pertinenza del

comitato intersindacale centrale.

La seduta inaugurale del consiglio nazionale delle corporazioni ebbe luogo il

21 aprile 1930. In seguito, Turati inviò al capo del governo una lettera, nella

quale lamentò che in realtà ci si stava allontanando, anziché avvicinando,

all’effettiva attuazione del sistema corporativo, soffocando la vita sindacale

nella stretta di un “complesso troppo complesso di organismi che legittimano la

loro esistenza soprattutto complicando le cose”.

La necessità di assicurare al regime una magistratura fedele alle sue direttive

costituì una preoccupazione costante del fascismo ed in particolare degli organi

di governo più direttamente interessati. Una completa, assoluta subordinazione

del potere giudiziario alle esigenze politiche dello stato totalitario, del tipo per

esempio di quella realizzata nella Germani nazista, non si ebbe mai, mentre

bisogna pure riconoscere che le interferenza del potere esecutivo nell’esercizio

della funzione giudiziaria e le indebite pressioni di governo sulla magistratura

avevano in Italia una tradizione che risaliva alla stessa Destra postunitaria.

Il controllo ministeriale, non solo sull’attività d’ufficio dei magistrati, ma su tutta

la loro condotta pubblica e privata, fu rafforzato e reso più capillare, di pari

passo con l’accentuazione della struttura gerarchica dell’intero ordinamento


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Riassunto per l'esame di Storia contemporanea, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente "L'organizzazione dello stato totalitario" di Alberto Aquarone. Capitolo primo: I primi passi nel segno dell' incertezza; Capitolo secondo: La dittatura a viso aperto; Capitolo terzo: Verso lo stato corporativo; Capitolo quarto: Il regime; Capitolo quinto: Stato totalitario e dittatura personale.


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Corso di laurea: Corso di laurea in lettere
SSD:
Università: Bologna - Unibo
A.A.: 2008-2009

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher luca d. di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bologna - Unibo o del prof Gagliani Dianella.

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