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Riassunto esame Storia contemporanea, prof. Gagliani, libro consigliato L'organizzazione dello stato totalitario, Aquarone

Riassunto per l'esame di Storia contemporanea, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente "L'organizzazione dello stato totalitario" di Alberto Aquarone. Capitolo primo: I primi passi nel segno dell' incertezza; Capitolo secondo: La dittatura a viso aperto; Capitolo terzo: Verso lo stato corporativo; Capitolo quarto: Il regime;... Vedi di più

Esame di Storia contemporanea docente Prof. D. Gagliani

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ESTRATTO DOCUMENTO

Successivamente il 13 giugno Mussolini in una circolare telegrafica ai

prefetti invocava maggiore fermezza nella repressione dei fenomeni di il

legalismo, e sottolineava che "solo il solo rappresentante dei Governo

nella Provincia è il prefetto e nessun altro infuori di lui", aggiungendo che i

fiduciari provinciali fascisti, come le altre autorità dei partito, erano

subordinate al prefetto.

II Gran Consiglio tenne a precisare le linee programmatiche dàzione

approvate nella riunione dei 13 ottobre 1923:

Le funzioni dei rappresentanti del Governo, prefetti, e quelli dei rappresentanti

delPartito sono distinte e differenziate. 1/prefetto è solo responsabile verso il

Governo, e deve assolutamente agire con libertà nei limiti segnati dalle leggi Il

rappresentante del Partito deve, con lóusilio dei suoi

vari rami dell'amministrazione statale; fissare gli organi relativi a ciascun

servizio; costruire un ordinamento atto ad attenuare per l'avvenire il

riprodursi delle lamentate disparità.

N é deri vò un si stema burocrati co pi uttosto ri gi do e fortemente

gerarchizzato, con sfumatura di carattere militaresco, e che dal punto di

vista dell'efficienza amministrativa non si rivelò superiore a quello

precedente.

Se sul piano legislativo il fascismo, all'indomani della sua ascesa al

potere, procedette su binari della moderazione, senza impostare soluzioni

proprie e originarie, accontentandosi di condurre a compimento quanto

già iniziato dai governi precedenti e senza uscire da) campo della tecnica

amministrativa, sul piano dell'azione politica e del concreto esercizio del

potere dimostrò subito i) suo carattere di movimento sostanzialmente

eversore del regime liberale-parlamentare.

Le due principali istituzioni attraverso le quali Mussolini, mirò a

consolidare la posizione egemonica del potere fascista e a mettere a)

tempo stesso in chiaro l'esercizio di tale potere egli non si sarebbe

accontentato dei tradizionali strumenti di governo, furono il Gran Consiglio

e la milizia.

Fu la sera del 15 dicembre 1922 che Mussolini, senza essersi

preventivamente consultato con i suoi collaboratori più intimi, confluenti

capi del partito presenti nella capitale. In questa riunione fu deliberata

"una migliore utilizzazione delle organizzazioni militari fasciste, iniziando

la costituzione dei primi nuclei scelti sotto la diretta dipendenza del

Presidente del Consiglio".

L'istituzione delle milizie incontrò l'ostilità aperta di numerosi dirigenti

fascisti, i quali vedevano in essa una grave minaccia per la loro autonomia

ed il loro potere politico, che si fondava sul controllo diretto dello

squadrismo locale. Alle milizie oltre a partecipare le squadre d'azione del

partito fascista vi facevano parte anche ufficiali dell'esercito non iscritti ai

fasci; ma l'intenzione del Mussolini era di farne uno strumento personale

di dominio.

Molte furono le critiche alla milizia che era vista come i) pilastro di forme

autoritarie; allora Mussolini fu costretto a delle concessioni e a ripristinare

il suo carattere di istituzione dello Stato. Si giunse così al decreto-legge 4

agosto 1924, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 30 agosto, che dava

un nuovo ordinamento generale alla MVSN. Questa dichiarava parte

integrante delle forze armate dello Stato: i suoi componenti erano tenuti a

prestare giuramento di fedeltà al re ed erano assoggettati "alle

Stesse disposizioni disciplinari e penali di quelli appartenenti al regio

esercito". Inoltre era stabilito che gli ufficiali della milizia dovessero essere

reclutati tra gli "ufficiali delle categorie in congedo dell'esercito, della

marina e dell'aeronautica, in seguito a loro domanda". II MVSN è un

organismo ibrido né di partito né interamente statale, e ciò compromette

ancor di più la monarchia con il fascismo.

La struttura organizzativo del partito rimase per parecchio tempo

fluttuante. Già l'istituzione del Gran Consiglio aveva sanzionato una

trasformazione profonda del sistema adottato con lo Statuto del 1921, in

quale aveva portato al sostanziale esautoramento, ad opera di un organo

la cui composizione e le cui funzioni restavano affidate a Mussolini. Nella

riunione del 13 gennaio 1923 i) Gran Consiglio deliberò senz'altro la

trasformazione della direzione in due segretari generali: uno politico e uno

amministrativo. Ai restanti membri furono affidati altri incarichi. Vennero

nominati dei commissari politici regionali "veri luogotenenti periferici per il

controllo delle province". Aveva inizio così quel processo di affiancamento

di organi di partito ai tradizionalisti organi di Stato che divenne una

costante del regime fascista e che Giovanni Amendola individuò: "Accanto

ad ogni organo statale viene collocato un organo fascista, che lo domina,

lo controlla e lo paralizza: il Gran Consiglio accanto al Consiglio dei

ministri, i Commissari politici accanto ai prefetti...".

Successivamente il 13 giugno Mussolini in una circolare telegrafica ai

prefetti invocava maggiore fermezza nella repressione dei fenomeni di il

legalismo, e sottolineava che "solo il solo rappresentante del Governo

nella Provincia è il prefetto e nessun altro infuori di lui", aggiungendo che i

fiduciari provinciali fascisti, come le altre autorità del partito, erano

subordinate al prefetto.

II Gran Consiglio tenne a precisare le linee programmatiche dàzione

approvate nella riunione del 13 ottobre 1923:

Le funzioni dei rappresentanti del óoverno, prefetti', e quelli dei rappresentanti

delPartito sono distinte e differenziate, I/prefetto è solo responsabile verso il

óoverno, e deve assolutamente agire con libertà nei limiti segnati dalle leggi. Il

rappresentante del Partito deve, con làusilio dei suoi

di preparare la lista dei candidati governativi, fascisti e fiancheggiatori; tale

lista sarebbe stata proposta a Mussolini, il quale spettava la decisione

finale, come avvenne.

La grave crisi politica seguita all'assassinio di Matteotti indusse poi il

governo a perfezionare uno dei principali strumenti dei regimi autoritari per

rendere inoperanti l'opposizione e garantirsi il placido monopolio del

potere: la limitazione, sino al soffocamento, della libertà di stampa.

Se i grandi quotidiani dei centri maggiori poterono, anche dopo la marcia su

Roma, conservare la loro indipendenza, (a stampa di provincia ed in

generale i quotidiani non poterono vantare una lunga e solida tradizione

rimasero abbandonati a se stessi. Mussolini fece approntare il 15 luglio

1923 un decretolegge che stabiliva un nuovo regime, eminentemente

restrittivo, per la stampa quotidiana e periodica. Le distruzioni dei giornale

non si poterono più contare.

Ripresosi dalla crisi dell'estate, anche agli errori ed alle indecisioni delle

forze di opposizione, il fascismo era ormai decisamente avviato verso

soluzioni di forza, che gli consentissero piena ed assoluto libertà d'azione

nell'esercizio del potere. II 20 dicembre 1924 Mussolini ritenne opportuno

dare mano ad un diversivo di natura parlamentare, presentando alla

Camera un disegno di legge diretto a modificare il sistema elettorale nel

senso di ristabilire il collegio uninominale.

II ventilato ritorno al collegio uninominale, rappresentava pure una

minaccia nei confronti dei due partiti di opposizione ancora meglio

organizzati, il socialista e il popolare, che dal nuovo sistema elettorale

avrebbero tutto da peredere.

CAPITOLO 2

LA DITTATURA A VISO APERTO

Con il discorso dei 3 gennaio 1925 Mussolini mise in mora le sconcertanti e

apatiche opposizioni e diede inizio alla fase recisamente dittatoriale dei suo

governo. L'instaurazione della dittatura sul paese doveva consacrare di pari

passo l'autorità personale ed assoluta dei duce sul partito. Con il 3 gennaio

non era tanto il fascismo che trionfava, quanto Mussolini; e Mussolini non

tanto come capo dei partito, quanto come capo di governo.

II pomeriggio stesso di quel giorno si metteva in movimento il nuovo regime

poliziesco. Prima preoccupazione di Federzoni, ministro dell'Interno, fu

quella di ammonire i prefetti sulla inderogabile necessità di di "riservare alle

autorità legittime azione energica e tempestiva per la repressione e

prevenzione non solo dei reati ma anche di ogni forma di attività che sia

incentivo o pretesto a turbamento dell'ordine ed evitare che in questa

azione intervengano altri elementi estranei".

Federzoni inoltre ordinò ai prefetti alcuni provvedimenti come quello di

chiudere tutti i circoli e ritrovi sospetti dei punto di vista politico;

scioglimento delle organizzazioni che tendevano a sovvertire i poteri dello

Stato; vigilanza sui comunisti e sovversivi in genere, tramite retate;

rastrellamenti di armi illegalmente detenute; ed infine rigorosissima

vigilanza su tutti gli esercizi pubblici.

I giornali d'opposizione si trovarono naturalmente bersaglio di numerosi

sequestri ordinati da prefetti e questori. Giornali come "II Mondo" vennero

sequestrati per oltre una settimana non venne messo in vendita, ma anche

giornali e periodici fascisti più sfrenati subirono numerosi sequestri.

La libertà d'espressione non venne ancora soffocata dei tutto, né sulla

stampa, né in sede parlamentare, dove l'opposizione costituzionale,

specialmente al Senato, sia quella comunista, alla Camera, lungo tutto il

1925 poterono in varie occasioni manifestare il proprio dissenso. Anche

dopo il 3 gennaio il fascismo continuò a procedere per gradi; ma perfino i

più ingenui fra gli ottimisti non potevano ormai farsi illusioni sulle sue

finalità ultime.

Se ne resero conto rassegnando le proprie dimissioni il 5 gennaio, i due

ministri liberali, Casati (Pubblica Istruzione) e Sarrocchi (Lavori pubblici),

che furono sostituiti rispettivamente da Fedele e Giuriati. Uscì pure dal

ministero il guardasigilli Oviglio, che sempre aveva rappresentato l'ala più

moderata e legalitaria dei fascismo; a lui succedette Rocco, già presidente

della Camera.

Una volta sbarazzate le opposizioni e ottenuta (a mano libera dal governo,

si poneva ora per il fascismo il problema di rompere definitivamente gli

indugi e dare inizio ad effettive, radicali riforme istituzionali; insomma

fascistizzare l'Italia.

II 1 maggio dei 1923 il Gran Consiglio aveva sanzionato la creazione di un

gruppo speciale di competenza per la riforma costituzionale e su decreto

dei Presidente del Consiglio nominò una commissione di 18 membri con

l'incarico di "studiare i problemi oggi presenti nei rapporti tra Stato e tutte le

forze che esso deve contenere e garantire", e di "presentare il risultato al

Governo dei Re, onde possano essere proposte le opportune riforme". A

capo di questa commissione fu chiamato Giovanni Gentile.

La commissione terminò i suoi lavori alla fine di giugno e dopo pochi giorni

Gentile presentò la sua relazione a Mussolini.

Quanto al problema sindacale e all'ordinamento corporativo, sui quali la

commissione presentò una relazione di maggioranza, e due proposte di

legge, fu accettato all'unanimità il principio di riconoscimento giuridico delle

organizzazioni professionali, ma non quello dell'unicità dei sindacato per

ogni categoria. L'intera commissione si dichiarò in favore di una riforma su

base corporativa della rappresentanza politica, ma non si trovò unanime sul

modo di attuazione di tale riforma. Vennero riconosciuti dalla Stato solo

quelli operanti nell'ambito della vita nazionale.

L' 8 ottobre 1925, il Gran Consiglio prese in effetti in esame le proposte

avanzate dai diciotto e decise di accoglierne le seguenti:

- la costituzione dei ministero della Presidenza dei Consiglio;

- l'istituzione dei segretari generali presso i singoli ministeri;

- la presentazione di un disegno di legge modificante l'Articolo 10 dello

Statuto, relativo alla presentazione di legge in Parlamento.

Per una singolare coincidenza , la prima riforma di rilievo che il fascismo

condusse in porto dopo essersi trasformato in dittatura fu destinata a morire:

infatti la riforma dei sistema elettorale era ormai decisamente superata.

La commissione della Camera propose il voto plurimo, cioè l'attribuzione di

uno o due voti agli elettori che fossero analfabeti o avessero ricoperto

determinati uffici, o che avessero raggiunto un minimo di cultura.

La proposta dei voto plurimo incontrò la decisa opposizione, alla Camera,

da parte di un nutrito numero di deputati fascisti con in prima linea i

sindacalisti. Di fronte a questa levata di scudi ed all'atteggiamento ambiguo

dei governo, il quale, per bocca di Federzoni, dichiarò di rimettersi alle

decisioni della Camera, "sola giudice competente e sovrana", la

commissione ritenne opportuno far marcia indietro e vennero ritirati gli

articoli dei progetto riguardanti il voto plurimo.

II disegno di legge sulla riforma elettorale fu naturalmente approvata senza

difficoltà, prima alla Camera e successivamente al Senato e divenne legge

il 15 febbraio 1925, n. 122. II nuovo sistema elettorale non ebbe comunque

occasione di essere sperimentato poiché secondo Mussolini queste non

erano imminenti nuove elezioni, come si affrettò il Gran Consiglio, subito

dopo il voto favorevole della Camera, senza che vi fossero entusiasmi

elettoralistici.

I) partito fascista della nuova situazione venutasi a creare era ormai

divenuto partito unico. A dirigerlo in questa nuova fase venne chiamato, su

consiglio di Mussolini e unanimemente accolta dal Gran Consiglio, Roberto

Farinacci, elemento più qualificato dell'estremismo fascista di provincia. Egli

doveva procedere all'allontanamento dei partito stesso da tutti gli elementi

infidi politicamente, incapaci amministrativamente, e fascistizzare lo Stato;

insomma doveva portare avanti ciò che Mussolini aveva enunciato nel suo

discorso.

Nel 1925 ci fu una politica di ridimensionamento dei Fnrinacci che obbligò a

non accogliere nuove iscrizioni al partito fino a nuovo ordine; in occasione

dei decennale dei Fascismo vennero riaperte le iscrizioni; ciò spinse il

partito da essere fortemente politicizzato a partito di massa.

Per quanto concerne il ministero degli interni il Federzoli venne liquidato da

Mussolini in quanto diede istruzioni ai prefetti di agire per stroncare

l'illegalismo fascista, durante una riunione dei Gran Consiglio, non senza

grande sorpresa.

Nell'ottobre dei 1925fu varato dal Gran Consiglio il nuovo statuto dei partito,

con il quale viene data sanzione definitiva alla nomina dall'alto di tutte le

gerarchie centrali e periferiche. I) popolo italiano, quando ormai le linee

essenziali dei nuovo statuto erano già conosciute , aveva ormai aderito

nella sua quasi totalità al fascismo.

Mentre il partito si andava riorganizzando dopo gli sbandamenti dei periodo

della crisi Matteotti, il governo, ad opera dei guardasigilli Rocco, prese

decisamente l'iniziativa nel campo legislativo al fine di attuare la

trasformazione in senso fascista dello Stato.

Uno dei primi oggetti delle cure governative fu il diritto di associazione. I) 12

gennaio 1925 Mussolini presentò alla Camera un disegno di legge sulla

disciplina di associazioni, enti ed istituti e sull'appartenenza e obbligava i

dirigenti di società e di enti a comunicare l'atto costitutivo, lo statuto e i soci

che appartenevano alle medesime.

In tutti i casi di omessa, falsa o incompiuta dichiarazione, i prefetti potevano

sciogliere le associazioni, mentre per i contravventori erano naturalmente

stabilite sanzioni penali pecuniarie e detentive. II provvedimento sembrava

rivolto contro la massoneria ma servì da strumento di soppressione nei

confronti di qualsiasi tipo di associazione.

La prima legge fascista di portata veramente costituzionale ad essere

promulgata fu quella sulle attribuzioni e prerogative dei capo dei governo. II

disegno di legge fu presentato alla Camera il 18 novembre 1925. Esso

determinava e definiva la posizione costituzionale dei presidente dei

Consiglio, facendone anche di nome capo dei governo, l'unico depositario

della fiducia della Corona, l'organo

primario attraverso il quale si doveva estrinsecare la sovranità dello Stato. II

capo dei governo non era più prhnus inter pares; riceveva la nomina e la

revoca dal re e con decreto reale poteva avere più ministeri. I ministri,

nominati e revocati anche loro dei re, su proposta dei capo dei governo,

erano responsabili sia verso il re che verso il capo dei governo. II capo dei

governo aveva la facoltà di rimettere ai voti una proposta di legge rigettata

dalle Camere. A coronamento di questa nuova configurazione politica e

giuridica data al Presidente dei Consiglio erano introdotte sanzioni penali

per chiunque attentasse con fatti o parole, a) capo dei governo.

Per più versi connessa con la legge sui poteri e le attribuzioni dei capo dei

governo,fu quella dei 31 gennaio 1926, n. 100, sulla facoltà dei potere

esecutivo di emanare norme giuridiche, legge che mirava a rafforzare il

governo nei confronti dei parlamento; la legge mirava alla diminuzione dei

decreti-legge, in quanto non avevano forza di legge.

La commissione Rocco elaborò una serie di proposte con cui si

precisavano le materie sulle quali i) Governo era autorizzato a provvedere

con decreto regio.

La conclusione di questa lunga e travagliata vicenda, abbastanza

significativa per quanto riguarda la prassi legislativa ed amministrativa

regnante nello Stato fascista, fu con la legge dei 4 settembre 1940, n. 1547,

dove si stabilì che le norme relative all'organizzazione e funzionamento

delle amministrazioni pubbliche potevano essere emanate con decreto

reale.

Attenzione ora merita la questione di Roma.

II primo passo fu compiuto con l'introduzione di uno speciale regime

amministrativo per Roma. La questione era ormai di antica data. Del

problema si era occupato il Gran Consiglio nel 1923 dove Preziosi, a capo

di un gruppo, aveva presentato un progetto di riordinamento amministrativo

a Roma. Nel 1925, con R.D.L. dei 28 ottobre, n. 1949, il comune di Roma

venne eretto un governato con a capo un governatore, assistito da due

vicegovernatori, nominati tutti con decreto reale; il governatore era altresì

coadiuvato, nello stabilire le direttive per ('organizzazione dei servizi, da 10

rettori, nominati dal Ministro dell'Interno, e da 80 consultatori, che

costituivano la Consulta di Roma. Ne) novembre dei 1926, a poco più di

anno dal suo insediamento, il primo governatore, Filippo Cremonesi,

presentò le dimissioni e Mussolini avvertì che i giornali non dovevano

pubblicare nulla circa la crisi di Roma. Con la legge dei 6 dicembre 1928,n.

2702, di ebbe una revisione dell'intero ordinamento dei governatorio di

Roma. Vennero aboliti i rettori, la Consulta fu ridotta da 80 membri a soli 12,

nominati con decreto reale su proposta dei ministro dell'Interno.

Con R.D.L. dei 3 settembre 1926, n. 1910, il sistema podestarile fu esteso a

tutti i comuni dei regno. Con circolare dei ministero dell'Interno ai prefetti

vennero impartite le norme che dovevano presiedere ali' istituzione delle

consulte municipali, i cui membri, dovevano essere scelti su terne designate

dalle associazioni sindacali comunali legalmente riconosciute, dal prefetto

nei comuni non superiori ai 100000 abitanti. II podestà durava in carica 5

anni ed aveva numerose funzioni, come quelle amministrative, quelle dei

sindaco, della giunta e dei Consiglio comunale; veniva nominato e revocato

con decreto reale ed era aiutato da almeno sei membri, che formavano la

consulta municipale.

La distribuzione delle autonomie locali e la completa subordinazione degli

enti autarchici al governo fu completata con (a riforma dell'amministrazione

provinciale, attuata con legge dei 27 dicembre 1928, n. 2962; sempre nel

1928 si ebbe pure la riforma della giunta provinciale amministrativa.

Ci furono altre misure dirette al controllo totalitario della vita pubblica come:

la legge dei 25 marzo 1926, n. 453, che disciplina sulla professione di

avvocato e procuratore; coloro che abbiano svolto pubblicità contro

l'interesse della nazione non poteva essere iscritto ai corrispettivi albi. Fu

istituito un consiglio superiore forense i cui membri erano per metà eletti da

consigli locali di avvocati e procutori e per metà nominati da decreto reale.

Di ancor più delicata e vitale importanza era il settore della stampa e della

professione giornalistica. E in questo campo il fascismo non esitò a

ricorrere alla forza prim' ancora che alla comprensione legislativa. Lungo

tutto il 1925 si protrasse una lunga campagna d'intimidazione, violenze,

sequestri e sospensione a danno della stampa di opposizione, che fu

ridotta a stare in silenzio. Si moltiplicarono le aggressioni squadriste contro

quelle edicole che si ostinavano a vendere quotidiani e periodici

d'opposizione. A Torino, "La Stampa", a seguito di decreto prefettizio, fu

costretta a cessare la

pubblicazione, per circa due mesi,mentre "La Rivoluzione liberale" di

Godetti veniva sequestrata ogni numero. L'attentato a Mussolini il 4

novembre, diede al governo l'occasione di chiudere contro (a stampa

dell'opposizione come I' "Avanti!", "L'Unità", "La Giustizia" e tanti altri.

Con decreto dei 7 aprile 1927, n. 651, si ebbe il riconoscimento dei

sindacato nazionale dei giornalisti, il cui direttorio era già stato insediato a

Roma. I non iscritti al sindacato fascista non potevano iscriversi all'Albo. AI

sindacato fascista non potevano iscriversi coloro che avevano svolto attività

in contraddizione con la nazione.

Mussolini dovette sfuggire a più di un'attentato; il primo fu quello di Zaniboni

il 4 novembre 1925, successivamente il 7 aprile 1926 da parte di

un'anziana inglese, Violet Gibson, ed infine da parte di un giovane

anarchico Lucetti. Dopo questi avvenimenti venne rafforzata la vigilanza e

si pensò al ripristino in Italia della pena di morte. Rocco raccolse l'iniziativa

e il 2 ottobre presentò al Consiglio dei ministri uno schema di disegno che

sanciva la pena di morte per coloro che attentavano alla persona de) re,

della regina e dei capo del governo, in sostanza contro la sicurezza dello

Stato. Ma Mussolini stesso mise la proposta un momento da parte. II 5

novembre si riunì il Consiglio dei ministri,dinanzi al quale Federzoni ribadì il

suo desiderio di essere sostituito; infatti i) ministero dell'Interno venne

affidato allo stesso Mussolini che adottò subito le proposte di Federzoni,

quali la revisione di tutti i passaporti per l'estero e severe sanzioni per il

reato di espatrio clandestino. Successivamente con il R.D. dei 6 novembre

1926, n. 1848 venne approvato il nuovo testo unico sulle leggi di pubblica

sicurezza. Tra le novità più rilevanti c'è la facoltà da parte dei prefetti di

sciogliere tutte (e associazioni che svolgessero attività contraria alla

nazione. Sia alla Camera sia al Senato si ebbero delle resistenze sulle

"leggi eccezionali transitorie" che il fascismo stava varando. Così Mussolini

sosteneva che tali provvedimenti erano una difesa verso i fascisti esagerati.

La legge per la difesa dello Stato, 25 novembre 1926, n. 2008, introduceva

la pena di morte per gli attentati contro il re, regina e capo dei governo; fu

allargata anche per reati quali (a ricostruzione di associazioni disciolte. La

legge avrebbe dovuto avere carattere temporaneo di cinque anni, però

buona parte delle sue norme furono poi trasfuse al nuovo codice penale,

entrato in vigore il 1 luglio 1931; ma logica stessa dello Stato di polizia

portò alla conservazione dei Tribunale speciale, composto da consoli della

milizia. Tale magistratura non fu assetata di sangue in quanto si pensi che

in 15 anni ci furono soltanto 9 condanne alla pena capitale.

Accanto al Tribunale speciale vi era, per tenere a bada gli oppositori meno

decisi e pericolosi ed i semplici mugugnatori, il comfino di polizia = poteva

bastare un nulla o anche una barzelletta per vedersi piombare addosso il

provvedimento di invio al confino. II compito della vigilanza quotidiana sugli

oppositori attivi e delle loro iniziative spettava alla polizia, ed in secondo

luogo alla milizia e all'arma dei carabinieri. A proposito della polizia, a

differenza degli altri regimi totalitari, come in Germania, questi non divenne

organo dei partito, infatti secondo Mussolini la polizia non poteva entrare a

far parte dei partito con il compito di controllare.

Nel 1927 ci fu l'istituzione dell'OVRA, un organo più snello e rapido della

polizia, destinato alla repressione delle attività antifasciste. La sua

denominazione non venne mai chiarita. L'OVRA si dimostrò uno degli

strumenti più ripugnanti dello Stato totalitario.

Alla fine dei 1926, il processo attraverso il quale il fascismo aveva assunto

(a fisionomia di regime poliziesco si era ormai concluso e lo stesso partito,

divenne definitivamente vittima di quell' atmosfera asfissiante dalla quale

doveva più liberarsi.

Ma se (o Stato di polizia era compiuto, ancora lontana dei compimento era

I'edificazione dello Stato totalitario in senso proprio.

C A P I TO L O 3

VER SO L O S TATO CO R P OR AT IV O

L'etto di nascita dei sindacalismo fascista può considerarsi il Congresso di

Bologna dei 1922, alla quale parteciparono organizzazioni sindacali sorte

per iniziativa o con l'appoggio dei fasci di combattimento. Tutti i sindacati le

cui attività si adeguavano al Partito Nazionale Fascista si costituivano in:

Corporazioni Nazionali facenti capo a Unione Federale Italiana delle

Corporazioni.

Nel 1922 a Milano si svolse un Congresso, a cui partecipò anche Mussolini,

nel corso dei quale fu confermata l'adesione dei movimento al fascismo: la

C o n fe d e ra zi o n e n a zi o n a l e d e l l e co rp o ra zi o n i si n d a ca l i d i ve n n e

Confederazione nazionale delle corporazioni fasciste ed i sindacati

aderenti assunsero anch'essi la qualifica di fascisti.

La politica sindacale fascista intendeva stabilire dei rapporti di buon

vicinato con gli imprenditori ed ottenere gradualmente da questi il

riconoscimento della rappresentanza esclusiva delle masse operaie. Verso

la fine dei 1923 a Palazzo Chigi fu stipulato un patto tra Confederazione

generale dell'industria e di quella delle corporazioni fascíste, in base a)

quale decidevano di intensificare la loro opera diretta ad organizzare

rispettivamente gli industriali ed i lavoratori con reciproca collaborazione.

Sempre durante questa riunione venne nominato un commissione

permanente di cinque membri, che servisse da organo di collegamento fra i

due direttivi dei due organismi, affinché ('azione sindacale si svolga

secondo le direttive dei Capo dei Governo.

Diversa fu la condotta degli agricoltori: nel febbraio dei 1924, infatti, la

Confederazione dell'agricoltura si fece assorbire, di propria iniziativa, dalla

fascista FISA (Federazione Italiana Sindacati Agricoltori), con un patto di

unificazione.

Nel 1925 venne siglato un patto a Palazzo Vidoni, dove la Confederazione

generale dell'industria decise di inserirsi ufficialmente nel fascismo. Subito

dopo, i dirigenti furono ricevuti dei duce a Palazzo Chigi, dove la

confederazione avrebbe assunto la denominazione di Confederazione

generale fascista dell'industria italiano, e ciò avrebbe permesso di avere un

rappresentante (Olivetti) nel Gran Consiglio. Ci fu quindi un monopolio

della rappresentanza sindacale da parte delle organizzazioni fasciste e ciò

limita gravemente la libertà d'azione.

Una volta stabilito il fatto dell'accordo fra confederazione dell'industria e

sindacati fascisti, il partito ed il governo passarono a dare sistemazione

legislativa ai rapporti di lavoro ed al funzionamento delle associazioni

professionali, secondo le direttrici di marcia fissate dal Gran Consiglio nella


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Riassunto per l'esame di Storia contemporanea, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente "L'organizzazione dello stato totalitario" di Alberto Aquarone. Capitolo primo: I primi passi nel segno dell' incertezza; Capitolo secondo: La dittatura a viso aperto; Capitolo terzo: Verso lo stato corporativo; Capitolo quarto: Il regime; Capitolo quinto: Stato totalitario e dittatura personale.


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Corso di laurea: Corso di laurea in lettere
SSD:
Università: Bologna - Unibo
A.A.: 2008-2009

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