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volessero. Pertanto il commercio interno era improbabile, e avrebbe dovuto attendere finché

l'agricoltura avesse raggiunto un grado sufficiente di sviluppo. Per Chailley esistevano dei periodi

economici (agricoltura-commercio-industria) di cui era possibile ridurre la durata, ma non turbarne

l'ordine di sviluppo.

Germania. La Germania aveva raggiunto l'unificazione attraverso successi militari, ma ciò non la

rese veramente unita. L'imperialismo tedesco fu originato da condizioni interne turbolente dello

stato e non da un processo di internazionalizzazione. I tedeschi erano consapevoli che senza colonie

i problemi demografici e di mercato sarebbero esplosi acquistando via via dimensioni più gravi. Fu

dal dibattito accademico dei “socialisti della cattedra” che emerse una precisa ideologia

imperialistica.

Schmoller. Fu il principale portavoce dei “socialista della cattedra” . Non approvava la politica

britannica del libero mercato, definendola socialmente pericolosa e non adatta a risolvere i problemi

reali derivanti da un industrialismo capitalistico competitivo che approfondiva le divisioni di classe.

Schmoller sosteneva che lo Stato doveva assumere un atteggiamento benevolmente autoritario

rispetto alla popolazione e risolvere le differenze nazionali anziché accettarle. Sebbene velato di

marxismo, il pensiero di Schmoller aveva fini ben differenti; egli voleva infatti allentare la tensione

interna indirizzandola verso canali esterni in modo proprio di evitare la lotta di classe.

Teorie e argomenti contro l'imperialismo economico. Espansione vista come

espressione di volontaria rapacità che non portò nessun beneficio. Visione naturalmente di pensiero

marxista che vedeva nell'imperialismo parte integrante del capitalismo e basata sullo sfruttamento.

Proprio per questo motivo i socialisti erano destinati ad essere i maggior accusatori

dell'imperialismo, ma in realtà la prima significativa opera sugli svantaggi economici della

colonizzazione fu di un liberale inglese.

J.A. Hobson. Scrisse “Imperialism a Study” il più importante saggio sulla ideologia imperialistica.

Hobson prese a cuore soprattutto la “questione sociale”. Sosteneva che se non vi fosse stata cattiva

distribuzione della ricchezza, le merci avrebbero trovato nel mercato interno uno sbocco

soddisfacente, ma soprattutto non ci sarebbero state persone con a disposizione un surplus di

capitale eccedente le loro capacità di consumo. Il risparmio e la produzione erano eccedenti rispetto

al consumo e agli investimenti interni e quindi erano necessari sbocchi all'esterno. Da qui si giunge

alla sua teoria più famosa, la teoria del complotto: egli, bisogna sottolineare, aveva vissuto

personalmente la guerra boera (inglesi in sud Africa contro i coloni olandesi-africani) ed era giunto

alla conclusione che, la guerra stessa era un complotto dei capitalisti della finanza per assumere il

controllo delle miniere d'oro del Rand. Hobson nel suo saggio si chiede: a chi, l'imperialismo

aggressivo apportava profitti e benefici?Non ai contribuenti, non a industriali e commercianti, non

ai cittadini che emigrando nelle colonie andavano incontro a disagi e pericoli; bensì, era fonte di

grandi guadagni per chi effettuava investimenti e, non riuscendo a trovare in patria il modo di

impiegare lucrosamente i suoi capitali, premeva affinché il governo lo aiutasse a compiere all'estero

investimenti lucrosi e sicuri. Nonostante le sue idee fossero vicine a quelle di Marx, egli sosteneva

che i finanzieri potevano essere sconfitti con una democrazia genuina, che non avrebbe tollerato

simili disparità nel possesso della ricchezza.

Numerosi studi affermano che l’imperialismo fu senz’altro una questione economica dove alcuni ci

guadagnarono ma anche dove molti non ci guadagnarono affatto. Nessuno dei secoli precedenti

aveva assistito ad una tale ricerca spasmodica di fonti di nuove ricchezze e commerci. Molte delle

nuove colonie erano zone tropicali di scarso valore economico per l’Europa. Per questo molti

capitalisti tra cui francesi , inglesi e tedeschi non erano disposti a investire capitali in queste

imprese. Una sola generalizzazione rimane valida: l'impero d'oltremare fu un'impresa compiuta a

vantaggio del commercio. CAPITOLO V

CIVILIZZARE: UN IMPERATIVO MORALE

Il dovere di civilizzare. L'atteggiamento europeo del diciannovesimo secolo si distingue per la

presunzione, la sicurezza e la fiducia di sé. La società è sovreccitata dall'arrivo di nuove macchine e

da nuove idee. Infatti mentre la mente razionale era impegnata a spiegare fenomeni come

l'elettricità o a entusiasmarsi per l'uso del gas nelle case, dunque, intenta a dominare la natura, allo

stesso modo, la mentalità europea era intenta a stabilizzare il proprio dominio sul mondo. I

missionari “sul campo”, religiosi o meno, avevano intenzione di portare i benefici della

civilizzazione alle popolazioni delle colonie arretrate. Questo fu un punto in comune con il primo

colonialismo, dove già romanzi come Robinson Crusoe avevano lasciato le proprie tracce nel

pensiero europeo, infatti, cominciano a nascere gli stereotipi basati su una ricca letteratura: il sagace

cinese “nobile selvaggio” o il nero Africano , prigioniero degli istinti.

Dopo Darwin. La tendenza a pensare in categorie rimase, ma fu elaborata una geometria della

razza in modo da distinguere un gruppo “umano” dall'altro (si misuravano gli angoli facciali, la

larghezza del cranio e la sua capacità). Furono definite diverse razze, alle quali furono assegnate dei

posti su una scala immaginaria, che comprendeva come canoni: attrattive fisiche, gusto personale e

raffinatezza intellettuale. Ma naturalmente il numeratore di bellezza fu assegnato alla razza

caucasica che deteneva una struttura geometrica più proporzionata, una vivacità mentale superiore,

moderazione e capacità di comando. La classificazione degli altri popoli andava da “primitivi” a

quelli culturalmente raffinati, ma socialmente arretrati. Alla razza asiatica erano attribuiti

delicatezza intelligenza e crudeltà; all’arabo sensualità raffinatezza e falsità; all’africano licenziosità

e superstizione ecc. Inoltre un altro criterio di classificazione fu la dimensione temporale: non aver

raggiunto un grado di civiltà accettabile in tre millenni di storia (mentre, secondo alcuni studiosi,

popoli come la Francia ci erano riusciti in soli tre secoli) equivaleva ad una condanna ad uno status

sociale inferiore. Insomma su quelle che divennero le basi per la futura antropologia, l’Europeo

poneva le spiegazione del suo dominio sulle altre razze.

Nel primo colonialismo il problema principale non era “la politica indigena”, l'unica

preoccupazione era votata al confronto tra i cittadini emigrati di recente e l'amministrazione

coloniale. Venire a patti per una coesistenza con gli indigeni non era nei piani, la prima

preoccupazione era uccidere o scacciare gli indigeni per sostituirli ai coloni. L'unica variante era

costituita dai missionari. Il loro dominio sulle anime procedeva parallelamente e a volte entrava in

conflitto con l'occupazione del paese e con l'espulsione della popolazione indigena. Basta pensare

per esempio che, tutti i convertiti dai missionari cattolici francesi, sotto Richelieu, erano poi

considerati “cittadini e genuinamente francesi”.

Nel secondo colonialismo le terre che si andavano a colonizzare erano già molto popolose (xes

l’India), dunque parecchi critici dicevano che gli Europei avevano paesi e popoli da controllare non

colonie da popolare. Nasce dunque la questione del come interagire con i popoli indigeni.

La schiavitù dei neri. Nel 1518 comincia la tratta degli schiavi lungo il triangolo Americhe-Africa-

Europa. Per giustificare questa impresa il nero veniva dipinto in letteratura,come un indocile figlio

della natura, un primitivo dominato da due passioni, il sesso e la violenza. Alcuni schiavisti da un

lato furono impietositi dalla condizione degli schiavi dall’altro giustificavano il loro operato con il

pensiero che lo schiavo sarebbe stato meglio nelle colonie che nel proprio paese d’origine ma

comunque interessati al loro profitto, dunque a mantenere decenti le condizioni fisiche del loro

carico umano. Mentre gli Europei in genere mostravano scarso interesse per la cultura e le usanze

degli Africani, quelli che invece se ne interessavano erano gli esploratori. I loro libri erano

abbondanti di osservazioni, per di più il pubblico a cui si rivolgevano era avido di avventure ma

spesso le condizioni fisiche deteriorate man mano durante i viaggi, non permettevano loro di

soddisfarli. Infatti molti commenti erano poggiati su generalizzazioni così quella letteratura fu di

scarsa qualità.

L'abolizione della tratta degli schiavi. Ma benché mancasse dunque una letteratura che

descrivesse abitudini e cultura dei popoli africani, fiorivano le descrizioni delle drammatiche

condizioni degli schiavi. Influenzato da questo tipo di letteratura cominciò a farsi largo nel

diciottesimo secolo il fenomeno dell’umanitarismo che voleva abolire la pratica degli schiavi che

violava il fondamentale diritto dell’essere umano: la libertà.

In Inghilterra, vi fu l'influenza in primis dei Quaccheri e in seguito a livello di riforme di una

Congrega di solidi evangelici conosciuta come la “Clapham Sect”. All'interno di questa congrega

Sharp e Clarkson e in seguito Wilberforce unirono le loro forze nella “Society for the abolition of

Slavery” grazie alla quale il traffico degli schiavi fu abolito nel 1807.

In Francia, la situazione fu molto più complicata. I tentativi furono meno incisivi, la stessa

“Société des Amis des Noirs” controparte di quella inglese, non registrò un appoggio popolare pari,

né seppe dar vita ad una campagna altrettanto efficace. Molti dei suoi membri, inoltre, essendo

girondini furono arrestati durante la rivolta giacobina. La schiavitù fu abolita nel 1794, ma

ristabilita da Napoleone nel 1804, che sottolineò come la causa antischiavista aveva così poco

attecchito in Francia. Solo dopo la caduta di Napoleone e per le insistenze del governo Inglese, la

Francia accettò di sostenere l'abolizione della schiavitù, come parte dei negoziati per la restituzione

delle colonie. Ma effettivamente solo nel 1818 il governo francese si decise a emanare un'ordinanza

che rendeva finalmente illegale il traffico di schiavi.

Abolizione della schiavitù. Dopo gli anni '20 la situazione cominciò a cambiare, l'opinione

pubblica di entrambi i paesi fu mobilitata per abolire l'istituto stesso della schiavitù. In particolare in

Francia con Hugo, Merimé e Mme de Stael si illustrò la crudeltà della condizione di schiavo. In

Inghilterra fu istituita dapprima la Anti-Slavery Society che cercò di influenzare le azioni

parlamentari e poi una filiale della suddetta l'Agency Committee, che concentrò i suoi sforzi per

influenzare l'opinione pubblica. Naturalmente il governo simpatizzò con gli abolizionisti, ma non i

governi delle colonie che vedevano uno svantaggio per i propri profitti. Comunque l'ondata

riformista del Great reform bill investì anche le colonie, nel 1833 fu approvata una legge per

l'emancipazione degli schiavi. L'emancipazione non sarebbe stata repentina ma bensì graduale, e

prevedeva un tirocinio che durava tanti anni a seconda delle mansioni svolte dagli

schiavi(agricoltori 11, domestici 6). Fu un periodo di gran confusione e di abusi, tanto più che il

traffico illegale di schiavi non si fermava e molti capirono che il problema risiedeva proprio

all'origine, in Africa.

Thomas Fowell Buxton. Erede politico di Willberforce nella lotta abolizionista, pubblicò “The

Remedy” dove affermava che il modo più efficace per distruggere il traffico degli schiavi sarebbe

stata l'istituzione di un commercio legittimo, sostituire la tratta degli schiavi, dunque, con un

commercio più lucrativo. Per esempio l'avvio di esportazioni di merci lungo i fiumi conosciuti e

sovvenzioni ai capi africani. Inoltre egli riponeva la sua fiducia nel potere sociale del cristianesimo

e respingeva l'idea di impero. Regnare su centinaia di miglia quadrate non aveva valore di fronte

alla possibilità di immettere nel mercato milioni di acquirenti e tanta manodopera, in modo da

incrementare produzione e consumo. Questa filosofia influenzò in particolare la Francia e i

possedimenti francesi nelle Indie occidentali. Nel 1848 l'istituto della schiavitù fu abolito, sotto la

Seconda Repubblica, mosso dagli ideali della rivoluzione francese. In Inghilterra si pensa che in

realtà sotto la spinta dalla rivoluzione industriale, l'abolizione della schiavitù sia stato frutto di un

semplice tornaconto: il mercato degli schiavi non era più redditizio. D'altronde nonostante

l'emancipazione acquisita, non cambiò molto per gli schiavi, la cui situazione, immutata da anni,

non poteva cambiare da un giorno all'altro.

La schiavitù e la nuova era coloniale. La situazione degli africani neri non cambiò molto,in

quanto nelle nuove colonie la manodopera africana svolgeva tutti i lavori, così si instaurò un

rapporto di tipo feudale, dove gli Europei facevano la parte dei signori e gli africani naturalmente i

servi. Ma questa situazione fu giustificata esaltando l'effetto civilizzatore di un lavoro regolarizzato

poiché l'ozio era “l'anticamera dell'inferno”.

India e Algeria. Come attivare lo sviluppo in questi paesi? La necessità di migliorare

l’amministrazione in questi paesi appariva evidente. Il dilemma era: imporre la cultura e la lingua

dei coloni agli indigeni o cercare un adeguamento?

Inghilterra - India. Pur non conoscendo personalmente l'arabo o il sanscrito, Macaulay si

promosse come portatore dell'idea che l'inglese sarebbe dovuta essere la lingua di istruzione in

India, in quanto la civiltà indù era per lui un miscuglio di storia assurda, metafisica, fisica assurda e

teologia assurda. Con la classica arroganza degli imperialisti, a chi si opponeva dicendo che gli indù

non avrebbero mai accettato la cooperazione, se non a patto di usare come mezzo d'istruzione le

loro lingue, egli rispose che non poteva permettere che “i discenti possano permettersi di

prescrivere ai docenti quale sia l'indirizzo da adottare.” M. inoltre sosteneva che i benefici

dell'inglese sarebbero stati donati solo ad una élite della popolazione indigena, in modo da formare

una classe, che avrebbe potuto fare da interprete tra di loro e i milioni di indigeni e che in un futuro

sarebbe stata la classe di maggior controllo sui destini del proprio paese. Nonostante i buoni

propositi, questa politica non si concretizzò mai. In particolare dopo la rivolta del Cipay, gli inglesi

non nutrirono più tanta fiducia nella loro capacità di forgiare le menti dei coloni.

Francia – Algeria. Urbain, sansimonista per educazione, era figlio di padre francese e madre della

Guiana, dunque sperimentò egli stesso i problemi provocati dal razzismo che cercò di risolvere in

Algeria. La svolta fu quando venne nominato consigliere di Napoleone III per gli affari arabi.

All'inizio egli respinse la tesi sansimonista dell'assimilazione sostenendo che la colonizzazione

avrebbe dovuto consistere in un contact à distance dal quale nel corso del tempo sarebbe sorto un

nuovo popolo, che pur conservando le sue radici avrebbe condiviso con i Francesi un sentimento

generale, da quale sarebbe nata un’Algeria francese. Per far ciò, la Francia doveva sostenere i costi

economici, la diffusione della cultura e l’industrializzazione, mentre gli algerini avrebbero dovuto

assumersi i doveri per quanto riguarda l’agricoltura. Urbain auspicava un' uguaglianza tra la gente

di fronte alla legge, nel momento in cui la società algerina avesse raggiunto la civilizzazione. Le

idee di U. , sebbene non popolari tra civili e militari, avevano ottenuto l'entusiasmo di Napoleone

ma tuttavia la resistenza coloniale fu molto forte e con la guerra franco-prussiana del 1870 si vide il

crollo del Secondo Impero e la fine delle sue tesi.

Fine dell'umanitarismo. Con le rivolte del Cipay (1857), della Giamaica (1865) e in Algeria

(1845-46), molti ideali vennero meno. In Francia vi fu il rifiuto totale delle tesi di Urbain.

L'umanitarismo fu sconfessato e la parola d'ordine negli affari coloniali divenne “governo forte non

compassione.”

Nuova concezione di comportamento nelle colonie. In seguito, nelle colonie si sviluppò il

concetto di “rispettabilità”: si doveva agire in modo corretto e conservare una condotta personale in

armonia col proprio status sociale. In questa società fortemente maschilista, l'individuo doveva

assumere atteggiamenti austeri, volti a conservare il “decoro”. Lo stesso “decoro” esigeva che gli

Europei si tenessero lontani dalla popolazione locale: gli incroci razziali, che in precedenza erano

stati incoraggiati, ora erano disapprovati. Adottare un comportamento indigeno era il colmo del

cattivo gusto. Questo distacco sociale fu acuito dal diffondersi del darwinismo sociale,per cui niente

avrebbe potuto esercitare un'azione civilizzatrice su questi popoli, in quanto risultato di una

disposizione mentale che solo secoli di evoluzione avvenire avrebbero potuto cambiare.

INTRODUZIONE

L’amministrazione imperiale non è sempre stata in grado di garantire un equilibrato potere locale e

questo sia a causa della lentezza delle comunicazioni del tempo (le notizie riguardo ciò che

accadeva nelle colonie arrivavano in madrepatria molto tardi, pertanto il governo interno non era in

grado di discutere e decidere quale linea seguire per poi riferirlo ai governi locali delle colonie che

finivano così per agire per proprio conto) sia perché gli alti funzionari ministeriali (quelli nominati

dai governi delle madrepatrie con l’incarico di gestire le colonie) non avevano una conoscenza di

prima mano dei loro possedimenti coloniali né conoscevano la lingua e la cultura delle popolazioni

che dovevano servire. Pertanto i loro atteggiamenti furono arroganti e paternalistici e non certo volti

alla cooperazione e al rispetti reciproco.

CAPITOLO SESTO

LE STRUTTURE E L’ORGANIZZAZIONE DELL’IMPERO

L’impero coloniale fu in realtà una variopinta collezione di territori, popoli e problemi

amministrativi. La costituzione di un’organizzazione amministrativa efficiente fu estremamente

lenta a causa sia della mancata capacità delle potenze europee di intuire che ormai la

decolonizzazione era vicina, sia dal marcato disinteresse delle madrepatrie nei confronti delle

colonie. Verso queste ultime infatti non furono incanalate grandi quote della ricchezza nazionale né

un gran numero dei talenti umani presenti nella nazione. L’impresa colonizzatrice fu condotta

all’insegna del risparmio.

Per tutto il XIX secolo lo Stato fu una sorta di “guardiano notturno” che lasciò agli amministratori

coloniali la piena libertà di agire disinteressandosi della gestione dei territori imperiali.

La differenza tra antico impero è nuovo impero sta nel fatto che l’antico impero fu principalmente

un impero di insediamento in cui i sistemi politici si tradussero come l’estensione delle istituzioni

della madrepatria alle nuove regioni abitate da connazionali emigrati. Accanto a queste regioni vi

erano poi le colonie miste, quelle cioè, in cui coloni e istituzioni europee avevano assoggettato o

distrutto le popolazioni indigene.

Il nuovo impero non apparteneva a nessuna di queste due categorie. Questo era un impero in cui si

assisteva alla giustapposizione di due civiltà differenti e complesse che interagivano tra loro. I

politici del XIX secolo paragonavano il loro impero all’impero dell’antica Roma vale a dire un

impero mandato avanti da una civiltà altamente sviluppata la cui espansione rappresentava

un’impresa eroica che assumeva addirittura un valore morale.

Alla fine del secolo, il problema più pressante dei governi europei fu quello di trovare un modo in

cui organizzare questi imperi affinché potessero eguagliare la coesione e la durata dell’Antico

Romano Impero. Il loro intento era quello di formare un grande Stato mondiale.

Amministrazione e amministratori.

Il problema di organizzare una buona amministrazione dei territori coloniali sorse nel momento in

cui questi stessi territori divennero così vasti da risultare di difficile gestione.

Pertanto furono costituiti in patria un ufficio per le colonie mentre nelle colonie lo Stato delegò la

propria autorità ad un governatore che ebbe funzioni tanto di comandante militare quanto di

supremo amministratore civile. Tuttavia queste disposizioni non portarono ad una vera e propria

politica modificata. La immane vastità dei territori coloniali e le difficili relazioni sociali tra le

popolazioni che le vivevano scatenarono una serie di problemi amministrativi che si trascinarono

fino al XX secolo inoltrato. Il problema derivava anche dal fatto che l’imperialismo era di per sé un

fatto aggressivo, tant’è vero che i territori venivano conquistati dall’esercito e dalla marina ed erano

inizialmente affidati ai loro ministeri prima di passare allo Stato.

Il mutamento più significativo in questo senso si ebbe con la creazione di ministeri separati per le

colonie la quale segnò una svolta dall’era della conquista militare (detta pacificazione) all’era del

dominio burocratico (detta pace coloniale).

Tuttavia non tutti i possedimenti entrarono a far parte di questa posizione amministrativa.

Nel sistema francese i protettorati della Tunisia e del Marocco furono posti sotto la giurisdizione

del ministero degli Esteri, mentre l’Algeria fu posta sotto la responsabilità del ministero degli

Interni.

Nel sistema inglese il “dependent empire” fu posto sotto la supervisione del Ministero delle

Colonie, l’India ricadde sotto la responsabilità di un Segretario di Stato separato e l’Egitto con i

territori anglo-sudanesi furono assegnati al ministero degli Esteri.

Per la gestione di questi territori furono nominati dei governatori i quali erano responsabili davanti

all’Ufficio Coloniale che, a sua volta, era responsabile davanti al Parlamento per mezzo di un

Segretario di Stato.

Ulteriori problemi furono creati dai militari i quali, essendo stati la potenza dominante ai tempi

della conquista coloniale, continuarono ad intromettersi nelle faccende amministrative per tutto il

periodo della pacificazione scatenando spesso contrasti tra corpo civile e corpo militare.

Particolari conseguenze di questa ingerenza dei militari si ebbero in Algeria dove il territorio fu

diviso in zone civili e zone militari. Queste ultime erano controllate dagli Uffici Arabi

un’istituzione formata da ufficiali che dovevano conoscere la lingua e la cultura della regione.

Nell’Africa portoghese, un piccolo gruppo di amministratori-soldati propose un rinnovamento

istituzionale e comprese che solo mediante un efficiente controllo civile sarebbe stato possibile

garantire il dominio portoghese. Pertanto le vecchie capitanerie militari furono rimpiazzate da

circoscrizioni civili rette da amministratori civili.

In Germania gli affari militari nelle colonie conservarono la loro autonomia guidate dal ministero

della Marina fino al 1896.

Raramente le questioni coloniali interessarono i parlamenti europei che spesso le lasciavano

interamente agli uffici coloniali mentre ancora più spesso la responsabilità politica del governo e

dell’ordine nell’impero veniva lasciata al settore esecutivo.

I primi sistemi coloniali ad essere ordinati sotto una crescente responsabilità legislativa furono

quello olandese e quello belga.

Infatti, dalla fine dell’era napoleonica il re d’Olanda governò direttamente le colonie mediante il

ministro da lui nominato in patria e il governatore da lui nominato nelle Indie orientali.

Per quanto riguarda invece il Belgio, qui il re Leopoldo II risultava proprietario di quel territorio

che alla conferenza di Berlino fu riconosciuto come Libero Stato del Congo e lo governò

personalmente come principe-mercante finché non fu costretto a cederlo al Belgio.

Nel nuovo ordine parlamentare costituito in Francia, Germania e Italia dopo il 1870, fu conservata

l’autorità dell’esecutivo sulle faccende coloniali.

Per quanto riguarda la Francia invece, qui il senatus consultum (un’istituzione destinata a regolare

la struttura costituzionale delle principali colonie francesi vale a dire Martinica, Guatemala e

Réunion) decretò che le altre colonie (consistenti in un piccolo nucleo sulla costa africana

occidentale) sarebbero state governate mediante decreti imperiali finché anch’esse non fossero state

fornite di un proprio senatus consultum. Ciò tuttavia non avvenne, dato che la legge del 1854

previde una legislazione speciale per le colonie eventualmente conquistate in futuro (quelle cioè che

sarebbero poi diventate la maggior parte dell’impero coloniale francese). Dato che il senatus

consultum non fu mai sostituito né abrogato, esso divenne di fatto uno statuto coloniale. Da quel

momento, dunque, le colonie avrebbero dovuto essere governate con una legislazione speciale,

diversamente, tutte le leggi in vigore nella Francia metropolitana sarebbero state effettive nelle

colonie soltanto se completate da in decreto ministeriale.

Per quanto riguarda infine Italia e Germania, qui l’ordinamento costituzionale interno era stato

completato prima dell’era coloniale e pertanto non conteneva provvedimenti relativi a possibili

espansioni. In Italia, dato che la legislazione parlamentare forniva mezzi giuridici per l’annessione

coloniale, il suo controllo fu bene accetto; ma come in Francia generalmente fu l’esecutivo a

risolvere tutte le questioni amministrative con decreti regi.

La situazione tedesca invece fu diversa. In Germania infatti, l’imperatore era di fatto anche

sovrano delle colonie e ne nominava i governatori che erano responsabili di fronte a lui mentre il

Reichstag controllava le finanze degli stati federati, le entrate delle colonie e votava i fondi da

destinare a queste ultime.

Altro problema della gestione coloniale fu la preparazione degli amministratori i quali spesse volte

si mostrarono poco competenti nello svolgere i loro ruoli.

Dopo la pubblicazione del rapporto Northcote-Trevelyan del 1854 furono apportato numerose

modifiche ai metodi di reclutamento di tali amministratori.

Nel 1864 gli olandesi introdussero un esame di ammissione per i loro candidati all’Est India Service

mentre in Francia fu istituita l’Ecole Coloniale atta alla preparazione di personale amministrativo

delle colonie. Tuttavia in ogni amministrazione coloniale nazionale, il reclutamento del personale fu

un processo difficile ed irregolare e non sempre gli amministratori si dimostrarono capaci anche

quando venivano da anni di formazione passati nelle scuole di reclutamento.

Modi di amministrazione coloniale.

Ad eccezione degli insediamenti di coloni bianchi nell’Impero britannico (i cosiddetti dominions

dotati di istituzioni di governo autonome) i grandi territori incorporati nel sistema politico europeo

furono governate non in modo politico o democratico ma in modo amministrativo e autocratico

quasi fino al termine dell’era coloniale.

Dopo le guerre napoleoniche la Gran Bretagna si ritrovò a dover fronteggiare un nuovo insieme di

territori e di problemi amministrativi. Il dominio britannico fu esteso temporaneamente su

popolazioni sulle quali il dominio era garantito dalla spada e non dal trapianto di istituzioni.

Pertanto la Gran Bretagna governava sulle regioni coloniali per mezzo di un governatore militare.

Questo era un tipo di controllo autocratico esercitato da un governatore nominato dalla Corona e

8 .

assistito da un consiglio coloniale anch’esso nominato

La politica britannica però dimostrò la tendenza sia all’amministrazione diretta che indiretta.

L’amministrazione indiretta fu la forma prevalente nelle antiche colonie francesi nei Caraibi e nel

Quebec dove le usanze e le istituzioni francesi riuscirono a conservarsi, regolando molti aspetti

della vita sociale e giuridica degli abitanti.

Al contrario l’amministrazione diretta prevalse nettamente nel periodo di controllo britannico delle

Indie orientali olandesi in particolare nell’isola di Giava.

Qui il governatore olandese Deandels aveva sostituito la forma di governo semi-feudale introdotta

dalla Compagnia delle Indie Orientali con unità amministrative denominate prefetture. Tali

prefetture erano affidate a dei prefetti che operavano come consiglieri dei reggenti giavanesi i quali

altro non erano che dei funzionari scelti dalla Compagnia perché trattassero i loro affari nella

provincia. Sotto Deandels la posizione dei reggenti fu modificata cosicché essi divennero

amministratori coloniali con il grado olandese di tenente colonnello.

Dopo che gli inglesi ebbero sconfitto le forze olandesi e napoleoniche nell’isola, l’amministrazione

passò all’inglese Sir Stamford Raffles il quale riprese la politica di Deandels apportandovi qualche

modifica. Infatti sotto Raffles, lo status dei reggenti fu ulteriormente ridotto ed essi divennero

direttamente responsabili davanti ai residenti europei.

Per di più, egli privò i reggenti dell’autorità che esercitavano in precedenza sui magistrati e per

l’esazione delle entrate. Questi cambiamenti diedero quindi vita ad un governo diretto e

centralizzato.

Altro tentativo di istituire un’amministrazione diretta fu quello fatto dalla Francia in Algeria che è

ricordato come il peggiore esempio di governo diretto.

8 Tale tipo di dominio fu istituito per la prima volta nel 1794, quando il comandante in capo delle Indie occidentali, Sir

Charles Grey, chiese al governo metropolitano che ai territori di recente strappati ai francesi fossero preposti

governatori civili. Questo tipo di governo fu la forma dominante di governo coloniale agli inizi del XIX secolo.

Dopo le esitazioni della Monarchia di Luglio, la Seconda Repubblica del 1848 incorporò l’Algeria

nello Stato francese suddividendola in tre dipartimenti amministrati da tre uffici coloniali i quali

erano a loro volta controllati da altri uffici del governo metropolitano.

Questo assetto ebbe vita breve e dopo una serie di esperimenti durante il Secondo Impero di

Napoleone III, la Terza Repubblica nel 1879 tornò all’assimilazione amministrativa mediante la

politica del rattachement vale a dire che tutte le funzioni amministrative in Algeria furono attribuite

ad uffici metropolitani adeguati. Quantunque poi questa condizione fosse modificata quando nel

1890 il governatore dell’Algeria fu dotato di maggiori poteri, la tendenza al governo diretto e alla

centralizzazione continuò a contrassegnare il colonialismo francese in Algeria fino alla fine

dell’impero.

A partire dal XIX secolo, data la rapida acquisizione di territori tropicali, l’enorme mole dei compiti

amministrativi e la scarsezza di amministratori che potessero accollarseli, le potenze coloniali

europee si videro costrette ad adottare per lo più la supervisione indiretta la quale, esercitando il

dominio mediante la manipolazione delle istituzioni indigene preesistenti, garantiva il dominio con

il minimo dei costi ed il massimo sostegno locale.

Ma l’amministrazione indiretta non era osannata solo per questa ragione. Un’altra ragione andava

vista nel fatto che, mediante questo metodo, gli inglesi erano riusciti in poche migliaia a dominare

un subcontinente (l’India) con una popolazione di molte centinaia di milioni e tutto questo

servendosi di consiglieri residenti per garantire che la politica locale fosse in armonia con gli

interessi britannici.

Questa strategia fu applicata anche all’Africa ma con una certa indecisione in quanto in quei

territori, la presenza degli inglesi e dei francesi era partita col proposito di essere temporanea.

Infatti come è noto gli inglesi dovevano restare in Egitto solo fino a quando questo non si fosse reso

responsabile e autonomo sul piano fiscale. Poi il fatto che gli inglesi fossero legati a questo paese da

interessi sia in campo finanziario che nel settore ferroviario li portò ad entrare sempre più nella

gestione della politica egiziana fino a che all’inizio degli anni novanta dell’Ottocento i Miisteri

della Giustizia e degli Interni egiziani furono posti sotto controllo inglese. Alla svolta del secolo gli

inglesi si ritrovarono a governare l’Egitto.

Non diverso fu il caso dei francesi i quali attaccarono la Tunisia per punire il governo di aver

permesso incursioni nella vicina Algeria. Tuttavia i successi militari trasformarono occupazione

militare in un dominio politico a lungo termine che assunse ben presto la forma di un protettorato.

Ciò significò che i francesi si assunsero la responsabilità degli affari esteri e militari, laciando che il

regime indigeno continuasse ad occuparsi della politica locale. Pertanto il residente generale

francese divenne ministro della Guerra e degli Esteri nonché presidente del Consiglio di Stato

esercitando un forte controllo sulle questioni interne e rappresentando il vero potere alle spalle del

trono.

Ma l’amministrazione indiretta, per quanto potesse apparire conveniente non era destinata a durare

a lungo. A causa delle esigenze di modernizzazione politica gli uffici tradizionali dovettero adattarsi

a nuovi usi; nuove attività richiesero nuovi servizi. Per questo motivo il governo britannico dovette

cedere il posto al governo burocratico.

Quando sul finire del secolo l’amministrazione assunse un andamento regolare, la struttura generale

dell’impero suscitò maggior considerazione.

Dal punto di vista della metropoli, il problema fu quello di organizzare l’impero circostante in

grandi unità che garantissero tanto l’efficienza quanto il profitto.

Tale tendenza a forme federative sia nell’impero inglese che in quello francese costituisce

l’evoluzione amministrativa più interessante degli ultimi decenni del XIX secolo.

Federazioni imperiali.

Lo sviluppo imperiali col passare del tempo sfociò nell’organizzazione federale delle varie colonie.

Questo tipo di organizzazione era già presente, con svariate sfumature, in molti tra i più importanti

Stati nel mondo. Si pensi ad esempio agli Stati Uniti d’America, alla Germania, alla duplice

Monarchia austroungarica o ancora alla federazione del Canada.

La federazione prometteva quell’autosufficienza regionale che avrebbe permesso all’impero di

difendersi dalle complicazioni internazionali del tempo e cioè la competizione economica e la

rivalità militare. Sotto entrambi gli aspetti (come unione doganale e come unione militare) un

impero federato era perciò molto allettante.

Come al solito i primi a fare questo tentativo furono gli inglesi e i francesi solo che, mentre gli

sforzi britannici furono volti alla realizzazione di un controllo legislativo locale, quelli dei francesi

furono indirizzati verso all’accentramento economico e amministrativo.

Il tentativo francese.

Sul finire degli anni novanta dell’Ottocento, le amministrazioni francesi dell’Indocina e dell’Africa

occidentale furono sottoposte a revisione, cosicché i possedimenti sparsi in entrambe queste regioni

furono posti sotto il controllo amministrativo unificato di un governatore generale.

Il tentativo più coraggioso e individualizzato della Francia di creare una federazione fu compiuto in

Indocina dal governatore generale Paul Doumer.

A quell’epoca l’Indocina comprendeva quattro paesi sui quali il controllo francese era esercitato in

modi e a livelli differenti. In Cocincina predominava l’assimilazione amministrativa, mentre

l’Annam, il Tonchino e la Cambogia erano una sorta di protettorato.

Doumer, nell’intento di stabilire un governo effettivo sui tre territori non assimilati, creò una forma

modificata di governo indiretto, assegnando un notevole potere esecutivo ai residenti francesi e

utilizzando i mandarini nelle province.

Le decisioni politiche in questo modo venivano prese dal solo governatore generale per poi essere

attuate dai vari residenti regionali.

Inutile dire che questo organismo rappresentava unicamente gli interessi francesi.

Nell’Africa occidentale francese, molte colonie furono riunite sul piano organizzativo in

un’amministrazione federale. Questo passo fu dovuto al tentativo del governo francese di introdurre

ordine nel caos causato in primo luogo dall’occupazione militare dell’entroterra e fu inoltre

accentuato dalla consapevolezza che la contiguità geografica delle colonie avrebbe potuto essere

sfruttata in senso economico soltanto se fosse stata regolata da una rete amministrativa unificata.

Ci vollero dieci anni prima che la federazione si formasse il tutto per tutto. All’inizio, al

governatore generale fu assegnata unicamente la funzione del controllo militare; ma ben presto la

sua autorità si estese anche su servizi fondamentali come la giustizia e i lavori pubblici.

Egli divenne l’agente principale della modernizzazione che, come in Indocina, vide come prima

cosa la realizzazione e costruzione di ferrovie e porti utili soprattutto per il trasporto di merci e

materie prime da una regione all’altra.

Il tentativo britannico.

Il processo di formazione della federazione imperiale nelle colonie di insediamento di bianchi

nell’impero britannico sfociò in un sistema politico del tutto differente.

Tale sistema politico si sviluppò in un arco di tempo che andò grossomodo dal famoso Rapporto

Durham del 1839 alla Conferenza di Westminster del 1931.

Durham era un funzionario del governo britannico che fu inviato nel Basso Canada come

governatore allo scopo di scoprire i motivi delle rivolte avvenute sia in questa regione che in quella

dell’Alto Canada. La sua conclusione fu che nel Basso Canada la rivolta fu provocata dal

malcontento generale del paese che non aveva un governo stabile mentre nell’Alto Canada alla

base della rivolta vi era la rivalità tra comunità francese (da sempre presente sul territorio) e

comunità inglese (di recente insediamento).

Per risolvere la questione del Basso Canada Durham decise di proporre un sorta di autogoverno nel

Basso Canada (in cui i ministri locali sarebbero stati responsabili di fronte alla Camera dei Comuni

elettiva) mentre per quanto riguarda la questione dell’Alto Canada, Durham pensò di perseguire

l’idea dell’unificazione del Canada stesso la quale, garantendo la superiorità numerica degli Inglesi,

avrebbe schiacciato le pretese francesi di indipendenza nazionale.

L’Act of Union del 1840 unì le due parti del Canada e fu il primo passo verso un sistema federale

che fu poi inaugurato giuridicamente con il British North American Act del 1867.

Il Canada fu un amalgama di territorio coloniali in precedenza amministrati separatamente anche se

ciascuno di essi era direttamente responsabile davanti alla Corona.

Il precedente canadese si ripeté nell’organizzazione federale dell’Australia del 1901 e nell’Unione

del Sud Africa del 1910 dopo la guerra boera.

L’inizio di una politica federativa con il British North American Act suggerì agli imperialisti inglesi

la possibilità più ampia di creare una federazione imperiale dell’impero britannico.

Nella sua prima formulazione esso fu inteso come un impero federato dotato di istituzioni

parlamentari, che avrebbe consentito una forte coesione politica delle sue svariate parti.

A tal proposito l’istituzione della Imperial Federal League fu la risposta più adatta alla realizzazione

del progetto. In realtà lo scopo di questo progetto non era altro che quello di riordinare l’impero

affinché esso potesse far fronte alla preoccupante crescita degli altri Stati europei e dei loro relativi

imperi (coesione politica = maggiore stabilità).

Tuttavia numerosi furono i problemi da risolvere nella preparazione e attuazione di tale progetto;

primo fra tutti la nazionalità dei parlamentari che avrebbero avuto il loro peso nella formazione e

nella guida dell’impero (nessun federalista sano di mente si sognerebbe di caldeggiare l’ammissione

di popolazioni indiane nel parlamento imperiale. Cit.). Tale problema si protrasse fino al XX secolo.

Le vivaci discussioni sulla federazione politica furono messe in sordina con la convocazione della

Conferenza coloniale del 1887, nella quale fu chiaramente indicato come i problemi più importanti

da affrontare fossero la difesa e le relazioni commerciali dell’impero. Da quel momento sicurezza e

prosperità furono le parole chiave. La nozione di difesa dell’impero ricevette un particolare

incentivo patriottico dalla presenza di truppe dei dominions durante la guerra boera e fu

ulteriormente rafforzato dal generoso sforzo dei dominions nella Prima Guerra Mondiale.

I progetti di federazione si ripresentarono numerosi durante l’ultimo decennio coloniale, quando

nuovi Stati in Africa, in Asia e nei Caraibi si sforzarono di giungere ad un amalgama politico per

realizzare la modernizzazione economica e l’efficienza amministrativa. Tuttavia questi tentativi

fallirono in quanto il nuovo ordine auspicato non riuscì a garantire una base fiscale e un sistema di

mercato sufficienti a fornire il capitale necessario per un mutamento economico e sociale.

Quanto al particolare tipo di governo coloniale entro le nuove strutture amministrative, l’effetto

principale del governo indiretto si ebbe nel processo di affrancamento politico il quale mirò a far sì

che il trasferimento dei poteri potesse realizzarsi in modo rapido e indolore. Di contro

l’amministrazione di tipo paternalistico imposta dal Belgio e l’assimilazione politica tentata dalla

Francia, sfociarono nella Guerra Civile del Congo del nel 1960-61 e della prolungata lotta in

Algeria tra il 1954 e il 1962.

In linea di massima come realtà politica fu conservata la struttura amministrativa generale.

Ma non bisogna dimenticare l’importanza che in questo processo hanno avuto le politiche locali

indigene le quali condizionarono questa struttura amministrativa e ne furono a loro volta

condizionate. Sul breve periodo, vale a dire nell’era imperialistica, fu proprio la politica indigena ad

avere il peso maggiore. CAPITOLO VII.

LA SITUAZIONE COLONIALE. LA POLITICA INDIGENA E LA PROTESTA

Psicologi e romanzieri hanno spesso descritto il momento dell'incontro tra Europei e “indigeni”,

quello che portò a diventare i primi i colonizzatori e i secondi i colonizzati. Entrambi sicuramente

non erano pronti a comprendere e apprezzare i valori e la cultura dell'altro, poiché avevano una

visione ristretta del mondo. Come sappiamo, gli Europei prevalsero e si imposero in modo

aggressivo, incisivo e disgregante. Antichi resoconti di viaggi ci mostrano gli atteggiamenti

altezzosi di un Colombo o di un Pizarro, che si rivolgono ad un piccolo gruppo di indigeni che

mostrano invece intimorita umiltà. Gli Europei allora, come per parecchi secoli seguenti, speravano

in un futuro in cui il mondo sarebbe stato trasformato secondo i dettami morali della loro religione o

dagli imperativi categorici della loro tecnologia.

La politica indigena. Come ben sappiamo “politica indigena” significò per molto tempo, per gli

europei, adempiere alla “missione civilizzatrice”, ma in realtà fu la subordinazione con ogni mezzo

delle popolazioni locali, agli obiettivi europei. Impiego e sfruttamento: i due imperativi dell'epoca.

Sebbene a volte gli europei tracciassero distinzione tra le colonie (colonie di insediamento,

commerciali o di piantagioni), lo stesso non facevano con le popolazioni indigene incontrate. Oltre

alle varianti di impiego delle colonie, altri fattori condizionavano il tipo di dominio coloniale: le

dimensioni territoriali e l'ampiezza della forma di governo preesistente; l'intensità della resistenza o

delle disponibilità ad adattarsi da parte della società “ospite”; il grado di complementarità (o non )

tra le culture entrate in contatto. In un primo momento, quando i colonizzatori si limitavano a vivere

sulle zone costiere, non vi fu una vera e propria politica indigena e i colonizzati furono ignorati o

inseriti in qualche ruolo amministrativo minore. In un secondo momento, le popolazioni indigene

furono cacciate e sterminate. Ma con la nuova politica di penetrazione nei territori furono avviate

nuove tattiche e tecniche amministrative che di fatto costituirono una “politica indigena” nella quale

si cercò la cooperazione attraverso forme di compromesso politico. In un primo momento, furono i

missionari l'elemento di fondamentale importanza per la formazione di questa nuova politica, con

organismi come “London Missionary Society”, in questo modo poterono operare come sostituti dei

legislatori. Poi i governi istituirono consigli consultivi formati da “membri ufficiali” reclutati tra gli

amministratori coloniali, e “membri non ufficiali” scelti tra i piccoli gruppi locali di interesse come

i commercianti. Ma verso la fine del secolo i membri non ufficiali cominciarono ad essere scelti

anche tra un piccolo numero di indigeni.

Francia- Senegal - Blaise Diagne. Un caso famoso fu quello francese, infatti nelle quattro antiche

comunità del Senegal il concetto di “repubblica una e indivisibile” veniva applicata anche alle

colonie e i residenti indigeni ottennero lo status di cittadini francesi. Questa cosa fu sfruttata in

particolare da Blaise Diagne, il primo africano nero a diventare membro della camera dei deputati in

Francia, egli infatti aveva spinto tutti gli elettori africani a formare un blocco compatto in suo

sostegno, utilizzando così il sistema parlamentare francese a vantaggio degli africani. Ma questa fu

un'eccezione. In realtà due furono gli approcci: o scacciarli e sterminarli; o quello di creare

un'amministrazione indiretta, coinvolgendo e influenzando le autorità indigene in modo da farle

cooperare: il governo indiretto. Oramai era necessario un certo tipo di amministrazione mista,

formata da europei e indigeni. Dapprima il metodo più congeniale fu il protettorato.

Il protettorato. Questo metodo, applicato per lo più su ampie aree dove già esisteva una vasta

amministrazione, prevedeva semplicemente che i capi indigeni accettassero, obbligati o meno, la

presenza coloniale. Di solito prevedeva che le decisioni del capo indigeno fossero prese sotto

“consiglio” di un protettore. Questo tipo di governo trovò la sua sede più adatta nell'Africa

tropicale, adottato da Francesi e Inglesi che riconobbero la necessità che gli indigeni appoggiassero

la loro attività amministrativa.

Francia. I francesi, a dispetto degli inglesi, furono giudicati accentratori, in quanto tutti i

possedimenti oltremare non fecero che replicare la politica amministrativa nazionale. La loro

politica derivava in larga misura dal carattere militare del colonialismo francese moderno, nel senso

che i militari francesi seppero inserirsi bene nella realtà coloniale. Infatti nella seconda metà del

secolo il triumvirato dominante era formato da tre ufficiali : Louis Faîsherbe, Joseph Gallieni e

Louis Hubert Lyautey. Faîsherbe nel Senegal, attuò quella che fu definita colonisation civilisation,

mostrando rispetto per la fede islamica e istituendo scuole dove allevare i figli dei capi indigeni in

modo da formare un élite amministrativa moderna. Lyautey fece esperienza del servizio prestato in

Indocina con Gallieni dove il controllo amministrativo era combinato con la tecnica militare e

essendo dei tre il filoso e il più letterato, ne scrisse un articolo intitolato “il ruolo dell'esercito

coloniale”. Questa organisation qui marche fondeva la responsabilità di conquistatore, con quella

di protettore. In un certo senso, l'esercito doveva essere in grado di deporre la spada e impugnare

l'aratro, di ricostruire ciò che avevano appena distrutto e cooperare con le popolazioni indigene che

avevano appena sottomesso. In Algeria, Tonchino e Madagascar le autorità locali era subordinate

agli obbiettivi francesi. Le autorità indigene furono ridotte a funzionari francesi di basso livello e a

volte alcuni capi furono preposti a unità territoriali, che non erano le loro per tradizione.

Inghilterra. A differenza dei francesi, la loro politica fu giudicata più pragmatica, in quanto

permisero che la politica si modificasse secondo le condizioni locali. In Nigeria settentrionale, il

governo indiretto inglese acquistò i suoi connotati con l'amministrazione del capitano Lugard. La

sua strategia si basava su una rispettosa collaborazione, anziché su una disgregante subordinazione.

Egli considerò l'autorità indigena , un 'unità amministrativa autonoma, responsabile per il sistema

giudiziario indigeno e mai apertamente disturbata dalla presenza britannica, che indiscretamente

manteneva la sua forza persuasiva. Egli, dunque, desiderava operare attraverso il sistema indigeno

senza sovrapporglisi. L'esempio di Lugard fu seguito da Italiani, Spagnoli e Tedeschi.

La regolazione del lavoro. Rendere i territori coloniali il più possibile autosufficienti e

incorporarli, come produttori agricoli, nel sistema economico mondiale regolato dall'Europa, furono

gli obiettivi di tutte le potenze coloniali. Lo sforzo di aumentare le colture per il mercato portò ad

una più massiccia e più diffusa coltivazione del cotone, che fu però coronata da assai scarso

successo, benché tutti ritenevano che il cotone, come nel Sud americano, sarebbe stato il re. I

profitti si incentrarono sulla raccolta delle materie prime: la raccolta della gomma o l'estrazione del

rame. Furono attività che un economico moderno chiamerebbe “ad alta intensità di lavoro” perciò il

ritmo di produzione fu determinato principalmente dalla capacità degli Europei di ingaggiare e

regolarizzare la forza-lavoro indigena. Tutto ciò generò il lavoro coatto (obbligato-forzato) e la

tassazione personale.

Culture system. L'economia olandese era stata gravemente danneggiata da due guerre, la prima, che

portò all'indipendenza del Belgio; la seconda intrapresa dal principe di Giacarta. L'allora

governatore di Giava, Van den Boch, si prefissò di rigenerare l'economia coloniale, garantendo un

surplus agricolo per l'esportazione, tanto abbondante da giovare sia alla colonia, che alla

madrepatria. Il tratto essenziale fu la sistemazione dell'uso del suolo: i contadini avrebbero tenuto

per sé un quinto della loro terra, mentre il resto doveva essere coltivato per il governo. Ma con

l'andare del tempo questo culture system diventò in un sistema di lavoro coatto dove lo Stato

possedeva un'enorme piantagione. Naturalmente ci furono molti vantaggi per l'Olanda, in minima

parte anche per le colonie, anche se i contadini vedevano scarse possibilità di utilizzare la propria

terra per fini che non fossero quelli voluti dallo Stato. L'Olanda si risollevò così dalla bancarotta e

per la prima volta la colonia divenne un elemento vitale per il benessere economico della

madrepatria. Il secolo comunque si concluse con una politica etica, in quanto la produzione

indigena fu avvantaggiata con migliore condizione creditizie per i Giavanesi.


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sidney81

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in mediazione linguistica e culturale (Facoltà di Lettere e Filosofia e di Lingue e Letterature Straniere)
SSD:
A.A.: 2010-2011

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher sidney81 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Napoli L'Orientale - Unior o del prof Gissi Alessandra.

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