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stata fissata solo in seguito. La Germania fu costretta ad abolire il servizio di leva, a rinunciare alla

marina da guerra, a ridurre la consistenza del proprio esercito, smilitarizzare la zona del Reno che

sarebbe stata presidiata per 15 anni da truppe inglesi, francesi e belghe. Erano condizioni umilianti

ma erano l’unico mezzo per impedire alla Germania di riprendere la posizione di grande potenza

che naturalmente le competeva. La nuova repubblica di Austria si trovò ridotta entro un territorio di

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appena 85000km abitato da sei milioni e mezzo di cittadini di lingua tedesca. Il trattato di pace

stabiliva che l’indipendenza austriaca sarebbe stata affidata alla tutela della costituenda Società

delle Nazioni. Un trattamento severo toccò all’Ungheria che perse non solo tutte le regioni slave fin

allora dipendenti da Budapest ma anche alcuni territori abitati in prevalenza da popolazioni

magiare. A trarre vantaggio dal crollo dell’impero asburgico, oltre che all’Italia, furono soprattutto i

popoli slavi. I polacchi della Galizia si unirono alla nuova Polonia. I boemi e gli slovacchi

confluirono nella Repubblica di Cecoslovacchia. Gli slavi del sud si unirono a Serbia e Montenegro

per dar vita alla Jugoslavia. Un problema particolarmente delicato per gli stati vincitori era quello

dei rapporti con la Russia rivoluzionaria. Le potenze occidentali imposero alla Germania

l’annullamento del trattato di Brest-Litovsk, non riconobbero la Repubblica socialista, anzi

cercarono di abbatterla aiutando i gruppi controrivoluzionari. Furono protette le nuove repubbliche

indipendenti come Finlandia, Lettonia, Estonia e Lituania. La nuova Russia si trovò così circondata

da una cintura di stati-cuscinetto: un vero e proprio cordone sanitario che aveva la funzione di

bloccare ogni eventuale spinta espansiva della Repubblica socialista, ogni possibile contagio

rivoluzionario. L’Europa contava ben otto nuovi stati sorti dalle rovine dei vecchi imperi. Ad essi si

sarebbe aggiunto nel 1921 lo stato libero d’Irlanda. Il problema a questo punto era garantire la

sopravvivenza del nuovo assetto territoriale, reso delicato dalla proliferazione degli stati

indipendenti e dalla scomparsa di alcuni fra i pilastri del vecchio equilibrio prebellico. Nelle

intenzioni di Wilson ad assicurare il rispetto dei trattati e la salvaguardia della pace avrebbe dovuto

provvedere la Società delle nazioni, la cui istituzione fu ufficialmente accettata, sotto la pressione

degli Stati Uniti, da tutti i partecipanti alla conferenza di Versailles. Il nuovo organismo

sovranazionale non aveva precedenti nella storia delle relazioni internazionali. Ma nasceva minato

in partenza da profonde contraddizioni, più grave di tutte l’esclusione iniziale dei paesi sconfitti e

della Russia: un’esclusione che ne comprometteva anche la capacità operativa, già problematica

per l’assenza di un’efficiente struttura decisionale e di un reale potere di dissuasione. Ma il colpo

più grave e inatteso la società della nazioni lo ricevette proprio dagli Stati Uniti. Interpretando gli

orientamenti dell’opinione pubblica americana, il Senato degli Stati Uniti respinse nel marzo 1920

l’adesione alla società delle nazioni. Wilson gravemente malato no si ripresentò alle elezioni che

videro la netta vittoria dei repubblicani. Cominciava per gli Stati Uniti una stagione di isolazionismo,

ossia di rifiuto delle responsabilità mondiali e di ritorno a una sfera di interessi continentale. Quanto

alla società delle nazioni, essa finì con l’essere egemonizzata da Gran Bretagna e Francia e non fu

in grado di prevenire nessuna della crisi internazionali che costellarono gli anni fra le due guerre.

La rivoluzione russa

Fra tutti gli sconvolgimenti politici e sociali provocati dalla prima guerra mondiale, la rivoluzione

russa fu il più violento ma anche il più imprevisto. Già prima dello scoppio del conflitto, erano in

molti a pensare che il regime assolutistico degli zar non potesse resistere a lungo e fosse destinato

ad essere sostituito da forme di governo più adeguate ai tempi. Pochissimi immaginavano che la

caduta della monarchia avrebbe dato luogo al più grande evento rivoluzionario mai verificatosi nel

mondo dopo la rivoluzione francese. Nel marzo 1917 il regime zarista fu abbattuto dalla rivolta

degli operai e dei soldati di Pietrogrado, la successione fu assunta da un governo provvisorio di

orientamento liberale, costituito per iniziativa dei membri della Duma e presieduto da un

aristocratico, il principe L’vov. Obiettivo chiaro era continuare la guerra al fianco dell’Intesa e

promuovere l’occidentalizzazione del paese sul piano delle strutture politiche e dello sviluppo

economico. Condividevano questa prospettiva i gruppi liberal-moderati, i menscevichi e i socialisti

rivoluzionari. Gli unici a rifiutare ogni partecipazione al potere furono i bolscevichi, convinti che solo

la classe operaia avrebbe potuto assumersi la guida della trasformazione del paese. Al potere

legale del governo si era subito affiancato e sovrapposto il potere di fatto sei soviet: soprattutto di

quello della capitale, che agiva come una specie di parlamento proletario, emanando ordini spesso

in contrasto con le disposizioni governative. Quello che la rivoluzione aveva ormai messo in moto

era un movimento di massa animato da un entusiasmo enorme e da visioni utopistiche di

emancipazione dell’umanità. Soviet locali di operai o di contadini spuntarono in tutta la Russia,

comitati di operai di fabbrica rivendicavano un’autorità esclusiva sulla loro sfera, i contadini si

impadronivano della terra e se la dividevano. Su tutto incombeva il desiderio di pace. Questa era la

situazione nell’aprile 1917 quando Lenin rientrò in Russia dalla Svizzera. Non appena giunto a

Pietrogrado Lenin diffuse un documento di 10 punti in cui rifiutava la diagnosi corrente sul carattere

borghese della fase rivoluzionaria in atto e poneva in termini immediati il problema della presa del

potere, rovesciando la teoria marxista ortodossa, secondo cui la rivoluzione proletaria sarebbe

scoppiata prima nei paesi sviluppati. Era la Russia, l’anello più debole della catena imperialista, a

offrire le condizioni per la messa in crisi del sistema. Il primo episodio di esplicita ribellione al

governo provvisorio si ebbe a Pietrogrado a metà luglio, quando soldati e operai armati scesero in

piazza per impedire la partenza per il fronte di alcuni reparti. I bolscevichi che all’inizio non

avevano approvato l’iniziativa, cercarono successivamente di assumerne il controllo. Ma

l’insurrezione fallì per l’intervento di truppe fedeli al governo. Alcuni leader bolscevichi furono

arrestati o come lo stesso Lenin costretti a fuggire. Per il governo provvisorio fu questo l’ultimo

successo. In agosto il principe L’vov si dimise e fu sostituito da Kerenskij. Il nuovo presidente del

consiglio era però screditato dal fallimento dell’offensiva contro gli austro-tedeschi da lui promossa

in luglio, e i suoi tentativi di portare avanti una politica personale gli avevano alienato sia le

simpatie del suo stesso partito sia l’appoggio dei moderati che ormai gli contrapponevano

apertamente il nuovo uomo forte della situazione, il comandante dell’esercito generale Kornilov.

Kornilov lanciò un ultimatum al governo chiedendo il passaggio dei poteri alle autorità militari.

Kerenskij reagì facendo appello alle forze socialiste, compresi i bolscevichi. Si distribuirono armi

alla popolazione e si incitarono alla rivolta le truppe di Kornilov. Il tentativo di colpo di stato militare

fu stroncato. Ad uscirne rafforzati furono i bolscevichi, principali protagonisti della mobilitazione

popolare che conquistarono la maggioranza dei soviet di Pietrogrado e di Mosca. Per Lenin i tempi

erano maturi per rilanciare la parola d’ordine tutto il potere ai soviet e per preparare l’insurrezione

contro il governo provvisorio.

La decisione di rovesciare il governo Kerenskij fu presa dai bolscevichi il 23 ottobre. Contrari

all’insurrezione erano Zinov’ev e Kamenev, favorevole era invece Trotzkij proveniente dalla sinistra

menscevica, eletto presidente dei soviet di Pietrogrado. Trotzkij fu l’ideatore e l’organizzatore

dell’insurrezione. Kerenskij cercò il riparo e ordinò l’allontanamento dei sovversivi: le truppe non

obbedirono. La mattina del 7 novembre soldati rivoluzionari e guardie rosse circondarono e

isolarono il Palazzo d’Inverno (residenza dello zar e sede provvisoria del governo) e se ne

impadronirono la sera stessa. Nel frattempo a Pietrogrado si teneva il Congresso panrusso dei

soviet, l’assemblea dei delegati dei soviet di tutte le province dell’ex impero russo. Il congresso

approvò due decreti proposti da Lenin:

- Il primo faceva appello a tutti i popoli dei paesi belligeranti per una pace giusta e

democratica senza annessioni e senza indennità

- Il secondo stabiliva in forma lapidaria che la grande proprietà terriera era abolita

immediatamente senza alcun indennizzo.

Il nuovo potere si voleva accaparrare l’appoggio dei contadini. Veniva costituito un nuovo governo

rivoluzionario con Lenin presidente e composto esclusivamente da bolscevichi: il governo si

chiamava Consiglio dei commissari del popolo. Questa presa di forza del governo creò scompiglio

nelle altre fazioni, che protestarono fortemente. La cosa strana è che non puntarono sulle

manifestazioni, ma preferirono puntare sulla convocazione dell’Assemblea costituente. I

bolscevichi persero le elezioni, la vittoria fu dei socialrivoluzionari. Eppure i bolscevichi non

avevano intenzione di rinunciare al governo e la costituente fu sciolta.

Difficile si presentava la gestione di questo potere, di amministrare un paese immenso, di

governare una società complessa e arretrata, di affrontare i problemi ereditati dal regime: il

problema più grande era la guerra. Convinto di poter ottenere in breve tempo l’appoggio delle

masse, il nuovo governo si proponeva di fondare un nuovo governo proletario sulla base della

Comune di Parigi. Le masse si sarebbero autogovernate, senza parlamenti o magistrature, eserciti

o burocrazia: tutto si basava sulla democrazia dei soviet. Per ciò che riguardava la guerra, i

bolscevichi puntavano alla sollevazione di tutte le masse europee, così da poter ottenere una pace

equa e senza annessioni: questa ipotesi non si realizzò. La pace con la Germania con il trattato di

Brest-Litovsk era per i bolscevichi una scelta priva di alternativa (3 marzo 1918). Lenin per questa

pace dovette placare i dissensi all’interno del suo partito, e accettare la separazione dall’unica

corrente che lo appoggiava, la corrente di sinistra: così i bolscevichi restavano isolati. Gravissime

furono le conseguenze a livello internazionale: l’Intesa vide il ritiro dalla guerra come un tradimento

e iniziò ad appoggiare le forze antibolsceviche che si erano create sotto la guida di ex ufficiali

zaristi. L’arrivo degli stranieri alimentò la rivoluzione in altre zone del paese. La prima minaccia

venne da est, dove Kolciack (ammiraglio zarista) entrò nella zona tra gli Urali e il Volga: i soviet

locali uccisero lo zar e la sua famiglia per timore della loro liberazione. Altri focolai si accendevano

in Russia, come la zona del Don e dell’Ucraina. Nel frattempo il regime rivoluzionario accentuava i

suoi tratti autoritari con la creazione della Ceka, del Tribunale rivoluzionario centrale (processare

chi andava contro il governo operaio e contadino). Nel giugno del ’18 tutti i partiti d’opposizione

furono messi fuori legge e fu reintrodotta la pena di morte. Fu riorganizzato l’esercito con l’Armata

rossa degli operai e dei contadini: guidata da Trockij che ne fece una potente macchina da guerra

fondata su una ferrea disciplina. Quest’esercito consentì alla Russia di sopravvivere ai suoi nemici.

I controrivoluzionari non riuscirono a guadagnarsi l’appoggio dei contadini, che anche se odiavano

i bolscevichi, li preferivano allo zar e ai proprietari terrieri. Proprio mentre il governo bolscevico si

stava stabilizzando, l’attacco giunse dalla Polonia: questa rivendicava i suoi possedimenti. Nel

marzo del 1921 si giunse alla pace della guerra russo-polacca: la Polonia riprendeva parte della

Bielorussia e dell’Ucraina. La guerra aveva fortificato gli animi, il regime sovietico diventava una

nuova patria socialista.

I bolscevichi erano riusciti a fondare il primo stato comunista in una nazione fondamentalmente

arretrata. Lenin volle costituire una nuova Internazionale, un’internazionale comunista che

coordinasse gli sforzi dei partiti rivoluzionari di tutto il mondo e rappresentasse una rottura

definitiva con la socialdemocrazia europea. La riunione per la Terza Internazionale si tenne nel

1919. Nel suo primo anno di vita l’Internazionale non fece niente di rilevante perché i suoi compiti e

la sua struttura furono stabiliti solo un anno dopo. Lo scopo dell’Internazionale era fare un’Europa

socialista, con la Russia come partito-madre, diffondere partiti sul modello di quello russo, i partiti

dovevano chiamarsi Partito comunista. I comunisti in Europa restarono inferiori rispetto ai socialisti,

il legame con la Russia divenne un fattore di debolezza.

Quando i comunisti presero il potere, l’economia russa era già al collasso. Il governo tentò di

attuare una politica economica più energica e autoritaria, denominata comunismo di guerra. Si

cercò di risolvere il problema della fame: squadre di operai e contadini poveri percorsero le

campagne requisendo il grano degli agricoltori più benestanti. Fu incoraggiata la formazione delle

fattorie collettive (kolckoz) e delle fattorie sovietiche (sovchoz) gestite dallo stato o dai soviet locali.

Anche l’industria fu statalizzata. Eppure questo piano si rivelò un fallimento: fame, disoccupazione,

allontanamento dalle città, commercio privato, illegalità, borsa nera. I contadini manifestavano

sempre di più la loro insofferenza, fino a dar vita a delle sommosse dell’inverno 1920-1921. Nella

primavera-estate del 1921, una carestia terribile colpì Russia e Ucraina, mietendo la popolazione:

fu un duro colpo per l’immagine del regime sovietico. Il dissenso iniziava a farsi sentire anche tra

gli operai, stanchi dell’autorevolezza dello stato e delle privazioni economiche. Nel marzo del 1921

al X congresso di Mosca, fu deciso di abbandonare il comunismo di guerra e fu avviata una

parziale liberalizzazione nella produzione e negli scambi. La NEP aveva l’obiettivo di stimolare la

produzione agricola e favorire l’afflusso dei generi alimentari nelle città. I contadini potevano ora

vendere le eccedenze. La liberalizzazione si estese anche all’industria, anche se lo stato

mantenne il controllo delle banche e dei maggiori gruppi industriali. Nelle campagne i nuovi spazi

concessi all’iniziativa privata fecero riemergere si la produttività, ma anche il ceto dei contadini

ricchi (Kulaki) che in breve giunsero a controllare il mercato agricolo. La classe operaia risultò

essere quella più colpita dalla NEP: crescevano i disoccupati, la vita non era facile, i salari erano

bassi.

Nel dicembre del 1922 i congressi dei soviet delle singole repubbliche decisero di dar vita

all’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche-URSS. Questa dava vita a una nuova

complessa struttura istituzionale, il cui potere supremo era affidato al congresso dei soviet, ma

tutto era gestito dal partito comunista. I comunisti russi miravano a ricostruire anche il popolo, la

società: una società adatta alla nuova Russia. Il loro sforzo si indirizzò verso due punti: educazione

e Chiesa. La lotta per la scristianizzazione del paese fu condotta con molta durezza e poté dirsi

riuscita nel suo intento. L’influenza della chiesa non fu eliminata del tutto ma notevolmente

ridimensionata. La battaglia contro la chiesa si estese anche ai problemi della famiglia e dei

rapporti fra i sessi: fu introdotto il matrimonio civile, si semplificarono le pratiche del divorzio, fu

legalizzato l’aborto, fu proclamata la parità dei sessi, liberalizzazione dei costumi. L’istruzione fu

resa obbligatoria fino ai 15 anni. Fu privilegiata l’istruzione tecnica perché più vicina al tema della

produzione, e i giovani dovevano essere istruiti su quella che era l’ideologia marxista.

Nell’aprile del 1922 Stalin fu nominato segretario generale del partito comunista dell’Urss. Lenin fu

colpito da una grave malattia che lo avrebbe portato alla morte nel gennaio 1924. Alla segreteria le

cose cambiarono radicalmente, i dissensi interni si fecero più aspri e si intrecciarono con una

sempre più scoperta lotta per la successione. Sfortunato della battaglia fu Trotzkij: il più autorevole

e popolare bolscevico dopo Lenin. Lo scontro fra Stalin e Trotzkij iniziò nell’autunno del ’23 e si

fece più aspro dopo la morte del leader. Il loro scontro non si basava solo sulla burocratizzazione:

secondo Trockij bisognava spendere energie nell’industrializzazione e nell’espansione della

rivoluzione. Contro questa tesi della rivoluzione permanente scese in campo Stalin. Stalin credeva

nella vittoria del socialismo in un solo paese e che l’URSS aveva le forze necessarie per far fronte

all’Europa capitalista. Il socialismo in un solo paese, andava contro ciò che i bolscevichi avevano

sempre affermato, ma si adattava alla situazione reale senza stimolare illusioni di rivoluzione

mondiale, offriva lo stimolo di un potente richiamo patriottico. Quando le potenze europee

appoggiarono questa tesi, finirono col rafforzare implicitamente Stalin: Trockij fu emarginato. Dopo

di ciò il gruppo dirigente subì un’altra spaccatura: questa volta lo scontro si basava sulla politica

economica. Zinov’ev e Kamenev si pronunciarono per interrompere la NEP per rilanciare

l’industrializzazione a spese dei contadini. La tesi opposta favorevole alla NEP, sostenitrice della

piccola impresa agricola, fu portata avanti da Bucharin. Così Trockij, Zinov’ev e Kamenev si

unirono cercando di formare un unico fronte. La lotta contro Stalin era persa in partenza: i leader

dell’opposizione furono allontanati e nel ’27 espulsi dal partito. Cominciava la fase di avviamento

verso una grande potenza industriale e militare.

L’eredità della guerra

La guerra era stata la più grande esperienza di massa e aveva agito come acceleratore dei

fenomeni sociali. Quando i combattenti tornarono dal fronte, si trovarono davanti una realtà

totalmente diversa da quella che avevano lasciato: le donne avevano preso il posto degli uomini

nelle fabbriche, ma anche nella struttura gerarchica della famiglia, la mentalità dei giovani era

cambiata. Le donne si rendevano più indipendenti dai mariti, e i figli dai padri. C’era minor rispetto

per le gerarchie consolidate. L’abbigliamento si fece più libero e disinvolto, i giovani cercavano

nuove occasioni di divertimento come cinema e musica americana: in sintesi, tutti cercavano un

ricompenso per le sofferenze subite. Il primo problema da risolvere era però il reinserimento dei

reduci. Nacque un nuovo tipo sociale, il reduce: con una nuova mentalità combattentista, fierezza,

attaccamento alla memoria dei morti, ostilità verso la politica e i partiti. I paesi promisero molto ai

reduci, ma una volta tornati a casa tali promesse non furono mantenute anche a causa dei costi

della guerra. Durante la guerra aveva funzionato il principio di organizzazione delle masse, se

aveva funzionato in guerra perché non utilizzarlo in campo sociale e politico? Per far valere le

proprie idee e rivendicazioni, sembrava necessario associarsi. Così si giunse alla massificazione

politica, partiti e sindacati videro levitare i loro iscritti, le manifestazioni pubbliche come i comizi

acquistarono più importanza perché lì il pubblico poteva partecipare.

La prima guerra mondiale era stata fondamentale per la trasformazione economica e sociale delle

donne. I cambiamenti più evidenti si videro nel mondo del lavoro: le donne presero il posto degli

arruolati. Tra le mura domestiche cambiò radicalmente il loro ruolo: da esecutrici delle mansioni

casalinghe a titolari delle decisioni del capofamiglia. Le giovani si facevano più indipendenti, più

autonome dalle gerarchie tradizionali, comportamenti più liberi. Questa emancipazione si

manifestò anche nel riconoscimento di alcuni diritti, come il diritto di voto in Inghilterra e Germania

e Stati Uniti. Ovviamente questa emancipazione femminile non era gradita ai conservatori: molti

uomini si sentivano minacciati, cos’ molte donne furono costrette ad abbandonare il posto di lavoro

e tornare a fare le casalinghe. Eppure il processo di emancipazione femminile tra le due guerre

non si fermò, aumentarono le donne singole così come le mogli che lavoravano.

Ad eccezione degli Stati Uniti, tutti gli altri stati uscirono dalla guerra in condizioni di gravissimo

dissesto economico. Per far fronte alle enormi spese belliche, i governi erano ricorsi all’aumento

delle tasse, avevano contratto debiti con i paesi amici e soprattutto con gli USA. Né debiti esterni o

interni né tasse riuscirono a risanare le economie, si ricorse quindi al ristampo delle monete,

mettendo in moto un grande processo inflazionistico. Fra il 195 e il 1918 i prezzi lievitarono: la

guerra aveva reso ricchi industriali e speculatori, ma l’inflazione distruggeva posizioni economiche

solide e erodeva i risparmi dei ceti medi. Oltre a questi problemi, bisognava affrontare il passaggio

da una economia di guerra a un’economia di pace. Si ebbe nel dopoguerra una ripresa di

nazionalismo economico e di protezionismo doganale, soprattutto da parte dei nuovi stati che

volevano sviluppare una propria industria. Grazie al sostegno dello stato, l’industria europea riuscì

a mantenere o incrementare i libelli produttivi degli anni di guerra. Però, per le industrie europee,

una vera stabilizzazione si ebbe a metà degli anni ’20.

Tra la fine del 1918 e l’estate del 1920, il movimento operaio europeo fu protagonista di una

grande avanzata politica, i partiti socialisti videro aumentare le iscrizioni, i lavoratori iniziarono con

le agitazioni: in tal modo gli operai riuscirono a difendere i livelli reali delle loro retribuzioni e

ottennero la riduzione delle ore di lavoro a 8. La grande ondata di lotte operaie del biennio rosso,

non si esaurì nelle rivendicazioni sindacali, si manifestavano aspirazioni più radicali che

investivano il problema del potere nella fabbrica e nello stato. La parola d’ordine era “Fare come in

Russia”: i consigli operai si formarono ovunque sull’esempio dei soviet russi, a rappresentanza del

proletariato e organi di governo della futura società socialista. In Germani, Austria e Ungheria ci

furono dei veri e propri tentativi rivoluzionari, stroncati sul nascere. Ciò che era stato possibile in

Russia, non lo era nel resto d’Europa: la borghesia e il capitalismo non erano stati debellati, ma

anzi avevano mutato la loro situazione in base a quella che era la loro realtà.

Lo stato tedesco si trovava in una situazione tipicamente rivoluzionaria. L’esercito si disgregò, il

governo era nelle mani del Consiglio dei commissari del popolo con a capo il socialdemocratico

Ebert e composto esclusivamente da socialisti: eppure il vero potere nelle città era nelle mani dei

consigli operai e dei consigli dei soldati. A Berlino, piena di disoccupati, le insurrezioni erano

all’ordine del giorno. Sembrava la Russia del 17, ma le differenze c’erano:

1. Gli eserciti vincitori erano schierati lungo il Reno e pronti a intervenire per bloccare ogni

intervento rivoluzionario

2. Mancava la mobilitazione delle masse rurali

3. La classe dirigente era più numerosa e meglio radicata nella società

4. Diversi erano i rapporti di forza all’interno del partito operaio.

I leader socialdemocratici erano contrari a una rivoluzione si stampo russo e favorevoli a una

democratizzazione del sistema politico entro il quadro delle istituzioni parlamentari. Questa linea

moderata, portava inevitabilmente allo scontro con le altre fazioni del movimento operaio: gli

indipendenti dell’USPD e i rivoluzionari della Lega di Spartaco. Gli spartachisti sapevano di essere

la minoranza e avrebbero evitato lo scontro, ma fu l’iniziativa spontanea delle masse della capitale

a spingerli allo scontro. I dirigenti dell’USPD e quelli spartachisti, fecero girar voce che gli operai

dovevano rivoltare il governo: il governo reagì avanzando i corpi franchi, che schiacciarono

l’insurrezione nel sangue nel giro di pochi giorni. I leader degli spartachisti furono presi e uccisi.

All’Assemblea costituente del 19 gennaio, il partito socialdemocratico risultò essere il partito più

forte ma non riuscì a raggiungere la maggioranza: bisognava cercare accordi tra la borghesia, i

cattolici del centro e i partiti liberali. L’accordo fra socialisti, cattolici e democratici portò all’elezione

di Ebert come presidente della Repubblica e una nuova costituzione repubblicana. Questa

costituzione stabiliva:

1. Mantenimento della struttura federale dello stato

2. Suffragio universale maschile e femminile

3. Governo responsabile davanti al parlamento

4. Presidente della repubblica eletto direttamente dal popolo.

Neanche la costituzione di Weimar portò la pace nel paese: ai primi di marzo vi furono nuovi

disordini a Berlino, in Baviera era stato proclamata una Repubblica dei consigli: entrambe le cose

furono stroncate nel sangue. I comunisti non si persero d’animo. La paura però era rappresentata

anche dalle correnti di destra: i generali che avevano combattuto in guerra fecero girare la

leggenda del pugnale alla schiena, secondo la quale l’esercito avrebbe vinto se non fosse stato

tradito da una parte del paese. Ciò screditò la repubblica. Nelle elezioni di giugno 1920 la SPD

subì una dura sconfitta e dovette cedere il governo ai cattolici di centro. Simile alla situazione della

Germania era quella dell’Austria. I socialdemocratici guidavano il paese e i comunisti preparavano

le insurrezioni: nel 1920 però vinse il partito cristiano-sociale. Breve fu la vita della repubblica in

Ungheria: i socialisti si unirono ai comunisti per instaurare una repubblica sovietica, che attuò una

politica di repressioni nei confronti di borghesia e aristocrazia agraria. Il regime di Béla Kun cadde

ai piedi di Miklos Horthy che si insediò al potere scatenando un’ondata di terrore bianco: si

instaurava un regime autoritario sorretto dalla chiesa e dai grandi proprietari terrieri.

Allontanato il pericolo rivoluzionario, i governi si concentrarono a ristabilire l’equilibrio a livello

sociale e politico, e limitare i fenomeni inflazionistici. In Francia e Gran Bretagna l’obiettivo di

stabilizzazione era sostanzialmente raggiunto. In Francia il governo conservatore di destra attuò

una politica conservatrice che faceva ricadere sulle classi popolari il peso di una difficile

ricostruzione. Nel ’26 la guida del governo fu assunta dal leader dei moderati Poncaré che riuscì a

ristabilizzare il corso della moneta e a risanare il bilancio statale aumentando la pressione fiscale

sui consumi popolari. In questi anni la Francia conobbe un vero e proprio boom economico,

incrementando la produzione in settori chiave come la chimica e la meccanica. Più lento fu il

processo di stabilizzazione in Gran Bretagna, il cui apparato produttivo si dimostrava invecchiato. Il

risultato fu un ristagno produttivo. Anche qui furono le forze moderate a guidare il paese, fra il 1918

e il 1929 furono i conservatori a guidare il paese tranne nel 1924 quando si affermarono i laburisti

con James Ramsay Mac Donald. Ma anche in questo caso i conservatori riuscirono a far sciogliere

la camera e a rivincere le elezioni. I conservatori avviarono una politica di austerità finanziaria e di

contenimento dei salari che li portò a scontrarsi con i sindacati, nel maggio del ’26 i minatori

entrarono in sciopero chiedendo l’aumento dei salari e la nazionalizzazione del settore minerario.

Altre categorie appoggiarono lo sciopero ma padronato e governo non cedettero.

La Repubblica di Weimar rappresentò un modello di democrazia parlamentare aperta e avanzata.

Il rigoglio intellettuale si collegava alla libertà che allora si respirava e che faceva contrasto con

l’epoca guglielmina. La politica si trovava però frammentata e l’unico partito in grado di guidare il

paese in questo periodo di crisi era il socialdemocratico. La SPD rimase per un intero decennio il

partito più forte e fece sempre sentire la sua voce nella vita politica tedesca anche

nell’opposizione, eppure non riuscì mai ad allargare il suo elettorato oltre quello operaio. Le classi

medie si riconoscevano nel partito popolare tedesco-nazionale (destra conservatrice) e nel partito

tedesco-popolare (moderati). Un terzo partito era il quello democratico tedesco che però era visto

con diffidenza anche dalla media e piccola borghesia. Per i ceti medi l’età imperiale era stata la

vera tranquillità, prosperità, rispetto per le tradizioni e le gerarchie, potenza e prestigio della

nazione tedesca. La repubblica era invece associata alla sconfitta, all’umiliazione di Versailles e al

problema delle riparazioni. I gruppi dell’estrema destra nazionalista (fra i quali c’era Adolf Hitler)

accusarono il governo di tradimento per aver accettato le condizioni di Versailles. I governi di

coalizione che si succedettero tra il ’21 e il ’23 pagarono le prime rate delle riparazioni senza

interventi troppo drastici sulle tasse: furono però costretti ad aumentare la moneta stampata. Il

risultato fu il processo inflazionistico.

Nel gennaio del ’23 Francia e Belgio occuparono la zona della Ruhr: la zona più ricca e

industrializzata della Germania. Lo scopo era quello di controllare la consegna dei materiali dovuti

ma il vero obiettivo era quello di spegnere ogni velleità tedesca di sottrarsi al pagamento delle

riparazioni. Il governo tedesco incoraggiò la resistenza passiva e molti operai lasciarono le

fabbriche per non scendere a compromessi con gli occupanti. Intanto i franco-belgi venivano

attaccati da attentati e sabotaggi, questi risposero con la repressione e arresti di massa.

L’occupazione della Ruhr rappresentò il tracollo definitivo. Il valore d’acquisto del marco precipitò,

si parlò di polverizzazione monetaria e le conseguenze furono sconvolgenti. Lo stato stampava

monete in quantità sempre maggiore e con valore nominale sempre più alto, chi possedeva

risparmi li perse del tutto, chi viveva di stipendio dovette affrontare grossi sacrifici, furono

avvantaggiati i possessori di beni reali e tutti coloro che avevano contratto debiti. Doppiamente

avvantaggiati furono coloro che producevano per l’esportazione. Nel momento più drammatico, la

classe dirigente seppe reagire, con la formazione di un governo di grande coalizione con a capo

Stresemann, leader del partito tedesco-popolare. Stresemann era convinto che la rinascita della

Germania sarebbe stata possibile solo tramite accordi con le potenze vincitrici: ordinò quindi la fine

della resistenza in Ruhr e riallacciò contatti con la Francia. A Monaco nel novembre del 1923, gli

aderenti al partito nazionalsocialista organizzavano un’insurrezione contro il governo centrale: il

complotto capeggiato da Hitler non ottenne l’appoggio dei militari e delle autorità locali, così fu

represso. Hitler fu condannato a 5 anni di carcere. Nell’ottobre del 23 fu introdotta una nuova

moneta, il Rentenmark il cui valore era garantito dal patrimonio agricolo e industriale della

Germania. Fu avviata una politica deflazionistica che costò ai tedeschi ulteriori sacrifici ma

consentì il ritorno alla normalità monetaria. L’accordo con i vincitori fu trovato grazia al piano del

finanziere e politico statunitense Charles Dawes. La Germania avrebbe potuto sostenere le spese

delle riparazioni solo se la sua macchina produttiva avesse funzionato meglio: gli altri stati

dovevano quindi prestare denaro a lunga scadenza e la Germania riprendeva possesso sulla Ruhr.

Il governo di Stresemann si ruppe alla fine del ’23 e le elezioni del ’24 videro l’avanzata di

comunisti e tedesco-nazionali che avevano basato i loro piani sul rifiuto del piano Dawes. Alle

elezioni presidenziali vinse il generale Hindenburg, simbolo vivente del passato imperiale. La

situazione politica si andò stabilizzando e i partiti di centro e centro-destra mantennero il potere

fino al ’28, quando vinsero i socialdemocratici. Stresemann ottenne l’incarico di ministro degli esteri

conservando gli accordi con i vincitori.

Il piano Dawes istituì una svolta anche per l’intero assetto europeo uscito dai trattati di pace. La

Francia che si era sentita tradita dai suoi alleati, aveva creato da sola un sistema di sicurezza

legandosi con altri paesi che rifiutavano un cambiamento degli assetti europei: Polonia,

Cecoslovacchia, Jugoslavia, Romania (tutte insieme formavano la Piccola Intesa). Questa alleanza

però non allontanò lo spettro di una rivincita tedesca e la tranquillità tra le due potenze fu raggiunta

solo con l’approvazione del piano Dawes. Il risultato dell’intesa franco-tedesca fu rappresentato

dagli accordi di Locarno del ’25: Germania, Francia e Belgio riconoscevano i confini stabiliti da

Versailles, e la Gran Bretagna e l’Italia si facevano garanti contro eventuali violazioni. Un anno

dopo la Germania fu ammessa alla Società delle nazioni e nel giugno del ’29 fu approvato il piano

Young che diminuiva ulteriormente l’entità delle riparazioni e allungò la scadenza a 60 anni. La

firma del Patto Briand-Kellogg e l’affermazione del piano Young rappresentarono la massima

distensione internazionale.

Il dopoguerra in Italia e l’avvento del fascismo

L’Italia resta alle prese con i mille problemi che la guerra aveva lasciato dietro di se. L’economia

presentava i tratti tipici della crisi postbellica:

1. Sviluppo di alcuni settori industriali

2. Sconvolgimento dei flussi commerciali

3. Deficit gravissimo del bilancio statale

4. Inflazione galoppante.

La classe operaia chiedeva miglioramenti economici e reclamava maggiore potere alla fabbrica

manifestando tendenze rivoluzionarie. I contadini tornavano dal fronte consapevoli dei loro diritti e

decisi a ottenere le promesse fatte dalla classe dirigente. I ceti medi si mobilitavano per difendere i

loro interessi e ideali patriottici. Questi problemi in Italia, con un’economia poco avanzata e le

istituzioni politiche poco radicate nella società, si facevano più acuti. La democratizzazione era

appena agli inizi e ci fu la crisi della classe dirigente liberale con l’avanzamento delle forze

socialiste e cattoliche che non risultavano coinvolte nella responsabilità della guerra e che

potevano meglio interpretare le nuove dimensioni assunte dalla lotta politica.

Furono i cattolici a portare una ventata di novità con la fondazione del Partito polare italiano del

1919, con a capo Don Luigi Sturzo. Pur dichiarandosi aconfessionale, il Ppi era strettamente

legato alla chiesa e alle sue strutture organizzative. L’altra grande novità fu la crescita impetuosa

del partito socialista, con il prevalere dei massimalisti sui riformisti. I massimalisti, con il loro leader

Menotti, si ponevano come obiettivo l’istaurazione della repubblica socialista fondata sulla dittatura

del proletariato e si dichiaravano ammiratori della rivoluzione bolscevica, eppure i massimalisti

italiani avevano poco in comune con i bolscevichi: più che preparare la rivoluzione, la aspettavano,

perché la ritenevano inevitabile. Si formarono nel PSI fazioni di estrema sinistra composte per lo

più da giovani che si battevano per una più forte adesione al comunismo russo: fra loro Bordiga e

Gramsci. Bordiga puntava sulla creazione di un partito rivoluzionario di stampo bolscevico,

Gramsci e i suoi amici (Togliatti, Tosca, Terracini) erano affascinati dall’esperienza dei soviet, visti

come strumenti di lotta contro l’ordine borghese e al tempo stesso come embrioni della società

socialista. I socialisti si preclusero ogni possibilità di apertura con i democratico-borghesi. Fra

questi movimenti spiccava quello fondato a Milano il 23 marzo 1919 da Benito Mussolini, con il

nome di Fasci di combattimento. Politicamente a sinistra , chiedeva riforme sociali ed era

favorevole alla repubblica, infiammati dal nazionalismo e dalla forte avversione nei confronti dei

socialisti. Ai suoi esordi, il fascismo riscosse poco successo, ma si fece subito notare per la sua

aggressività e violenza politica. Furono i protagonisti del primo grave episodio di guerra civile

italiana con lo scontro con un corte socialista e il successivo incendio dell’Avanti.

L’Italia era uscita dalla guerra rafforzata, l’Impero asburgico si era dissolto. Ma ciò portava ad un

altro problema: la Dalmazia secondo il Patto di Londra veniva annessa all’Italia e Fiume restava

nell’Impero. Cosa fare? Mantenere ciò che era stato stabilito a Londra o avanzare con la nuova

politica delle nazionalità? La delegazione italiana a Versailles cercò di escludere questa scelta

chiedendo l’annessione di Fiume, sulla base del principio di nazionalità. Questa richiesta incontrò

l’opposizione degli alleati e soprattutto di Wilson. Orlando e Sonnino per andare contro

l’atteggiamento del presidente americano, lasciarono Versailles, tornarono in Italia e organizzarono

delle insurrezioni patriottiche, ma senza ottenere alcun risultato dopo un mese tornarono a Parigi.

Ciò pose fine al governo Orlando e l’inizio del governo Nitti. Nitti si trovava davanti ad una

situazione gravemente deteriorata. L’opinione pubblica esprimeva sentimenti di ostilità verso gli

alleati e si parlava di vittoria mutilata. La manifestazione più clamorosa si ebbe quando nel

settembre del 1919, Fiume fu occupata dagli italiani con a capo D’Annunzio e ne proclamarono

l’annessione italiana. A Fiume si preparò il paino di una marcia che avrebbe dovuto raggiungere

Roma con la cacciata del governo. A Fiume furono sperimentati i primi rituali collettivi, ripresi poi

dai regimi autoritari degli anni ’20 e ’30.

Fra il 1919 e il 1920 l’Italia attraversò una fase di convulse agitazioni sociali e profondi mutamenti

negli equilibri politici:

1. I prezzi aumentarono ancora

2. Le principali città italiane furono testimoni di insurrezioni contro il caro-viveri

3. L’aumento del costo della vita determinò una continua rincorsa tra salari e prezzi che si

tradusse a sua volta in un’ondata di agitazioni sindacali

4. Scioperi nell’industria

5. Scioperi nel settore dei servizi pubblici

6. Lotte dei lavoratori agricoli.

Ciò che sconvolge è che queste rivoluzioni non ebbero alcun collegamento tra loro, procedettero

ognuna per conto proprio. Le elezioni del ’19 furono le prime con il metodo di rappresentanza

proporzionale (numero di seggi proporzionale ai voti ottenuti): i socialisti si affermarono come

primo partito, seguiti dai popolari.

Il governo Nitti resse fino al giugno del ’20, quando fu chiamato a governare l’ottantenne Giovanni

Giolitti. Giolitti era rientrato in politica con un programma molto avanzato che prevendeva la

nominatività dei titoli azionari e un’imposta straordinaria sui sovraprofitti. I risultati della politica

giolittiana si ottennero nella politica estera con il negoziato di Rapallo del 12 novembre 1920 con la

Jugoslavia e Fiume fu dichiarata libera. Le difficoltà incontrate da Giolitti erano nella politica

interna, il suo piano mostrava dei limiti. Voleva ridimensionare le spinte rivoluzionarie del

movimento operaio accogliendo qualche istanza di riforma. I liberali non erano più in maggioranza,

i socialisti avevano altre posizioni, i popolari erano troppo forti per piegarsi a Giolitti, il centro della

lotta politica era nei partiti e non in parlamento, i conflitti sociali conobbero il loro episodio più

drammatico con l’agitazione dei metalmeccanici. Si giunse allo scontro sindacale. Il sindacato

presentava una serie di richieste economiche e normative a cui gli industriali si opposero, gli operai

occuparono le fabbriche con l’idea che quella lotta sarebbe uscita dalla fabbrica: il movimento non

si dilagò. Il 19 settembre il capo dello stato riuscì a far scendere a compromessi gli industriali: gli

industriali non accettarono le pressioni del governo e la borghesia iniziava a serrare i suoi ranghi.

Nel 1919 si formò a Livorno il Partito comunista italiano con programma rigorosamente leninista,

creato dalla minoranza di sinistra che abbandonò il PSI.

Con l’occupazione delle fabbriche e la scissione di Livorno, si chiuse in Italia il biennio rosso. La

classe operaia iniziò ad accusare la crisi che stava investendo l’economia italiana ed europea che

si tradurre in un forte aumento della disoccupazione. In questo quadro si inserì lo sviluppo del

fascismo agrario. Il fascismo puntò su strutture paramilitari (squadre d’azione) e sulla lotta al

movimento socialista, e in particolare contro le organizzazioni contadine della Val Padana. I

socialisti avevano ottenuto miglioramenti salariali e creato un sistema aperto inattaccabile. Le

leghe socialiste controllavano il mercato del lavoro, contrattando con i proprietari le ore di lavoro.

Questo sistema però incontrava debolezza interna e opposizioni. Il primo problema di il contrasto

tra la strategia delle organizzazioni socialiste e gli interessi delle categorie intermedie che

puntavano a distinguere la loro posizione da quella dei braccianti e a trasformarsi in proprietari. La

nascita del fascismo coincide con i fatti di Palazzo d’Accursio a Bologna del 21 novembre 1920,

quando i fascisti si mobilitarono per impedire l’insediamento della nuova amministrazione

comunale socialista. I socialisti incaricati di proteggere il palazzo, spararono sulla folla, composta

per la maggior parte da loro sostenitori. I fascisti ne approfittarono per scatenare una serie di

ritorsioni antisocialiste in tutta la provincia. I socialisti furono colti di sorpresa e non riuscirono ad

organizzarsi in tempo. I proprietari terrieri videro nei fasci lo strumento per poter abbattere le leghe

e così il fascismo vide crescere le sue fila e le sue reclute. Nel giro di pochi mesi il fenomeno dello

squadrismo dilagò in tutte le province padane. Immune dal fascismo restava il Mezzogiorno, con

eccezione della Puglia. Le squadre partivano dalle città per giungere alle campagne e il loro

obiettivo erano i municipi, le sedi delle leghe, le camere del lavoro, le case del popolo che vennero

incendiate e devastate. E poi i dirigenti e i militanti socialisti. Buona parte delle amministrazioni

rosse padane furono costrette a dimettersi, centinaia di leghe furono sciolte e i loro membri

costretti ad aderire a nuove organizzazioni fasciste. La forza pubblica non si oppose allo

squadrismo, la stessa magistratura non adottò con loro gli stessi criteri adottati con i socialisti.

Giolitti voleva inserire i fascisti nel governo tramite i blocchi nazionali. I fascisti ottenevano così una

legittimazione da parte della classe dirigente senza però rinunciare ai metodi illegali. La campagna

elettorale del maggio 1921 fornì loro lo spunto per intensificare intimidazioni e violenze contro gli

avversari. 35 deputati fascisti entrarono alla camera, capeggiati da Mussolini.

Giolitti si dimise all’inizio di luglio lasciando il governo nelle mani di Bonomi che tentò di far uscire il

paese dalla guerra civile favorendo una tregua d’armi fra le due parti in lotta. Una tregua teorica fu

conclusa nell’agosto 1921, con la firma di un patto di pacificazione tra socialisti e fascisti. Il patto

consisteva in un generico impegno per la rinuncia alla violenza da ambo le parti. Il patto rientrava

nella strategia di Mussolini che mirava a inserirsi nel gioco politico ufficiale e temeva il diffondersi

popolare di una reazione contro lo squadrismo. Questa strategia non fu accettata dai ras, cioè da

colore che si fondavano sullo squadrismo. Mussolini capì di non poter fare a meno della massa

d’urto dello squadrismo e sconfessò il patto. I ras riconobbero Mussolini come loro capo e

accettarono la trasformazione del movimento in partito: nasceva così il partito nazionale fascista. Il

governo finì nella mani di Luigi Facta, un giolittiano dalla personalità sbiadita e così lo stato liberale

entrò nella sua fase culminante. La debolezza del governo finì per dare maggior potere alla

dilagante violenza squadrista. All’offensiva del fascismo, i socialisti rimasero immobili e l’idea di

indire uno sciopero generale legalitario in difesa della libertà costituzionale, fu il pretesto per i

fascisti di attaccare ancor di più il partito operaio. Le camice nere per un’intera settimana si

scatenarono. Ai primi di ottobre del ’22 in un congresso tenuto a Roma, i riformisti guidati da Turati

abbandonavano il PSI per fondare il nuovo partito socialista unitario PSU.

Il fascismo si poneva il problema della conquista dello stato. Mussolini da un lato intrecciò trattative

con gli esponenti liberali per la partecipazione fascista a un nuovo governo; rassicurò la monarchia

sconfessando le sue passioni repubblicane; si guadagnò il favore degli industriali promettendo la

restituzione dell’iniziativa privata; dall’altro lasciò che l’apparato militare fascista su preparasse per

una presa del potere mediante il colpo di stato. Cominciò così a prendere forma una marcia su

Roma, una mobilitazione generale di tutte le forze fasciste. Si sapeva che lo squadrismo non era

un vero esercito, ma piuttosto un gruppo di persone allo sbaraglio nella loro spietatezza, Mussolini

non credeva possibile la vittoria militare contro un esercito vero e proprio, così si giocò la carta

politica. Il re Vittorio Emanuele III rifiutò di firmare il decreto per lo stato d’assedio e ciò aprì alle

camice nere la strada di Roma e al loro capo la via al potere. Mussolini chiese di essere chiamato

a presiedere al governo e la mattina del 30 ottobre fu ricevuto dal re, la stessa sera il gabinetto era

già pronto: ne facevano parte liberali giolittiani, liberali di destra, democratici e popolari.

Assunta la guida del governo, Mussolini alternò la linea morbida alla linea dura. Nel dicembre del

’22 fu istituito il Gran Consiglio del Fascismo, che aveva il compito di indicare le linee generali della

politica fascista e di servire da raccordo fra partito e governo. Nel gennaio del ’23 le squadre

fasciste furono inquadrate nella Milizia volontaria per la sicurezza nazionale. L’istituzionalizzazione

della milizia non servì a limitare le violenze contro gli oppositori, alle quali ora si univa la pressione

legale condotta dalla magistratura e dagli organi della polizia mediante sequestri di giornali,

scioglimento di amministrazioni locali, arresti. Le vittime principali furono i comunisti costretti alla

clandestinità. Gli scioperi diminuirono e così anche i salari che si avvicinavano a quelli

dell’anteguerra. La riduzione dei salari era una linea importante per il governo per poter favorire

l’iniziativa privata. Furono alleggerite le tasse sulle imprese, fu abolito il monopolio statale sulle

assicurazioni sulla vita, il servizio telefonico fu privatizzato. Questa politica liberista portò i suoi

successi, tant’è che la produzione crebbe e il bilancio dello stato tornò in pareggio. Un altro

sostegno decisivo Mussolini lo ottenne dalla chiesa, la stessa riforma scolastica di Giovanni

Gentile andava incontro a quelle che erano le attese del mondo cattolico: primato dell’istruzione

classica, insegnamento della religione nelle scuole elementari, introduzione di un esame di stato

alla fine di ogni ciclo di studi. Il partito popolare fu quello martirizzato da questo legame chiesa-

fascismo: Don Luigi Sturzo fu costretto a dimettersi nel ’23. Per aumentare la sua maggioranza in

parlamento, Mussolini fece varare la legge elettorale maggioritaria, secondo la quale la lista che

avesse ottenuto la maggioranza relativa con un minimo del 25% dei voti, avrebbe avuto i due terzi

dei seggi. Quando la camera fu sciolta, molti liberali e cattolici decisero di unirsi ai fascisti nelle

liste nazionali. Le forze antifasciste invece erano profondamente divise, si presentavano con le

proprie liste senza unirsi: la scontata vittoria fascista assunse proporzioni clamorose. Le liste

nazionali ottennero il 65% dei voti, il successo di massiccio soprattutto nel Mezzogiorno.

Il successo nelle elezioni rafforzò le posizioni di Mussolini e alimentò le speranze di quei

fiancheggiatori che speravano in un’evoluzione del fascismo in senso liberal-conservatore. Le

opposizioni non sembravano in grado di reinserirsi nel gioco politico, ma un evento tragico cambiò

lo scenario: Giacomo Matteotti fu rapito a Roma il 10 giugno 1924 da un gruppo di squadristi,

caricato a forza su un’auto e ucciso a pugnalate. Il suo cadavere fu trovato solo due mesi dopo.

Dieci giorni prima di essere ucciso Matteotti aveva pronunciato alla camera una durissima

requisitoria contro il fascismo, denunciandone le violenze e contestando la validità dei risultati

elettorali: era naturale dunque che nell’opinione pubblica la sua uccisione destasse qualche

sospetto e un’onda di indignazione contro il fascismo e contro Mussolini. Sebbene gli esecutori

dell’omicidio furono arrestati pochi giorni dopo, non si scoprirono mai i mandanti diretti. Il fascismo

si trovò improvvisamente isolato, distinti e divise del fascio sparirono dalle strade e aumentarono i

giornali antifascisti: l’edificio fascista sembrava sull’orlo del crollo. Ma l’opposizione non aveva la

possibilità di mettere in minoranza il governo, l’unica scelta azzeccata fu quella di astenersi dal

lavori parlamentari e riunirsi separatamente finchè non fosse stata ripristinata la legalità

democratica. La secessione dell’Aventino si limitava ad agitare di fronte all’opinione pubblica una

questione morale, sperando in un intervento della corona o in uno sfaldamento della maggioranza

fascista: il re non intervenne e i fiancheggiatori di Mussolini non lo abbandonarono. Per venire

incontro alle loro richieste Mussolini si dimise dal ministero degli Interni e mandò via i suoi colleghi

più coinvolti nell’affare Matteotti. Nel giro di pochi mesi l’opposizione attaccò di nuovo, Mussolini

questa volta rispose chiudendo la questione morale e minacciando con la violenza gli oppositori.

Nei giorni successivi si susseguirono arresti, perquisizioni e sequestri. Il caso Matteotti aveva finito

per distruggere i democratici e trasformato il regime da autoritario a dittatoriale.

La scelta era fascismo o antifascismo, dittatura o libertà. Molti scrittori e politici che fino a quel

momento si erano considerati neutrali, decisero di prendere posizione. Al Manifesto degli

intellettuali del fascismo del ’25 di Giovanni Gentile, gli antifascisti risposero con un

contromanifesto redatto da Benedetto Croce, che rivendicava i diritti di libertà ereditati dalla

tradizione risorgimentale. Ma intanto il fascismo portava a compimento l’occupazione dello stato e

chiudeva ogni residuo di libertà politica e sindacale. Molti esponenti antifascisti furono costretti

all’esilio, furono perseguitati e molti uccisi. Gli organi di stampa furono messi a dure condizioni fino

all’impossibilità di pubblicare: i grandi quotidiani di informazione furono fascistizzati. La

rappresentanza dei lavoratori fu riconosciuta ai soli sindacati fascisti con il patto di Palazzo Vidoni.

Il fascismo continuò con la formulazione di nuove leggi e i reiterati attentati alla vita di Mussolini,

costituirono la necessità di una nuova legislazione che ebbe il suo maggior artefice in Alfredo

Rocco:

1. Furono rafforzati i poteri del capo del governo sia rispetto agli altri ministri sia rispetto al

parlamento

2. Fu proibito lo sciopero e solo i sindacati legalmente riconosciuti avevano il diritto di

stipulare contratti collettivi

3. Furono sciolti tutti i partiti antifascisti e soppresse tutte le pubblicazioni contrarie al regime

4. Furono dichiarati decaduti gli aventiniani

5. Fu reintrodotta la pena di morte per coloro che erano colpevoli di reato contro la sicurezza

dello stato

6. Fu istituito un tribunale speciale per la difesa dello stato composto non da giudici ordinari

ma da ufficiali delle forze armate e della milizia.

La costruzione del regime sarebbe stata completata con la legge elettorale del 1928 che

introduceva il sistema della lista unica e lasciava agli elettori la possibilità unica di approvarla o no;

e con la costituzionalizzazione del gran consiglio. Le leggi fascistissime del ’26 avevano messo

fine alla parabola liberali nata con l’unità d’Italia.

La grande crisi: economia e società negli anni ‘30

Scoppiata negli Stati Uniti nell’autunno del ’29, la grande crisi fece sentire i suoi effetti anche sulla

politica e sulla cultura, sulla società e sulle istituzioni statali, compromise seriamente gli equilibri

internazionali, mettendo in moto una catena di eventi che avrebbero portato nel giro di un

decennio, a un nuovo conflitto mondiale:

1. Compenetrazione fra apparati statali e economia

2. Affermarsi di forme di capitalismo ristretto (programmato dall’alto)

3. Lo sviluppo dei mezzi di comunicazione di massa (radio e cinematografo)

4. Crescita delle classi medie

5. Radicalizzazione dei conflitti ideologici e il loro trasferimento su scala internazionale.

Durante la guerra gli USA non solo avevano rinsaldato la loro posizione di primo paese produttore

ma avevano anche concesso prestiti ai loro alleati. Il dollaro era la nuova moneta forte

dell’economia mondiale. Accanto al mercato di Londra cresceva quello di New York. Superata la

depressione postbellica del 20-21, il sistema statunitense conobbe un periodo di grande

prosperità, la produzione aumentò in ogni settore economico. Andava crescendo l’occupazione nel

terziario. L’espansione industriale portò notevoli miglioramenti nell’organizzazione della vita

quotidiana. C’era un’automobile ogni cinque abitanti, l’uso degli elettrodomestici si era largamente

diffuso grazie anche al sistema rateale. Gli USA erano il laboratorio per sperimentare un nuovo

modo di vivere. Gli anni ’20 furono caratterizzati dall’egemonia repubblicana. I repubblicani

attuarono una politica fortemente conservatrice, ridussero le imposte dirette e aumentarono le

indirette, mantennero la spesa pubblica a livelli molto bassi, lasciarono cadere la legislazione

antimonopolistica favorendo la nascita di gigantesche corporations industriali e finanziarie. Misere

restavano le condizioni di operai e lavoratori immigrati e di colore. A q questo si aggiunse un

conservatorismo ideologico che investì le minoranze nazionali e razziali, furono introdotte leggi

limitative dell’immigrazione, si inasprirono le pratiche discriminatorie nei confronti dei neri con la

setta del Ku Klux Klan. Molti settori della popolazione si chiusero in una difesa ottusa e fanatica dei

valori della civiltà bianca e protestante: anche cattolici ed ebrei venivano guardati con diffidenza.

Lo stesso proibizionismo scaturì da questo retroterra culturale, l’ubriachezza era considerata vizio

da nero e proletari in generale. Questa realtà sociale non intaccava l’ottimismo della borghesia

americana. Questo ottimismo si rifletteva nella frenetica attività della borsa di New York, un’attività

consistentemente speculativa. La domanda sempre più crescente di beni durevoli aveva fatto si

che si formasse una capacità produttiva sproporzionata alle possibilità di assorbimento del

mercato interno: possibilità limitate sia perché si trattava appunto di beni durevoli quindi non per

forza bisognava sostituirli, e sia perché la crisi agricola teneva bassi gli stipendi dei ceti rurali. Così

si pensò all’esportazione e la ripresa dell’economia europea aveva consentito agli statunitensi di

allargare la penetrazione nei mercati europei. Quando nel ’28 molti capitali americani furono

dirottati verso le più redditizie operazioni speculative di Wall Street, le conseguenze sull’economia

europea si fecero sentire immediatamente ripercuotendosi subito sulla produzione industriale

americana.

Il corso dei titoli di Wall Street raggiunse i livelli più elevati all’inizio del settembre 1929. La corsa

alle vendite determinò la caduta del valore dei titoli, distruggendo la ricchezza dei loro possessori.

Ma metà novembre le quotazioni erano dimezzate, molte fortune si erano volatilizzate. Il crollo del

mercato colpì in primo luogo ricchi e benestanti, ma finì con avere conseguenze disastrose su tutto

il paese. Gli effetti planetari della crisi furono aggravati dal fatto che gli USA per proteggere la

produzione inasprirono il protezionismo e smisero di erogare crediti all’estero. Gli altri paesi fecero

lo stesso. La recessione economica invase il mondo.

In Europa oltre alla crisi produttiva si aggiunse quella finanziaria, testata per primi da Austria e

Germania, dove alla crisi finanziaria successe quella monetaria. Le banche inglesi dovettero

ritirare i capitali stranieri e accettare le richieste di prestiti, ma giunti a un dato punto gli inglesi

decisero di bloccare la convertibilità della sterlina e svalutare la moneta. Provvedimenti simili

vennero adottati in altri paesi. Le politiche si dimostrarono incapaci di far fronte alla crisi e optarono

per i principi della scuola economica liberale: primo fra tutti il pareggio in bilancio. Per arrivare a

questo gli stati dovevano tagliare la spesa pubblica e imporre nuove tasse. Solo nel 1933

l’economia europea diede cenni di miglioramento. In Germania la crisi si fece sentire molto di più a

causa della stretta integrazione che il sistema dei prestiti internazionali aveva creato fra l’economia

statunitense e quella tedesca ancora gravata dalle riparazioni. La crisi mise in difficoltà il governo

socialdemocratico. Nel marzo del 1930 la guida del governo passò ai cattolici di centro con

Bruning che attuò una durissima politica di sacrifici, con lo scopo di mostrare al mondo

l’intollerabile condanna che la Germania doveva sopportare per tener fede alle riparazioni. Lo

scopo fu in parte raggiunto nel 1932, ma intanto questa politica aveva prodotto ben 6 milioni di

disoccupati. In Francia la crisi giunse nella seconda metà del ’31 ma durò più a lungo perché i

governi si rifiutarono di svalutare il franco fino al ’37. La crisi economica si affiancò a quella politica:

ben diciassette governi si succedettero tra il ’29 e il ’36. In Gran Bretagna Ramsay cercò di

fronteggiare la crisi con un programma che prevedeva un drastico taglio ai sussidi ai disoccupato,

tale programma trovò l’opposizione delle Trade Unions. A quel punto Mac Donald ruppe con il suo

partito e si accorò con i liberali e i conservatori per la formazione di un governo nazionale con a

capo lui stesso. Fu sotto questo governo che la Gran Bretagna svalutò la sterlina e abbandonò la

sua tradizione liberoscambista adottando il sistema doganale che privilegiava gli scambi

commerciali all’interno della Commonwealth. Nel ’33-34 l’Inghilterra cominciava a uscire dalla crisi.

Nel novembre del 1932 si tennero le elezioni negli Stati Uniti, e le vinse Roosevelt, governatore

dello stato di New York, cinquantenne, rampollo di una ricca famiglia e con alle spalle una brillante

carriera politica. Roosevelt fu capace di instaurare con le masse un rapporto basato su notevoli

doti di comunicativa e capì che la condizione preliminare di un’azione politica di successo stava

nella capacità di infondere speranza e coraggio nella popolazione. Celebri divennero le sue

chiacchiere al gabinetto, cioè le conversazioni radiofoniche che teneva spesso, con tono familiare

e suadente, per illustrare ai concittadini la sua attività presidenziale. Il 2 luglio 1932 Roosevelt

annunciò di voler iniziare un New Deal nella politica economica e sociale: un nuovo stile di governo

che si sarebbe caratterizzato soprattutto per un più energico intervento dello stato nei processi

economici e per la stretta associazione fra l’obiettivo della ripresa economica e gli elementi di

riforma sociale. Il New Deal fu avviato immediatamente con una serie di provvedimenti che

avrebbero dovuto funzionare da terapia d’urto per arrestare il corso della crisi:

1. Fu ristrutturato il sistema creditizio

2. Fu svalutato il dollaro per rendere più competitive le esportazioni

3. Furono aumentati i sussidi di disoccupazione

4. Furono concessi prestiti per consentire ai cittadini indebitati di estinguere le ipoteche sulle

case.

A queste misure furono affiancati dei provvedimenti più organici e qualificati:

1. Agricultural Adjustment Act, limitare la sovrapproduzione del settore agricolo garantendo

premi in denaro a coloro che avessero ridotto coltivazione e allevamenti

2. National Industrial Recovery Act, imponeva alle imprese operanti nei vari settori dei codici

di comportamento volti a evitare le conseguenze di una concorrenza troppo accanita

3. Tennessee Valley Authority, ente che aveva il compito di sfruttare le risorse idroelettriche

del bacino del Tennessee, producendo energia a buon mercato a vantaggio degli

agricoltori.

L’AAA aveva si ridotto la produzione agricola ma aumentato la disoccupazione, la NIRA produsse

perplessità nei piccoli e medi operai. Allora lo stato decise di avviare un vasto programma di lavori

pubblici allargando il flusso della spesa pubblica. Nel 1935 furono varate una riforma fiscale, una

legge della sicurezza sociale e una nuova disciplina dei rapporti di lavoro, che favorì le attività

sindacali e tutelò il diritto dei lavoratori alla contrattazione collettiva. L’azione di Roosevelt non potè

raggiungere il suo obiettivo primario: dare slancio all’iniziativa economica dei privati. L’economia

americana si sarebbe ripresa durante la seconda guerra mondiale con l’industria bellica.

Data la crisi, ovunque lo stato iniziò a responsabilizzarsi in questo senso.

Dopo il 1929, l’intero occidente subì un generale processo di impoverimento, ma ciò non impedì

che nuove abitudini di vita, nuovi e più moderni modelli di consumo si affermassero presso vasti

strati della popolazione, soprattutto urbana. Nel corso degli anni ’30 il processo di urbanizzazione

si accelerò ulteriormente a causa della crisi agricola. Crescita delle città significava boom edilizio.

Le nuove case erano fornite di acqua corrente ed elettricità, si svilupparono i trasporti pubblici e la

motorizzazione privata. La produzione di veicoli a motore fece registrare consistenti progressi,

anche se restò lontana dai livelli statunitensi. Nel vecchio continente l’automobile rimase un bene

riservato a pochi per tutto il corso degli anni ’30, ma intanto anche in Europa facevano il loro

ingresso le prime vetture popolari come la Topolino. Un discorso analogo si può fare per gli

elettrodomestici: i più costosi come i frigoriferi continuarono ad essere considerati beni di lusso, ma

il loro uso andò ugualmente estendendosi anche fra i ceti a reddito più elevato. Anche i ceti medio-

inferiori ebbero altri apparecchi domestici come il ferro da stiro, la cucina a gas e la radio.

Dopo la guerra la radio si trasformò in mezzo di informazione e di svago. I primi programmi

regolari di trasmissioni si ebbero negli USA nel 1920 e furono organizzati da compagnie private

che si finanziavano con gli introiti pubblicitari. Lo sviluppo della radiofonia fu rapidissimo, le vendite

di apparecchi radiofonici registrò un boom spettacolare. La radio divenne un fondamentale mezzo

di svago anche per le classi popolari dato che non costava molto. La radio non temeva confronti

come mezzo di informazione, la stampa aveva subito un netto rallentamento anche se comunque i

giornali continuavano ad essere letti dal pubblico più qualificato. Il settore della stampa iniziò a

puntare sull’immagine: di qui lo sviluppo delle riviste illustrate dove la parte fotografica prevaleva

sui testi. La radio segnò una tappa decisiva nel cammino della società di massa e inaugurò un’era

nuova nel campo delle telecomunicazioni e se ne resero conto anche uomini politici come

Roosevelt, Mussolini, Hitler, che affidarono alla radio i loro discorsi più importanti. Gli anni della

radio sono anche gli anni del cinema. Verso la fine degli anni ’20 con l’introduzione del sonoro, il

cinema diventava uno spettacolo completo. Il biglietto del cinema non costava molto e anche i ceti

di estrazione popolare se lo potevano permettere. Il cinema non era solo svago ma anche veicolo

per l’affermazione di nuovi personaggi: fu l’epoca del divismo. Una forma di propaganda diretta era

affidata ai cinegiornali d’attualità che aprivano lo spettacolo e svolgevano la funzione

complementare a quella dei notiziari radiofonici. La radio e il cinema tramutavano in spettacolo

qualsiasi manifestazione della vita sociale. Furono soprattutto i regimi autoritari a sfruttarne

appieno le possibilità e ad accentuale il lato spettacolare della manifestazioni di massa.

Nel frattempo anche la scienza faceva passi da giganti. Un folto gruppo di fisici di diversi paesi

portò avanti gli studi e gli esperimenti sul nucleo dell’atomo. Una scoperta che divenne rilevante

quando si scoprì che dalla scissione dell’atomo era possibile sprigionare enormi quantità di

energia. Molti intuirono che con questa nuova energia si poteva ottenere un’arma nuova, la più

potente realizzata. Nel 1942 un’equipe di scienziati americani guidati da Enrico Fermi realizzò il

primo reattore nucleare, e lo spettro della guerra nucleare si materializzò minacciosamente. Negli

anni ’20 e ’30 l’aeronautica conobbe notevoli progressi industriali: gli aerei erano più sicuri e più

rapidi, aumentando contemporaneamente la loro capacità di carico e autonomia. L’aviazione civile

conobbe negli anni ’30 un considerevole incremento pur restando un servizio accessibile a pochi

dati i suoi costi. I progressi dell’aviazione civile furono superati dall’aeronautica militare: tutte le

grandi e medie potenze intensificarono la costruzione di aerei militari.

Anche per la cultura europea questi furono anni di dura crisi. Le maggiori scuole di pensiero del

dopoguerra avevano obiettivi talmente tanto diversi che proseguirono da sole il loro cammino.

Stessa cosa accadde per la letteratura, le arti figurative e la musica. Continuò la stagione delle

avanguardie. Ai movimenti già affermati prima della guerra, si aggiunsero nuovi come il

surrealismo. Ma nessuna corrente si affermò sulle altre. Gli intellettuali furono coinvolti negli

schieramenti politici, e l’impegno politico non era certo cosa nuova per gli intellettuali europei. Gli

intellettuali subirono anche in modo diretto e drammatico le conseguenze dell’avvento dei regimi

totalitari.

L’età dei totalitarismi

Nel corso degli anni ’30 la democrazia europea visse i suoi momenti più cupi. Si pensava che

ormai la democrazia avesse i giorni contati e che l’alternativa era tra il comunismo sovietico e i

regimi autoritari di destra. Questi ultimi conobbero negli anni ’30 la loro fortuna: sia che si

presentassero sotto la veste delle dittature reazionarie di tipo tradizionale, sia che si ispirassero

all’esempio più moderno del fascismo italiano. Caratteristica fondamentale dei movimenti e dei

regimi che chiamiamo fascisti era un tentativo di proporsi come artefici di una rivoluzione, di dar

vita a un nuovo ordine politico e sociale, diverso da quelli conosciuti fin allora. Fascismo significava

accertamento del potere nella mani di un capo, struttura gerarchica dello stato, inquadramento più

o meno forzato della popolazione nelle organizzazioni di massa, rigido controllo sull’informazione e

sulla cultura. Sul piano economico e sociali, il fascismo si vantava di aver indicato una terza via tra

capitalismo e comunismo: ma questo modello non riuscì mai a prendere corpo. La terza via

proposta dal fascismo esercitò una notevole attrazione sugli strati sociali intermedi che offrirono al

fascismo un’adesione diffusa e molto entusiastica. Il fascismo offriva una prospettiva nuova ed

emozionante: la sensazione di appartenere a una comunità, di riconoscersi in un capo, la

convinzione di essere inseriti in una gerarchia basata sul merito, l’identificazione certa di un

nemico. Tutto ciò rappresentava una sorta di protezione contro il senso di schiacciamento e di

anonimato provocato dai processi di massificazione, era quindi una reazione contro la società di

massa. Il fascismo capì la società di massa e ne sfruttò i suoi strumenti e tecniche: i mezzi di

propaganda, i canali di informazione e di istruzione, le strutture associative. Per la loro pretesa di

dominare totalmente la società, sono stati definiti totalitari.

Fino al ’29 il partito nazionalsocialista rimase un gruppo minoritario che si collocava al di fuori della

legalità repubblicana, si serviva sistematicamente della violenze contro gli avversari politici e

fondava la sua forza soprattutto su una robusta organizzazione armata: le SA cioè i reparti

d’assalto capitanati da Rohm. Hitler seguendo le orme di Mussolini aveva cercato di dare al partito

un volto più rispettabile. Aveva messo da parte le rivendicazioni anticapitalistiche riuscendo ad

assicurarsi un certo sostegno finanziario. Ma non aveva rinunciato al nucleo centrale del suo

programma:

1. La denuncia del trattato di Versailles

2. La riunione di tutti gli stati tedeschi in una nuova grande Germania

3. L’adozione di misure discriminatorie contro gli ebrei

4. La fine le parlamentarismo corruttore.

I suoi progetti a lungo termine Hitler li espresse nel suo libro Mein Kampf, destinato a diventare

una sorta di libro sacro del nazismo. Al centro dei piani hitleriani c’era un’utopia nazionalista e

razzista, antisemita radicale e sostenitore di una concezione darwiniana della vita come una

continua lotta dove solo i più forti vincono. Credeva nell’esistenza di una razza superiore, la razza

ariana, progressivamente inquinatasi per la commistione con le razze inferiori. Per realizzare il

sogno di un’egemonia tedesca sul mondo, bisognava schiacciare i nemici interni: primi tra tutti gli

ebrei, popolo senza patria, portatori del virus della dissoluzione morale, responsabili dei misfatti del

capitale finanziario, causa e simbolo vivente della decadenza della civiltà europea. I tedeschi

avrebbero dovuto respingere le imposizioni di Versailles, recuperare i territori perduti ed

espandersi ad est a danno dei popoli slavi, considerati anch’essi inferiori. La ricerca dello spazio

vitale a oriente avrebbe permesso di far coincidere l’espansione territoriale con la crociata

ideologica contro il comunismo. Con la crisi finanziaria, la popolazione perse fiducia nella

repubblica e nei partiti che in essa si identificavano: così i nazisti ebbero l’opportunità per salire al

potere. Hitler offriva la possibilità di ristabilire l’ordine contro traditori e nemici interni, il nazismo

offriva l’opportunità di far parte di una comunità di eletti, una comunità compatta che forniva ai suoi

membri protezione e sicurezza anche materiale. L’agonia della repubblica di Weimar cominciò nel

settembre 1930 quando il cancelliere Bruning convocò nuove elezioni: anche se i nazisti non

vinsero, il governo non aveva la sua maggioranza. La crisi andava avanti fino all’apice del ’32. Le

città divennero teatro di scontri sanguinosi tra nazisti e comunisti, agguati, spedizioni punitive.

Nelle rielezioni presidenziali del ’32, per sbarrare la strada a Hitler, si propose la candidatura del

maresciallo Hindenburg che fu eletto con margine abbastanza netto su Hitler. Ma cedette alle

pressioni dei militari e della grande industria, congedò il cancelliere Bruning e cercò una via

d’uscita dalla crisi prendendo atto dello spostamento dell’asse politico a destra. Vennero chiamati a

governare prima un cattolico, e poi un generale: esperimenti fallimentari dato che il partito di Hitler

era il più potente partito tedesco. Hindenburg iniziò a convincersi che senza di loro non c’era

governo, così nel 1933 Hitler fu convocato dal presidente della repubblica per capeggiare un

governo in cui i nazisti avevano solo 3 ministeri su 11. I conservatori pensarono di aver incastrato

Hitler, ma si sbagliavano.

A Hitler bastarono pochi mesi per imporre un potere molto più totalitario di quello che Mussolini

aveva e avrebbe mai esercitato in Italia. L’occasione per la stretta repressiva fu fornita dall’incendio

al Reichstag, il Parlamento nazionale, nella notte del 27 febbraio 1933. Fu dichiarato responsabile

un comunista olandese e da lì si prese il via alle operazioni di polizia contro i comunisti e per una

serie di misure eccezionale che limitavano o annullavano la libertà di stampa e di riunione. Nelle

successive elezioni del 5 marzo i nazisti mancarono l’obiettivo della maggioranza assoluta. Hitler

mirava all’abolizione del Parlamento e il Reichstag lo accontentò con una legge suicida che

conferiva al governo pieni poteri, compreso quello di legiferare e quello di modificare la

costituzione. Nel giugno 1933 la SPD fu accusata di alto tradimento e sciolta. Stessa sorte toccò

agli altri partiti e in luglio Hitler fece emanare una legge che proclamava il partito nazionalsocialista

come unico consentito in Germania. Gli restavano solo due ostacoli: l’ala estremista del nazismo e

la vecchia destra. Hitler come Mussolini temeva il potere delle SA: così nella notte dei lunghi

coltelli, il colpo di mano contro le SA fu guidato da Hitler che provvide, armi alla mano, ad arrestare

Rohm. Il capo delle SA fu poi assassinato dalle SS. Quando Hindenburg morì, Hitler aveva le

cariche di cancelliere e capo dello stato, ciò significava l’obbligo per gli ufficiali di prestare

giuramento di fedeltà a Hitler e al nazismo.

Nasceva così il Terzo Reich con il suo Fuhrer che non solo era colui a cui spettavano le decisioni

più importanti, ma che la fonte suprema del diritto, non era solo la guida del popolo ma che colui

che sapeva esprimere le autentiche aspirazioni. Il rapporto fra capo e popolo doveva essere

diretto, senza intermediari, l’unico accettabile era il partito unico e gli organismi a esso collegati.

Bisognava creare una comunità di popolo compatta e disciplinata: da questa comunità erano

esclusi gli elementi antinazionali, i cittadini di origine straniera o di discendenza non ariana e

soprattutto gli ebrei. Gli ebrei erano 500.000 su una popolazione di oltre 60 milioni di abitanti, si

concentravano maggiormente nelle grandi città, occupavano le zone medio-alte della scala

sociale, erano commercianti, liberi professionisti, intellettuali e artisti; parecchi avevano posizioni di

prestigio nell’industria e nell’alta finanza. La discriminazione fu ufficialmente sancita nel 1935 con

le leggi di Norimberga che tolsero agli ebrei la parità dei diritti conquistata nel 1848 e proibirono i

matrimoni tra ebrei e non ebrei. Alla discriminazione legale si univa l’emarginazione sociale: ciò

spinse molti ebrei a lasciare la Germania. La persecuzione subì un’ulteriore accelerazione quando

a Parigi nel novembre 1938 fu ucciso un diplomatico tedesco per mano di un ebreo: si estese un

pogrom in tutta la Germania. La notte tra il 9 e il 10 novembre fu nota come la notte dei cristalli,

nome dato per tutte le vetrine di negozi di ebrei che vennero rotte dalla furia dei dimostranti:

sinagoghe distrutte, abitazioni devastate, decine di ebrei uccisi e migliaia arrestati. La vita si

dimostrava impossibile. Il punto più alto della persecuzione giunse a guerra mondiale già iniziata,

quando Hitler programmò la soluzione finale: deportazione in massa e sterminio del popolo

ebraico. Questa persecuzione antiebraica si inquadrava in un più vasto quadro di difesa della

razza che prevedeva la sterilizzazione forzata per i portatori di malattie ereditarie: alla fine i malati

ritenuti incurabili vennero soppressi. Si trattava di pratiche incompatibili con l’etica cristiana ma il

regime le considerava essenziali alla tutela dell’integrità del popolo eletto.

L’opposizione al nazismo era nettamente debole. I cattolici finirono con l’adattarsi al regime,

incoraggiati anche dall’atteggiamento della Chiesa di Roma che nel luglio del ’33 stipulò un

concordato col governo nazista, assicurandosi la libertà di culto e la non interferenza dello stato

negli affari della chiesa. Deboli furono anche le resistenze dalla parte protestante: le chiese

luterane si piegarono alle imposizioni del regime, compreso il giuramento di fedeltà dei pastori al

Fuhrer. L’opposizione più pericolosa sarebbe giunta con i conservatori, ufficiali e politici che nel

luglio 1944 cercarono di attentare alla vita di Hitler, fallendo per un soffio e finendo sterminati

insieme alle loro famiglie. L’opposizione era debole anche a causa della vastità e dell’efficienza

dell’apparato repressivo e terroristico: le polizie, i campi di concentramento. I successi di Hitler si

ebbero in politica estera: distrusse pezzo dopo pezzo le istruzioni di Versailles, e risvegliando nei

suoi concittadini un vero patriottismo, riuscì a ridare alla Germania egemonia sulla politica estera.

Un altro successo fu la ripresa economica: l’economia tedesca liberata dal peso delle riparazioni,

riprese progressivamente slancio. Grazie al riarmo e ai lavori pubblici, la disoccupazione diminuì e

nel ’39 era stata raggiunta la piena occupazione. Il regime cercò di incoraggiare l’iniziativa privata

e di legarla il più possibile alla politica: così il regime poteva essere in perfetto accordo sia con

l’industria che con l’agricoltura. Nel settore delle relazioni industriali, la maggior novità fu

rappresentata dall’applicazione del Fuhrerprinzip all’interno dei luoghi di lavoro, con l’imprenditore

elevato al rango di capo assoluto dell’azienda. In tale modo gli operai erano sottoposti a una

disciplina semimilitare e senza alcuna rappresentanza sindacale: i loro stipendi aumentarono ma

senza mai poter raggiungere uno stile di vita adeguato, fruirono di maggiori servizi sociali e videro

allontanarsi lo spettro della disoccupazione. L’utopia che forniva il nazismo era un’utopia

reazionaria e ruralista: un mondo popolato da uomini belli e sani, profondamente legati alla loro

terra, una società patriarcale di contadini-guerrieri, libera dagli orrori delle metropoli moderne e

dalle malattie della civiltà industriale. Questo ideale si innestava su una solida tradizione culturale

nazionale, di origine soprattutto romantica, fondata sui miti della terra e del sangue. Quello nazista

fu il primo regime a instaurare un ministero per la propaganda, la stampa fu sottoposta a controlli

serrati, gli intellettuali furono inquadrati in un’organizzazione nazionale e dovettero fare atto di

adesione al regime. Tutti i momenti più significativi erano scanditi da feste e cerimonie, cerimonie-

spettacolo preparate con cura, dove il cittadino trovava quei momenti di socializzazione (che

seppur forzata) la città di solito non offriva spontaneamente.

Il virus autoritario si propagò ovunque destabilizzando le istituzioni, già deboli. Il primo paese a

sperimentare questo tipo di autoritarismo fu l’Ungheria con Horthy, prima ancora dell’avvento del

fascismo. Idem in Polonia e Austria. Non meno agitate furono le vicende degli Stati balcanici.

Questi regimi non furono propriamente fascisti, piuttosto autoritari di tipo tradizionale, sostenuti

dall’esercito e dai gruppi conservatori e privi di una propria base di massa, molto simili a quelli che

nello stesso periodi si stavano affermando nella penisola iberica, afflitta da grave arretratezza

economica e da profonde disuguaglianze sociali. In Spagna il colpo di stato fu attuato nel 1923 dal

generale Miguel Primo de Rivera, con l’appoggio del sovrano Alfonso XIII. Nel 1930 Primo de

Rivera fu costretto a dimettersi a causa delle proteste popolari, e si formò una repubblica ma

destinata a vita breve. Anche in Portogallo furono i militari a irrompere nel 1926, ma fu un

economista cattolico Antonio de Oliveira Salazar ad assumere il ruolo di ispiratore e guida di un

regime autoritario. In tutta l’Europa centrale si assistè a fenomeni di questo tipo: crebbero

movimenti estremisti e violentemente antisemiti.

Negli anni della grande depressione e del fascismo, gli antifascisti guardavano all’URSS con

interesse e speranza: il paese che tentava di costruire una nuova società sui principi del

socialismo e l’antifascismo per eccellenza. L’URSS grazie al suo isolamento economico non aveva

subito la grande crisi del ’30. La decisione di forzare i tempi dello sviluppo industriale e di porre fine

alla NEP fu di Stalin. Secondo Stalin solo un deciso impulso all’industria pesante avrebbe potuto

fare dell’URSS una grande potenza militare, in grado di competere con le potenze capitalistiche.

Lo stato doveva quindi acquisire completo controllo dei processi economici. Il primo ostacolo alla

costruzione di un’economia industrializzata fu individuato nel ceto dei contadini benestanti, i kulaki,

accusati di arricchirsi alle spalle del popolo. Contro di loro furono adottate misure restrittive e

operazioni di requisizione. Stalin nel ’29 proclamò la collettivizzazione del settore agricolo e

dichiarò i kulaki una classe da eliminare. Tutti coloro che si opponevano alle direttive furono

considerati nemici del popolo, migliaia furono arresti, altri fucilati, altri ancora deportati. A questo si

sommò una spaventosa carestia determinata da:

1. Inefficienza di una macchina organizzativa troppo grande e troppo centralizzata

2. Resistenza dei contadini

3. Cinica determinazione delle autorità centrali.

I kulaki non solo scomparvero come classe ma anche come persone fisiche. Fra deportazioni,

morte per fame e fuga dalle città, la popolazione nelle campagne fu drasticamente ridotto e la

maggioranza dei contadini fu inserita nelle fattorie collettive. Il vero scopo di Stalin non era favorire

la produzione agricola ma aumentare l’industrializzazione del paese mediante lo spostamento di

risorse economiche e di energie umane. Il primo piano quinquennale aveva obiettivi troppo ardui

da raggiungere, ma il settore migliorò comunque e la crescita si svolse con una velocità che

nessun paese capitalista aveva conosciuto prima. Col secondo piano quinquennale la produzione

aumentò del 120%: tutto ciò fu possibile anche grazie a una diffusione ideologica massiccia, che

spingeva gli operai a lavorare di più e alla fine veniva premiati gli operi più produttivi. Si parlò di

stachanovismo. Anche i socialdemocratici e i laburisti espressero ammirazione per il governo

Stalin e molti intellettuali fino a quel momento restii al comunismo ne divennero sostenitori e

ammiratori. Ma fuori dell’URSS i costi umani e le reali dimensioni della tragedia che si era

consumata nella campagna, non erano noti a questi sostenitori.

Stalin assunse nell’URSS il ruolo di capo carismatico che non si differenziava molto dal ruolo

svolto dagli altri dittatori. Era il padre e la guida infallibile del suo popolo, ogni critica assumeva i

caratteri del tradimento, le stesse attività culturali dovevano ispirarsi alle sue direttive, le arti

dovevano svolgere la funzione propagandistico-pedagogica entro i canoni del realismo socialista

(limitarsi alla descrizione idealizzata della realtà sovietica). La storia recente fu scritta per esaltare

il ruolo di Stalin. Stalin sviluppò alcune premesse autoritarie che esistevano già nel pensiero di

Lenin e nel sistema sovietico, emarginò i suoi rivali e li sterminò fisicamente, insieme a loro fece

sterminare molti dirigenti di partito e un numero incalcolabile di semplici cittadini accusati di

deviazionismo. Già negli anni del primo piano quinquennale la macchina del terrore era stata

avviata con le principali vittime identificate nei contadini, ma non vennero risparmiati commercianti,

tecnici. Il periodo delle grandi purghe ebbe però inizio nel 1934 e negli anni successivi si

susseguirono a un ritmo impressionante. Si trattò di una gigantesca repressione poliziesca che

diede vita ad un immenso universo concentrazionario formato da campi di lavoro, lager. In molti

casi le vittime furono prelevate con la forza dalle loro case, fucilate o deportate nei campi di

concentramento senza nemmeno conoscere perché gli veniva fatto tutto quello. Forse peggiore fu

la sorte di quelli che furono sottoposti a pubblichi processi, basati su confessioni estorte con la

tortura e con false accuse. In questo modo furono eliminati anche gli antichi oppositori di Stalin, lo

stesso Trockij fu ucciso da un sicario di Stalin. La repressione non risparmiò nessun settore della

società: il conto totale delle vittime dello stalinismo ammontò a 10-11 milioni.

L’avvento al potere di Hitler diede un duro colpo all’equilibrio internazionale già scosso dalla crisi. Il

primo passo di Hitler fu ritirare la Germania dalla conferenza internazionale di Ginevra dove le

grandi potenze cercavano di giungere a un accordo per la limitazione degli armamenti. Pochi giorni

dopo si ritirò anche dalla Società delle nazioni. Queste azioni destarono allarme in tutta Europa e

anche l’Italia fu preoccupata quando venne ucciso il cancelliere Dollfuss (che preparava

l’unificazione fra Austria e Germania). Mussolini preparò subito uno schieramento lungo il confine

italo-austriaco, e Hitler non pronto per una guerra fece retromarcia sconfessando gli autori del

complotto. Meno di un anno dopo Italia, Francia e Gran Bretagna si unirono a Stresa per

condannare il riarmo tedesco, per ribadire la validità del patto di Locarno e per riaffermare il loro

interessa nell’indipendenza austriaca. Fu questa l’ultima occasione di unione fra queste potenze,

dato che quando l’Italia aggredì l’Etiopia il fronte di Stresa si ruppe e l’Italia si avvicinò alla

Germania. I successi di Hitler che non avevano mai fatto mistero di quali fossero i suoi progetti nei

confronti della Russia, spinsero Stalin a modificare le precedenti impostazioni e nel settembre del

’34 la Russia entrò nella società delle nazioni e nel maggio del ’35 stipulò un’alleanza militare con

la Francia. La nuova parola d’ordine al VII congresso del Comintern fu quella della lotta al

fascismo, indicato come primo e principale nemico. Ai partiti comunisti veniva richiesto di

riallacciare i rapporti con gli altri partiti e di far nascere larghe coalizioni dette fronti popolari, di

appoggiare i governi democratici decisi a combattere il fascismo. La politica dei fronti popolari fu il

risultato di una pressione unitaria della base operaia europea, spaventata dalla minaccia fascista.

Le manifestazioni del 6 febbraio 1934 contro la destra in Francia furono l’inizio di grandi coalizioni

tra socialisti e comunisti. L’unione fra URSS e le democrazie non bastò a fermare l’aggressione

dell’Italia fascista all’Etiopia, né che Hitler violasse un’altra clausola dei trattati di Versailles

reintroducendo truppe tedesche nella Renania smilitarizzata. Il solo risultato concreto fu quello di

ridare un minimo di unità al movimento operaio europeo. Nel febbraio del ’36 in Spagna vinsero i

comunisti e nel maggio dello stesso anno in Francia accadde lo stesso con il governo Blum.

L’insediamento del primo governo a guida socialista fu seguito in Francia con molto entusiasmo

popolare.

Fra il 1936 e il 1939 la Spagna fu attraversata da una sanguinosa guerra civile che sconvolse

ancora di più le tensioni internazionali. Finita la dittatura di Primo de Rivera e la caduta della

monarchia, la Spagna conobbe grande instabilità economica e sociale. Era un paese arretrato e

prevalentemente agricolo, dove ogni riforma era impossibile perché contrastata da un ceto

dominante reazionario e dalla classe operaia ararco-sindacalista. La Spagna era l’unico paese in

cui la maggior centrale sindacale era ancora controllata dagli anarchici. L’aristocrazia terriera

possedeva oltre il 40% delle terre coltivate ed era strettamente legata alla chiesa. il quadro delle

forze politiche equivaleva a quello delle altre potenze europee, ma quando nel febbraio del ’36

vinse le elezioni il fronte popolare, le insurrezioni dilagarono in tutto il paese. Le masse proletarie

vissero la vittoria come l’inizio di una rivoluzione sociale. I gruppi di destra risposero con la

violenza squadrista, in cui si distinsero le formazioni della Falange, che si ispiravano al modello

fascista. Un gruppo di militari decise di ribellarsi alla repubblica, e l’evento scatenante giunse il 13

luglio del 1936 quando fu ucciso un esponente monarchico-conservatore, José Calvo Sotelo, da

parte dei poliziotti repubblicani. La ribellione fu capeggiata da Francisco Franco. I ribelli assunsero

inizialmente il controllo di buona parte della Spagna occidentale e Italia e Germania li aiutarono

inviando volontari. Mentre i repubblicani erano fortemente divisi, Francisco Franco si dava il nome

di caudillo (duce) e univa le forze della destra in un unico partito, la Falange nazionalista. La

guerra si concluse nel ’39 con la presa di Madrid: la guerra civile lasciò in Spagna lutto e

distruzione, prevedendo quelli che sarebbero stati i futuri schieramenti della seconda guerra

mondiale.

Hitler doveva accelerare la realizzazione del suo programma: la distruzione dell’assetto europeo

uscito da Versailles e l’espansione verso est a danno della Russia. Hitler sperò fino all’ultimo di

non scontrarsi con l’Inghilterra a patto che questa lasciasse campo libero alle mire tedesche in

Europa Centro-orientale. Chamberlain optò per la politica dell’appeasement: una politica basata

sul presupposto che fosse possibile ammansire Hitler accontentandolo nelle sue rivendicazioni più

ragionevoli e risarcendo in qualche modo la Germania del suo duro trattamento subito a Versailles.

I programmi di Hitler non erano affatto ragionevoli. Una politica basata sulla resistenza alle

richieste di Hitler venne dalla parte dei conservatori guidati da Churchill, anche a costo di una

guerra imminente. In Francia forte era la paura di una nuova guerra e si chiedevano se valesse la

pena rischiare una nuova guerra per difendere la Russia comunista o i lontani alleati dell’Est

europeo. Il primo successo di Hitler si ottenne nel marzo del 1938 con l’annessione dell’Austria al

Reich tedesco. Mussolini rinunciò a opporsi alle pretese tedesche e nessuna reazione venne dal

governo inglese. Quando Hitler voleva attaccare la Cecoslovacchia nessuno mosse ciglio, il

governo inglese pensava si trattasse di un’ultima richiesta e Chamberlain volò in Germania per

proporre a Hitler ipotesi di compromesso: tutto fu invano. Alla fine di settembre quando ormai

l’Europa era pronta per l’inevitabile guerra, Hitler decise di accettare l’incontro con i capi delle

potenze europee, ad esclusione della Russia, a Monaco di Baviera il 29-30 settembre 1938: l’Italia

appoggiava il piano tedesco dell’annessione dei Sudeti al Reich, Francia e Inghilterra accettarono

e idem dovettero fare i cecoslovacchi. I sovietici capirono di non poter contare sugli occidentali e

abbandonarono la politica di alleanza con le democrazie adottata negli ultimi anni. Chamberlain,

Daladier e Mussolini furono accolti in patria come portatori di pace: in realtà quella era una falsa

pace e le democrazie avevano distrutto la loro credibilità aprendo la strada a nuove aggressioni.

L’Italia fascista

Nella seconda metà degli anni ’20 in Italia il fascismo era già cosa consolidata nelle sue strutture

giuridiche e ben riconoscibile nelle sue manifestazioni esteriori:

1. Adunate di cittadini in uniforme

2. Campagne propagandistiche orchestrate dall’autorità

3. Amplificazione dell’immagine e della parola del capo.

Caratteristiche del regime era la sovrapposizione dello stato e del partito, il loro punto di

congiunzione era il gran consiglio del fascismo: su tutto c’era il capo, Mussolini. A controllare

l’ordine pubblico e a reprimere il dissenso c’era la polizia di stato, mentre la milizia era confinata a

una funzione poco più che decorativa di corpo ausiliario. Dalla fine degli anni ’20 l’iscrizione al

partito divenne una pratica di massa, quasi una formalità burocratica. Una funzione importante fu

svolta dalle organizzazioni collaterali come l’Opera nazionale dopolavoro, il comitato olimpico

nazionale, i fasci giovanili, i gruppi universitari fascisti, l’opera nazionale Balilla, i figli della lupa. Il

fascismo doveva entrare capillarmente nella società. L’ostacolo maggiore era rappresentato dalla

chiesa, Mussolini consapevole, non solo aveva tentato un’intesa politica col Vaticano ma aveva

mirato più lontano, profittando della disponibilità manifestata dalle gerarchie ecclesiastiche nei

confronti del regime per avviare a definitiva composizione lo storico contrasto fra stato e chiesa

che aveva segnato l’intera vita del Regno d’Italia. I patti lateranensi si articolavano in tre parti:

1. Un trattato internazionale, con cui la Santa Sede poneva ufficialmente fine alla questione

romana riconoscendo lo stato italiano e la sua capitale e vedendosi riconosciuta la

sovranità sullo stato della Città del Vaticano

2. Una convenzione finanziaria con cui l’Italia si impegnava a pagare al papa una forte

indennità a titolo di risarcimento per la perdita dello Stato pontificio

3. Un concordato che regolava i rapporti interni fra la Chiesa e il regno d’Italia, intaccando

sensibilmente il carattere laico dello stato. I sacerdoti furono esonerati dal servizio militare, i

preti spretati esclusi dagli uffici pubblici, il matrimonio aveva effetti civili, l’insegnamento

della dottrina cattolica era considerato fondamento e coronamento dell’istruzione pubblica,

le organizzazioni dipendenti dall’Azione cattolica potevano continuare a svolgere le proprie

attività.

Per il regime fascista questi patti rappresentarono un notevole successo propagandistico,

Mussolini consolidò la sua area di consenso. Le prime elezioni plebiscitarie registrarono un

afflusso alle urne senza precedenti con un 98% di voti favorevoli. Dai patti lateranensi fu la chiesa

ad ottenere i vantaggi più significativi e duraturi, la chiesa acquistò una posizione di indubbio

privilegio nei rapporti con lo stato e rafforzò notevolmente la sua presenza nella società. Un altro

limite insuperabile stava all’interno, anzi al vertice delle istituzioni statali ed era rappresentato dalla

monarchia. Mussolini dovette fare i conti con il re che non gli era in alcun modo subordinato e non

derivava dal fascismo i suoi titoli di legittimità. Il re restava la più alta carica dello stato, a lui

spettavano il comando supremo delle forze armate, la scelta dei senatori e addirittura il diritto di

nomina e revoca del capo del governo. Si trattava di poteri del tutto teorici ma, in caso si crisi o di

spaccatura interna, le carte migliori sarebbero fatalmente tornate nelle mani del re. Ciò

rappresentava per il fascismo una debolezza.

Se osserviamo le immagini dell’Italia del ventennio fascista, vediamo una società totalmente

fascistizzata. Il problema di queste immagini, di questi volti felici indossando le divise fasciste, è

sapere dov’è la verità. È necessario guardare alle condizioni reali del paese. La popolazione passò

da 38 milioni a 44, si accentuò l’urbanizzazione e la percentuale dei residenti in comuni con più di

100.000 abitanti. Il numero dei lavoratori nell’industria era aumentato, così come nel campo del

commercio, dei servizi e della pubblica amministrazione. Alla vigilia della seconda guerra

mondiale, però, l’Italia era ancora un paese molto arretrato. Il reddito era basso e gli italiani si

nutrivano per lo più di farinacei, mangiava carne e beveva latte tre volte inferiore a quello che

mangiava un francese o un inglese. Si spendeva poco per il vestiario e c’era un’auto ogni 100

abitanti, un telefono ogni 70 e una radio ogni 40. Questa arretratezza fu per certi versi favorevole

al regime fascista, o quanto meno ne favorì le tendenze conservatrici e tradizionaliste. Il fascismo

predicò il ritorno alla campagna, esaltò la bellezza e la sanità della vita campestre e tentò di

scoraggiare l’afflusso di lavoratori provenienti dalla campagna verso la città, esaltò la funzione del

matrimonio e della famiglia e cercò di incoraggiare l’incremento della popolazione e fu addirittura

inserita una tassa sui celibi. Le donne ebbero le loro strutture organizzative come i fasci femminili,

le piccole italiana, le giovani italiane, le massaie rurali. Ma si trattava di organizzazioni poco vitali la

cui funzione stava nel valorizzare le virtù domestiche della donna. I maggiori successi in termine di

consenso il fascismo li ottenne nella piccola e media borghesia. I ceti medi erano più sensibili ai

valori esaltati dal fascismo (nazione, gerarchia, ordine sociale), i più disposti a recepirne i

messaggi e a farne proprie le parole d’ordine. La fascistizzazione del paese fu un fenomeno che

riguardò essenzialmente gli strati intermedi della società, toccando solo parzialmente le classi

popolari e l’alta borghesia.

Il fascismo dedicò un’attenzione particolare alla cultura e alla scuola. La scuola italiana fu riformata

con la riforma Gentiloni nel ’23: una riforma che cercava di accentuare la severità degli studi e

sanciva il primato delle discipline umanistiche su quelle tecniche, e il regime si preoccupò di

fascistizzare l’istruzione. L’università godette di maggiore autonomia, ma quando nel 1931 ai

professori fu imposto di giurare fedeltà al fascismo, su 1200 titolari solo una dozzina rifiutarono

perdendo così le loro cattedre. Vi furono anche insegnanti non fascisti che si piegarono

all’imposizione solo per poter continuare a lavorare. Gli ambienti della cultura aderirono al regime,

alcuni fra i nomi più illustri della cultura italiana fecero esplicita professione di fede fascista. Ben

più diretto e capillare fu il controllo nel campo della cultura e dei mezzi di comunicazione di massa.

Tutto il settore della stampa politica fu sottoposto a controllo, sorveglianza esercitata da Mussolini

in persona. Stessa sorte per le trasmissioni radiofoniche come anche le canzoni, le trasmissioni di

varietà, i servizi sportivi. Anche il cinema fu soggetto privilegiato dell’attenzione del regime e ne

ricevette generose sovvenzioni, che avevano lo scopo di favorire la produzione nazionale e di

limitare la massiccia penetrazione di film americani. I cinegiornali furono uno dei più importanti

strumenti di propaganda di massa.

L’economia fascista cercò di trovare la sua terza via nel corporativismo. L’idea corporativa

affondava le sue radici nel Medioevo, nell’esperienza delle corporazioni di arti e mestieri: gestione

diretta da parte delle categorie produttive, organizzate in corporazioni distinte per settori d’attività.

Questo sistema non trovò mai vera attuazione, furono istituite nel 1934. Il fascismo intervenne

sull’economia senza inventare un nuovo modello economico adottando la linea liberista e

produttivista: volta a rilanciare la produzione incoraggiando l’iniziativa privata e allentando i

controlli statali. Questa linea però portò all’inflazione e alla svalutazione della lira: la soluzione

giunse con il ministro alle Finanze Giuseppe Volpi che inaugurò una politica fondata sul

protezionismo, sulla deflazione, sulla stabilizzazione monetaria e su un più accentuato intervento

dello stato nell’economia. Primo provvedimento fu il dazio sui cereali. Il secondo fu la quota

novanta: 90 lire per una sterlina. Il progetto seppur surreale fu raggiunto grazie all’aiuto di capitali

statunitensi, i prezzi diminuirono e la lira recuperò potere d’acquisto. La produzione agricola e

industriale subì una certa flessione: furono colpite soprattutto le industrie che lavoravano per

l’esportazione, mentre quelle che operavano per il settore interno poterono giovarsi della

contrazione del costo del lavoro, degli sgravi fiscali concessi dal governo e di un forte aumento

delle commesse pubbliche. La politica monetaria finì col mettere in crisi molte piccole e medie

aziende che si erano formate nei primi anni ’20 e che furono strozzate dalla restrizione del credito.

La grande depressione degli anni ’30 si fece sentire anche in Italia, forse ancora di più a causa del

protezionismo interno. Il commercio estero ridusse notevolmente, l’agricoltura subì un nuovo duro

colpo, le imprese accusarono gravi difficoltà e chiesero al governo di diminuire i salari, la

disoccupazione aumentò. La risposta dello stato alla crisi?:

1. Sviluppo di lavori pubblici

2. Intervento dello stato a sostegno dei settori in crisi.

La caduta della borsa che si verificò anche in Italia in coincidenza con la grande crisi mise in grave

difficoltà le banche. Per far fronte a questo il governo dovette creare l’istituto mobiliare italiano col

compito di sostituire le banche nel sostegno delle industrie in crisi e dando vita due anni dopo

all’istituto per la ricostruzione industriale. L’IRI divenne azionista di maggioranza delle banche in

crisi e ne rilevò le partecipazioni industriali. In questo modo lo stato italiano diventò stato-

imprenditore oltre che stato-banchiere.

Nel movimento fascista fu sempre presente una forte componente nazionalista. L’Italia non aveva

rivendicazioni da fare, era pur sempre una potenza vincitrice. Le aspirazioni imperiali rimasero

vaghi e contraddittorie contestando l’assetto dei trattati di Versailles: questo inasprì i rapporti con la

Francia ma non con la Gran Bretagna. A spingere Mussolini verso l’Etiopia furono motivi di politica

interna e internazionale: con la guerra in Etiopia voleva creare una nuova occasione di

mobilitazione popolare che facesse passare in secondo piano i problemi economico-sociali del

paese. Quando decise di imbracciare la guerra non la dichiarò nemmeno, così inglesi e francesi

non poterono fare altrimenti che condannare l’impresa italiana proponendo alla società delle

nazioni l’adozione di sanzioni consistenti nel divieto di esportare in Italia merci necessarie

all’industria di guerra. Limiti che per l’Italia significarono ben poco e che diedero anzi l’opportunità

di propaganda per un complotto internazionale contro l’Italia: le piazze si riempirono di persone

che inneggiavano Mussolini e la guerra. Il paese fu percorso da un’ondata di imperialismo

popolaresco. Si etiopici si batterono per più di sette mesi sotto il negus Hailé Selassié, ma il loro

esercito nulla poteva contro un corpo di spedizione di 400.000 uomini e che fece ricorso a mezzi

corazzati e all’aviazione. Il 5 maggio 1936, le truppe italiane, comandate da Badoglio, entrarono in

Addis Abeba e dopo quattro giorni Mussolini dichiarò il ritorno dell’Impero. La conquista in Etiopia

dal punto di vista economico, fu solo una spesa non indifferente. Ma sul piano politico il successo

fu clamoroso e indiscutibile. Mussolini diede l’illusione di una grande potenza e cercò di condurre

una politica adeguata a questo, sfruttando ogni occasione per allargare l’area di influenza italiana

giocando sulla rivalità tra tedeschi e franco-inglesi. In questo gioco fu utile anche l’unione

Germania-Italia sancita con il patto d’amicizia Asse Roma-Berlino. Per Mussolini questa poteva

servire da pressione sulle potenze occidentali, uno strumento per avere qualche vantaggio in

campo coloniale. Ma il dinamismo aggressivo della Germania era tale che non consentiva a

Mussolini i tempi e gli spazi di manovra necessari a realizzare il suo programma. Credendo di

potersi servire dell’amicizia tedesca, il duce ne fu in realtà sempre più condizionato al punto di

dover accettare tutte le iniziative hitleriane. La scelta fatale giunse nel maggio del ’39 quando

l’Italia firmò con la Germania il Patto d’Acciaio che legava definitivamente le due nazioni.

A partire dagli anni ’25-’26 un numero crescente di italiani dovette affrontare il carcere o il confino

politico, l’esilio o la clandestinità. Ci fu chi optò per un’opposizione silenziosa come Benedetto

Croce e chi invece voleva opporsi attivamente: avevano questi due strade da percorrere, o l’esilio

all’estero o l’agitazione clandestina in patria. A praticare questa lotta furono sin dall’inizio i

comunisti. Un nuovo impulso all’azione concreta contro il fascismo venne dal movimento di

Giustizia e Libertà fondato nel ’29 da Emilio Lassu e Carlo Rosselli. Un organismo di lotta di

stampo mazziniano, capace di far concorrenza al comunismo sul piano della clandestinità, ma si

proponeva anche come punto di raccordo fra socialisti, repubblicani e liberali, come nucleo di una

nuova formazione, ricomponendo la frattura tra liberalismo e marxismo. I comunisti erano molto

polemici nei confronti della concentrazione. I comunisti avevano un centro estero con sede a

Parigi, gestito da dirigenti con contatti a Mosca. Palmiro Togliatti era un dirigente di primo piano del

Comintern. Le critiche alla linea ufficiale formulate in carcere da leader come Terracini e Gramsci

rimasero sconosciute ai militanti, come rimasero sconosciuti i Quaderni del carcere di Gramsci

dove si rifletteva sulla storia d’Italia, sul ruolo degli intellettuali e sulla strategia del

partito(sarebbero stati pubblicati solo nel secondo dopoguerra). La stagione dei fronti popolari in

Italia durò molto poco, e l’incidenza dell’opposizione sulla situazione italiana fu pressoché nulla.

Solo a guerra ormai persa i comunisti poterono combattere il fascismo con le armi e sul suolo

italiano. Il movimento antifascista fra il ’26 e il ’43 ebbe un ruolo di grande importanza politica oltre

che morale. Diede voce e rappresentanza politica, rese possibile il sorgere di un movimento di

resistenza armata al nazifascismo, anticipò la futura Italia democratica con le sue riflessioni

teoriche e i suoi dibattiti.

Il sostegno fascista iniziò a subire qualche sbalzo. A suscitare disagio e perplessità era soprattutto

la politica economica, sempre più ispirata a motivi di prestigio nazionale e condizionata dal peso

delle spese militari. Alla fine del ’35 Mussolini giocò la carta dell’autarchia, consistente nella ricerca

di una sempre maggiore autosufficienza economica, soprattutto nel campo dei prodotti e della

materie prime indispensabili in caso di guerra. L’autarchia si tradusse in una ulteriore stretta

protezionistica, molte industrie ne trassero vantaggio ma non mancarono le perplessità nei

confronti di una politica che implicava uno stretto controllo governativo sulla produzione, il

commercio e gli scambi valutari. L’autosufficienza fu irraggiungibile. L’indice della produzione

crebbe ma lentamente, e crebbero anche i prezzi e ciò comportò un peggioramento nei livelli di

vita delle classi popolari. L’aspetto che più inquietava l’opinione pubblica era l’amicizia tedesca. La

nuova politica mussoliniana non faceva altro che far sembrare la guerra vicina. Mussolini voleva

per l’Italia conquiste e confronti militari, gli italiani avrebbero dovuto rinnovarsi nel profondi

trasformandosi in un popolo di attitudini e di tradizioni guerriere. Ciò implicava nel duce un

atteggiamento duro e quasi punitivo nei confronti della popolazione, soprattutto nei confronti della

borghesia che secondo lui doveva essere estirpata dal costume nazionale perché considerata una

mentalità più che una classe. Il regime doveva diventare più totalitario. La manifestazione più seria

di questo atteggiamento fu l’introduzione nell’autunno del 1938, delle leggi discriminatorie nei

confronti degli ebrei. Queste leggi giungevano in un paese che non aveva mai avuto problemi di

antisemitismo diffuso, gli ebrei erano pochi e una comunità ben integrata nella società italiana.

Mussolini voleva inculcare negli italiani l’orgoglio razziale e fornirgli così un motivo di aggressività e

compattezza nazionale. Le leggi razziali suscitarono sconcerto, perplessità nell’opinione pubblica e

aprirono un serio contrasto con la chiesa. Queste leggi ebbero successo tra i giovani che si

abituarono a pensare fascista, a considerare il regime come una realtà immutabile. Fu proprio con

lo scoppio della guerra che il fascismo iniziò a perdere consensi, soprattutto quello dei giovani.

Il tramonto del colonialismo: l’Asia e l’America Latina

Il contributo, in uomini e materie prime, dato dalle colonie inglesi e francesi durante la grande

guerra, le suggestioni della rivoluzione russa e l’ideologia wilsoniana, che riconosceva a tutti i

popoli il diritto di autodeterminazione, avevano alimentato le aspirazioni di indipendenza nelle

colonie europee.

I movimenti indipendentisti erano stati spesso strumentalizzati durante la guerra, soprattutto in

Medio Oriente, dove l’appoggio inglese al nazionalismo arabo contrastava in realtà con la

contemporanea spartizione dell’area tra Gran Bretagna e Francia e il riconoscimento dei diritti del

movimento sionista. Gli inglesi avevano promesso agli arabi la formazione di un grande regno

arabo indipendente se loro li avessero aiutati nella guerra contro i turchi: questi accettarono.

La Turchia perse. Non solo si trovò con il territorio dimezzato, ma rischiava anche di essere divisa

tra Gran Bretagna e Francia, così il popolo fu esausto. La risposta giunse dalle forze militari

guidate da Kemal: partiva la riscossa nazionale. Francia e Gran Bretagna decisero di abbandonare

la Grecia nella guerra contro i turchi: per la Grecia fu una vera tragedia. La Turchia fu liberata,

abolito il sultano e creata la repubblica semidittatoriale nelle mani di Kemal che tentò una politica di

occidentalizzazione e laicizzazione del paese, che gli costò il contrasto dei musulmani.

La Gran Bretagna capì la necessità di dover ridimensionare le sue aspirazioni coloniali e cercò di

venire incontro ad alcune delle aspirazioni delle sue colonie: concesse l’Indipendenza dell’Egitto e

riconobbe i dominions bianchi (Canada, Sud Africa e Australia) autonomi, e creò con il

Commonwealth una libera associazione degli stati ad essa soggetti. Più difficile fu la questione

indiana. La Gran Bretagna era stata riconoscente nei confronti degli indiani per la fedeltà che

riconobbero nel primo conflitto mondiale, ma questa riconoscenza non bastò per evitare la

formazione di un movimento indipendentista che con il massacro di Amristar vide sempre di più nei

coloni una minaccia nemica. Il movimento fu guidato da Gandhi con la sua politica della non-

violenza e della resistenza passiva. La Gran Bretagna alternò momenti di repressione a momenti

di concessioni.

L’umiliazione di Versailles risvegliò in Cina l’agitazione nazionalista che si riunì attorno ai

nazionalisti del Kuomintang alleati con i comunisti, contro il governo centrale e i signori della

guerra. A capo di questa organizzazione c’era Sun Yat-Sen ma alla sua morte finì il legame tra

nazionalisti e comunisti. Il comando dei nazionalisti fu preso da Chang Kai-shek. Sconfitto il

governo centrale Chang Kai-Shek proseguì nella sua lotta contro i comunisti, relegando in secondo

piano quella contro i giapponesi che avevano invaso la Manciuria. Il partito comunista cinese

guidato da Mao Tse-Tung estese la sua presenza tra i contadini (secondo Mao i veri protagonisti

del processo rivoluzionario erano le masse rurali e rovesciava in modo radicale la teoria ortodossa

marxista più di quanto non avesse già fatto Lenin, si fondò addirittura una repubblica sovietica

cinese), e nel ’34 con la lunga marcia riuscì nonostante le perdite a salvare il suo gruppo dirigente.

Un accordo tra comunisti e nazionalisti in funzione antigiapponese non riuscì ad impedire che il

Giappone invadesse la Cina occupandone una vasta zona comprendente tutto il Nord-Est

industrializzato e quasi tutte le città più importanti.

Tra le due guerre si assiste in Giappone a un grande sviluppo economico e politico in senso

imperialista. Il dinamismo dell’economia, l’impetuosa crescita demografica, la struttura prussiana

della classe dirigente imperniata sull’unione tra industria, proprietà terriera e militari, spingevano il

Giappone verso la politica imperialista verso il Pacifico e l’intera Asia orientale, l’obiettivo principale

era sottomettere vaste aree della Cina. Nel frattempo fecero la loro comparsa i movimenti autoritari

di destra ispirati ai fascismi occidentali, e questi negli anni ’30 riuscirono ad affermarsi in

Giappone.

In America Latina la grande crisi ebbe conseguenze fortemente negative, ma stimolò comunque in

alcuni paesi un processo di diversificazione produttiva. Sul piano politico molti stati latino-americani

videro instaurarsi dittature personali o governi più o meno autoritari. In alcuni paesi come Brasile,

Messico e Argentina, questi regimi assunsero un indirizzo populista e godettero dell’appoggio dei

lavoratori urbani.

La seconda guerra mondiale

La falsa pace di Monaco mostrò come Hitler aveva solo rimandato lo scontro con le altre potenze.

La guerra era nell’aria e non vi erano dubbi che la responsabilità era esclusivamente della

Germania e la sua politica di conquista e aggressione. Le democrazie occidentali si erano illuse di

aver fermato Hitler con la concessione dei Sudeti, ma si sbagliavano considerando che già

nell’ottobre del ’38 Hitler aveva preparato i piani per l’occupazione di Boemia e Moravia, la parte

più popolosa della Cecoslovacchia. Fra marzo e maggio del ’39 Gran Bretagna e Francia

accantonarono la politica dell’appeasement e diedero vita a un’offensiva diplomatica. Patti di

assistenza militare furono stipulati con Belgio, Olanda, Grecia, Romania e Turchia. La Polonia

costituiva il piatto prelibato per i tedeschi, così si pensò ad un’alleanza tra questa, Francia e

Inghilterra. Mussolini cercò di attuare una sua iniziativa occupando l’Albania, considerata una base

per la penetrazione nei Balcani: questo accrebbe la tensione con le democrazie occidentali. Nel

’39 Mussolini decise di suggellare l’unione dell’Asse Roma-Berlino con la firma del patto d’acciaio:

se una delle due parti si fosse trovata impegnata in un conflitto per una causa qualsiasi, l’altra

sarebbe scesa a difenderla. Mussolini accettò pur sapendo di non aveva una buona preparazione

militare. A questo punto restava da domandarsi cosa avrebbe fatto l’Urss. I sovietici erano titubanti

nei confronti delle democrazie occidentali perché pensavano che avrebbero riversato sull’URSS

tutta la potenza germanica, poi in un’ipotetica alleanza con le democrazie la Polonia non avrebbe

permesso ai russi di passare per i suoi territori, quindi preferirono guardare con attenzione le

offerte provenienti dai tedeschi. Il 23 agosto 1939, i ministri degli esteri tedesco e sovietico

Ribbentrop e Molotov, firmarono a Mosca un patto di non aggressione fra i due paesi. Questo

accordo fra due regimi dalle ideologie contrapposte rappresentò uno dei più grandi colpi di scena

della storia. Si trattò di un trattato che assicurava a ambo le parti dei vantaggi. Attraverso un

protocollo segreto all’URSS venivano riconosciuti i possedimenti sugli Stati Balcanici, Romania e

Polonia. Hitler rinviò l’attacco al suo nemico. Il 1 settembre 1939 la Germania attaccò la Polonia, e

il 3 settembre Gran Bretagna e Francia dichiaravano guerra alla Germania. L’Italia si era dichiarata

non belligerante.

Le prime settimane di guerra bastarono alla Germania per sbarazzarsi della Polonia e per

mostrare la sua efficienza bellica. Fu questa la prima applicazione della guerra lampo, un nuovo

metodo di guerra che si basava sull’uso congiunto di aviazione e forze corazzate. A metà

settembre la Polonia capitolava con l’assediamento di Varsavia. Tedeschi e sovietici imposero nei

territori sotto il loro controllo uno spietato regime di occupazione. La Polonia cessava di esistere

senza aver ricevuto sostegno dalle potenze occidentali. Il terreno di guerra si spostò verso

l’Europa del nord dove l’URSS fece il suo primo passo attaccando la Finlandia il 30 novembre, per

non aver rispettato le rettifiche di confine. Nel marzo del ’40 la Finlandia dovette cedere. Hitler

decise di attaccare il 9 aprile 1940 Danimarca e Norvegia: nella primavera del ’40 Hitler controllava

buona parte dell’Europa centro-settentrionale.

L’offensiva tedesca sul fronte occidentale ebbe inizio il 10 maggio 1940 e si risolse nel giro di

poche settimane a causa degli errori commessi dai comandanti francesi, ancora legati alla

concezione statica della guerra, con la famosa linea Maginot coprivano solo la frontiera franco-

tedesca, lasciando scoperto Belgio e Lussemburgo, da dove veniva la minaccia più seria. I

tedeschi iniziarono attaccando Belgio, Olanda e Lussemburgo. I tedeschi entrarono e dilagarono

su tutto il paese giungendo fino al mare dove gli inglesi insieme a 100.000 uomini tra belgi e

francesi si reimbarcavano al porto di Dunkerque. Per gli inglesi la ritirata rappresentò la salvezza,

anche se Hitler sperava in un possibile accordo con questi. Per la Francia la sconfitta era

irreparabile, il 14 giugno i tedeschi entravano a Parigi. Anche la classe politica francese crollò,

eppure Charles de Gaulle incitava i francesi a combattere al fianco degli alleati. Petain puntava

all’armistizio, firmato a Rethondes. Il governo conservava la sua autorità su una zona circoscritta

del paese e sulle sue colonie: il resto era dei tedeschi. Il regno di Vichy con Petain diede la colpa

alla classe dirigente repubblicana e al sistema democratico-parlamentare, si propose una

rivoluzione nazionale con il ritorno all’antico regime: culto dell’autorità, difesa della religione, della

famiglia, esaltazione retorica della piccola proprietà e del lavoro nei campi, organizzazione sociale

di stampo corporativo. Questo non fu altro che uno stato-satellite tedesco, così si chiuse ogni

rapporto con gli inglesi.

L’Italia non era entrata in guerra a causa della crisi e delle spese eccessive per l’Etiopia e la

Spagna. Ma quando la Francia esitò, Mussolini non ebbe dubbi: bisognava entrare in guerra, con

la Germania la vittoria sarebbe stata assicurata: il 10 giugno 1940 da Palazzo Venezia il duce

annunciava l’entrata in guerra dell’Italia contro le democrazie. Il primo attacco si ebbe sulle Alpi, gli

italiani non erano pronti alla guerra e la fortuna fu la firma dell’armistizio da parte della Francia che

in realtà non aveva dato che qualche centimetro in più di territorio. Le cose non andarono meglio

contro gli inglesi. Nel Mediterraneo la flotta italiana subì una clamorosa sconfitta e in Africa

Settentrionale si prospettava la stessa fine, ma quando Hitler offrì un aiuto Mussolini lo rifiutò

perché voleva che l’Italia combattesse una guerra parallela alla Germania: l’Italia non poteva

competere quella guerra.

Dal giugno 1940 la Gran Bretagna era rimasta sola contro la Germania. A questo punto Hitler

sarebbe sceso a trattative se solo gli fossero state riconosciute le conquiste: il popolo britannico e

la classe dirigente decisero di continuare la lotta. Interprete e ispiratore di questa volontà di lotta

era Churchill:

• Guerra per mare, per terra e per aria

• Vittoria a tutti i costi

• Sconfiggere Hitler.

I sacrifici annunciati da Churchill si tramutarono presto in realtà: all’inizio di luglio Hitler si

preparava ad attaccare l’Inghilterra, la premessa essenziale era il dominio del cielo visto che la

Gran Bretagna era fortissima sulle navi. Si preparò la prima grande battaglia aerea della storia. Gli

attacchi tedeschi furono affrontati efficacemente dalla Royal Air Force.

Il 28 ottobre 1940 l’Italia attaccava la Grecia senza motivo: anche lì c’era un regime semifascista e

aveva avuto diversi rapporti con l’Italia. L’offensiva italiana si scontrò con una difesa più dura del

previsto e gli italiani furono costretti a ritirarsi in Albania schierando la difesa. Il fallimento in Grecia

alimentò in patria molta sfiducia e la figura di Mussolini fu fortemente colpita dall’opinione pubblica,

tanto più che a quest’insuccesso si sommava quello africano. Gli inglesi avevano attaccato la

Cirenaica e per evitare la cacciata dalla Libia, Mussolini fu costretto ad accettare l’aiuto di Hitler.

Così fu riconquistata la Cirenaica, ma nel frattempo l’Africa orientale italiana veniva presa dagli

inglesi che il 6 aprile 1941 entrarono ad Addis Abeba. Anche il fallimento nei Balcani aprì la strada

ai tedeschi che insieme agli italiani nel 1941 presero Jugoslavia e Grecia, mentre gli inglesi

arretravano. Restava aperto solo il fronte nordafricano, ma Hitler non avendo più rivali in Europa

puntò tutto sull’URSS: conquistò l’est ai danni di Stalin.

Stalin pensava che la Germania non avrebbe mai attaccato l’URSS prima della sconfitta inglese,

così quando il 22 giugno 1941 i tedeschi attaccarono i russi si trovarono impreparati e questo

facilitò, all’inizio, il compito degli aggressori. I tedeschi ottennero successi a nord attraverso le

regioni baltiche e a sud attraverso l’Ucraina, ma si puntava al Caucaso petrolifero. In dicembre i

sovietici allontanarono la minaccia da Mosca ma i tedeschi avevano ancora Ucraina, Bielorussia e

regioni baltiche, importantissime dal punto di vista economico. I sovietici resistettero, guidati

personalmente da Stalin. Da guerra lampo si passò a guerra d’usura: testare la resistenza di

uomini e materiali. La Germania in una guerra del genere era destinata a perdere tanto più che la

Gran Bretagna si univa all’URSS.

Allo scoppio del conflitto l’America si era dichiarata non interventista, Roosevelt si impegnò in una

politica di sostegno economico verso la Gran Bretagna, ormai sola contro la Germania. In maggio

gli Stati Uniti rompono le relazioni diplomatiche con Italia e Germania e scortano i convogli che

trasportavano aiuti alle nazioni unite fino all’Irlanda. Il 14 agosto 1941 Roosevelt e Churchill si

incontrano e firmano la Carta atlantica, un documento di otto punti in cui i due statisti ribadivano la

condanna dei regimi fascisti fissando le linee di un nuovo ordine democratico da costruire a guerra

finita:

1. Rispetto dei principi di sovranità popolare e autodecisione dei popoli

2. Libertà dei mari

3. Libertà dei commerci

4. Cooperazione internazionale

5. Rinuncia all’uso della forza nei rapporti fra stati

A trascinare gli USA nel conflitto fu la mossa falsa del Giappone che occupò l’Indocina francese:

Gran Bretagna e Stati Uniti bloccarono le esportazioni verso il Giappone. Il Giappone a questo

punto si trovò con le spalle al muro: arrendersi alle imposizioni straniere oppure continuare la

guerra per conquistare nuovi territori. Fu scelta la seconda opzione, così il 7 dicembre del 1941

attaccarono la flotta statunitense a Pearl Harbor. I giapponesi avevano ottenuto ciò che volevano:

controllo su Filippine, Malesia e Birmania, Indonesia olandese. Pochi giorni dopo Pearl Harbor

anche Germania e Italia dichiaravano guerra agli USA: la guerra diventava a tutti gli effetti

mondiale.

Nella primavera-estate del ’42 le potenze del tripartito avevano ottenuto la loro massima

estensione territoriale. Sia Germania che Giappone decisero di instaurare nei loro territori un

nuovo ordine basato sulla supremazia della nazione eletta e sulla rigida subordinazione degli altri

popoli alle esigenze dei dominatori. Tutta l’Europa orientale doveva diventare una colonia agricola

del Grande Reich, ogni traccia di industrializzazione e urbanizzazione doveva essere cancellata,

ogni forma di istruzione superiore bandita. Le elites intellettuali e politiche dovevano essere

sterminate fisicamente. La persecuzione più orribile e spietata fu quella contro gli ebrei. In tutti i

paesi occupati dai nazisti gli ebrei furono prima confinati nei ghetti e discriminati con l’obbligo di

portare la stessa gialla, poi furono deportati in campi di prigionia e qui venivano sfruttati fino alla

consunzione fisica, usati come cavie per esperimenti medici e se non erano in grado di lavorare

venivano eliminati con le camere a gas. Fra i 5 e i 6 milioni di israeliti scomparvero così, con la

soluzione finale progettata da Hitler. Questo dominio sugli ebrei portò vantaggi alla Germania che

avrebbe avuto una forza lavoro gratuita, una fonte di materie prime, un enorme prelievo di

ricchezze e di beni di consumo che permise ai tedeschi di mantenere un livello di vita più elevato di

quello consentito agli altri popoli europei. La resistenza al nazismo di fece forte nella primavera-

estate del 41, veri movimenti popolari furono quelli in Jugoslavia e Grecia. Un salto decisivo fu

l’attacco tedesco all’Urss che portò i comunisti di tutta Europa a impegnarsi attivamente nella lotta

armata contro i nazisti. Non sempre le forze della resistenza riuscirono a stabilire una linea

d’azione comune. I comunisti erano guardati con sospetto dagli angloamericani e dalle componenti

moderate del fronte antifascista. Accordi unitari furono ugualmente raggiunti in Francia e in Italia.

Diffuso era il timore che i partiti comunisti fungessero da strumento per i piani egemonici sovietici.

In tutti i territori occupati dai tedeschi, ci fu per opportunismo o per convinzione, una collaborazione

alla lotta antipartigiana.

Fra il 1942 e il 1943 i giapponesi iniziavano a subire alcune sconfitte come quella del Mar dei

Coralli e delle isole Midway. Ma l’episodio decisivo di questa fase della guerra si ebbe con

l’occupazione tedesca di Stalingrado. Nel novembre del ’42 i sovietici contrattaccarono e chiusero i

tedeschi in una morsa. Hitler ordinò la resistenza ad oltranza: per i tedeschi questo rappresentò il

più grave rovescio subito dall’inizio della guerra. Stalingrado divenne il simbolo della riscossa.

Un’altra decisiva battaglia si ebbe nel Nord Africa dove l’esercito britannico incontrava quello italo-

tedesco ad El Alamein. A fine ottobre il generale Montgomery poteva lanciare la controffensiva e ai

primi di novembre gli italo-tedeschi furono sconfitti. Nel novembre del ’42 gli italo-tedeschi furono

cacciati anche da Algeria e Marocco. A questo punto bisognava puntare all’Europa, ma bisognava

farlo secondo piani precisi. Così tutte le 26 nazioni contro il Tripartito si unirono a Washington per

sottoscrivere il patto delle Nazioni Unite: i contingenti si impegnavano a tener fede ai principi della

Carta atlantica, a combattere le potenze fasciste, a non concludere armistizi o paci separate.

Ovviamente gli accordi non eliminarono i disaccordi ideologici: Stalin voleva subito aprire il fronte

sull’Europa, Churchill invece pensava prima a chiudere quello africano. Alla fine prevalse il punto di

vista inglese e nella conferenza di Casablanca si decise che appena chiuso il fronte africano, il

fronte europeo si sarebbe aperto in Italia. Nella stessa conferenza veniva stabilita la resa

incondizionata da imporre agli avversari: la guerra sarebbe continuata fino alla vittoria totale.

La campagna d’Italia iniziò il 12 giugno 1943: il 10 luglio gli angloamericani sbarcavano in Sicilia.

La popolazione locale non oppose resistenza. Lo sbarco rappresentò il colpo di grazia per il regime

fascista. Un sintomo d’allarme era venuto dai grandi scioperi torinesi propagatosi poi negli altri

centri industrializzati del nord. Il popolo italiana si ribellava al caro-vita, ai disagi alimentari, ai

bombardamenti. A determinare la caduta di Mussolini fu una sorta di congiura che faceva capo alla

corona e vedeva tutte le componenti moderate del regime unite ad alcuni esponenti del mondo

politico prefascista nel tentativo di portare il paese fuori da una guerra ormai perduta e di

assicurare la sopravvivenza della monarchia. Il pretesto formale per l’intervento del re fu offerto da

una riunione del gran consiglio del fascismo con l’approvazione di un ordine del giorno proposto da

Dino Grandi, che invitava il re a riassumere le funzioni di comandante delle forze armate e

suonava come esplicita sfiducia nei confronti del duce. Il pomeriggio del 25 luglio Vittorio

Emanuele III convocò Mussolini invitandolo a rassegnare le dimissioni e immediatamente arrestato

dai carabinieri. Capo del governo fu nominato Badoglio. L’annuncio della caduta di Mussolini fu

accolto con entusiasmo dalla popolazione. Il partito fascista scomparve praticamente nel nulla

prima ancora che Badoglio provvedesse a scioglierlo. La popolazione sperava nella fine della

guerra, ma l’uscita dal conflitto si sarebbe rivelata per l’Italia più tragica di quanto non fosse stata

la guerra stessa. Badoglio tentò la carta della pace separata, gli angloamericani negarono e fecero

sottoscrivere un armistizio senza garanzia per il futuro, il 3 settembre. La resa dell’Italia creò il

caos: il re e il governo abbandonavano la capitale e i tedeschi procedevano con l’occupazione

della parte centro-settentrionale. Roma si difese con i pochi che erano rimasti dell’esercito e con il

contributo di civili armati ma i tedeschi non accettarono la resistenza e diversi furono i deportati.

L’Italia diventava così il terreno delle guerre straniere e si preparava ad affrontare uno dei momenti

più bui della sua storia.

A partire dall’autunno del ’43 l’Italia fu divisa in due in guerra l’una contro l’altra: a sud la monarchia

e a nord il fascismo risorgeva dalle sue ceneri sotto la protezione dell’occupazione tedesca. Il 12

settembre 1943 i tedeschi liberarono Mussolini e il duce annunciò la sua intenzione di dar vita a un

nuovo stato fascista, la Repubblica sociale italiana. La RSI si proponeva di ripulire gli artefici del

tradimento del 25 luglio: monarchici, badogliani e fascisti moderati. Il nuovo stato repubblicano

trasferì i suoi uffici tra la Lombardia e il Veneto e ribadì la sua fedeltà allo stato tedesco. La

Repubblica di Mussolini non acquistò mai piena credibilità a causa dell’occupazione tedesca che

non faceva altro che sfruttare il territorio e applicare leggi razziali. La principale funzione

effettivamente svolta dal governo di Salò fu quella di reprimere e combattere il movimento

partigiano: il centro-nord diventava teatro di una guerra civile. I partigiani agivano lontano dai centri

abitati, con attacchi improvvisi ai reparti tedeschi e con azioni di sabotaggio e disturbo, ma erano

presenti anche nelle città con i gruppi di azione patriottica. I tedeschi risposero con spietate

rappresaglie, come la più clamorosa fucilazione delle fosse ardeatine. Le bande partigiane si

organizzarono in base al loro orientamento politico:

1. Brigate Garibaldi, comunisti

2. Giustizia e Libertà, movimento antifascista

3. Brigate Matteotti, socialisti.

I partiti antifascisti si proponevano come guida di una Italia democratica, uniti sotto il Comitato di

liberazione nazionale incitavano il popolo alla resistenza per riconquistare l’Italia. I partiti del CLN

non avevano la forza per imporre il loro punto di vista. Nell’ottobre del ’43 il governo dichiarò

guerra alla Germania e ottenne per l’Italia la qualifica di cobelligerante, un corpo italiano di

liberazione combattè con gli angloamericani. Il contrasto tra CLN e governo fu sbloccato solo nel

marzo del 1944 dall’iniziativa del leader comunista Palmiro Togliatti. Togliatti propose di

accantonare ogni pregiudizio contro il re o Badoglio e di formare un governo di unità nazionale

capace di concentrare le sue energie sul problema della guerra e della lotta al fascismo. La svolta

di Salerno era in armonia con le scelte dell’URSS ma serviva anche a legittimare il PCI agli occhi

degli alleati e dell’opinione pubblica moderata. La scelta di Togliatti consentì di formare il primo

governo di unità nazionale, presieduto sempre da Badoglio e comprendente i rappresentanti dei

partiti del CLN. Vittorio Emanuele III passò i poteri a suo figlio Umberto, lasciando nella mani degli

italiani la sorte della monarchia. Nel giugno del ’44 Umberto assunse la luogotenenza generale del

Regno, Badoglio si dimise lasciando il governo a Bonomi. La azioni dei partigiani divennero più

ampie e frequenti, la base di reclutamento si allargò e molte città furono liberate prima dell’arrivo

degli alleati.

Mentre l’Italia veniva liberata, i sovietici avanzavano verso Berlino. Le vittorie sovietiche

consentirono all’URSS di accrescere il suo peso contrattuale in seno alla grande alleanza. Con la

conferenza di Teheran i sovietici ottennero il consenso di sbarcare sulle coste francesi nella

primavera del ’44. Per attuare lo sbarco in Normandia fu necessario un lungo progetto.

L’operazione Overlord scattò all’alba del 6 giugno 1944 preparata da un’impressionate serie di

bombardamenti. Alla fine di luglio gli alleati sconfissero i tedeschi e dilagarono nel nord della

Francia. Il 25 agosto gli angloamericani e i reparti di De Gaulle entravano a Parigi. In settembre la

Francia era quasi completamente liberata e l’esercito tedesco era in crisi.

Nell’autunno del ’44 la Germania poteva considerarsi sconfitta. In ottobre Belgrado fu liberata e gli

inglesi sbarcarono in Grecia. Il territorio tedesco era sottoposto a continui bombardamenti.

L’offensiva aerea aveva lo scopo di colpire la produzione industriale ma anche di demoralizzare il

popolo tedesco fino a minarne la capacità di resistenza. Hitler rifiutava qualsiasi intesa. I tre grandi

tornarono ad incontrarsi a Yalta e lì stabilirono che la Germania sarebbe stata divisa in 4 zone di

occupazione e sottoposta a radicali misure di denazificazione, i popoli liberati avrebbero potuto

esprimersi mediante libere elezioni, per quanto riguardava la Polonia il governo sarebbe dovuto

nascere da un accordo fra la componente comunista e quella filo-occidentale. In cambio delle

assicurazioni ottenute, l’URSS si impegnò a entrare in guerra contro il Giappone. A metà gennaio

furono riaperti tutti i fronti, i soldati tedeschi non opponevano resistenza. Ad aprile cadde anche il

fronte italiano e il 25 aprile i tedeschi abbandonavano Milano. Mussolini che tentava di fuggire in

Svizzera travestito da soldato tedesco, fu catturato e fucilato dai partigiani il 28 aprile e il suo

cadavere fu esposto a piazzale Loreto a Milano. Hitler si suicidò nel suo bunker lasciando il Reich

all’ammiraglio Donitz che offrì subito la resa agli alleati. Il 7 maggio fu firmato l’atto di capitolazione

delle forze armate tedesche. La guerra europea si concludeva così con la morte dei due dittatori

che più d’ogni altro avevano contribuito a scatenarla. Ma il conflitto mondiale continuava in

Estremo Oriente, dove il Giappone ormai isolato continuava a combattere.

Il nuovo presidente americano Truman decise di impegnare contro il Giappone la nuova arma

totale, la bomba atomica, sperimentata per la prima volta nel deserto del Nuovo Messico. Il 6

agosto 1945, un bombardiere americano sganciò la prima bomba su Hiroshima e tre giorni dopo a

Nagasaki. Le conseguenze furono spaventose: non solo per i morti ma anche per la

contaminazione delle radiazioni. Il 15 agosto l’imperatore Hirohito offrì la resa senza condizioni. Il 2

settembre 1945 si concludeva il secondo conflitto mondiale.

Il mondo diviso

La seconda guerra mondiale non solo portò al capolinea i regimi dittatoriali ma portò al suo

drammatico epilogo la piaga della crisi che aveva invaso l’Europa ancor prima del primo conflitto

mondiale. Ora solo due potenze potevano aspirare al ruolo di potenze mondiali: gli USA e l’URSS.

Le due superpotenze erano entità continentali e multietniche, molto diverse dai vecchi stati

nazione, entrambe dotate di immense risorse naturali e di un massiccio apparato industriale,

entrambe avevano interessi di dimensione mondiale, ciascuna portatrice della propria cultura, di un

proprio messaggio globale, radicalmente contrapposto all’altra, sul modo di assicurare il benessere

e il progresso dei popoli. Il messaggio americano era quello dell’espansione democratica liberale,

in regime di pluralismo politico, di concorrenza economica e di ampia libertà personale, in base a

un’etica del successo a sfondo individualistico. Il messaggio sovietico era invece quello della

trasformazione dei vecchi assetti politico-sociali in nome del modello collettivistico, fondato sul

partito unico e sulla pianificazione centralizzata, nonché su un’etica anti-individualista della

disciplina e del sacrificio. Si giunse a un nuovo sistema mondiale essenzialmente bipolare, con

influenze determinanti sulla vita dei singoli stati. Sul piano psicologico e morale, il secondo conflitto

mondiale conferì certamente una nuova dimensione all’orrore per la guerra. A ciò si aggiunse, alla

fine del conflitto, un duplice trauma morale: da un lato quello derivante dalle agghiaccianti

rivelazioni sui crimini nazisti e sul genocidio degli ebrei, dall’altro quello provocato dall’apparizione

della bomba atomica, cioè di un’arma non solo dotata di capacità distruttive senza precedenti ma

addirittura capace di minacciare la sopravvivenza stessa dell’umanità. Questa terribile lezione

produsse un bisogno di cambiamento, un desiderio di rifondare su basi più stabili il sistema delle

relazioni internazionali e di mutarne le regole. La gestione della pace da parte americana fu

complessivamente più generosa e lungimirante di quella messa in atto dall’Intesa del primo

dopoguerra. Il tentativo di dare nuova fisionomia e nuovi poteri all’ONU. Si intraprese un’opera di

codificazione e di aggiornamento del diritto internazionale, includendovi per la prima volta un vero

e proprio settore penale, applicato nel processo di Norimberga contro i capi nazisti. A farsi

promotori e garanti del nuovo sistema mondiale furono gli Stati Uniti. Gli USA divennero per

l’Europa occidentale il principale punto di riferimento non solo materiale ma anche ideale e

culturale. Con il mito americano che prese forma in quegli anni, l’egemonia materiale degli USA

sembrò assumere anche i connotati del primato ideale: gli USA apparivano come l’unico paese in

grado di dispensare speranze e gioia di vivere anche a tanti europei che erano tornati alla pace

senza ottimismo, orfani dei vecchi valori e bisognosi di nuove certezze.

Di matrice americana fu l’ispirazione dell’ONU, creata nella conferenza di San Francisco al posto

della vecchia e screditata Società delle nazioni. Lo statuto dell’ONU reca l’impronta di due diverse

concezioni: da un lato quella dell’utopia democratico wilsoniana, dall’altro quella della necessità di

un direttorio delle grandi potenze come unico efficace strumento di governo degli affari mondiali,

questo di matrice rooseveltiana. I principi di versatilità e dell’uguaglianza. Il meccanismo del

direttorio è riflesso nel Consiglio di sicurezza, organo permanente che in caso di crisi

internazionale ha il potere di prendere decisioni vincolanti per gli stati e di adottare misure che

possono giungere fino all’intervento armato. Il consiglio si compone di quindici membri: le cinque

maggiori potenze vincitrici, gli altri dieci vengono eletti a turno fra gli stati. Ciascuno dei membri

permanenti gode di un diritto di veto col quale può paralizzare l’azione del consiglio quando la

ritenga contraria ai propri interessi o ai propri convincimenti. Altri organi dell’ONU sono il Consiglio

economico e sociale e la Corte internazionale di giustizia. Con gli accordi di Bretton Woods del

luglio 1944 fu creato il Fondo monetario internazionale, con lo scopo di costituire un adeguato

ammontare di riserve valutarie mondiali e di assicurare la stabilità dei cambi fra le monete,

ancorandoli non solo all’oro ma anche al dollaro americano. Si venne così a consolidare il primato

della moneta americana come valuta internazionale per gli scambi e come valuta di riserve per le

banche centrali di tutto il mondo. Al fondo monetario fu affiancata la Banca mondiale, col compito

di concedere prestiti ai singoli stati per favorirne la ricostruzione e lo sviluppo. Sul piano

commerciale, un sistema fondamentalmente liberoscambista fu instaurato dall’Accordo generale

sulle tariffe e sul commercio stipulato a Ginevra nell’ottobre del ’47, che prevedeva un generale

abbassamento dei dazi doganali.

La grande alleanza fra le potenze vincitrici aveva cominciato ad incrinarsi già prima della fine della

guerra. Il grande progetto di Roosevelt di rimanere in aperto dialogo con l’URSS morì con lui.

Quando arrivò Truman come presidente degli USA si incrinarono i rapporti con Stalin, l’America

risultava nei confronti dei sovietici più chiusa. Il problema della Germania divisa era rimasto

irrisolto. L’influenza dell’URSS sui territori che aveva occupato era pressochè inesistente e Stalin si

trovò a dover far accettare ai popoli dominati dei partiti comunisti al governo. Questo non andò giù

a Truman che lo denunciò alla Società delle nazioni e Stalin lo accusò di guerrafondaio e

paragonato a Hitler. La grande alleanza era così giunta al capolinea.

Nell’estate del ’46 emersero nuovi problemi: l’URSS non voleva abbandonare l’Iran come

d’accordo, e aveva chiesto alla Turchia basi militari e nuove concessioni per l’accesso agli stretti.

Entrambe le zone erano sotto la sfera inglese, che avrebbe dovuto svolgere il ruolo di custode

degli equilibri europei e mediorientali. Ma il governo inglese abbandonò il suo ruolo di

superpotenza a causa della grave crisi interna. Gli USA la sostituirono iniziando con la politica del

containment, inducendo Stalin ad abbandonare i suoi progetti. In base alle teoria Truman, gli USA

si impegnavano a intervenire per sostenere i popoli liberi nella resistenza all’asservimento da parte

di minoranze militari o pressioni straniere: ciò equivaleva ad aprire un confronto con l’URSS. Nel

giugno del ’47 gli americani lanciarono un vasto piano di aiuti economici all’Europa, che prese il

nome di piano Marshall. I sovietici respinsero il piano e imposero ai loro satelliti di fare altrettanto.

Fra il 1948 e il 1952 il piano Marshall aveva riversato nelle casse europee 13 miliardi di dollari

favorendo la ripresa economica e industriale. Un nuovo fronte di tensione fu rappresentato dalla

formazione del Cominform, il comitato di informazione dei partiti comunisti, una sorta di riedizione

della Terza Internazionale che si era sciolta nel ’43 in omaggio all’alleanza antifascista. Iniziò la

guerra fredda, irriducibile ostilità tra due blocchi contrapposti di stati. Il più importante terreno di

scontro fu quello germanico, diviso in 4 zone di occupazione. La capitale Berlino era a sua volta

divisa in 4 zone. Stati Uniti e Gran Bretagna nel ’47 integrarono le loro zone attuando una riforma

monetaria e liberalizzando l’economia. Stalin rispose con la chiusura di Berlino nel giugno del ’48.

Gli americani organizzarono un ponte aereo per rifornire la città e alla fine i sovietici decisero di

togliere il blocco. Nello stesso mese furono unificate tutte e tre le zone occidentali della Germania

e fu proclamata una Repubblica federale tedesca. Nell’aprile del ’49 fu firmato il patto atlantico,

alleanza tra i paesi dell’Europa occidentale, Stati Uniti e Canada. Il patto stabiliva un dispositivo

militare integrato composto da contingenti dei singoli paesi membri: NATO. L’URSS rispose

stringendo con i paesi satelliti un’alleanza militare, il patto di Varsavia, basato anch’esso su

un’organizzazione militare integrata.

In URSS si ebbe nel dopoguerra l’accentuazione dei caratteri autoritari del regime. La ricostruzione

economica avvenne rapidamente, privilegiando l’industria pesante e comprimendo i consumi della

popolazione. L’URSS diventò una grande potenza militare, dotandosi anch’essa della bomba

atomica. La ricostruzione del paese avvenne anche grazie a massicce riparazioni imposte ai paesi

dell’Est ex nemici. Tutti questi paesi furono trasformati, nella seconda metà degli anni ’40, in

satelliti dell’URSS, politicamente ed economicamente dipendenti dalle decisioni della potenza

egemone e modellati secondo il sistema sovietico. Un’eccezione fu la Jugoslavia di Tito, la cui

autonomia dai sovietici portò nel ’48 a una vera e propria rottura.

Gli Stati Uniti si trovavano davanti al problema di dover riconvertire il loro sistema economico, dato

che con la guerra si era incentrato soprattutto con la produzione bellica. Bisognava orientarsi verso

un sistema a scopo di pace. A guidare il paese in questa nuova fase fu Truman. L’abolizione dei

controlli sulle attività industriali e il forte deficit del bilancio statale provocarono un sensibile

aumento del costo della vita, ne seguì una rivendicazione sindacale e diverse agitazioni operai. A

questo il congresso nel 1947 rispose adottando il Taft-Hartley Act, una legge di impronta

conservatrice e antisindacale che limitava la libertà di sciopero nelle industrie di interesse

nazionale. A partire dal ’49 iniziò una sorta di caccia al comunista, una campagna anticomunista

guidata da Joseph McCarthy. Nel 1950 il congresso adottò l’Internal Security Act che costituì lo

strumento giuridico per epurare o emarginare quanti fossero sospettati di filocomunismo o si

simpatie di sinistra. Gli eccessi del maccartismo si protrassero fino al 1955. In Inghilterra alle

elezioni parlamentari, Churchill fu battuto da Attlee. Il nuovo governo nazionalizzò la Banca

d’Inghilterra, le industrie elettriche e carbonifere, la siderurgia e i trasporti; introdusse il salario

minimo e il servizio sanitario nazionale, che prevedeva la completa gratuità delle prestazioni

mediche; riformò in senso progressivo la fiscalità ed estese il sistema di sicurezza sociale. Furono

gettate le basi di un Welfare State, uno stato del benessere che aveva l’ambizione di assistere al

cittadino dalla culla alla tomba. La sua applicazione data la crisi, si rivelò piena di sacrifici per la

popolazione, costretta a sopportare per molti anni i rigori di un’economia di guerra: il che favorì

intorno al ’51 il ritorno al potere dei conservatori. In Francia nel 1946 fu varato un piano

quadriennale che contemperava un’ispirazione liberista di fondo con aspetti di carattere riformatore

e dirigistico. Nell’aprile del ’47 De Gaulle favorì la nascita di un movimento da lui ispirato, il

Raggruppamento del popolo francese, che si batteva per un rafforzamento del potere esecutivo e

per una legge elettorale maggioritaria. L’alleanza fra i tre partiti di massa si ruppe in seguito ai

contrasti tra comunisti e le altre forze della coalizione. Da allora, estromessi i comunisti dal

governo, si succedettero numerosi governi, tutti fondati su laboriosi accordi tra socialisti e i partiti di

centro e tutti caratterizzati da una notevole instabilità. L’instabilità sarebbe stata da allora il male

cronico della Quarta Repubblica. Paradossalmente fu proprio la Germania sconfitta e sottoposta

alla tutela dei vincitori a riprendersi più rapidamente dai traumi della guerra. L’economia tedesca

diede prova ancora una volta di eccezionali capacità di recupero. Ma mentre nella zona orientale la

ripresa fu frenata dal peso delle riparazioni imposte dall’URSS e dalla forzata collettivizzazione

dell’apparato produttivo; la Germania Ovest fu favorita dalla stretta integrazione del blocco

occidentale. Gli USA intendevano fare della Repubblica federale un bastione avanzato dello

schieramento atlantico, una sorta di vetrina del benessere capitalistico, contrapposto al modello

spartano dei paesi dell’est. La macchina produttiva tedesco-occidentale riprese a girare a pieno

ritmo.

Il Giappone con Mac Arthur si vide imporre una nuova costituzione nel ’46, redatta da funzionari

americani, che trasformava l’autocrazia imperiale in una monarchia costituzionale e introduceva un

sistema parlamentare. L’azione di rinnovamento degli USA ebbe un effetto durevole nel rimodellare

su nuove basi la realtà del paese. Con la guerra di Corea il Giappone divenne base logistica e

fornitore dell’esercito americano. Le grandi concentrazioni industriali sarebbero diventate il motore

principale di una rapidissima ripresa economica. Il sistema delle imprese si rivelò particolarmente

adatto a cogliere le occasioni di sviluppo. merito della classe imprenditoriale fu quello di puntare

sui settori in crescita e sulle tecnologie d'avanguardia. I risultati furono:

1. Sviluppo medio annuo del 15%

2. Invasione del mondo con i suoi prodotti

3. Bilancia commerciale sempre in attivo

4. Importazione di materie prime

5. Terza potenza mondiale.

Un punto di svolta fondamentale nel confronto fra mondo socialista e mondo capitalistico si ebbe

nel ’49 quando in Cina ebbero il potere i comunisti. La rivoluzione segnò non solo la definitiva

rinascita della Cina come stato indipendente e come grande potenza ma anche la progressiva

affermazione di un modello di società comunista distinto da quello russo e destinato a esercitare

una certa attrazione sui paesi ex coloniali. La precaria alleanza che i comunisti di Mao Tse-Tung e i

nazionalisti di Chang Kai-shek avevano stretto nel ’37 contro l’aggressione giapponese, entrò in

crisi con lo scoppio della guerra del Pacifico. Il governo di Chang cominciò a trascurare la lotta

contro gli occupanti stranieri, per prepararsi invece alla resa dei conti con i comunisti, che

occupavano e amministravano ampie zone dell’interno. Nei territori da loro controllati i comunisti

seppero rafforzare i loro legami con le masse contadine e con gli stessi ceti medi, attuando ampie

riforme agrarie. A guerra terminata, gli USA cercarono di promuovere un nuovo accordo tra

comunisti e Kuomintang. Ma Chang Kai-shek rifiutò ogni compromesso e lanciò una campagna

militare contro i comunisti, utilizzando gli aiuti ricevuti dagli alleati durante e dopo la guerra. In un

primo tempo i nazionalisti ebbero il sopravvento, ma i comunisti riuscirono a organizzarsi e a

contrattaccare, contando sull’appoggio dei contadini, che consentiva loro di usare le tecniche della

guerriglia. Le forze di Chang Kai-shek cominciarono a sbandarsi o a disertare, mentre l’esercito di

Mao si rafforzava anche sul piano militare. Nel febbraio del ’49 i comunisti entrarono a Pechino.

Chang Kai-shek rifugiò nell’isola Taiwan da dove non smise mai di sognare la riconquista. Il 1

ottobre 1949 nasceva la Repubblica popolare cinese, riconosciuta da URSS e Gran Bretagna ma

non dagli USA che considerarono a considerare come legittimo governo cinese quello di Taiwan.

La nuova repubblica procedette subito a nuove misure di socializzazione pur lasciando un limitato

spazio al settore privato. Nel ’50 la Cina di Mao stipulò con l’URSS un trattato di amicizia e di

mutua assistenza. La prova più drammatica delle nuove dimensioni mondiali del confronto tra i due

blocchi si ebbe nel 1950 in Corea. In base agli accordi interalleati, quel paese era stato diviso di

due zone: Corea del Nord con regime comunista di Kim Il Sung; e la Corea del Sud con governo

nazionalista appoggiato dagli USA. Nel 1950 i nordcoreani armati dall’URSS invasero il Sud. Gli

americani risposero respingendo i nordcoreani e superando il 38° parallelo. A questo punto giunse

in difesa dei comunisti Mao, che con pochi volontari respinse gli americani sulle posizioni di

partenza. Così nell’aprile del ’51 Truman accettò di aprire trattative con la Corea del Nord.

Negli anni successivi alla fine della presidenza Truman e alla morte di Stalin si affermò

progressivamente un nuovo rapporto meno conflittuale tra le due superpotenze. L’equilibrio fra i

due blocchi si basava essenzialmente sul reciproco riconoscimento delle rispettive sfere di

influenza, e inoltre le due superpotenze si trovarono dalla stessa parte nel fronteggiare

l’imperialismo franco-inglese a Suez.

Dopo una serie di duri scontri, Nikita Kruscev nel ’57 divenne primo ministro e segretario generale

del partito in URSS. Il nuovo leader si fece promotore di alcune significative aperture sia in politica

estera che in politica interna. Kruscev segnò la fine delle grandi purghe, un rilancio dell’agricoltura

e una maggiore attenzione alle condizioni di vita dei cittadini. La demolizione della figura di Stalin

attraverso una sistematica denuncia degli errori e dei crimini commessi in URSS a partire dal ’30,

portò a smantellare quello che era stato il regime sovietico, un regime fatto essenzialmente di forza

e crimini, e violenza. Le conseguenze più esplosive della destalinizzazione si ebbero in Polonia e

Ungheria. Il rapporto di Kruscev faceva nascere l’illusione che l’egemonia dell’URSS sui suoi

satelliti potesse assumere forme più blande o essere cancellata del tutto. Le agitazioni polacche

portarono a una cauta liberalizzazione, mentre l’insurrezione ungherese fu repressa dall’armata

rossa.

Nel corso degli anni ’50 i maggiori stati dell’Europa occidentale vivevano il difficile passaggio dalla

condizione di grandi potenze a quelle di potenze di secondo rango, dipendenti dagli USA. In Gran

Bretagna la smobilitazione dell’impero si attuò senza eccessivi traumi e in un quadro di notevole

stabilità politica. I conservatori non smantellarono il Welfare ma non riuscirono a impedire che il

lento declino dell’economia britannica si trasformasse in un prolungato ristagno. La ripresa più

spettacolare fu realizzata dalla Germania federale dove i governi a guida cristiano-democratica

applicarono un modello di economia sociale di mercato che combinava gli interventi sul terreno

sociale con un’ispirazione di fondo liberistica e produttivistica. Il prodotto nazionale tedesco crebbe

al ritmo del 6% annuo, la disoccupazione fu quasi completamente riassorbita, il marco divenne la

più forte tra le monete europee, il tasso di inflazione si mantenne entro limiti modesti, la bilancia

commerciale rimase sempre in attivo. Alla base del miracolo tedesco vi erano diversi fattori:

1. Numerosa manodopera

2. Stabilità dei sindacati

3. Stabilità politica.

Risorta economicamente e rigenerata nelle strutture politiche, la Germania federale riprendeva il

suo posto fra le nazioni sovrane dell’Europa occidentale. L’ideale di un’Europa unita nel segno

della pace, della democrazia, della cooperazione economica fu fatto proprio da diversi uomini

politici di diversi paesi e estrazioni ideologiche: Churchill, De Gasperi, Adenauer, Schuman, Blum,

Spaak. La prima realizzazione concreta sul cammino dell’unità si ebbe nel ’51 con la creazione

della Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA) che aveva il compito di coordinare la

produzione e prezzi in quelli che erano ancora i settori chiave della grande industria continentale. I

governanti europei ripiegarono su un obiettivo più realistico: un accordo che consentisse la

creazione di un’area di libero scambio e di coordinamento delle politiche economiche. Nel marzo

del 1957 si giunse così alla firma del trattato di Roma fra Francia, Italia, Germania federale, Belgio,

Olanda e Lussemburgo, che istituiva la Comunità economica europea (CEE), mediante il graduale

abbassamento delle tariffe doganali e la libera circolazione della forza lavoro e dei capitali. Organi

principali della CEE erano la Commissione, il Consiglio dei ministri, la Corte di giustizia, il

Parlamento europeo. Il mercato comune ottenne all’inizio buoni risultati. Sul piano politico la spinta

all’integrazione rallentò nel giro di pochi anni, frenata dal peso delle tradizioni e degli egoismi

nazionali.

La Francia attraversò negli anni ’50 una grave crisi istituzionale, legata al problema algerino. Nel

’58 De Gaulle assunse la guida del governo, varando una nuova costituzione con cui nasceva la

quarta repubblica, e concedendo l’indipendenza dell’Algeria. In politica estera De Gaulle seguì una

politica finalizzata alla creazione di un’Europa indipendente dai due blocchi ed egemonizzata dalla

Francia.

La decolonizzazione e il Terzo Mondo

La decolonizzazione ricevette la spinta decisiva dal secondo conflitto mondiale. I gruppi

indipendentisti avevano acquistato forza e prestigio sempre maggiori. Quasi ovunque a guerra

finita queste forze rimasero mobilitate politicamente e militarmente per battersi contro il dominio

coloniale. Un altro fattore di importanza decisiva fu la pressione congiunta degli USA e dell’URSS

per scalzare gli europei dall’Asia e dall’Africa e quindi per accelerare la liquidazione del vecchio

ordine mondiale fondato sull’eurocentrismo. Il loro ruolo fu decisivo in questo processo. Per

volontà soprattutto americana, gli alleati avevano proclamato con la Carta atlantica del ’41 il diritto

di tutti i popoli a scegliere la forma di governo da cui intendono essere retti. Il principio di

autodeterminazione si impose come base di un nuovo codice etico-politico internazionale, a cui

l’Europa non poteva sottrarsi. La Gran Bretagna procedette a una graduale abdicazione al proprio

dominio, cercando di trasformare l’Impero in una comunità di nazioni sovrane, liberamente

associate al Commonwealth. La Francia oppose una tenace resistenza ai movimenti

indipendentisti e praticò fino all’ultimo una politica assimilatrice anche se alla fine l’unico sbocco

possibile fu l’indipendenza. Dove furono mantenuti legami, ciò avvenne per scelta volontaria. Il

rapporto con l’Europa per i popoli afroasiatici rimase comunque importante. L’eredità coloniale

lasciò tracce durevoli non solo sul piano materiale, ma anche su quello delle abitudini, della

cultura, della lingua. La democrazia parlamentare di tipo europeo si affermò solo in pochi paesi. Il

risultato fu la prevalenza di regimi di stampo autoritario, di sistemi a partito unico tanto di destra

quanto di sinistra, di vere e proprie dittature militari.

Il continente asiatico fu il primo ad affrancarsi dal dominio coloniale, precedendo l’Africa di quasi

dieci anni. la più lunga consuetudini di contatti con gli europei aveva favorito la formazione di elites

locali educate nelle università occidentali, ma profondamente legate al proprio retroterra culturale,


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Corso di laurea: Corso di laurea in Lingue e Letterature Moderne
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