La guerra ineguale
Introduzione
Crisi delle regole della guerra: chi ha diritto di ricorrere alla forza, a quali condizioni, in che modo e contro chi, cosa distingue la guerra dalla pace. Riflessione sui principi, norme e regole costitutive della convivenza internazionale. Il contesto internazionale per sopravvivere e promuovere obiettivi deve assicurare contro lo scatenamento della violenza senza limiti.
La guerra può avere una forma giuridica solo se la convivenza internazionale ne ha una. Ogni smarrimento o indebolimento della forma della guerra è un segnale di uno smarrimento in atto della forma della convivenza. Le ostilità militari degli ultimi 15 anni hanno visto forme eterogenee:
- Guerre di impianto ancora tradizionale (Guerra del Golfo '91)
- Operazioni militari chirurgiche cioè a costo zero per l'attaccante (bombardamenti su Iraq '96 e '98, su Jugoslavia '99)
- Collasso della sovranità (guerre di disgregazione territoriale ex Urss, ex Jugoslavia, Africa centrale)
- Approvazione di capacità militari e politiche da parte di soggetti non sovrani (recenti imprese di organizzazioni terroristiche).
A questa varietà di forme si è accompagnata un'incertezza crescente sulla legittimità del ricorso alla guerra. Gli ultimi 3 casi nei quali a ricorrervi è stato l'attore più forte, custode predestinato dell'ordine internazionale:
- Guerra del Kosovo primavera '99 → il ricorso alla forza fu legittimato in nome del principio di ingerenza umanitaria e della sua superiorità rispetto alle pretese alla sovranità della Federazione Jugoslava e alla necessità stabilita dalla Carta delle Nazioni Unite di un'autorizzazione esplicita del Consiglio di Sicurezza. La contraddizione esplicita tra legalità e legittimità incontrò l'opposizione di diversi paesi, tra cui 2 membri permanenti del Consiglio (Federazione Russa e Cina) ma poté contare sul consenso di governi democratici europei secondo lo schema dell'approvazione “qualificata” delle democrazie.
- Guerra in Afghanistan dicembre 2001 → dopo gli attacchi dell'11 settembre, rigettata dal governo dei Talebani la richiesta di estradizione di Osama Bin Laden e dei leader di al-Qaida, gli USA decisero di ricorrere alla forza e ottennero l'approvazione di quasi tutta la comunità internazionale, oltre all'assenso e disponibilità a cooperare delle principali organizzazioni internazionali (ONU e NATO). Si appellò al diritto di autodifesa, al quale poi si rifecero anche i governi es. Russia, Uzbekistan, Israele contro i rispettivi nemici.
- Guerra in Iraq primavera 2003 → gli USA scelsero di invadere l'Iraq in nome di un presunto imperativo di sicurezza nazionale: impedire all'Iraq di Saddam Hussein l'acquisizione di armi di distruzione di massa e la continuazione dei legami con i gruppi terroristici. Attraverso lo strumento della guerra preventiva, non approvato o condannato esplicitamente dalla maggior parte della comunità internazionale.
Questa situazione di mancanza di consenso della comunità internazionale su chi abbia diritto di impiegare la minaccia e l'uso della forza denuncia una crisi del tessuto istituzionale della convivenza internazionale: l'autorità delle Nazioni Unite è sfidata sempre più spesso. Il vecchio principio dell'eguaglianza formale degli stati è contestato in nome del nuovo principio di discriminazione a favore delle democrazie (contro i rogue states) e la pretesa avanzata dagli stati democratici di tutelare i principi costitutivi del nuovo ordine internazionale, se necessario anche scavalcando le norme restrittive della Carta delle Nazioni Unite. Alla base di ciò manca anche una nozione di guerra, diversa dalla vecchia guerra interstatale.
Libro diviso in due parti
- In che cosa la guerra può essere limitata, le fonti di tali limitazioni e da quali condizioni politiche, sociali, culturali dipende il loro sviluppo e la loro successiva tenuta.
- Insieme specifico di limitazioni proprie al sistema internazionale moderno, per ricostruire la sua lenta erosione e il modo in cui essa si compie nel contesto attuale della guerra ineguale.
Punto di partenza: fenomeno che è parso materializzare lo scontro tra norma ed eccezione → il terrorismo, dall'11 settembre 2001, caratterizzato da tre violazioni:
- Atto di violenza indiscriminato contro gli inermi → atti di violenza indiscriminati contro inermi sono stati commessi in modo sistematico in tutte le guerre dell'ultimo secolo.
- A compierlo è stato un soggetto diverso dagli stati, quindi non legittimato a far guerra → soggetti diversi dagli stati (partigiani, insorti, guerriglieri) hanno fatto il loro reingresso in massa nell'universo della guerra nell'ultimo secolo e il loro diritto a combattere è stato riconosciuto come legittimo da una parte considerevole della società internazionale.
- Tale atto non è avvenuto in tempo di guerra, ma di pace → la distinzione stessa tra pace e guerra si è erosa per tutto l'ultimo secolo fino a rendere sempre più difficile se non impossibile concordare su dove e quando si è in pace o in guerra.
Il terrorismo raccoglie in sé queste crepe che si erano accumulate negli ultimi due secoli.
Parte prima: forma della guerra e forma della convivenza internazionale
Capitolo 1: l'eccezione e la norma. Il terrore e i limiti della guerra.
Paura e terrore si sono sempre prestati ad essere manipolati per:
- Acquisire o conservare potere
- Ottenere obbedienza o guadagni
- Costruire o conservare l'ordine sociale
La minaccia e l'uso del terrore costituisce un elemento di continuità nella storia della guerra, sia all'interno sia all'esterno della battaglia e questa pratica è cresciuta nel corso dell'ultimo secolo. La nascita e il successivo sviluppo del termine “terrorismo” ha rispecchiato la progressiva scomposizione del rapporto tra norma ed eccezione nella convivenza internazionale.
Rapporto tra eccezione e norma → fondamentale per Colombo. Tende a riguardare due attori: il terrorismo è stato sempre associato non solo ad attori sub-statali, ma anche a quelli statali. Più il rapporto si confonde più il terrorismo rischia di diventare la modalità più diffusa. Ad indebolirlo sono due elementi fondamentali:
- Coinvolgimento della popolazione civile. Viene meno la definizione tradizionale (guerra = scontro tra eserciti).
- Irruzione sulla scena internazionale della violenza organizzata su base non statale: presenza di gruppi substatali che fanno ricorso alla violenza. Il problema riguarda il monopolio della violenza: oggi il problema è più complesso perché lo Stato sta perdendo il monopolio legittimo della violenza.
Premesso che la violenza c'è ed è impossibile eliminarla del tutto, il problema di fondo è tentare di limitarla (freni). Prima è importante individuare il tipo di violenza che ho di fronte. Individuare l'attore che stabilisce se sussiste la Suprema Emergenza (= pericolo particolarmente grave ed imminente). L'ONU o comunque un'organizzazione al di sopra delle parti o l'attore che ritiene di subire la minaccia? Nel momento in cui esistono le due condizioni fondamentali se si stabilisce che vi possono ricorrere solo i democratici diventano tre le condizioni.
Bombardamento strategico (caso inglese) → per Colombo fu un'azione terroristica. Storicamente i possibili freni hanno duplice natura:
- Freno giuridico
- Freno del potere
Quali sono i freni effettivamente ancora attivi? La violenza oggi ha matrici diverse: statale e non statale.
Il terrore in battaglia
Il teatro di battaglia è un'esperienza collettiva di terrore. Gli storici dell'American Historical Teams che seguirono l'esercito americano nella 2° guerra mondiale constatarono come molti soldati si trovassero letteralmente paralizzati dalla paura di morire e uccidere al punto che persino le unità più fortemente motivate solo un quarto dei combattenti riusciva a usare le armi contro il nemico. Mentre sempre la paura era stata riconosciuta quasi un secolo prima come la ragione più profonda dell'attitudine opposta, la volontà di combattere. Indagando su cosa potesse trattenere i soldati dal fuggire di fronte al nemico si concluse che proprio la paura li convinceva a combattere: paura delle conseguenze che sarebbero derivate dalla defezione (sistema delle punizioni), quelle che sarebbero derivate dal combattere male (consapevolezza che il momento della fuga coincide con quello della strage).
Ma il campo di battaglia è più che un luogo di terrori, piuttosto è un luogo dove ciascuno si sforza di ispirare terrore all'altro. Per Clausewitz tutta la guerra presuppone la debolezza umana ed è diretta contro questa debolezza, non soltanto procurando la morte ma agitando continuamente la sua incombenza davanti agli occhi del nemico, terrorizzandolo. In questo senso la battaglia è manipolazione organizzata del terrore, ostentazione acustica e visiva della prossimità della morte (continue imboscate, bombardamenti, fuoco dei cecchini). A questo dovrebbe servire l'esercizio dello Shock and Awe nel perseguimento della Rapid Dominance che riassume l'attuale credo politico e strategico USA. Clausewitz rese popolare l'idea della centralità dei fattori morali in guerra, non solo come sostanza nutritiva della volontà dell'esercito, ma anche luogo di massima vulnerabilità: tutto dipende dall'integrità dell'insieme, una sola fessura basta a spezzare in frammenti la massa. Qui l'uso sistematico del terrore rivela il proprio scopo: grande sfondo comune della battaglia, ma anche chiave della sua soluzione. Ardant du Picq scrive che l'uomo è capace di resistere di fronte ad una certa quantità di terrore ma oltre quella fugge dalla battaglia. A quel punto, che Clausewitz individua come la "decisione" della grande battaglia, il terrore cessa di accomunare i due contendenti per concentrarsi in uno solo di loro.
Il terrore fuori dalla battaglia
La guerra può essere diretta a minacciare o causare intenzionalmente sofferenze ai non combattenti. Questa violenza intesa a costringere il nemico invece che indebolirlo militarmente è ciò che Schelling definisce come forma caratteristica di guerra, terrorismo. La cosa sorprendente è che gli accosta la parola "diplomazia" creando l'apparente ossimoro di "diplomazia della violenza". Diversamente dalla violenza bruta, la cui efficacia si misura da quanto riesce ad avvicinarsi all'annientamento del nemico, il successo del terrorismo dipende da quanto riesce a modificare i suoi interessi e con essi i suoi comportamenti. Lo scopo è influenzare i comportamenti degli altri, costringere le loro decisioni e le loro scelte. Per essere coercitiva la violenza deve essere anticipata e deve poter essere evitata attraverso un accomodamento. Il potere di ferire è un potere negoziale. Sfruttarlo è diplomazia, anche se degradata. Da un lato ciò sovverte il rapporto tra l'azione e il suo scopo. Nell'esperienza tradizionale della guerra sia l'una sia l'altro sono rivolti contro lo stesso soggetto: come scrive Clausewitz la guerra è un duello su vasta scala nel quale ciascuno dei lottatori vuole costringere l'avversario a piegarsi alla propria volontà, suo scopo immediato è di abbatterlo rendendogli impossibile ogni ulteriore resistenza. Nella logica terroristica al contrario lo scopo immediato delle azioni e lo scopo della guerra sono rivolti a soggetti diversi: per superare la resistenza dell'avversario non sono colpite direttamente le sue forze, bensì la sua capacità di promettere e assicurare sicurezza, ordine, benessere ai cittadini. Non è colpita la capacità di uno stato di fare la guerra, ma quella di procurare la pace. Inoltre, la minaccia e l'uso del terrore non hanno come obiettivo quello di infliggere sofferenze, ma si servono delle sofferenze per ottenere altri obiettivi. Come osserva acutamente Schelling mentre la forza bruta è diretta contro la forza degli altri e per aver successo richiede di essere usata, il potere di provocare sofferenza si propone di modificare le loro intenzioni ed è tanto più efficace quanto più è tenuto in riserva. Tuttavia per essere comunicato e reso credibile anche questo potere periodicamente ha bisogno di essere esercitato. Ma persino quando succede ciò che conta non è la sofferenza inflitta, ma quella latente (la violenza che può ancora essere trattenuta o inflitta). È la minaccia del danno, o di un danno maggiore in futuro, che può indurre l'altro a cedere o piegarsi al nostro potere.
Nella storia il terrore è stato usato sistematicamente. Ben prima di essere riscoperto dai gruppi terroristici e tra loro da quelli riconducibili al radicalismo islamico, il terrore è stato impiegato e teorizzato dagli stati, e prima che tra loro proprio contro individui e gruppi non statuali da disciplinare al loro interno e combattere al proprio esterno. Assonanza tra verbo terrere e parola territorium da cui dipende la distinzione stessa tra politica interna e politica internazionale. Qui sta la centralità acquisita dal terrore in quel fenomeno moderno che è il totalitarismo. Ma qui sta anche la congiunzione tra plasmabilità e terrore.
Nella sua analisi Schelling si imbatte prima di tutto nel tipo di guerra che in modo più sistematico ha visto il ricorso da parte degli stati a minaccia e uso del terrore: le guerre contro le popolazioni senza stato e in particolare quelle condotte contro le popolazioni non occidentali nell'ambito delle conquiste coloniali. Come sempre gli scontri tra potenze ineguali, tali guerre hanno sempre avuto a che fare più con "spedizioni punitive" che con "genuini scontri militari". Es. Francia contro insurrezione araba in Siria, Marocco, Algeria o Italia in Libia ed Etiopia o USA nelle guerre indiane nelle quali Schelling ravvisa l'applicazione in forma pura della diplomazia della violenza (se certi Indiani erano uccisi perché altri Indiani cedessero era per violenza coercitiva). Progressivamente banditi dalle guerre interstatali dopo il 1650 fino alla 1° guerra mondiale, minaccia e uso del terrore ricomparvero nelle guerre successive fino a diventare uno degli strumenti più comuni.
Le origini di questo duplice sconfinamento del terrore (dal campo di battaglia e dalla violenza senza regole delle avventure coloniali) sono fatte comunemente risalire alla marcia del generale Sherman attraverso la Georgia nel pieno della guerra di secessione americana. Distrusse tutto, dopo essere stata evacuata, la stessa capitale della Georgia, Atlanta, fu data alle fiamme. Fu solo nel corso della 2° guerra mondiale che minaccia e uso del terrore contro i non combattenti vennero impiegati in modo sistematico da tutti i principali stati (tedeschi solo per distruzione, gli altri per diplomazia). I bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki possono essere considerati i più perfetti atti terroristici della storia. Per quanto riguarda gli attori non statuali dopo il 1850 iniziarono a diffondersi piccoli gruppi anarchici o nichilisti che ricorrevano al terrorismo verso obiettivi limitati come i capi di stato. Tra fine '800 e inizio '900 si spostò verso il nazionalismo, il socialismo o qualche combinazione di entrambi per lottare per l'indipendenza o intimidire membri di etnie diverse o entrambi.
Terrore legittimato (giustificazioni)
Varietà offerte da coloro che periodicamente vi hanno ricorso. Tre correnti principali che continuano a riaffiorare. (fanno pensare all'utilizzo da parte di attori statali)
- Apparentemente la più estrema, sebbene non richieda, diversamente dalle altre due, convinzioni e ideologie altrettanto estreme. Il terrore non viene subordinato a progetti o valori particolari, ma come tecnica al servizio di qualunque scopo.
- Denunciata dalla Arendt e tutti i critici del totalitarismo. Non rinuncia alla distinzione tra Bene e Male, anzi ne fa un elemento centrale giustificando il terrore come strumento per la realizzazione del Sommo Bene.
- Può apparire come una versione moderata, quasi prudente. Non concepisce più il terrore come strumento per realizzare il Sommo Bene, al contrario per evitare il Sommo Male. La sua formulazione archetipica è attribuita a Churchill, grande leader conservatore, posto di fronte al rischio imminente della Germania di Hitler, invocò la “Suprema Emergenza” per giustificare strumenti normalmente illegittimi nella conduzione della guerra (es. bombardamenti a tappeto su città nemiche). → clausola sospensiva dei codici legali e morali della guerra. È definita da due criteri: l’imminenza del pericolo e la sua natura. Quando la vittoria di una parte sarebbe un disastro umano per l'altra, nessun limite di carattere etico o giuridico può essere rispettato. In tal caso i militari e uomini di Stato possono legittimamente violare i diritti degli innocenti pur di salvare la propria comunità politica, come fece il governo britannico ricorrendo ai bombardamenti terroristici.
La terza giustificazione è quella che risulta più seducente per un “liberalismo della paura” come l’attuale, che non offre di sicuro un Sommo Bene per cui dovrebbero battersi tutti gli attori, ma si fonda invece su un Sommo Male, che ciascuno di noi conosce e se potesse eviterebbe. Anche la nozione di “Suprema Emergenza” tende a sfumarsi corrodendo la NORMA stessa di cui dovrebbe costituire l’ECCEZIONE. Walzer non potendo confinarla ad un unico e concluso caso storico, ammette che a differenza che nel caso del nazismo, la minaccia di asservimento o sterminio può riguardare una sola nazione o un solo popolo e riconosce che, in tal caso, anche quel popolo avrebbe diritto a ricorrere a mezzi estremi per salvarsi. Ma non dice QUALI REQUISITI si debba possedere per essere riconosciuti come popolo, né in cosa consista una minaccia di asservimento o sterminio, né quante distruzioni o umiliazioni siano necessarie per poter legittimamente temere che la minaccia sia imminente, né la natura della minaccia.
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