1 La guerra ineguale – Colombo
L’eccezione e la norma. Il terrore e i limiti della guerra
Una pratica immemorabile. L’uso del terrore tra pace e guerra
Il terrore in battaglia
Al terrore la guerra riserva uno spazio e un tempo predestinati, il teatro della battaglia, in un’esperienza collettiva di terrore. Il campo di battaglia è un luogo dove ciascuno si sforza di ispirare terrore all’altro. Il Vom Kriege di Clausewitz rese popolare l’idea della centralità dei fattori morali in guerra, non solo intesi come volontà dell’esercito, ma anche come punto di massima vulnerabilità, paura. Oltre a costituire lo sfondo della battaglia, il terrore ne è anche la soluzione. Come scrive Ardant du Picq “l’uomo è capace di resistere di fronte ad una certa quantità di terrore, oltre la quale fugge dalla battaglia”. È il punto che Clausewitz definisce la “decisione” della grande battaglia, in cui il terrore non è più comune ai due contendenti, ma si concentra solo su uno. Il risultato, scrive Bouthoul, è una disgregazione rapida dei legami sociali, uno sconvolgimento totale.
Il tempo fuori della battaglia. La diplomazia della violenza
Se il terrore è lo strumento per combattere e vincere una battaglia, questo è pur sempre terrore selettivo, limitato a coloro che combattono. Ma la minaccia e l’uso del terrore possono superare tali limiti e coinvolgere chi non può essere coinvolto e chi non vuole esserlo. Nel primo caso il terrore invade lo spazio della serenità, della neutralità e quasi sempre dell’innocenza; nell’altro colpisce le retrovie, le risorse della battaglia. Si tratta di ciò che Thomas Schelling definisce “arte della coercizione”, ammettendo che è nella natura della violenza poter essere impiegata tanto per indebolire o sconfiggere il nemico in battaglia, quanto per intimidirlo al di fuori di essa.
Questa violenza intesa a costringere il nemico, invece che indebolirlo militarmente, è ciò che, sempre Schelling, definisce, come forma caratteristica di guerra, “terrorismo”, termine cui accosta la parola “diplomazia”, ricavando il concetto di diplomazia della violenza. A differenza della violenza bruta, la cui efficacia si misura da quanto riesce a sopraffare la volontà del nemico, il successo del terrorismo dipende da quanto riesce a modificare i suoi interessi e il suo comportamento. Grazie a questo rapporto paradossale con la diplomazia, la minaccia e l’uso del terrore si collocano egualmente al di fuori della guerra ordinaria e della violenza bruta.
Da un lato sovvertono il rapporto tra l’azione e il suo scopo: nell’esperienza tradizionale, la guerra come scrive Clausewitz, è un duello nel quale ciascuno dei lottatori “vuole, a mezzo della propria forza fisica, costringere l’avversario a piegarsi alla propria volontà; con lo scopo immediato di abbatterlo”; nella logica terroristica al contrario, lo scopo immediato delle azioni e della guerra sono rivolti a soggetti diversi: per superare la resistenza dell’avversario non sono colpite direttamente le sue forze, bensì la sua capacità di promettere e assicurare sicurezza, ordine e benessere ai cittadini, non è colpita la sua capacità di fare la guerra, ma quella di procurare la pace.
Dall’altro lato, a differenza della forza bruta, la minaccia e l’uso del terrore non hanno come obiettivo quello di infliggere sofferenze, ma si servono delle sofferenze per ottenere altri obiettivi. Come osserva Schelling, mentre la forza bruta è diretta contro la forza degli altri e richiede, per avere successo, di essere usata, il potere di procurare sofferenza si propone di modificare le loro intenzioni ed è tanto più efficace quanto più è tenuta in riserva. Ciò che conta non è la sofferenza inflitta, bensì quella latente, la minaccia del danno. L’uso coercitivo della violenza appare a più riprese nella storia della guerra, Erodoto, Senofonte, Gengis Khan, ma la minaccia e l’uso del terrore non sono un’esclusiva dello scontro tra civiltà e culture diverse, come sottolinea Tucidide, trattando la guerra tra greci.
Modernità e terrore. Le eredità del Novecento
Ben prima di essere riscoperto dai gruppi terroristici il terrore è stato impiegato e teorizzato dagli stati contro individui e gruppi non statuali da disciplinare al proprio interno e combattere al proprio esterno. In una riflessione sulla storia dell’ultimo secolo, Todorov riassume la congiunzione tra plasmabilità e terrore, ovvero la fiducia nella possibilità di modificare radicalmente la realtà, orientando nella direzione desiderata il mezzo del terrore. Sotto la guida di una “élite degli esseri intelligenti” nessuno scrupolo potrà più trattenere il perseguimento degli obiettivi sociali. In questa impresa l’essere in possesso della scienza metterebbe un terrore illimitato al servizio della verità.
Il terrore praticato. Dalle guerre coloniali a Hiroshima
Schelling tratta prima di tutto il tipo di guerra che in modo più sistematico e storicamente continuo ha visto il ricorso da parte degli stati alla minaccia e all’uso del terrore: le guerre contro le popolazioni senza stato e in particolare non occidentali, nell’ambito delle conquiste coloniali. Tali guerre hanno sempre avuto a che fare più con spedizioni punitive che con genuini scontri militari, come l’aviazione britannica contro le tribù ribelli dell’Iraq, quella francese contro le insurrezioni arabe in Siria, Marocco e Algeria, quella italiana in Libia ed Etiopia e le guerre indiane degli Stati Uniti tra il 1860 e il 1890.
Ma se la minaccia e l’uso del terrore erano stati progressivamente banditi dalle guerre interstatali della seconda metà del Seicento fino alla Prima Guerra Mondiale, anche tra gli stati stessi ricomparvero stabilmente nelle guerre successive fino a diventare uno degli strumenti più comuni. Le origini di questo duplice sconfinamento del terrore sono fatte comunemente risalire alla marcia del generale Sherman attraverso la Georgia, nel pieno della Guerra di Secessione americana. Sospinto da una parte dalla convinzione ideologica che fosse meglio violare le vecchie regole della guerra piuttosto che lasciare prevalere i principi degli uomini di stato confederati, e dall’altra dal calcolo strategico che l’unico modo di porre fine alla guerra fosse renderla terribile al di là di ogni sopportazione, Sherman si rivolse in modo sistematico contro la volontà di resistenza del popolo nemico distruggendo tutti gli impianti industriali, i mulini, i magazzini, le stazioni, le strade ferrate e le abitazioni private.
L’equilibrio tra il combattimento in battaglia e la diplomazia della violenza era già definitivamente spostato, e tuttavia perché la minaccia e l’uso del terrore al di fuori del campo di battaglia si trasformassero in normalità, fu necessario attendere la Seconda Guerra Mondiale. In alcuni casi, come nella politica di sterminio tedesca, tali strumenti non perseguirono altri obiettivi se non quello immediato della distruzione. Ma in tutti gli 2 altri, i rastrellamenti, le rappresaglie e soprattutto i bombardamenti a tappeto contro le città furono concepiti e praticati come un mezzo per indebolire o modificare la volontà del nemico.
Inoltre i tempi della distruzione subirono una continua contrazione. Ma fu solo con lo sganciamento delle prime bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki che il metodo terroristico cessò di richiedere una successione di atti di distruzione per completarsi in un unico atto. In questo senso i bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki possono essere considerati i più perfetti atti terroristici della storia.
Anche gli attori non statuali ricorsero con sempre maggior frequenza alla minaccia e all’uso del terrore contro i non combattenti. Nella seconda metà dell’Ottocento quando il fenomeno cominciò a diffondersi, a ricorrere al metodo terroristico furono in prevalenza piccoli gruppi anarchici o nichilisti, con strumenti ancora rudimentali e obiettivi limitati. Tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento, la minaccia e l’uso del terrore diventarono una prerogativa dei nazionalisti di tutte le specie e culture che, potendo contare su mezzi già più sofisticati, li impiegarono per lottare per l’indipendenza o per intimidire e cacciare membri di etnie diverse. Tuttavia, le differenze tra questi attori e gli stati sono meno delle somiglianze, come riassume Michael Walzer “i tiranni hanno insegnato il metodo ai soldati e i soldati ai rivoluzionari moderni”.
Il terrore legittimato. L’efficienza, la virtù e la suprema emergenza
La minaccia e l’uso del terrore hanno potuto fare la propria ricomparsa nella società internazionale, dove non sono stati semplicemente impiegati come espedienti temporanei ed estremi, ma sistematicamente analizzati, soppesati rispetto alle strategie alternative e legittimati. Esistono almeno tre correnti di giustificazione più persistenti:
- La prima è apparentemente la più estrema. Portando fino alle ultime conseguenze la mancanza di fondamenti della politica moderna, essa non si preoccupa di subordinare il terrore a qualche progetto o valore particolare, ma lo concepisce come una tecnica al servizio di qualunque scopo. Non esistono ragioni decisive per non farlo, l’unico criterio che sopravvive è l’adeguatezza allo scopo. In questo senso il terrore è la manifestazione estrema dell’estrema immanenza della politica e della guerra moderne.
- La seconda corrente di giustificazione è quella denunciata da Todorov, Hannah Arendt e da tutti i critici del totalitarismo. Questa non rinuncia alla distinzione tra un Bene e un Male, anzi ne fa un elemento centrale della propria rappresentazione del mondo. Il terrore si giustifica come uno strumento per la realizzazione del sommo bene, Robespierre. Per tutto il Novecento sarà la giustificazione addotta da milioni di uomini e centinaia di intellettuali persuasi che la promozione del proprio gruppo o il progresso sociale dell’umanità dovessero essere promossi ad ogni costo nel nome di ideologie secolari portatrici di un progetto di padronanza totale sull’universo.
- La terza giustificazione concepisce il terrore come uno strumento per evitare il Sommo Male. Non è un caso che la sua formulazione archetipica sia stata attribuita a Churchill: posto di fronte al rischio imminente di una sconfitta per mano della Germania di Hitler, egli invocò quella che definì “Suprema Emergenza” per anticipare e giustificare il ricorso a strumenti normalmente illegittimi nella conduzione della guerra. Walzer ammette esplicitamente questa nozione di Suprema Emergenza quale clausola sospensiva dei codici legali e morali della guerra, in tema di guerra giusta. Tale clausola, scrive, è definita da due criteri, che corrispondono ai due livelli ai quali opera il concetto di necessità: il primo ha a che fare con l’imminenza del pericolo e l’altro con la sua natura.
Di fronte all’impossibilità di sottrarsi in altri modi a un pericolo inusuale e orrendo quando la vittoria di una parte sarebbe un disastro umano per l’altra, nessun limite di carattere etico e giuridico può più essere rispettato. Tuttavia, la nozione di Suprema Emergenza tende irresistibilmente a sfumarsi, corrodendo la norma stessa di cui dovrebbe costituire l’eccezione. Non potendo confinare la Suprema Emergenza a un unico caso storico, dato che la minaccia di asservimento o sterminio può riguardare una sola nazione o un solo popolo, anche quel popolo avrebbe diritto a ricorrere a mezzi estremi per salvarsi. Walzer quindi si limita a trattare il Male assoluto nazista, usando l’espressione Nazi-like regimes. Per non parlare poi del nodo politico più ovvio in merito allo stato di emergenza: chi decide sull’esistenza di una tale condizione?
Il terrore teorizzato. Il Moral bombing e le teorie del potere aereo
C’è un ultimo argomento che Walzer impiega per giustificare i bombardamenti indiscriminati sulle città tedesche tra il 1940 e il 1942: il Bomber Command, scrive, era l’unica arma offensiva disponibile e fu impiegato perché c’era. Già prima dello scoppio della seconda guerra mondiale, la possibilità di minacciare e usare il terrore fuori dal campo di battaglia era stata presa in considerazione dagli stati maggiori e dai governi di tutti i principali paesi europei. La contaminazione tra campo di battaglia e retrovie fu individuata come la più probabile raison d’être della nuova risorsa di potenza.
Già alla vigilia della conclusione della prima guerra mondiale, il rovesciamento di importanza tra battaglia e retrovie fu l’argomento centrale del memorandum Smuts che avrebbe condotto di lì a poco alla creazione della prima aviazione indipendente, la Royal Air Force. Fu su questa premessa che le neonate teorie del potere aereo basarono le proprie idee guida: la rivendicazione dell’indipendenza dell’arma aerea rispetto alle due armi tradizionali; la distinzione tra armi tattiche e armi strategiche; la possibilità dell’uso terroristico dell’aviazione contro le infrastrutture e la popolazione civile del nemico.
Sebbene con accenti molto diversi tra loro, l’opportunità di colpire al di fuori del campo di battaglia fu affermata da tutti i principali teorici del potere aereo, anche se con una differenza significativa tra chi pose l’accento direttamente sul bombardamento contro i civili e chi sull’economia nemica. Tra tutti i teorici del potere aereo Giulio Douhet meritarsi la fama di massimo interprete della dottrina del bombardamento strategico. Nella sua opera del 1921, Il dominio dell’aria, egli si dichiarò convinto che l’efficacia dell’aviazione dipendesse dalla condizione che essa non fosse impiegata a supporto delle armi tradizionali e sul loro terreno, il campo di battaglia, bensì in modo indipendente e al di fuori di questo spazio.
Come Clausewitz, egli concepisce la guerra come una ricerca 3 incessante della decisione, nella quale vede il momento in cui una delle due parti sente cedere i propri fattori morali e, con essi, la propria coesione sociale. Ma a differenza di Clausewitz questi fattori Douhet li cerca nello spezzarsi delle resistenze morali dei popoli. Dietro questo rovesciamento della geografia della guerra non c’è un ampliamento dell’ostilità politica, ma un puro e semplice calcolo. La popolazione civile nemica non avrebbe dovuto essere colpita perché ritenuta colpevole ma solo per minare il suo sostegno alla volontà del governo fino alla cessazione della lotta.
La popolazione civile avrebbe dovuto diventare uno strumento nelle mani dell’attaccante, il cui obiettivo avrebbe dovuto diventare quello di trasformare la guerra in una catastrofe allo scopo di spingere le sue vittime a cercare scampo nella pace. Proprio da questa idea la Royal Air Force ricavò la dottrina del Moral Bombing, il bombardamento morale. Quindi ben prima di poter essere legittimato in nome dell’emergenza suprema, il bombardamento strategico era già saldamente inscritto nella routine della strategia della pianificazione.
Il terrorismo come tecnica
Una violenza impersonale, parsimoniosa e disponibile
Il terrore è un calcolo rivolto contro chi è ritenuto meno risoluto nella determinazione di continuare la guerra; non mira direttamente a colpire il nemico principale, bensì a isolarlo e indebolirlo. Proprio per questa ragione, il metodo terroristico ha molto di più che ignorare le distinzioni tra militari e civili, militanti e neutrali, responsabili politici e popolazione civile: il terrorismo sceglie. Esso si indirizza contro coloro che di costi non ne vogliono pagare o ne vogliono pagare il meno possibile. Il suo obiettivo è il bourgeois di Hegel, l’uomo che non vorrebbe abbandonare mai la sfera del privato.
Il terrorismo è legato più alla tecnica che al fanatismo e più alla sfera della ratio che a quella della passio. Questo non significa che per compiere azioni terroristiche non siano necessari fanatici, ma ciò non è proprio del terrorismo, bensì di qualunque forma di violenza.
- La sproporzione tra i costi dell’attacco e i costi della difesa: l’attacco terroristico costa poco e, comunque, meno di ciò che costa cercare di prevenirlo o di pararlo, senza poter sapere dove e contro chi o che cosa sarà rivolto. Infine, l’economicità del metodo terroristico consente di compensare la sproporzione tra forti e deboli. Questo è ciò che riconoscerebbero sia Schelling che Douhet, il primo sottolineando come, a differenza che nella guerra ordinaria, la volontà, la credibilità e la capacità di procurare sofferenze non siano ridotte dalla volontà, dalla credibilità e dalla capacità del nemico di fare altrettanto; mentre l’altro indicando direttamente nello sviluppo dell’arma aerea un modo di compensare l’inferiorità dell’Italia rispetto alle altre principali potenze. Ma questo è, soprattutto, l’obiettivo che accomuna l’offensiva aerea britannica, 1940, la dottrina nucleare francese della dissuasione minima e la ricerca attualmente in corso da parte di tutti i principali competitori degli Stati Uniti di strumenti in grado di aggirare, senza rincorrerla, la superiorità convenzionale del più forte.
- La casualità o l’indeterminatezza. Perché possa raggiungere lo scopo di diffondere la paura e sia intensificata nel tempo, il metodo terroristico non può concentrarsi su categorie di individui o di luoghi specifici, identificabili in anticipo con un regime, un partito o una politica. Il metodo terroristico tende a essere indiscriminato, non in quanto espressione di furia cieca ma, in quanto manifestazione di una logica indifferente o superiore all’odio personale. Proprio questa logica fu riconosciuta da Raymond Aron come uno dei grandi tratti comuni della politica e della guerra novecentesche. La mancanza di discriminazione contribuisce a diffondere la paura perché, se nessuno è preso di mira, nessuno è al riparo. Mentre, sempre la stessa logica fu avvertita da Carl Schmitt.
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