La vita nella borgata
Questo libro presenta una serie di racconti di storia vissuta e di riflessioni appartenenti a Roberto Sardelli. Egli era un giovane sacerdote che sceglie di compiere la sua missione tra le baracche dell'Acquedotto Felice. Questa è un'esperienza di pedagogia popolare che ha anche valore politico. Il suo obiettivo principale era quello di risvegliare le coscienze delle persone che vivevano nelle baracche e di far cessare il diffuso sentimento di vergogna per la condizione di povertà. Ispirato dall'esperienza di don Milani decise di creare una scuola in modo da trasformare un luogo di miseria in un luogo di cultura.
L'importanza dello studio
Don Roberto era stufo di vedere i poveri come fossero persone verso cui provare pietà, vuole restituire loro la dignità. Per lui, lo studio significa libertà, significa poter prendere coscienza della propria situazione e del mondo circostante. La scuola non doveva essere solo un luogo dove imparare a leggere, scrivere e far di conto, ma un luogo stimolante in cui opinioni e riflessioni erano al primo posto.
La storia dell'acquedotto
Acquedotto: nel 1585 Sisto V venne eletto al pontificato e fin da subito ideò un progetto urbanistico che prevedeva lo sviluppo di Roma. Per alimentare la nuova zona d'acqua fecero restaurare l'antico acquedotto di Alessandro Severo dandogli il proprio nome di battesimo = Felice Peretti. Da quel momento in poi quell'acquedotto prese il nome di Felice e tra il 1936 e il 1973 ben 650 famiglie costruirono baracche sotto i suoi archi.
La nascita della scuola
Non fu facile dare vita ad una scuola, non c'erano gli spazi giusti. Alcuni giovani comprarono una baracca che si rivelò essere troppo piccola per ospitare gli strumenti necessari e tutti gli alunni. Natalino offrì una baracca di sua proprietà priva di finestre, buia e umida. Venne sistemata, ripulita e arredata con tavoli e panche prese dalla parrocchia. La lavagna, vista anche la mancanza di luce di quella baracca, venne spostata in quella precedente = baracca 725.
La scuola iniziò ufficialmente il 14 ottobre del 1968 alle 15.30. Si presentarono 50 ragazzi di tutte le classi e inizialmente fu veramente difficile organizzarsi, tutti erano volenterosi ma c'era anche tanta confusione. Don Roberto inoltre era costretto a passare da una baracca all'altra dato che i giovani erano stati divisi in due gruppi.
Il ruolo dei genitori
I genitori avevano un ruolo fondamentale in questo progetto, non tutti concordavano e ad alcuni bambini non venne dato il permesso di andare a scuola anche perché pensavano non fosse abbastanza organizzata per dare un'istruzione. Vi furono anche diversi problemi di comunicazione, i ragazzi non conoscevano la maggior parte delle parole usate e quindi fu necessario dare prima una spiegazione dal punto di vista linguistico.
Ruolo pedagogico e politico
La scuola aveva un ruolo pedagogico ma anche politico altrimenti non avrebbe potuto avere alcun ruolo educativo. Ovviamente si poneva il problema della religione. La domenica era il giorno in cui veniva discusso il Vangelo e celebrata la messa. Alcuni misero in discussione il fatto di dover parlare del Vangelo. Don Roberto non voleva far diventare la scuola un'aula di catechismo ma mettere a conoscenza i ragazzi su tutti gli argomenti, senza alcun vincolo di adesione ad una o all'altra affermazione. La messa veniva celebrata in parrocchia, i grandi potevano non partecipare per motivi di coscienza ma i piccoli dovevano necessariamente essere presenti in quanto la non partecipazione avrebbe significato solo un rifiuto per pigrizia o per punto preso e non un rifiuto per credenze e opinioni.
Amore e affetto
Uno dei temi fondamentali della scuola era la solidarietà e l'affetto. Ogni persona aveva la sua dignità, tutti erano importanti. Don Roberto a poco a poco iniziò ad affezionarsi ai ragazzi, a volergli bene.
L'offerta della Croce Rossa
Nel 1969 una signora della Croce Rossa si presentò da don Roberto per offrirgli un edificio più grande e strutturato in cui fare lezione. Inizialmente il sacerdote fu tentato da questa proposta ma decise ugualmente di rifiutare. Non voleva far studiare i ragazzi in un ambiente artificioso quando la loro realtà era quella delle baracche. La scuola doveva riflettere il mondo circostante e sarebbe stato diseducativo accettare l'offerta. Inoltre l'elemosina era secondo lui un atto disone.
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