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Appunti lezioni Dragotto

Lezione 1: Linguaggio e lingue

Linguaggio e lingue non sono la stessa cosa, ma una contiene l'altra. Il linguaggio contiene la lingua.

Le parole macedonia sono quelle parole coniate attraverso l'uso di parole già esistenti. Ad esempio, la carta igienica deve essere morbida, ma solitamente morbida vuol dire non resistente. Quindi, quando Scottex lancia la nuova carta igienica, la reclamizza coniando una parola macedonia: prende MORBI da morbido, prende STENTE da resistente e crea morbistente, per cui il sostantivo astratto è morbistenza. In questo modo al nostro cervello arriva la somma di due significati che sono propri delle due parole di partenza.

L'uso di queste parole è vantaggioso perché la comunicazione deve essere rapida, efficace ed originale, al fine di sedimentarsi velocemente nella nostra mente, in modo tale che ad esempio la parola morbistenza, senza che ce ne rendiamo conto, ci influenzi quando andiamo al supermercato e scegliamo istintivamente di comprare quella carta igienica al posto di un'altra. Questo è il meccanismo surrettizio che la pubblicità attiva in ciascuno di noi. Ogni volta che la vediamo, la pubblicità trasforma una cosa che non conosciamo in una cosa nota, cioè in una cosa che si ripropone inconsapevolmente alla nostra mente quando ci troviamo, ad esempio, in un supermercato e su uno scaffale pieno di prodotti di competitors, siamo portati a sceglierne uno specifico perché, senza rendercene conto, l'idea della morbistenza ci ha conquistato e ci ha fatto ricordare il marchio (il brand).

Emoticons è una parola macedonia → emotion + Icons → Immagini che rappresentano le emozioni delle facce. Gli emoticons sono delle rappresentazioni iconiche, non arbitrarie e molto vicine a quella che è la nostra esperienza del reale che servono per integrare la componente verbale dei testi scritti.

Gli Emoviecon sono la forma evoluta delle emoticons e corrispondono alla traduzione di titoli di film in simboli. Quando riusciamo a decodificare una sequenza di questi simboli, vuol dire che abbiamo assegnato valore linguistico a degli elementi che in sé non necessariamente ne avevano. Ciò ci permette di dire che a parità di input, si può arrivare a soluzioni molto differenti perché a seconda di quelle che sono le proprie conoscenze pregresse, si può dare o non dare significato ad un elemento.

La linguistica è una disciplina i cui risultati devono essere scambiati in tutto il mondo tra chi si occupa delle stesse cose e per far sì che ciò sia possibile, nel corso degli ultimi 130 anni, si è dotata di un dizionario tecnico. Per cui, chiunque studia linguistica nel mondo, convenzionalmente quando usa le parole in senso tecnico, gli attribuisce lo stesso significato. Ciò significa che ad una serie di parole, i linguisti, hanno dato un significato metalinguistico. Per cui, a prescindere da quale sia il significato comunicativo attribuito a determinate parole, importante è che il significato sia funzionale ad un'analisi i cui risultati sono condivisibili all'interno di tutto il mondo.

Quindi le parole tra i linguisti non vengono utilizzate con il significato che hanno nel linguaggio comune. Ad esempio, un linguista non usa mai il termine parola quando tiene un corso e fa una lezione, perché per il termine parola esistono più di 60 definizioni tutte corrette. È quindi complicato utilizzare questo termine e far capire all'altro in che senso lo si sta usando.

Per noi occidentali la parola è ciò che è compreso tra due spazi bianchi, ma allo stesso tempo, quindi, parola dovrebbe essere ciò che è compreso tra due silenzi. Eppure, è possibile produrre in un'unica emissione di fiato qualcosa che, nello scritto, equivale a più di 30 parole. Quindi un conto è la parola nella scrittura (che in una scrittura come quella italiana è facilmente identificabile → ciò che è compreso tra due spazi bianchi), un conto è la parola nell'oralità (perché dal punto di vista fonetico è quello che sta tra l'inspirazione e la fine dell'espirazione, ma questo corrisponde spesso ad un'intera frase. Quindi foneticamente la parola, può equivalere alla frase).

Possiamo anche fare altri esempi per capire quanto, la definizione di parola sia insidiosa. Prendiamo il termine ferro da stiro, è una parola o sono tre parole? Nella forma sono tre parole, ma dal punto di vista mentale, del concetto che queste tre parole evocano in noi, non pensiamo alla somma di un ferro e di una pressa, ma pensiamo ad uno strumento che usiamo caldo per ottenere un certo scopo. Quindi qualcosa che nella scrittura ci si presenta articolato in tre parti, concettualmente ci fa evocare un'unica immagine.

È chiaro quindi che diventerebbe faticoso per i linguisti specificare in che senso stanno utilizzando parola, se dal punto di vista del suono, della scrittura o dal punto di vista del significato. Per evitare questo, la linguistica, si è dotata di una parola per parlare delle parole: segno.

Il segno è un'entità più complessa della parola, ma che comprende anche la parola e che esiste ogni qualvolta c'è un'associazione tra un'espressione e un contenuto. Gli stessi significati si possono esprimere ricorrendo ad espressioni differenti, ovvero ricorrendo ad analisi che fanno capo a sensi differenti (sensi nel senso di: tatto, udito, vista..). Per cui quando dico ad esempio Blues brothers, sto insistendo sul canale acustico/uditivo, quando uso gli emoticons o gli emoviecon, sto insistendo sul canale visivo, ma il risultato dal punto di vista dei processi dell'interpretazione è sempre lo stesso. Ciò significa che, tanto in un caso quanto nell'altro, siamo di fronte a dei segni, cioè ad espressioni che rinviano ad un contenuto.

Ogni qualvolta c'è un'associazione tra un'espressione ed un contenuto, ci troviamo davanti ad un segno e cioè ci troviamo a constatare l'esistenza di un linguaggio → di una condivisione di contenuti all'interno di una stesa comunità.

Altri esempi: prendiamo un semaforo. Quando nel nostro semaforo troviamo la luce rossa accesa, ci fermiamo. In sé non c'è una ragione per cui ci fermiamo, ma si tratta di un comportamento che i nostri caregiver ci hanno insegnato ad assumere quando eravamo molto piccoli. Ciò significa che fin da piccoli ad un'entità sensoriale, che in sé non significa “stare fermo” e che noi percepiamo attraverso il canale della vista, c'è stato detto di associare una specifica azione → ALT, per convenzione. Quindi le tracce sensoriali, in sé, non hanno significato, ma le persone si possono mettere d'accordo (e ciò si fa quando si inizia a vivere all'interno di un gruppo sociale) per far sì che a quella semplice luce, quindi ad un input di natura sensoriale, si aggiunga un significato.

Quando questo significato è condiviso all'interno della comunità, non è più un significato arbitrario, ma diventa un significato convenzionale ed è chiaro che questo funzionerà fino a quando la gente vedendo rosso penserà di doversi fermare. Quindi una qualunque traccia sensoriale che in sé non ha significato, può assumere un significato quando all'interno della stessa comunità, coloro che ne fanno parte, gli attribuiscono lo stesso valore significativo.

Tutta la nostra vita sociale si regge su questa associazione → in sé, nulla ha significato, ma nel momento in cui si attribuisce un valore ad una cosa che si vede, si sente, si odora, o si tocca, quell'espressione diventa l'espressione di un segno. Quindi quella traccia sensoriale, non è più solo una traccia sensoriale, ma un tassello della comunicazione, perché diventa l'espressione di un segno, cioè di un'unità complessa fatta, non solo di espressione, ma anche di contenuto. Ciò è la base non solo delle lingue, ma di qualunque forma di linguaggio.

In principio, quindi, non c'era nessuna ragione per cui al rosso di un semaforo, fosse associata l'idea dello stop. Convenzionalmente abbiamo associato al rosso l'idea non solo dello stop, ma anche di una specifica posizione: in alto. Allora immaginiamo una situazione in cui, mentre guidiamo, incontrando un semaforo, si accende la luce in alto e non si accende il rosso, ma il verde. Che cosa facciamo? Che cosa vale in questo caso? Il significato del verde che mi dice che posso continuare ad andare avanti o la sintassi, cioè la posizione in testa al semaforo?

Fino a quando incontrando un semaforo, vedremo in alto il rosso, il problema dell'interpretazione non ce lo porremo, perché lo abbiamo digerito fin da quando siamo piccoli, senza renderci nemmeno conto del meccanismo ermeneutico che c'è dietro, cioè di quel meccanismo interpretativo a cui il nostro cervello è talmente abituato da indurci ad un comportamento automatico.

Ci rendiamo conto del processo di interpretazione solo quando qualcosa ci suona strano, quando qualcosa non rispetta le attese, la normalità. In questo caso dobbiamo razionalizzare un'operazione che facciamo fin da quando eravamo molto piccoli e razionalizzando ci troviamo di fronte al primo dilemma: ad esempio, nel caso del semaforo, prevale il colore della luce o la posizione? Prevale la semantica o la sintassi?

Si tratta di una forma di linguaggio elementare, perché il linguaggio veicolato dal semaforo trasmette ¾ informazioni, ma si tratta pur sempre di una forma di linguaggio perché:

  • C'è stata l'attribuzione di un valore di significato a delle tracce sensoriali di natura visiva che in principio non avevano significato.
  • Questa attribuzione è condivisa da tutti coloro che appartengono agli stessi gruppi sociali.
  • Se la condividiamo con gli altri è perché, in origine, qualcuno l'ha condivisa con noi quando eravamo molto piccoli e il fatto che ne siamo stati messi a conoscenza quando eravamo molto piccoli, fa sì che ci sembri normale.

Quindi il problema è che tutto quello che abbiamo assimilato in questo modo, va a costituire un bagaglio di idee che ci dà l'impressione che queste cose debbano essere per forza così. Ma questo “deve essere per forza così”, fa sì che noi, in tutte le valutazioni che faremo nella vita, saremo influenzati da questo qualcosa che ci sembra dover essere per forza così. Ci rendiamo conto che altri possono avere un altro modo di intendere “il deve essere per forza così” quando entriamo in contatto con il diverso. Quindi fino a quando non entriamo in una dimensione contrastiva, cioè fino a quando non confrontiamo il nostro modus operandi a livello mentale con quello di altri, siamo portati a pensare che ci sia un'unica via per fare le cose.

Se andassimo a confrontare le caratteristiche che la comunità italiana attribuisce ad esempio ad una mela, ad un ponte o ad una sedia e poi andassimo a confrontare questi dati con quelli dispensati dai parlanti spagnoli, dai parlanti tedeschi, dai parlanti lingue bantu e da altre lingue, ci accorgeremmo che le lingue che usano il genere femminile per esprimere l'idea di mela, attribuiscono caratteristiche diverse rispetto alle lingue in cui mela o è al maschile o non ha genere (come ad esempio in inglese). Il dato che ci troviamo di fronte è un dato che ci pone un sacco di problemi anche di natura etica, di comportamento. Perché confrontando questi dati e vedendo che ogni volta che c'è il genere femminile, istintivamente il parlante attribuisce caratteristiche più delicate, più carine, più muliebri all'oggetto emerge che, in una certa misura, anche la lingua che parliamo ingabbia il nostro pensiero e condiziona il nostro modo di vedere la realtà.

Quindi è chiaro che la nostra conoscenza del mondo sia una conoscenza non neutra, perché il fatto stesso di parlare una lingua, condiziona la nostra esperienza del mondo. Ciò significa che, ad esempio, una volta che la lingua ha fatto mela, noi non ci rendiamo più conto delle implicazioni che il genere femminile attribuito a mela ha su di noi. È solo quando rendiamo consapevole un processo che facciamo in maniera non consapevole, da quando siamo piccoli, che ci rendiamo conto che dietro all'azione di parlare una lingua, c'è un complesso meccanismo fatto di processi di natura differente. Processi che hanno a che fare con il cervello, con la mente, con la nostra capacità di adattarci all'ambiente, con la nostra organizzazione di vita in gruppi sociali, con la nostra fisiologia e ci rendiamo conto che non per forza le cose si fanno come a noi sembra che si debbano fare quando ci confrontiamo con lo straniero o con il malato.

Prendiamo il caso dell'acquisizione di una lingua. Il bambino che inizia a produrre, ma soprattutto a capire parole e piccole frasi prodotte nella lingua in cui è stato immerso, lo fa senza sforzo, cioè non fatica per diventare partecipe di quel meccanismo che chiamiamo lingua. Invece, una persona che in età adulta si reca in un altro paese, non è in grado di ripercorrere senza sforzo quel processo che lui stesso da piccolo ha subito quando ha imparato la sua lingua materna. Nella migliore delle ipotesi, ci si può impadronire del lessico, ma la grammatica ci costringerà a delle contorsioni, a dei processi di razionalizzazione che passeranno sempre (se siamo adulti) attraverso la mediazione della nostra lingua madre. Per ragioni fisiologiche, oltre ai 12 anni non siamo più in grado di acquisire una lingua nello stesso modo in cui abbiamo acquisito la nostra lingua materna. Il fatto di aver acquisito, cioè di aver fatto nostra senza sforzo, una lingua, ha degli effetti enormi dal punto di vista dei vantaggi che noi otteniamo, perché senza sforzo, ci ritroviamo a condividere le abitudini linguistiche di tutti quelli che appartengono alla nostra stessa comunità. Ma per converso, il fatto di essere parlanti nativi di quella lingua, mette il nostro pensiero in una gabbia trasparente e il risultato sarà che noi subiremo il condizionamento di quella lingua e della struttura propria di quella lingua, nel corso di tutta la nostra vita di parlanti.

Come funziona il meccanismo dell'acquisizione e della perdita, lo sappiamo grazie agli studi compiuti nel 1861 dal neurologo Paul Broca che si trovò a studiare il caso di un ragazzo di 17 anni che, in seguito ad una forte botta, aveva perso quasi completamente la capacità di parlare. Quando era arrivato da Broca, questo ragazzo, riusciva a dire solo tan, tant'è che nella letteratura scientifica lo conosciamo come Tan, perché non si sa nient'altro di lui. Subito dopo il decesso del ragazzo, il suo cadavere fu portato nell'aula magna dell'istituto in cui lavorava Broca e gli fu aperto il cranio. A partire da quel giorno noi sappiamo che, tutte le persone che perdono via via la capacità di articolare parole della propria lingua che prima articolavano, hanno una sorta di cortocircuito localizzato nella terza circonvoluzione sinistra dell'emisfero frontale → area di Broca. Da quel giorno è stato individuato un posto per l'afasia. Solo da quando abbiamo iniziato a studiare la perdita, cioè la condizione di non normalità (perché per noi è normale il bambino che diventa padrone di una lingua e non è normale il traumatizzato che la perde) che abbiamo iniziato ad avere un'immagine di quello che accade nel cervello quando parliamo.

Quindi è stato lo studio della perdita che ha iniziato a gettar luce sullo studio dell'acquisizione che ciascuno di noi ha vissuto, senza sforzo, quando era piccolo.

Siamo partiti dagli emoviecon e queste ci hanno permesso di introdurre il tassellino base di qualunque forma di linguaggio → il segno. C'è segno ogni volta che associo un'espressione ad un contenuto. Non è importante la natura sensoriale dell'espressione, perché le lingue non sono l'unica forma possibile di linguaggio. Per noi queste rappresentano la forma più normale di linguaggio perché sono specie-specifiche, in quanto nell'evoluzione della nostra specie, per poter arrivare a fare una cosa che oggi è normale, cioè usare la bocca e l'apparato fonatorio per produrre entità di suono udibili per l'orecchio, la nostra specie si è dovuta trasformare perché noi non eravamo progettati per parlare. La nostra adattazione è consistita in questo → nell'abbassamento di oltre 10 cm della laringe (che ha segnato la cesura tra i nostri antenati e il sapiens sapiens) che ci ha portato a sviluppare l'epiglottide che, al suo interno, contiene le pliche vocaliche. Questo processo di adattazione, e cioè il fatto che il corpo si sia trasformato per agevolare i processi fonatori, ci fa capire quanto grossi, dovevano essere i vantaggi legati all'adozione delle lingue all'interno dei gruppi sociali che si sono creati fin dalla preistoria nella nostra specie.

Quindi, le lingue a noi sembrano la sola forma di linguaggio perché sono la forma di linguaggio specie-specifica, quella che è normale per chiunque nasca sano e si trovi a vivere con dei propri simili. A noi sembra normale nascere sani e sembra normale vivere con i nostri simili, ma non è così. Ci sono bambini che, ad esempio, nascono con la sordità congenita, ciò non significa che rinunceranno a comunicare, ma significa che sposteranno l'espressione su un differente canale e non rinunceranno, quindi, a far proprio un linguaggio. Ecco perché la lingua è solo una forma di linguaggio, per noi è la più potente, la più efficace tant'è che ci siamo trasformati fisiologicamente e funzionalmente per poterla usare ed è quella che ci permette di essere più precisi e più efficienti.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/12 Linguistica italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher japponetiamo di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Linguistica generale e sociolinguistica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma Tor Vergata o del prof Dragotto Francesca.
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