Libia: fine o rinascita di una nazione?
La formazione dello Stato e la costruzione dell'identità nazionale (Lucio Caracciolo)
La questione dei confini
Fu il geografo Francesco Minutilli nella sua Bibliografia della Libia, pubblicata nel 1903, a far rivivere l’antico nome Libia per indicare la regione formata dalle province ottomane della Tripolitania e della Cirenaica. Dopo l’inizio dell’occupazione nel novembre del 1911 un decreto pose sotto la sovranità italiana questi territori, che da quel momento iniziarono a essere comunemente indicati a livello internazionale come Libia.
I confini delle due province ottomane non erano nettamente definiti e la questione assunse rilevanza solo nel XIX secolo, in seguito all’occupazione francese della Tunisia (1881) e a quella inglese dell'Egitto (1882). Nel 1882 gli inglesi estesero il loro territorio a Marsa Matruh e nel 1911, allo scoppio della guerra italo-turca, occuparono arbitrariamente Sollum, che in precedenza era stato un presidio ottomano.
Il confine orientale fu tracciato solo nel dicembre 1925, quando venne firmato un accordo italo-egiziano. Nel 1934 un accordo anglo-italiano delineò più chiaramente una striscia confine orientale. Il confine occidentale della Tripolitania rimase stabile fino al 1881, quando la Francia occupò la Tunisia. Le autorità militari francesi, tuttavia, postarono il confine e annessero alla Tunisia circa 5000 km² di territorio della Tripolitania. Un accordo franco-ottomano favorevole alla Francia venne poi siglato nel 1910, con il quale l’oasi di Ghadames restava parte della Tripolitania.
La Francia e l’Impero ottomano non negoziarono mai né fissarono il confine sud-occidentale. La conferenza, che avrebbe dovuto definire il confine meridionale della Tripolitania verso il Sahara francese, prevista per l’autunno del 1911, non si tenne a causa dell’invasione italiana. Nel 1912, in seguito alla Pace di Losanna, i rappresentanti ottomani abbandonarono il Borqu e il Tibesti, che nel 1913-14 furono occupati dalle truppe francesi. Nel 1912 la Francia e l’Italia confermarono l’accordo precedente, che, benché non stabilisse confini territoriali precisi, concordava sul principio di non interferenza nelle regioni di interesse nazionale per i rispettivi paesi.
I confini dei territori italiani furono discussi per la prima volta dopo la prima guerra mondiale alla Conferenza della pace nel 1919. L’Italia chiese l’implementazione del Trattato di Londra del 1915, per rettificare i confini delle sue colonie, poiché la Gran Bretagna e la Francia avevano allargato i loro domini coloniali a scapito della Germania. Nel settembre 1919, in seguito a un accordo italo-francese, l’Italia ottenne un allargamento del confine occidentale tra Tunisia e Algeria. Per quanto riguarda il confine meridionale, esso rimase in gran parte indefinito fino agli accordi italo-francesi del 1935 e la questione venne affrontata dopo l’indipendenza della ex colonia italiana. Il confine meridionale fu delimitato nel 1955 dal Trattato franco-libico di amicizia, che stabiliva il ritiro delle truppe francesi dal Fezzan.
Dalle due colonie alla colonia unita
Fu solo all’inizio del Novecento, dopo la sconfitta di Adua in Etiopia nel 1896, che l’Italia gettò le basi per l’occupazione attraverso l’attività diplomatica e la cosiddetta «penetrazione pacifica». Nei primi mesi del 1911, la stampa iniziò una campagna che mirava a predisporre la pubblica opinione in favore dell’occupazione. Dopo l'ultimatum presentato all’Impero ottomano il 28 settembre, il 3 ottobre iniziarono le operazioni militari e il 5 novembre l’Italia unilateralmente proclamò la sua sovranità sulla Tripolitania e sulla Cirenaica.
La rivolta degli arabi, che il 23 ottobre attaccarono le posizioni italiane vicino alle oasi di al-Hani e Shari’ al-Shatt in Tripolitania, segnò l’avvio della resistenza che continuò senza interruzioni fino al 1931. Una resistenza che sin dall’inizio fu duramente repressa. Il primo ministro Giovanni Giolitti ordinò il 24 ottobre la deportazione in Italia dei ribelli che non erano stati immediatamente giustiziati. Le deportazioni avvennero in maniera caotica e confusa, non erano registrate le partenze, alcuni morirono durante la traversata e i loro corpi vennero gettati in mare, altri furono trasferiti da una località di detenzione all’altra o morirono nei primi mesi di prigionia.
La resistenza contro l’occupazione sorse spontaneamente e presto si articolò a tre livelli: locale, ottomana e panislamica. L’occupazione italiana, infatti, generò una fortissima solidarietà da parte dei musulmani di tutto il mondo verso gli abitanti della Tripolitania e della Cirenaica, e, a ragione, quello contro l’occupazione italiana può essere considerato come il primo movimento di resistenza ispirato dal panislamismo.
Dopo il Trattato di Losanna (17 ottobre 1912), che ratificava la pace tra l’Italia e l’Impero ottomano, con l’istituzione del ministero delle Colonie nel novembre 1912 iniziò la regolamentazione dell’amministrazione dei territori occupati. I decreti reali del gennaio 1913 e del gennaio 1914 organizzarono la Tripolitania e la Cirenaica in due colonie separate, ognuna con un proprio governatore e con un’amministrazione territoriale che riproponeva la suddivisione territoriale ottomana.
La politica indigena venne modulata in un sistema a doppio binario: in Tripolitania si fondò essenzialmente sulla cosiddetta «politica dei capi», vale a dire sulla collaborazione dei capi tradizionali e dei notabili, e fu adottata come un sistema alternativo e parallelo alle operazioni militari; in Cirenaica consistette principalmente in contatti e negoziazioni con la Senussia. Lo scoppio della prima guerra mondiale, che diede un nuovo impulso alla resistenza, segnò l’abbandono della politica dei capi, che si era rivelata fallimentare.
Nell’ultima fase della guerra la politica coloniale cambiò direzione e si orientò verso la collaborazione con la popolazione. Una politica questa che raggiunse l’apice con la promulgazione, nel 1919, dei cosiddetti Statuti o Leggi fondamentali, che prevedevano la partecipazione della popolazione nell’amministrazione attraverso elezioni. La Repubblica tripolitana annunciata il 16 novembre 1918, a Legge fondamentale non fu mai applicata completamente e il Parlamento non venne mai eletto.
In Cirenaica si seguì una politica di compromesso con la Senussia, con la quale si firmarono due accordi: il primo, noto come modus vivendi di Acroma, nell’aprile 1917; il secondo, ‘Accordo di al-Regima, nell’ottobre 1920. L’Italia riconosceva formalmente nella regione il potere politico della Senussia, che manteneva la sua sovranità all’interno, mentre le autorità coloniali italiane controllavano la zona costiera. Il Parlamento previsto dalla Legge venne eletto e funzionò dal 30 aprile 1921 alla fine del marzo 1923.
Tuttavia, l’ascesa del fascismo segnò l’abbandono della politica conciliatoria e l’occupazione militare dei territori emerse come una priorità. In Cirenaica, dove nel 1923 il governo fascista aveva cancellato gli accordi con la Senussia, la conquista fu lenta e la «pacificazione» dei territori completata solo nel settembre del 1931, quando con l’impiccagione di Umar al Mukhtar, leader della resistenza, quest’ultima fu completamente debellata.
Dopo la feroce repressione, l’organizzazione dei territori dal gennaio 1934 fu strettamente legata al maresciallo Italo Balbo, nuovo governatore della Cirenaica e Tripolitania. Meno di un anno dopo il suo arrivo, in dicembre, Balbo ottenne che la Tripolitania e la Cirenaica fossero unificate in un’unica colonia, denominata Libia. Nonostante l’unificazione, il regionalismo continuò a contraddistinguere la politica coloniale tanto che la Libia non era considerata un’unità territoriale.
L’assenza di una politica indigena chiara e definita, la forte repressione, la scarsa attenzione rivolta all’istruzione non favorirono lo sviluppo di una cultura che prefigurasse nuove aggregazioni politiche. Fu, invece, principalmente l’esperienza dell’esilio a formare la nuova cultura politica.
Le associazioni degli esiliati e le prime rivendicazioni nazionaliste
Una delle conseguenze dell’occupazione italiana fu che molti abitanti della Tripolitania e della Cirenaica andarono volontariamente in esilio. A partire dagli anni venti gli esiliati libici iniziarono a dare vita ad associazioni politiche e da queste nuove piattaforme furono lanciate le prime richieste per l’indipendenza della Libia. L’Egitto fu il primo centro per l’attività politica degli esiliati. Avevano obiettivi molto limitati. Programmi politici non definiti e mancavano di coordinamento.
In Siria, a Damasco, si formò nel 1925 quella che poi sarà la più importante associazione di esiliati, la Comunità tripolitana in Siria. Nel 1928 l’associazione trasformò il suo nome in Comitato esecutivo della Comunità tripolitana e cirenaica, CECTC. La nuova denominazione, che includeva la Cirenaica, attestava la volontà di rappresentare tutti i libici. Da quell’anno l’attività politica dell’associazione fu strettamente legata a Bashir al-Sa’dawi, che si rivelerà una figura chiave in tutte le questioni concernenti la creazione di un’identità nazionale libica.
Nel 1929 l’associazione pubblicò il suo primo manifesto, che si può considerare la prima carta nazionale: in esso si dichiarava esplicitamente che la nazione era formata dalla Tripolitania e dalla Cirenaica. Visione di un nuovo futuro per la loro patria basato sul principio dell’unità territoriale. Presto questa maturità politica si scontrò con la realtà delle divergenze di vedute dei circoli degli esiliati, riflesso del relativo ambiente di appartenenza. Inoltre, negli stessi anni la propaganda fascista riuscì ad allontanare dalla causa libica alcuni preminenti nazionalisti arabi.
La seconda guerra mondiale, l’amministrazione britannica e la nascita dei primi partiti politici
Lo scoppio della seconda guerra mondiale nel 1939 fu considerato dagli esiliati un’opportunità per riprendere il controllo del loro paese. Dopo l’entrata in guerra dell’Italia, gli esiliati della Tripolitania e della Cirenaica si trovarono in disaccordo sulla politica di cooperazione con la Gran Bretagna. Come risultato, il tentativo di utilizzare la guerra per portare avanti la lotta per l’indipendenza si arenò. Nel 1943 l’occupazione militare inglese della Cirenaica e Tripolitania e quella francese del Fezzan riaccesero tra i libici in Egitto forti speranze sulla possibilità del loro ritorno in patria.
La colonia dei tripolitani avvertì la necessità di trovare un accordo con i cirenaici circa il futuro della Libia. Nell’ottobre 1943 al-Lajna al-tarabulusiyya (Comitato della Tripolitania), che si era formato al Cairo nel 1940 col sostegno del nazionalista egiziano ‘Abd al-Rahman Azzam, futuro primo segretario della Lega araba, stabilì il proprio programma, che invocava l’unità territoriale della Libia senza alcuna divisione.
Lo stesso periodo coincise anche con un crescente fervore politico in Libia. Nel 1947 in Tripolitania erano attivi sette partiti politici, nella cui formazione ebbero un ruolo rilevante gli esiliati, in particolare quelli tornati dall’Egitto. Queste formazioni, benché avessero come obiettivo comune l’indipendenza, divergevano sulle modalità della sua realizzazione. Questi movimenti possono essere raggruppati secondo tre tendenze principali: quelli che accettavano Idris al-Senussi come emiro di una Libia unita, coloro che erano pronti a accettare un mandato straniero sul territorio nazionale per un periodo transitorio fino all’indipendenza, e quelli che prefiguravano una repubblica costituzionale democratica.
In Cirenaica non si formarono partiti e l’unica forza politica era rappresentata da Idris al-Senussi, che nel 1946 diede vita al fronte nazionale della Cirenaica, che nel gennaio 1948, dopo il rientro definitivo del senusso dall’Egitto, si trasformò in Partito del Congresso nazionale. La leadership senussita fu sfidata solo dall’Umar al-Mukhtar Club, e può essere a ragione definito il primo vero movimento nazionalista in Libia. Era formato principalmente da giovani che avevano vissuto in Egitto e che erano stati a stretto contatto con i nazionalisti egiziani.
Bashir al-Sa’dawi, nel 1947, attraverso il Comitato di Liberazione della Libia, CIL, tentò di riunire i diversi gruppi nazionalisti della Tripolitania e della Cirenaica. La formazione politica di al-Sa’dawi, costituitasi al Cairo nel marzo 1947 e trasferitasi a Tripoli nel febbraio dell’anno seguente, non si presentava come un partito politico ma come un intermediario tra le diverse forze. Il programma del CIL mirava al raggiungimento dell’indipendenza, alla cooperazione con la Lega araba e al mantenimento dell’unità durante la lotta per la libertà.
È da evidenziare che il primo memorandum che il CIL indirizzò alla Commissione di investigazione delle quattro potenze, nel quale si chiedeva l’unità e l’indipendenza della Libia, sottolineava che la «Libia unita» era caratterizzata da una identità araba plasmata principalmente attraverso la lingua araba che aveva permesso la comunicazione e l’interazione tra arabi e berberi; nel documento non vi era nessun riferimento alla componente islamica: i partiti politici, infatti, non avevano alcuna connotazione religiosa in questo periodo.
Il programma del CIL, che fu accolto favorevolmente in Tripolitania, fu rifiutato in Cirenaica poiché non conteneva nessun riferimento a una leadership di Idris al-Senussi dopo il raggiungimento dell’indipendenza. Non appena la Commissione delle quattro potenze lasciò il paese, le divergenze e gli scismi tra i vari partiti si acuirono. Il Partito del Congresso nazionale della Cirenaica aveva negoziato con la Gran Bretagna l’indipendenza senza nessuna menzione all’unità e nel giugno 1949 Idris al-Senussi, con il sostegno della Gran Bretagna, proclamò l’indipendenza della Cirenaica nella forma di un emirato.
In Tripolitania i diversi partiti non avevano programmi ben definiti; assente era il discorso ideologico – largamente basato sul nazionalismo arabo – che aveva caratterizzato invece le formazioni politiche in esilio.
La costruzione dello Stato
Il 21 novembre 1949 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite, con l’adozione della risoluzione 289 sulle ex colonie italiane, decise il futuro della Libia. La risoluzione affermava che la Libia, sorta dall’unificazione di Cirenaica, Tripolitania e Fezzan, sarebbe diventata uno Stato indipendente e sovrano e che la piena indipendenza doveva essere raggiunta entro il 1° gennaio 1952.
L’Assemblea costituente nazionale libica con la Costituzione, promulgata il 7 ottobre 1951, stabilì che il Regno Unito di Libia, formato dalle province della Tripolitania, della Cirenaica e del Fezzan, era uno Stato indipendente e sovrano, aveva una monarchia ereditaria, il sistema federale e rappresentativo. Il Regno Unito di Libia fu proclamato il 24 dicembre 1951.
Alcune settimane dopo l’indipendenza il governo varò la legge elettorale e indisse le prime elezioni generali, seppure con una legge elettorale congegnata in maniera tale da favorire il governo, timoroso dei risultati delle urne. A ciò si aggiunse la Gran Bretagna che influenzò l’esito delle votazioni anche attraverso l’utilizzo di finanziamenti non autorizzati. Il 19 febbraio 1952 il governo ottenne la maggioranza in Parlamento.
I risultati e la sconfitta del Partito del Congresso nazionale della Tripolitania, guidato da Bashir al-Sa’dawi, furono fortemente contestati in Tripolitania, dove scoppiarono disordini; al-Sa’dawi e altri esponenti del partito furono immediatamente espulsi dal paese. A caratterizzare la Libia monarchica fu il regionalismo, favorito da un sistema amministrativo che lasciava larga autonomia alle province e acuiva il separatismo.
Come si è visto, le associazioni degli esiliati a partire dagli anni trenta del XX secolo avevano iniziato a immaginare il futuro del loro paese nei termini di una nazione moderna, fondata sulla costruzione di un’identità nazionale basata su una territorialità comune e una cultura e un linguaggio condivisi. Perché questa immagine collettiva di una nazione libica non si è radicata nel paese al momento dell’indipendenza?
Le cause possono essere ricondotte al processo di cesellamento del nuovo Stato indipendente, determinato principalmente dalle potenze estere, mentre le forze politiche locali hanno avuto scarsa incisività. La maggior parte di coloro che erano tornati dall’esilio rappresentavano la classe più colta e formavano la nuova élite intellettuale che negli anni successivi all’indipendenza avrebbe potuto contribuire a indebolire l’influenza degli elementi religiosi, tribali, familiari, tradizionali nella politica.
Ma l’espulsione degli oppositori politici, tra cui i libici che erano tornati dall’esilio e avevano combattuto per la libertà del loro paese solo per essere poi costretti nuovamente all’esilio, così come la messa al bando dei partiti politici dopo le elezioni generali del 1952, le prime e uniche elezioni che la Libia abbia mai conosciuto, hanno privato il paese di ogni opposizione politica e impedito lo sviluppo di qualsiasi forma di cultura politica.
L’attribuzione del Regno di Libia al senusso istituzionalizzò l’Islam come fattore di legittimazione politica. La religione è stato l’elemento chiave utilizzato dalla monarchia per superare il...
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