Sunto di storia contemporanea
La Grande Guerra: età della donna o trionfo della differenza sessuale?
L’idea che la Grande Guerra abbia profondamente cambiato il rapporto tra i sessi, ed emancipato le donne in misura maggiore rispetto ai precedenti anni, o persino secoli, di lotte, è assai diffusa durante e dopo il conflitto. Ma, come sempre, sono gli uomini celebrati come eroi di guerra e dei campi di battaglia. Le donne, nella statuaria europea eretta dopo a commemorazione dei caduti, sono presenti solo in modo allegorico, come la Vittoria, la madre che maledice la guerra o la vedova inconsolabile.
Continua però ad aleggiare la presenza di una donna maschietta, una donna con atteggiamenti e abbigliamento maschili. Anche nella letteratura le donne sono state escluse dai resoconti delle sofferenze portate dal primo conflitto mondiale. L’impulso di scoprire che ruolo abbiano avuto le donne nei paesi belligeranti arriverà molto più tardi, con le femministe degli anni Sessanta e Settanta. Si è tentato quindi di dimostrare che la guerra non è solamente qualcosa che riguarda gli uomini. Si è scoperto che anche le donne erano impegnate in responsabilità e mestieri nuovi – capifamiglia, fabbricanti di munizioni, guidatrici di tram o anche ausiliarie dell’esercito.
La guerra però ha bloccato quel movimento di emancipazione che andava prendendo forma in tutta Europa agli inizi del 20° secolo e che era rappresentato da una New Woman indipendente economicamente e sessualmente. La guerra ha restituito potere e sicurezza all’identità maschile in crisi alla vigilia del conflitto, rimettendo le donne al loro posto di madri prolifiche, di donne di casa, nel migliore dei casi liberate attraverso la gestione domestica moderna, e di spose sottomesse e ammiranti.
Mobilitazione degli uomini, mobilitazione delle donne
1914, anno delle donne, anno della guerra: luglio 1914, un’estate in cui accadranno molte cose in Francia: l’annuncio sulla stampa dell’assassinio di Francesco Ferdinando e l’ingresso in guerra; le femministe che vanno in vacanza dopo la grande manifestazione del 5 luglio; la Confederation General du Travail che prepara il proprio congresso in autunno con il problema del lavoro femminile.
Anche oltre Manica il ruolo della donna è mutato, sotto la spinta femminista molto radicale che contesta l’ideologia vittoriana delle sfere separate e della doppia morale sessuale. Negli anni precedenti il conflitto la questione femminile passa al primo posto nel dibattito pubblico. Nel 1903 viene fondata la Women’s Social and Political Union che adottavano strategie e sistemi di propaganda socialisti, le donne che vi facevano parte erano chiamate militanti o suffragette. Il 1914 avrebbe potuto essere l’anno delle donne, ma tra il 28 luglio e il 4 agosto l’Europa si accese come un fuoco di sterpi e un sentimento favorevole alla guerra permeava città e campagna, soprattutto in Germania.
Questa estate, in cui partiranno molti giovani, vede la divisione dei sessi ingigantirsi e a ritornare ai tempi precedenti. La mobilitazione degli uomini rafforza i sentimenti familiari e crea il mito dell’uomo protettore della madre patria e della propria casa. In Francia continua a vivere e ad espandersi una letteratura anti-femminista che cerca di riportare in auge l’incarnazione dell’ideale femminile borghese del 19° secolo. Servire diventa la parola d’ordine delle donne francesi che si prodigano nel prestare assistenza ai soldati nelle mense ferroviarie, nel curare i feriti negli ospedali ausiliari della Croce Rossa e nutrire i poveri.
Le femministe sono coinvolte in questo fervore operoso e sospendono le proprie rivendicazioni per compiere il proprio dovere di donne, mettendosi alla prova. Avendo fede in una guerra breve, gli Stati belligeranti si aspettano dalle donne un’attitudine di rassegnata attesa, e sono lieti dell’adesione delle femministe alla causa nazionale. Tuttavia, non prendono in considerazione di essere impiegate in altri settori, come l’arruolamento. Ne nascerà una politica di sussidi, in sostegno alle donne, soprattutto contadine rimaste sole a coltivare i campi, una politica sessuata che permea tutti i paesi coinvolti nel conflitto, tranne gli USA.
Inoltre il lavoro femminile, come quello maschile, subirà un brusco calo, portando ad alzare i tassi di disoccupazione. Mobilitazioni femminili: dissolta l’illusione di una rapida vittoria, gli stati belligeranti non possono limitarsi a contare sulle proprie riserve industriali e devono riprendere il lavoro: la Grande Guerra avrà bisogno dell’aiuto di tutti, anche delle donne. Gli uomini vengono inghiottiti da munizioni e dai feroci combattimenti e quelli rimasti a casa, ancora per poco, cercheranno di produrre nuove armi per finire più velocemente il conflitto.
A cominciare dagli arsenali di stato e dalle industrie private riconvertite, ogni paese appronta un’industria bellica che aumenta grandemente l’organico di operai e di produzione. La guerra, diventata ormai moderna, si batte su due fronti: il battlefront e il homefront, il primo quasi esclusivamente maschile, il secondo prevalentemente femminile, con le femministe a capo. In Francia la mobilitazione delle donne è la più empirica: iniziano a lavorare nelle fabbriche di produzione di armi, ma vengono impiegate come ultima risorsa dopo l’ingaggio di civili, il richiamo al fronte, di 500.000 operai chiamati alle armi e l’importazione di mano d’opera dall’estero e dalle colonie.
Nell’autunno 1915 anche il ministero suggerirà, per mezzo di circolari, agli industriali, l’impiego di donne in qualsiasi settore possibile e le operaie, attirate da alti salari, arrivano da ogni parte del paese. Sono 400.000 a inizio del 1918 le donne impiegate in industrie belliche francesi. Al contrario, in Germania sembra che la mobilitazione femminile abbia fallito nel colmare la penuria di mano d’opera. Nonostante tutto, anche nel paese teutonico le donne non mancarono di organizzarsi, tanto che nell’Ente della Guerra (Kiregsamt) sorsero due organismi diretti da donne: il Dipartimento delle donne addetto al reclutamento e il Servizio centrale del lavoro femminile, incaricato di tutelare le condizioni di vita delle operaie.
Inoltre, anche le tedesche saranno impiegate nell’industria, soprattutto metallurgica, elettrica e chimica; ma questo aumento delle donne nell’industria avviene a discapito dei lavori tipicamente femminili: le sarte producono munizioni, le bustaie tende e scatole per biscotti e maschere antigas. Poi, a partire dal 1915, le donne tornano ai lavori domestici, in quanto sarà lo stato stesso a provvedere a loro e alle loro famiglie per mezzo dei sussidi per le Kriegerfamilien, ostacolando così gli sforzi di una mobilitazione femminile.
In UK saranno invece femministe e governo Asquith a invogliare le donne a cooperare agli sforzi bellici maschili. Saranno soprattutto per mezzo dei sindacati che le cose cambieranno, in quanto concessero alle donne l’accesso a quei lavori gelosamente considerati come men’s jobs, a partire dal 1917. Tuttavia, anche in UK si trova una forte ostilità nei confronti delle donne che cercano di lavorare durante la guerra e il processo di ammissione sarà molto lento e avverrà principalmente in quei settori in cui entrarono anche le donne francesi: industria delle munizioni in primis, e in scarsa misura nei trasporti, nel servizio civile e nelle banche.
Ulteriore particolarità britannica: nella primavera del 1917 venne costituito un corpo ausiliario dell’esercito (Women’s Army Auxiliary Corps) che arruolerà circa 40.000 donne; la sua istituzione avvenne però tra resistenze e amarezze e cercando di relegare nuovamente le donne in ruoli di supporto all’esercito maschile, come vivandiere, operaie meccaniche, ecc. La WAAC non avrà vita facile: nel 1918 verrà creata un’inchiesta contro la formazione femminile in cui la si accusava di turbare l’economia psicosessuale della guerra, vista come lotta virile a protezione di donne e bambini, confondendo l’identità maschile e femminile. La paura più evidente era la mascolinizzazione della donna.
La mascolinizzazione delle donne
Sin dal 19° secolo gli studiosi hanno cercato di soggiogare le donne sotto lo spettro del piano sessuale in relazione al potere politico e sociale: la donna nuova del 20° secolo fa paura, è libera, è indipendente e perciò viene accusata di lesbismo e atteggiamenti virili. Alcuni addirittura attribuiscono al processo di emancipazione le colpe della mascolinizzazione delle donne. Con la prima guerra mondiale le cose non cambieranno, anzi quest’ottica maschilista sarà ancora più accentuata e supportata.
Diventa allora comprensibile l’ossessionante ricorso dei contemporanei di ogni nazionalità alle metafore – infilare le granate come fossero perle, lavorare nella metallurgia come se si trattasse di un lavoro a maglia – il loro voler scovare qualità femminili – grazia, dedizione e minuzia – anche nelle situazioni più maschili, per ribadire il carattere transitorio della situazione. Ad esempio, in Francia viene usata la parola munitionette per indicare l’operaia dell’industria di guerra, e il diminutivo assume una connotazione estremamente femminile.
Saranno solo le femministe, in particolare quelle francesi, ad opporsi a questi stereotipi femminili e cercheranno di sfruttare la situazione della guerra come trampolino di lancio per l’eguaglianza professionale, o quanto meno per l’accesso a mestieri e alla qualificazione delle lavoratrici. Ma le operaie impiegate nelle industrie belliche, anche se alcune femministe, non ebbero vita facile: c’era una forte ostilità da parte dei pochi uomini rimasti, timorosi di una possibile concorrenza e inoltre il gestire, oltre il lavoro, anche, per alcune, le famiglie era molto stressante, in quanto assillate in continuazione dallo spettro della morte portato dalla guerra.
The Women's Age?
Gli anni della guerra hanno costituito per le donne un’esperienza positiva, grazie a salari alti che permettevano di fare spese folli, soprattutto per le operaie addette agli armamenti. Il periodo della guerra, vissuto senza molti uomini intorno, è evocato nelle letterature femminili di ogni paese come un periodo felice e per le femministe come un periodo in cui la volontà di servire e di mettersi alla prova hanno contribuito all’accelerazione verso l’emancipazione. Le donne erano felici di stare tra donne, tanto che alcune scrittrici come Gilman pubblicheranno Herrland, utopia di un mondo senza uomini.
Il tema della svirilizzazione del mondo, reale o figurata, ossessiona la letteratura di questo periodo, popolata da moderni antieroi, paralizzati, sterili o mutilati, rivelando una vera e propria crisi della mascolinità. Indubbiamente la Grande Guerra è stata per gli uomini un lungo trauma, massacro di massa, caricatura mortificante dell’immaginario della guerra virile e trionfale, e negazione di tutti i valori della cultura occidentale. I combattenti, costretti nelle trincee ad aspettare il loro momento mortale, sono traumatizzati e una volta tornati, vedendo tutte quelle donne che accedevano ai loro spazi e alle responsabilità pubbliche della macchina da guerra, hanno paura di essere spossessati o traditi.
La letteratura antifemminista sorge quindi, ed esprime il risentimento dei soldati verso i civili, come pure la tentazione di esaltare i valori virili. Questi risentimenti creeranno molte tensioni tra i due sessi.
Un'esperienza di libertà
È incontestabile che la guerra abbia reso le donne più libere e quindi abbia reso gli spazi maschili più ridotti: sono state abbattute quelle barriere che dividevano rigidamente lavori maschili e femminili, permettendo alle donne molte professioni di livello superiore. Anche nell’educazione si avvierà questo processo: insegnanti donne circoleranno in tutte le scuole del paese, a scapito dei maschi che temono di essere estromessi; ovunque le ragazze penetrano nei bastioni delle grandi scuole superiori, come la Sorbonne e Oxford.
La maggior parte delle lavoratrici prende coscienza così delle proprie capacità e apprezza la nuova indipendenza economica, grazie anche ai già citati lavori bellici. Tante diventeranno operaie nelle industrie della guerra, portando a una crisi del servizio domestico. In alcune regioni, la concorrenza costringe i datori di lavoro dell’industria tessile ad aumentare le tariffe e il Leaving Certificate (che cerca di evitare la mobilità delle donne da una fabbrica di guerra all’altra per impieghi meglio remunerati).
Per le donne e le giovani del ceto medio e agiato, abituate alle opere caritative, la guerra rappresenta un periodo di intenso attivismo e nuove rivoluzioni: la fine del busto, l’acconciarsi delle gonne e la semplificazione dell’abbigliamento liberano i corpi e rendono più sciolti i movimenti; le ragazze non hanno più bisogno di uno chaperon; le più grandi si impegnano nella Croce Rossa o in altre organizzazioni, che accoglievano migliaia di volontarie, mandate anche nei fronti più cruenti del conflitto.
L’infermiera, personificazione dello spirito di sacrificio, angelo e madre, è il personaggio femminile più glorificato del tempo di guerra, tema prediletto dagli artisti di guerra cui piace molto l’immagine del velo svolazzante cui si affida il cieco. Questo porta ad un nuovo rapporto tra i sessi: i soldati, in maggioranza di estrazione popolare, mentre apprezzano le attenzioni in ospedale, si sentono umiliati e ricondotti a una dimensione infantile da queste donne distaccate che li vedono nella loro fragilità e li curano come bambini per poi rimandarli al fronte.
Inoltre l’ossessione della morte che permea tutta la durata del conflitto altera i rapporti con l’altro, rende l’amore più esigente e al contempo più futile, allenta la lunga ritualità del fidanzamento e contribuisce all’avvento della coppia moderna basata su un’esigenza personale e non più patrimoniale. L’aumento di figli illegittimi ne è un chiaro esempio. Questa esasperazione del desiderio che si manifesta nell’inedito erotismo di cartoline, giornali e riviste e nella sdrammatizzazione dell’adulterio e di forme d’amore non del tutto canoniche, porta ad un cambiamento radicale del rapporto tra i sessi.
Anche in Italia le esigenze dalla guerra portano ad un cambiamento radicale: la donna, reclusa a causa della sua natura, viene fatta uscire prima grazie a opere assistenziali, poi sempre più nella sfera produttiva, come è riscontrabile dalla moltitudine di fotografie di donne lavoratrici di questo periodo. Ma ancora i fotografi tendono a usare la vecchia tecnica del montaggio delle immagini che suggerisce donne chiuse nella propria storia individuale e incapaci di rappresentare il genere umano. Mentre alcuni fotografi inglesi fotograferanno anche uomini intenti in faccende domestiche, gli italiani continueranno a rappresentarli in pose e luoghi tipicamente virili.
Il peso della tradizione e le ambiguità dei tempi moderni
L’unità delle donne in questo periodo è stata però tutta propaganda, piuttosto che realtà, ad eccezione forse dei primi mesi di conflitto. La solidarietà femminile, infatti, troverà poco spazio, ma largo spazio troveranno le esperienze individuali, soprattutto delle ragazze che assaporeranno per prime un vento di libertà; o le giovani operaie non più sottomesse all’autorità paterna o ancora le borghesi, trasfigurate dal loro ambiente naturale.
Le peggiori difficoltà le sperimenteranno le madri di famiglia delle classi popolari, dove molto presto, negli imperi centrali, infurierà la carestia. Negli USA però tutto sarà differente: entrando in guerra tardivamente (1917) la guerra europea aveva bloccato immigrazione e aumentato esportazioni, favorendo così l’assunzione di mano d’opera femminile, anche precedentemente alla chiamata alle armi. Piuttosto che un aumento di assunzioni femminili, durante la guerra, ci sarà uno spostamento delle donne in impieghi differenti, che rispetteranno comunque una gerarchia sessuale e razziale.
Le donne bianche prendono il posto degli uomini bianchi nelle industrie, negli uffici o nei trasporti; le donne nere, rimpiazzano le donne bianche e gli uomini neri nei mal retribuiti settori femminili o nei lavori pesanti. Il lavoro d’ufficio, per quest’ultime, è raro o svolto in isolamento e, nonostante si organizzino per dimostrare il loro amor per la patria e per richiedere nuove riforme sociali, nel 1918 la guerra finirà, troppo presto, per realizzare un cambiamento.
Anche per le donne bianche e femministe il cambiamento non sarà un obiettivo facile da raggiungere. Infatti solo nel 1918 sorgeranno negli USA delle agenzie federali per facilitare l’impiego delle donne nelle industrie, ma anche il National War Labor Board, organizzazione che si proponeva eguali salari e minimo salariale per le donne, insieme ad uno stile di vita sano e con ragionevole comfort, non riuscirà a sottrarsi dal peso della legge e della tradizione che negano l’eguaglianza tra i sessi sul lavoro.
Durante tutto il conflitto è evidente come, sia in Europa che negli USA, sia presente una forza che resiste alla modificazione dei ruoli dei sessi, che vuole a tutti i costi limitare le donne alle funzioni di sostitute, solo per la durata del conflitto. Tuttavia ci sono anche aspetti positivi della vicenda: il fatto che le donne diventino per esempio, infermiere o medici, dà per la prima volta la possibilità di farne un mestiere riconosciuto da un diploma e decoroso per le ragazze del ceto medio. In ogni caso questi sono casi sparuti: le donne continueranno anche durante il conflitto.
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