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soddisfacente e, quindi, solo da ultimo, un’EFFETTIVA ATTUAZIONE dell’alternativa

selezionata.

Come asserisce Visalberghi, il termine “operazione” confrontato con quello di “azione”

rivela una più decisa insistenza sulla consapevolezza delle CONNESSIONI CONDIZIONI-

CONSEGUENZE che anticipano la fase terminale.

L’operazione ha anche una COSTITUZIONE AUTO-CORRETTIVA, poiché si ri-dirige

mentre si compie, in relazione ai MUTAMENTI DELLA REALTA’ e alla loro rilevta

interconnessione con più aggiornati piani d’azione. In sintesi, potremmo dire che

l’operazione è PROGETTUALE perché implica consapevolezza di condizione e di atti

seriali dovuti affinchè si arrivi al previsto risultato.

3.2.1 OSSERVAZIONE COME OPERAZIONE DI RILEVAMENTO DEI DATI

L’osservazione è “prima” OPERAZIONE poiché non ci si può accingere alla soluzione di

alcun problema senza la determinazione dei DATI che lo definiscono. L’osservazione è

operazione di una scelta che riduce gli “oggetti” in “dati”. I dati, allora, possiedono due

caratteristiche:

Non sono dati in sé e per sé, ma sono POSTI

- Sono materia di ULTERIORE RAPPRESENTAZIONE

-

Essi sono INTERMEDI, non definitivi; sono MEZZI, non fini. Essi vengono discriminati per

uno scopo, cioè per FORNIRE SEGNI E INDICAZIONI per la definizione e l’impostazione

di un problema e OFFRIRE LA CHIAVE per la sua soluzione. La loro condizione

nell’ambito dell’indagine è PROVVISORIA, poiché è frutto di una scelta. I dati

costituiscono validi indizi o tracce solo quando stimolano operazioni in grado di risolvere il

problema.

Dewey sottolinea come la nuova scienza sperimentale abbia sostituito agli oggetti i dati,

poiché il suo scopo è quello di CONOSCERE IL PERCHE’ E IL COME si verifichino gli

avvenimenti, le condizioni per cui si verificano, le loro interazioni e i loro effetti e

conseguenze. Tale RIVOLUZIONE della ricerca permette così il passaggio: dalle forme

essenziali dell’oggetto alle RELAZIONI DEI DATI; dalle qualità dell’oggetto alla

MISURAZIONE DEI DATI; dalla contemplazione dell’oggetto alla MANIPOLAZIONE

ATTIVA DEI DATI; dall’immobilità dell’oggetto, al DIVENIRE DEI DATI; dalla perennità

degli oggetti alla SUCCESSIONE TEMPORALE DEI DATI.

E’ per questo che Dewey propone, per essere più precisi, di considerare il dato come

ASSUNTO perché tale termine marca meglio il suo ESSERE RAZIONALE. Infatti, i dati

non sono AUTOSUFFICIENTI E COMPLETI, non sono ISOLATI. La tesi deweyana è che

al centro dei processi conoscitivi vi sia appunto la CORRELAZIONE FUNZIONALE

RECIPROCA di materiali percepiti e strumenti concettuali. La raccolta isolata e

indipendente dei dati ha solo valore indicativo, che diviene VALORE PROBATORIO

quando si avviino verso una DIREZIONE UNITARIA determinata, che dia avvio ad una

possibile significazione.

3.2.2 IDEAZIONE COME OPERAZIONE GENERATIVA DI IPOTESI

Le idee rappresentano la nostra CAPACITA’ COSCIENTE DI AGIRE. Esse sono, infatti, i

“tramiti operativi” che rendono possibile l’azione che NON sia causale e involontaria. Il

processo ideativo è una COSTRUZIONE UNITARIA che si serve della duplicità dei messi

che gli derivano dalla REALTA’, dalla situazione da “chiarire” e dalle PRECEDENTI

CONOSCENZE ACCUMULATE. Di fronte ad ogni nuovo problema, per dargli una prima

impostazione, si ricorre col pensiero a ciò che si conosce già, al SAPERE

SISTEMATIZZATO, che è tale solo nel suo essere il frutto di OPERAZIONI PRECEDENTI

DI INDAGINE e solo in quanto tale diviene MEZZO PROCEDURALE di nuove indagini.

L’ideazione è il processo che, attraverso l’uso di conoscenze precedenti, FORNISCE

IPOTESI di lavoro, SUGGERISCE OPERAZIONI, DIRIGE LA RICERCA. E’ frutto di

“riflessione agita” nella triplice accezione:

Di ESSERE PER L’AZIONE, volta al cambiamento dell’attuale

- Di ESSERE NELL’AZIONE, rivolta a operare nella specifica realtà

- Di ESSERE CON L’AZIONE, pronta ad accogliere le modifiche prodotte

-

L’idea è RAPPRESENTATIVA, ma NON è RAPPRESENTAZIONE. E’ rappresentativa

perché è relativa ad una DATA REALTA’, da essa è MOTIVATA e con essa SI

SPECIFICA. Ma non è una rappresentazione, perché se fosse tale sarebbe inerente al

pensiero, in e per se stesso.

Questo modo di intendere l’idea s’incentra sul fatto che essa NON è DATA ALLA

RICERCA, MA SI GENERA NELLA RICERCA. Le idee, infatti, sono conseguenze

preannunciate (PREVISIONI) di ciò che capiterà, se certe operazioni vengono eseguite in

preciso rapporto con le condizioni osservate. Il loro valore pertanto è nella loro abilità a

scorgere ciò che non è ancora, ma che potrebbe essere se vengono compiute certe

azioni: ha CARATTERE PROSPETTICO E ANTICIPATORIO.

L’idea è lecita come “FORMULAZIONE INTELLETTUALE OGGETTIVA DI CONDIZIONI”,

l’oggettività è cioè data dalle situazioni cui l’idea si lega e come tale da METTERE ALLA

CONTINUA PROVA, da convalidare o falsificare in piano sperimentale. Infatti l’idea, nel

procedimento di ricerca, è IPOTETICA E CONDIZIONALE. L’idea sorge sempre in un

“dato campo”, per mezzo di esso, e ad esso fa ritorno poiché LO TRASFORMA, e qui

trova smentita o conferma. L’ipotesi o l’idea cioè non guadagna in validità dal numero di

persone che la accettano, ma dalle CONSEGUENZE CHE RIESCE A PREVEDERE dal

piano di soluzione che riesce a valutare.

La scientificità di un’idea NON è DATA DAL GRADO DI ACCETTAZIONE SOCIALE, ma

dipende sia dalla sua COERENZA LOGICA INTERNA sia, sul piano empirico, DALLA

CONTROLLABILITA’ FATTUALE. La cosa più importante, soprattutto quando ci si trova a

dover affrontare problemi, è che l’ipotesi si dimostri AFFIDABILE SUL PIANO PRATICO,

la sua validità è offerta non dal consenso, ma dalla sua OPERATIVITA’, dai RISULTATI e

non dalle sensazioni. Per questo la sua veridicità è data come REGOLA D’AZIONE,

sempre da rivalutare e controllare.

Le CONDIZIONI LOGICHE della materia concettuale, che Dewey indica come

indispensabili, nel metodo scientifico sono tre:

Le concezioni teoriche alle quali si fa riferimento devono sempre essere trattate non

- come tesi, ma come SIGNIFICAZIONI IPOTETICHE

Tali ipotesi svolgono FUNZIONE DIRETTIVA nel controllo dell’osservazione e nel

- trasforamre praticamente i fenomeni antecedenti

Tali ipotesi vanno VERIFICATE E CONTINUAMENTE RIVEDUTE in base alle

- conseguenze prodotte nella loro applicazione pratica

Uno dei difetti, che Dewey evidenzia soprattutto nell’INDAGINE SOCIALE, è proprio

quello di non avere ancora compreso appieno il VALORE OPERATIVO dei concetti e delle

teorie che entrano nell’uso generale e corrente in maniera abitudinaria senza che, di fatto,

se ne VALUTI ATTENTAMENTE E SPERIMENTALMENTE LA VALIDITA’ CONCRETA.

Solo un attento esame delle ipotesi e un loro confronto in riferimento alle conseguenze

può promuovere la COMPARAZIONE CRITICA DI IPOTESI ALTERNATIVE.

3.3 INDUZIONE E DEDUZIONE NELL’INDAGINE

Strettamente legati alle operazioni di osservazione e ideazione sono i PROCESSI

INDUTTIVO E DEDUTTIVO nell’indagine. Essi sono processi distaccati, ma hanno

NATURA INTERSECANTE ED INTERAGENTE, essendo l’una strettamente congiunta

all’altra, in quanto relative l’una ai materiali esistenziali (dell’illazione) e l’altra alle

significazioni concettuali (del ragionamento).

La significanza che attribuiamo agli oggetti non è inerenza, non ha valore ontologico e

quindi statico, vero in sé e per sé, quindi anche il metodo deduttivo che utilizza

proposizioni generali (teorie) come struttura statica o essenza, NON HA VALORE

ESCLUSIVO DI CONOSCENZA.

Dewey sottolinea la differenza sostanziale tra PROCEDIMENTO SCIENTIFICO ATTUALE

e quello della SCIENZA ANTICA nella formulazione del processo induttivo. Nello schema

classico (dal particolare all’universale) si prevedeva la presenza di FORME IMMUTABILI,

NECESSARIE E UNIVERSALI, negli oggetti delle sensazioni e della percezione

sensoriale. Altra cosa è il processo induttivo della scienza moderna, cui si richiama

l’indagine deweyana. Innanzitutto i particolari non sono definiti come “dati”, ma vengono

SELETTIVAMENTE DISCRIMINATI, sia per l’individuazione del problema, sia per la

previsione di possibili soluzioni. Questo significa che gli oggetti percepiti vengono scelti, e

non presi come sono naturalmente, vengono rideterminati selettivamente e per

MODIFICARE I DATI quindi TRASFORMATI. Inoltre i particolari, nel loro istituire il

problema, già indicano una POSSIBILE MODALITA’ DI SOLUZIONE. Hanno cioè valore

EVIDENZIALE E PROBATORIO.

Ancora: durante l’indagine vengono intenzionalmente compiute operazioni

precedentemente considerati al fine di produrne di nuovi di diversa disposizione. Le

operazioni mediante cui s’istituiscono i dati sono REALI, ATTIVE, PRODOTTE DA

INTERAZIONI DINAMICHE.

Ora veniamo a trattare del procedimento vero e proprio con cui si stabiliscono delle

GENERALIZZAZIONI che mettono in luce un’operazionalità-comune di COOPERAZIONE

tra induzione e deduzione. Infatti, nell’indagine l’aspetto induttivo consiste nel complesso

delle operazioni che PROSPETTANO POSSIBILI MODI DI SOLUZIONE. E nel contempo

ogni possibile modo di soluzione deve, essendo un’ipotesi, essere formulata con una

proposizione del tipo SE-ALLORA, deve essere cioè trattata in MANIERA DEDUTTIVA.

Questo processo deduttivo, poi, del se-allora dirige NUOVE OSSERVAZIONI

SPERIMENTALI nella produzione di nuovi dati. Il criterio di validità della stessa ipotesi è

dato proprio dalla capacità dei nuovi dati di COMBINARSI CON QUELLI PRECEDENTI.

La natura dell’interrelazione è evidente: i dati esistenziali devono poter determinare un

problema nella forma di una SOLUZIONE POSSIBILE; nel contempo l’ipotesi così

formulata deve, per essere validata, poter fornire nuovi dati che si attanaglino a quelli

precedenti ordinandoli.

Due processi che s’intersecano continuamente nella conduzione dell’indagine SENZA

UNA RIGIDA SUCCESSIONE TEMPORALE, ma solo con una direzione di attinenza al

problema evidenziato, relativi, dunque, alla sua soluzione.

E’ importante soffermarsi ancora sul PROCESSO INDUTTIVO. Possiamo dire che la

formula “dai particolari ai generali” è FUTILE, in quanto il contenuto e la validità proprio del

generale dipende dai contenuti dei particolari che la fondano, i quali a loro volta dipendono

dalle operazioni con le quali sono istituiti.

Dewey non accetta la concezione dell’induzione per semplice enumerazione e la

concezione per cui sarebbe la ricorrenza a generare forme generali. La ricorrenza è data

non dalle qualità immediate, ma dai DATI GIA’ ELABORATI poiché considerati

DISTINTIVI, EVIDENZIALI. Per questo l’induzione consiste nella DETERMINAZIONE DI

UN CAMPIONE, DI UN CASO ESEMPLARE. Quindi si può concludere che l’induzione è

data dal COMPLESSO DEI METODI atti a determinare la rappresentatività dei dati, ossia

dalle operazioni OSSERVATIVE E IPOTETICO-IDEATIVE che evidenziano l’essere quel

caso esemplare, illustrativo, e quindi del suo OPERARE RICOSTITUTIVO E

CONTROLLATO dei singolari. Essendo tale ricostruzione guidata da concetti. E’

un’operazionalità pertanto CIRCOLARE, DIFFERENZIATA, ma funzionalmente in

RECIPROCA CONTINUA RELAZIONE E RIMANDO. L’induzione viene così fondata sulle

operazioni attraverso cui il materiale è sistemato e, cioè, tramite l’OSSERVAZIONE

SPERIMENTALE e la MEDIAZIONE del momento ipotetico deduttivo in modo da trovare

una certa correlazione di tratti che se, e solo se, verificata, diviene RAPPRESENTATIVA.

CAPITOLO 4: LA RICERCA COME INTER-AZIONE TRA

COGNIZIONE E TRASFORMAZIONE

4.1 L’AZIONE COME OGGETTO DELLA RICERCA

Possiamo definire la ricerca-azione come la METODOLOGIA D’INDAGINE OPERATIVA

che si attiva quando le procedure didattiche, ordinariamente utilizzate, non sono idonee

per affrontare un’insolita e critica situazione. Essa nasce da un contesto considerato

PROBLEMATICO che si è intenzionati a cambiare e viene assunta perché la strumentalità

di cui si è in possesso, le esperienze pregresse della pratica professionale e le

conoscenze padroneggiate, non sono sufficienti a strutturare un rapido e risolutorio piano

progettuale.

La ricerca-azione si realizza attraverso un PROCESSO PROGRESSIVO che si costruisce

ed evolve in una spirale di RICORSIVE ANALISI-RIFLESSIONI-AZIONI-VALUTAZIONI.

Essa è predisposta a MODIFICARSI IN CORSO D’OPERA, rivisitando continuamente il

piano d’intervento ipotizzato alla luce dei risultati acquisiti. I soggetti, poi, che fanno ricerca

sono gli stessi soggetti che agiscono nella situazione e ne divengono gli ATTORI, essendo

contemporaneamente SIA RICERCATORI CHE OPERATORI. La ricerca-azione è quindi

una RICERCA OPERATIVA, volta all’azione pratica che si attua in un DETERMINATO E

PRECISO CONTESTO con lo scopo di cambiarlo.

Essa si qualifica pertanto come una RICERCA IDIOGRAFICA, che ha come oggetto

l’AZIONE EFFICACE e come finalità quella della TRASFORMAZIONE, in cui il soggetto

che agisce è anche ricercatore. La ricerca-azione assume il costrutto PRAGMATICO e più

specificatamente DEWEYANO che si fonda sulla connessione essenziale e vitale tra

ATTIVITA PRATICA E LAVORO D’INDAGINE.

La ricerca-azione come una forma di ricerca EMPIRICA, che ha tutta una serie di

differenze risetto alla ricerca TEORICO-SPECULATIVA (anche detta RICERCA

SPERIMENTALE):

• La ricerca empirica compie operazioni DIRETTAMENTE SULLA REALTA’, mentre

la ricerca teorica LE IPOTIZZA solamente

• La ricerca-azione è una ricerca empirica perché opera nel terreno della realtà da cui

parte e i cui dati rappresentano il materiale indispensabile al suo procedimento.

Questi dati NON vengono assunti in quanto “variabili” e quindi isolati, parcellizzati e

manipolati, ma sono considerati nella loro GLOBALITA’ in quanto “dati di una

situazione”, materiale per identificare e risolvere un particolare problema. Non

hanno valore né significato se staccati dalla situazione e/o separati tra loro.

• Genericamente la ricerca empirico-sperimentale viene designata come ricerca

QUANTITATIVA, mentre la ricerca azione come ricerca QUALITATIVA

• La ricerca azione guarda alla realtà da una prospettiva intenzionale diversa: la sua

forma di conoscenza è FINALIZZATA AL CAMBIAMENTO DI UNA CONDIZIONE.

In quest’ottica essa si caratterizza come ricerca empirica IDIOGRAFICA,

diversamente dalla ricerca sperimentale detta NOMOTETICA.

• Rispetto alla ricerca orientata alla conoscenza, tipica della ricerca sperimentale, la

ricerca azione è una ricerca EMPIRICA, IDIOGRAFICA, VOLTA ALLA DECISIONE.

• La ricerca sperimentale ha un’ottica di maggior LONTANANZA dal contesto, poiché

cerca soluzioni ai problemi in un orizzonte più ampio, riferibili NON alla singolarità

del caso. E’ finalizzata all’ESTENSIONE DEL SUO STUDIO e quindi più orientata

verso la CONOSCENZA che all’azione diretta e si sviluppa seguendo un DISEGNO

LINEARE, mira all’elaborazione di conoscenze generali che non hanno

un’immediata utilità. Ha pertanto un approccio ai problemi di tipo ANALITICO,

poiché isola le variabili da studiare mirando alla GENERALIZZAZIONE DEI

RISULTATI ottenuti al termine dell’attuazione del disegno sperimentale.

• La ricerca azione risponde all’urgenza proprio attraverso la ricerca, che scaturisce

da un preciso problema di contesto e da uno studio conoscitivo assunto per

risolverlo. Essa è diretta all’AZIONE SUL CAMPO, l’oggetto del suo studio è

l’azione in vista di un desiderato MIGLIORAMENTO di una situazione e sviluppa

conoscenze particolari che hanno un’UTILITA’ IMMEDIATA, attraverso un

APPROCCIO OLISTICO ai problemi percepiti nella loro complessità.

4.2 L’INTENZIONALITA’ DEL CAMBIAMENTO

Nella “Logica” Dewey precisa che qualsiasi problema d’indagine scientifica che non si

sviluppi da effettiva o pragmatiche condizioni sociali è ARTIFICIOSO ed è quindi posto

arbitrariamente dal ricercatore, anziché prodotto e controllato in maniera oggettiva.

Anche la ricerca-azione si muove PARTENDO DA REALI PROBLEMATICHE al fine di

RISOLVERLE. E’ questo, difatti, uno dei principi chiave sia della ricerca-azione sia

dell’indagine deweyana: la ricerca è volta alla TRASFORMAZIONE finalizzata al

CAMBIAMENTO di una situazione. Il suo proposito è di trovare una SOLUZIONE AL

PROBLEMA attuale, a quello che si presenta nell’immediato e, soprattutto, è indirizzata a

un’AZIONE PRATICA onde poterlo risolvere.

Così la teoria dell’indagine deweyana e la ricerca-azione hanno una funzione direttamente

PRATICA, prima che conoscitivi, poiché entrambe:

• Partono da una VERA PROBLEMATICA: è ESISTENZIALE, REALE E

PROBLEMATICA nel senso che non è direttamente risolvibili con i costrutti e le

pratiche ordinarie, di routine, usuali

• Hanno come scopo quello della SOLUZIONE DEL PROBLEMA RILEVATO

• Sono marcate e contrassegnate dalla VOLONTA’ DI TRASFORMAZIONE fin

dall’origine e lungo tutto il loro percorso, dalla progettazione, al piano d’azione e di

definizione degli interventi, fino alla verifica e valutazione dei risultati

Potremmo affermare che il CAMBIAMENTO è l’attività essenziale e dominante della

ricerca-azione. La TRASFORMAZIONE è IL SUO SCOPO, la sua finalità. Se la ricerca

sperimentale classica è orientata a un tipo di RICERCA PER SAPERE, la ricerca-azione è

soprattutto RICERCA PER AGIRE: la prima si prefigge lo scopo di accumulare nuove

conoscenze, la seconda invece si concentra sulla RISOLUZIONE DI UN PROBLEMA e

quindi, più che sulla spiegazione di fatti, sulla PROGETTAZIONE D’INTERVENTI MIRATI

A CONTESTI SPECIFICI.

Ecco perché il tratto specifico della ricerca-azione, avendo come oggetto d’indagine il

problema di un contesto specifico e come fine la sua trasformazione secondo un

miglioramento auspicato, la rende così particolarmente confacente al lavoro di chi opera in

SITUAZIONI REALI DI TIPO EDUCATIVO.

In Dewey l’azione modificatrice coincide con l’indagine, poiché il fine ultime e la verifica di

ogni indagine è la TRASFORMAZIONE DI UNA SITUAZIONE PROBLEMATICA (che

comporta confusione e conflitto) in una situazione unificata. E’ allora ipotizzabile che la

ricerca-azione, così come l’indagine deweyana, adottino come proprio punto di vista quello

della FILOSOFIA DELLA PRASSI intesa in modo molto generale come modalità attiva di

rapportarsi al mondo più per CAMBIARLO che per comprenderlo.

4.3 CAMBIAMENTO E COMPRENSIONE

E’ possibile cambiare una situazione senza averla interpretata?

La direzione verso cui indirizzare il cambiamento, l’intenzionalità che dirige la ricerca e le

dà avvio presuppone una FORMA DI COMPRENSIONE. Tutto l’impianto della logica

deweyana è sorretto dall’INTERAZIONE TRA L’AZIONE, che è guidata dall’intelligenza, E

L’INTELLIGENZA, che si esplica nell’azione sul mondo concreto. Tale interazione si

delinea a partire dai dati che non sono presi, ma sono POSTI, ed è in questo essere posti

che divengono “i dati del caso”.

La struttura della logica deweyana è costruita sull’efficacia dell’intelligenza e sulla stretta

relazionalità e connessione tra OPERATIVITA’ DELLA PRASSI E GUIDA DEL

PENSIERO. La nostra ipotesi della ricerca-azione va pertanto prospettata proprio

nell’accezione deweyana di una trasformazione pratica di un’esperienza educativa

CONTROLLATA E DIRETTA, che include in sé, necessariamente, la sua

INTERPRETAZIONE INTELLETTIVA.

Se la comprensione teorica, senza l’impegno fattivo volto al cambiamento delle situazioni

educative, rischia di essere astratta e vuota, una prassi di trasformazione educativa, senza

la luce dell’interpretazione, rischia di diventare cieca, incurante della direzione e del senso

del mutamento prodotto. Non vi è allora contrapposizione tra trasformazione e

comprensione, ma COMPLEMENTARIETA’ E IMPLICAZIONE RECIPROCA. Chi fa

ricerca-azione, anche se ha come prioritario obiettivo il mutamento di una situazione

problematica, proprio per raggiungere il suo fine si serve delle CONOSCENZE E

DELL’APPORTO DELLA RICERCA SCIENTIFICA.

Se il momento pratico è necessario, NON è tuttavia sufficiente, poiché altrettanto

essenziale è il momento della COMPRENSIONE TEORICA DELLA REALTA’ sulla quale

si intende agire. Come ci indica Baldacci: non si tratta solamente di comprendere

qualcosa, ma di comprenderla in maniera tale da acquisire un’EFFICACE CAPACITA’

PRATICA.

4.4 IL PENSIERO CHE TRASFORMA E SI TRASFORMA NELL’AZIONE

L’efficacia è offerta nell’indagine deweyana dal GIUDIZIO, l’unico che ha valore di verità o

falsità in quanto ne è VERIFICABILE IL RISULTATO. Il giudizio rappresenta la

sistemazione di una situazione problematica quanto all’esito: se l’indagine è riuscita ad

esse corrispondere un giudizio finale “vero”, per usare la terminologia deweyana, fornito di

ASSERIBILITA’ GARANTITA.

E’ la trasformazione compiuta che dà valore al giudizio, e tale trasformazione se è reale è

temporale è MODIFICA GLI ELEMENTI CONCRETI. Le operazioni sperimentali, cioè,

MUTANO LE CONDIZIONI ESISTENTI. Il ragionamento come tale, può allora solo fornire

i MEZZI per effettuare tale mutamento, ma NON può farlo da solo. Soltanto eseguendo

operazioni effettive dirette da un’idea, a cui si è giunti tramite ragionamento, si può

ottenere il RIORDINAMENTO DELLE CONDIZIONI AMBIENTALI, necessario a produrre

una situazione auspicata.

SCOPO PRATICO E RICADUTA IMMEDIATA sono una peculiarità della ricerca-azione,

che ha radici in situazioni concrete e i cui risultati ricadono direttamente sulla pratica. La

pratica, allora, costituisce sia il PRINCIPIO, sia il TERMINE: il principio in quanto pone i

problemi, il termine perché solo la pratica può provare, verificare, modificare e sviluppare

le conclusioni di queste indagini.

Le azioni di MODIFICA E TRASFORMAZIONE sono quindi RECIPROCAMENTE

CONDIZIONATE. Questa concezione è propria della logica deweyana, che indica il

percorso dell’indagine proprio come INTERAZIONE CONTINUA di cambiamento che

genera comprensione, ed una nuova comprensione che dà nuova forza al fare, così in

una CONTINUA EVOLUZIONE fino a quando la ricerca non è conclusa e la situazione

dalla quale partita è risolta. Tale visione:

• Propone una concezione in l’atto di modificare e quello dell’interpretare appaiono

maggiormente CONNESSI E INTERRELATI, risultando più pertinente alle

condizioni complesse e in continua evoluzione di chi opera con i problemi educativi

• Accresce il VALORE EURISTICO della ricerca-azione

• Corrobora l’idea che la logica deweyana può fondare la METODOLOGIA della

ricerca-azione

All’interno di una situazione problematica l’osservazione è un’OPERAZIONE DI

SELEZIONE, e quindi di MODIFICA, dei dati scelti concettualmente e illuminati dall’attività

interpretativa del pensiero. E’ la loro MODIFICAZIONE, il processo di valutazione-

apprezzamento-stima, che li fa diventare DATI DEL PROBLEMA. Nulla è un dato, se non

IN RELAZIONE A UN’IDEA o ad un PIANO EFFETTIVO.

La problematicità della situazione è un fatto neutro rispetto alla risoluzione del problema:

IL MODO IN CUI SI CONCEPISCE IL PROBLEMA decide di quali specifici suggerimenti

ci si può avvalere e quali respingere, costituisce perciò il CRITERIO per giudicare

l’adeguatezza e inadeguatezza delle ipotesi e delle strutture concettuali che le

sostengono. Il problema diviene tale non in quanto appreso dalla situazione “in toto”, ma in

quanto è stata compiuta una DISCRIMINAZIONE SELETTIVA di condizioni che ne

rendono intuibile una qualche soluzione. Se ne conclude che, a cominciare dai fatti, LA

COMPRENSIONE DEL PROBLEMA è LA TRASFORMAZIONE DI QUELLA REALTA’

CHE L’HA GENERATO.

Una parte del procedimento della ricerca-azione consiste proprio nel tentare di capire la

NATURA DEI PROBLEMI che si presentano. Il “realismo del contesto” consiste in una

CAPACITA’ DI INTERPRETARE QUELLA REALTA’ per discernerne condizioni avverse e

favorevoli, non perché avverse o favorevoli in sé, ma rispetto al FINE DA

RAGGIUNGERE.

E’ attraverso L’IPOTESI che il problema viene reso INTELEGGIBILE e se ne evidenziano

gli aspetti che rivestono SPECIFICO INTERESSE in quella particolare situazione di

ricerca, data quella intenzionalità trasformativa. Le ipotesi servono come PRINCIPI

GENERALI, come MEZZI DI RICERCA DI CONSEGUENZE, non come mezzi di

dimostrazione. Per questo la ricerca-azione si mostra RICERCA PROGETTUALMENTE

APERTA fin dalla formulazione di un problema, in rapporto alla sua POSSIBILE

SOLUZIONE e chiarisce la sua natura di INDAGINE PROGRESSIVA, nel corso della

quale vengono meglio a determinarsi sia il problema medesimo, che la possibilità di

soluzione.

Abbiamo argomentato di come interpretare la realtà significhi modificarla. Ora cercheremo

di chiarire come sia proprio la modifica a dare VALIDITA’ E GARANZIA a

quell’interpretazione.

Il primato del metodo della ricerca-azione è offerto dall’incessante ricerca di contesto che

non è diretta da uno schema pre-definito da eseguire, ma capace di apprendere nuove

cose dagli effetti di trasformazione che produce, tanto da far ritenere che la ricerca-azione

sia una PEDAGOGIA IN ATTO.

Le FORME LOGICHE MUTANO ed il loro sviluppo ed il loro sviluppo è conseguenza delle

OPERAZIONI CHE SI COMPIONO SULLA REALTA’. Le conoscenze precedenti

costituiscono gli strumenti d’indirizzo per nuove indagini. Come linee guida rappresentano

i metodi che l’esperienza, al momento, mostra come i migliori, ma essendo la loro natura

IPOTETICA, vanno CONTINUAMENTE RICONSIDERATI E VERIFICATI nell’applicabilità

pratica. L’idea non è, ma DIVIENE giudizio, e quindi vero o falso. E’ l’azione della ricerca

che non solo fa evolvere le forme logiche, ma ne costituisce la COMPRENSIONE ed

anche la VALIDITA’.

Le forme logiche sono una specie di COSTANTI RELATIVE che fissano e ordinano la

realtà, ed è per questo che si possono chiamare “costanti”, ma emergendo esse stesse da

un processo empirico reale, al termine costanza va aggiungo il termine “relativo”, per

evidenziarne la CONTESTUALITA’.

La ricerca-azione ha come elemento distintivo proprio la MANCANZA DI UN METODO

PRE-DEFINITO da applicare, ma propone una modalità di PROCESSO A SPIRALE DI

AZIONE-PENSIERO IN COSTRUZIONE e sulla base delle reazioni rilevati in corso

d’opera. La ricerca-azione si delinea come un percorso a spirale coeso di AZIONE E

RIFLESSIONE, pre-disposto a vagliare continuamente le modificazioni collegate alla

propria azione. Si evidenzia in essa l’AUTOSTRUTTURAZIONE DEL PENSIERO NEL

SUO STESSO SVOLGERSI durante l’indagine e la conoscenza come qualcosa che non è

mai data dalla ricerca, non è ad essa antecedente, ma SI GENERA E SI SVILUPPA nella

ricerca.

Nella ricerca-azione c’è tra comprensione e trasformazione un rapporto di INTERAZIONE

RECIPROCA: la comprensione non è data in sé e per sé, ma è AZIONE DI

CAMBIAMENTO, sia perché si esplica nell’attività, sia perché è attraverso essa che si

dirige e si attua la trasformazione della realtà. Così pure, quando si attua la

trasformazione, si comprende perché ogni azione intenzionale condizionata dalla

comprensione, produce essa stessa NUOVA CONOSCENZA. Conoscere, interpretare e

modificare la realtà sono AZIONI CHE PROCEDONO INSIEME. Questa concezione è

riassumibile nel motto: “IMPARARE A FARE CONOSCENDO E IMPARARE A

CONSOCERE FACENDO”.

E’ questo il cuore della nostra tesi: la conoscenza nella ricerca è ATTIVA NELLA PRASSI,

che NON è MAI PURO ATTIVISMO, modificazione del reale in forma arbitraria e

soggettiva, ma è MODIFICAZIONE GUIDATA E COSTANTEMENTE ILLUMINATA

DALL’OPERA DEL PENSIERO RIFLESSIVO e dell’INTELLIGENZA, che la differenziano

dalle forme d’intervento velleitario e soggettivistico.

CAPITOLO 5: IL CARATTERE PROCESSUALE E

STRUMENTALE DEL PENSIERO NELLA RICERCA

5.1 “FARE” RICERCA ED “ESSERE” IN RICERCA

La ricerca-azione si differenzia dalla tradizionale ricerca educativa per due fondamentali

motivi:

• La ricerca è condotta sulla PRATICA e gli esiti ricadono direttamente sulla pratica;

la ricerca è quindi, sostanzialmente, OPERATIVA

• Il ricercatore è colui che è DENTRO LA PRATICA, non sono altri soggetti esterni

che investigano, e quindi il soggetto della ricerca CORRISPONDE a quello che

compie l’azione

Tale visione da un lato dà conto di un processo d’indagine in cui ricerca e azione NON

SONO DIFFERENZIATE, dall’altro di un soggetto che conosce e si forma NELLA E CON

LA RICERCA attraverso la SUA STESSA AZIONE E LA SUA RIFLESSIONE sull’oggetto

dell’indagine.

Nella ricerca-azione, azione e ricerca sono SULLO STESSO PIANO poiché è proprio

l’AZIONE A DARE AVVIO ALLA RICERCA, delineandosi al suo interno, e vengono quasi

ad identificarsi, essendo l’una causa ed effetto dell’altra. L’azione è causa della ricerca, la

quale non può non partire da una problematica reale, effettiva, che si vuole risolvere, ma

nel contempo ne è anche l’effetto, poiché nella ricerca trova i mezzi e le possibilità della

sua opera cogliendone il suo sostanziale potere. Diversamente, cadrebbe in un fare che

non è frutto d’indagine, ma di CONVENZIONI E DI CONSUETUDINI acquisite cui non

servirebbe l’opera dell’indagine.

Per quanto riguarda i soggetti coinvolti nella ricerca, essi ne sono PARTE INTEGRATNTE.

Ciò significa che particolare è il COINVOLGIMENTO DEL RICERCATORE all’interno

dell’indagine, poiché la ricerca su di sé e sul proprio contesto fa sì che il cambiamento

riguardi non solo la situazione che s’intentde modificare attraverso l’azione, ma anche la

MODIFICAZIONE DEI COSTRUTTI INTERNI DEL SOGGETTO, nonché delle sue

conoscenze, dei suoi comportamenti e delle sue convinzioni.

L’ottica del posizionamento della classica ricerca conoscitivo-sperimentale è anteriore e

insieme esteriore al problema. La ricerca azione sceglie, al contrario, la prospettiva della

CONTEMPORANEITA’ ED INTERIORITA’: l’analisi dei dati, l’istituzione delle ipotesi,

l’esame degli aggiustamenti necessari, avvengono CONTEMPORANEAMENTE ALLA

LORO MESSA IN ATTO, STUDIO E APPLICAZIONE; non si compiono separatamente,

ma il processo ideativo e quello attuativo si realizzano e si sviluppano

SIMULTANEAMENTE e in maniera RICORSIVA. Ciò permette una maggiore ADERENZA

ALLA REALTA’ e una più EFFICACE ELABORAZIONE DI RISPOSTA, una connessione

più forte con il senso di ciò che avviene nell’azione e attraverso l’azione.

Ed è qui che appare con evidenza la distinzione tra la ricerca operativa e la ricerca-azione,

giacchè si distingue tra l’ESSERE IN RICERCA dalla pratica del FARE RICERCA. Se

l’espressione “fare ricerca” sta a significare che il ricercatore conduce un’indagine diretta

alla raccolta e all’elaborazione di conoscenze scientifiche per tendere all’oggettività

dell’indagine, “essere in ricerca” significa invece PARTECIPARE AD UN PROCESSO DI

CONOSCENZA, significa sollecitarne ed accompagnarne l’evoluzione essendone non lo

“spettatore”, ma parte in causa, proprio l’ATTORE di quel percorso. In questo senso

l’intervento STIMOLA LA RICERCA di saperi e ARRICCHISCE PERSONALMENTE GLI

ATTORI.

Il principio dell’oggettività, e quindi del dualismo fondamentale soggetto-oggetto, che

impone la loro separazione, viene SCARDINATO dalla ricerca-azione. Essa rivoluzione

uno dei paradigmi classici della ricerca, poiché il ricercatore non è rivolto a fornire garanzie

scientifiche esterne, né a separarsi dall’operatività del lavoro. Per questo motivo la ricerca

azione si affranca come ricerca in cui la PARTECIPAZIONE ATTIVA del soggetto è

elemento essenziale. L’essere dentro la situazione, in quel particolare e unico contesto, fa

sì che la scelta e la definizione del problema siano sempre LEGATE E RISPONDENTI

ALL’INTENZIONALITA’ e agli INTERESSI DEL RICERCATORE e, quindi, più

verosimilmente REALI E SENTITI.

Nella ricerca operativa sperimentale classica, il ruolo del ricercatore rimane SEPARATO E

DISTINTO. In tale contesto il suo compito consiste nell’apportare conoscenza utile alla

soluzione del problema, può anche partecipare al lavoro, ma permane in ogni caso un

attore che funge da ESPERTO. La portata significante della ricerca-azione è proprio nel

processo di modificazione che si compie all’interno dell’indagine anche degli attori, dei

saperi e dei comportamenti attraverso la DIRETTA PARTECIPAZIONE al programma di

cambiamenti che LI INVESTE COME SOGGETTI. E’ proprio attraverso quel fare

direttamente ricerca delle persone coinvolte che la ricerca-azione si dispone secondo

LINEE DIALETTICHE DI CONFRONTO, anziché di consulenza, e si realizza su basi di

RECIPROCA INTERAZIONE.

La ricerca-azione implica nella sua essenza di indagine partecipata e partecipante, nel suo

svolgimento di processo attuativo-conoscitivo, LA FORMAZIONE DELL’OPERATORE E

L’INNOVAZIONE CONTINUA, permettendo lo SVILUPPO PROFESSIONALE

PERMANENTE attraverso un atteggiamento circolare di RIFLESSIONE SULL’AGITO ed

un’azione effettuata “con” e “sotto” l’occhio vigile del PENSIERO.

Nella ricerca-azione l’identità tra il soggetto che elabora e il soggetto che agisce nella

ricerca sostiene:

• Una più sicura e intensa SIGNIFICATIVITA’ DEL PROBLEMA DA AFFRONTARE,

il quale non viene proposto o indicato, ma AVVERTITO, e quindi una MAGGIORE

PRESA MOTIVAZIONALE E UN COINVOLGIMENTO DIRETTO che stimolano una

MAGGIORE ASSUNZIONE DI RESPONSABILITA’

• Un’analisi comparativa SINCRONA E INTERRELATA tra la situazione (ciò che è) e

l’intenzionalità di cambiamento (ciò che si vorrebbe) connessa a una più attiva RI-

ELABORAZIONE del processo, e quindi una più pronta capacità di RISPOSTA AI

CAMBIAMENTI in atto e un più DIRETTO CONTROLLO

• Una maggiore CONOSCENZA DELL’ITER DI INDAGINE nella sua interezza e,

quindi, una MIGLIORE CONSAPEVOLEZZA DELL’ATTIVITA’ GIA’ SVOLTA E DA

SVOLGERSI

• Una più ampia DISPONIBILITA’ E APERTURA AL CAMBIAMENTO dovuta

all’attivazione di costrutti mentali che consentono di giungere ad una

COMPRENSIONE APPROFONDITA DEI PROBLEMI, a NUOVE CONOSCENZE E

SOLUZIONI

• Un costante processo di AUTO-RIFLESSIONE che alimenta un apprendimento di

tipo GENERATIVO, e non adattivo. Soprattutto è incrementata la capacità di

SAPER DIVENIRE, cioè l’evoluzione di un PENSIERO FLESSIBILE, in grado di

IMPARARE AD IMPARARE, che è fonte di una FORMAZIONE PERMANENTE.

5.2 DALLA CONOSCENZA CONTEMPLATIVA A QUELLA

OPERATIVA

Dewey rileva che la conoscenza NON RILEVA UNA REALTA’ ANTECEDENTE AL

CONOSCERE STESSO E INDIPENDENTE DA ESSO: la conoscenza si produce e si

realizza nell’interazione tra pratica agita e astrazione concettuale, cioè è frutto

dell’OPERA ATTIVA DELL’INTELLIGENZA NELL’ESPERIENZA. Se la comprensione

avviene con la trasformazione della realtà, ciò significa che la conoscenza non può essere

frutto della “pura esperienza empirica”. Allo stesso modo, se quella stessa trasformazione

è fonte di comprensione, se ne deduce che la conoscenza non può essere il prodotto di

pure strutture mentali aprioristiche. Tratteremo quindi della natura evolutiva della

conoscenza che implica la MEDIAZIONE RIFLESSIVA DEL PENSIERO E DEL

CARATTERE PARTECIPATIVO E SOCIALE DELLA RICERCA.

Le svariate teorie della conoscenza ipostatizzano una SCELTA UNILATERIALE di ciò che

effettivamente avviene nell’indagine, fondandovi il loro sistema. Così l’empirismo ha

insistito sulla necessità del materiale percezionale nella conoscenza, mentre il

razionalismo ha sostenuto che soltanto la materia concettuale può fornire conoscenza nel

pieno senso della parola. L’errore sostanziale di queste teorie è, non solo di aver reso

ESCLUSIVO, e quindi sufficiente al conoscere, uno dei due momenti, ma di averlo retto a

UNICO FONDAMENTO CONOSCITIVO.

Nonostante tali visioni sulla conoscenza differiscano tra loro, esse hanno un comune

presupposto: tutte affermano che l’operazione dell’indagine ESCLUDE qualsiasi elemento

di ATTIVITA’ PRATICA che possa far parte o interagire con la costruzione dell’oggetto

della conoscenza. In breve, il tratto comune a queste teorie è costituito dal fatto che ciò

che viene conosciuto è ANTECEDENTE ALL’ATTO MENTALE DELL’OSSERVAZIONE E

DELL’INDAGINE e NON VIENE MODIFICATO per niente dagli atti. La conoscenza è l’atto

di uno SPETTATORE ESTERNO, sia che essa si compia razionalmente, tramite le forme

generali del pensiero, sia che si compia empiristicamente.

L’indagine deweyana ci mostra, invece, che la ricerca NON è il mezzo procedurale per

trovare “ciò che già esiste”, o per realizzare una visione migliore di qualcosa che c’è già.

Essa è STRUMENTO DI AZIONE CONOSCITIVA: PER ESSA E CON ESSA, nella pratica

agita SI CONNETTE, infatti, l’OPERA CONCETTUALE IPOTETICA DEL PENSIERO

CON LA MATERIA SUO OGGETTO. E’ allora nell’indagine e grazie a essa che s’istituisce

la conoscenza, in un processo in cui la distinzione fra dati osservati e idee direttive

rappresenta una DIVISIONE PRATICA DI LAVORO per rispondere ai requisiti di

asseribilità giustificata. La ricerca è un’ATTIVITA’ DI INTERAZIONE TRA SOGGETTO E

AMBIENTE ed è consapevolezza che la conoscenza è quel tipo d’interazione organismo-

ambiente che si occupa esclusivamente di tali MUTAMENTI, intervenendo su di essi per

produrre TRASFORMAZIONI. Essa esamina le CAUSE E LE CONDIZIONI delle

interazioni proprio per poterle REGOLARE E CONTROLLARE.

L’indagine parte, infatti, da una situazione che è confusa e che si vuole modificare ma che,

per potersi definire, abbisogna:

Dell’istituirsi del PROBLEMA il quale diviene tale tramite OPERAZIONI OSSERVATIVE, di

apprensione di dati che si evidenzino

• Di COSTRUZIONE DI IPOTESI, che si specifichino su quel materiale, derivanti dal

continuum dell’astrazione generale

• Di COSTRUTTI IPOTETICO-DEDUTTIVI da vagliare rispetto alla realtà rilevata

• Di una VERIFICA EMPIRICA

Il controllo delle condizioni da cui dipendono i risultati che si vogliono raggiungere è

possibile soltanto tramite l’AZIONE: un’azione che operi secondo una direzione stabilita

dall’INTELLIGENZA, e che prenda coscienza delle CONDIZIONI AMBIENTALI, osservi la

relazione tra le diverse serie di eventi e, alla luce di una tale conoscenza, TRACCI I SUOI

PIANI E LI ESEGUA. La questione della conoscenza si delinea, allora, come il LEGAME

CHE CONNETTE AZIONE E PENSIERO. La conoscenza, per Dewey, coincide con

ASSERZIONE GIUSTIFICATA, conclusione della ricerca.

Ecco, allora, che la conoscenza viene a COINCIDERE CON L’INDAGINE, secondo la

direzione dei suoi aspetti procedurali rappresentati dal PENSIERO-IN-AZIONE, da un

pensiero che si fa azione e di un’AZIONE DIRETTA DAL PENSIERO. Il rapporto

conoscenza-azione è dunque centrale in Dewey. La prospettiva è diretta a studiare l’intima

e costante CONNESSIONE RELAZIONALE che s’instaura nell’indagine e che, nella

risoluzione dei problemi esistenziali, fa evolvere la conoscenza. I risultati dell’attività

dell’’intelligenza, invece di rimanere isolati e esclusi dal contatto con il mondo concreto,

sono efficacemente inseriti nelle AZIONI E NELLE ESPERIENZE REALI.

Dewey rileva tre caratteristiche fondamentali di tale ricerca:

• Tutte le forme di esperienza comportano un AGIRE CONCRETO E MANIFESTO,

la produzione cioè di MODIFICAZIONI INTENZIONALI nell’ambiente o nelle nostre

relazioni con esso. Pensare una realtà significa TRASFORMARLA

OPERATIVAMENTE.

• L’esperimento non è una forma di attività casuale, ma è sempre DIRETTA DA IDEE

che debbono soddisfare le condizioni dettate dalle necessità del problema da cui ha

origine l’indagine nei suoi aspetti attivi. L’attività pratica nella ricerca è guidata dai

postulati che orientano l’azione affinché segua quei principi di riferimento che si

sono mostrati utili in altre indagini ma, qualora non risultino più idonei, siano

ELABORATE NUOVE E PIU’ APPROPRIATE RELAZIONI, rispetto a quel

particolare contesto.

• Il prodotto dell’attività diretta è la COSTRUZIONE DI UNA SITUAZIONE EMPIRICA

NUOVA, nella quale i fatti vengono posti in rapporti diversi gli uni dagli altri, e tali

che le conseguenze delle operazioni dirette formano i fatti che hanno la proprietà di

essere conosciuti.

E’ evidente, allora, che CONOSCERE è UN ATTO DEL FARE, che è nell’azione il punto di

PARTENZA e di ARRIVO della conoscenza. E’ con l’azione che si avvia la ricerca, è

dall’azione che si ricavano i CRITERI LOGICI, i principi che guidano l’operato, ed è

sempre con l’azione che si verifica l’ATTENDIBILITA’ dei risultati.

Ne consegue che il carattere prioritario della conoscenza è quello dell’OPERATIVITA’, il

quale converte l’ottica dello SPETTATORE della conoscenza, in quella dell’ATTORE

DELLA CONOSCENZA, visione che sostanzia tutto il processo della ricerca-azione come

ricerca OPERATIVA E COSTRUTTIVA DI SAPERE. Questo è uno dei paradigmi che ci

consentono di considerare la teoria deweyana della conoscenza come MADRE DELLA

RICERCA-IN-AZIONE, che non si qualifica solo come metodo per risolvere i problemi

educativi di un contesto, ma che è proprio un’AZIONE PRATICA DI CONOSCENZA.

LA CONOSCENZA COME ATTIVITA’ RELAZIONALE

I metodi di indagine sono OPERAZIONI ESEGUITE E DA ESEGUIRSI:

• Da eseguirsi in quanto nel suo processo FA PREVISIONI, IPOTIZZA OPERAZIONI

POSSIBILI E LE LE ESEGUE.

• Nel contempo, però, si deve tenere presente che quelle operazioni sono anche il

PRODOTTO DEL NOSTRO INDAGARE PASSATO. In questo senso i metodi

d’indagine sono operazioni eseguite.

E’ l’operatività, progressivamente e cumulativamente, congiunta di osservazione e

ideazione che ci consente di risolvere la situazione problematica. In un primo momento la

situazione dubbiosa ci dà delle SUGGESTIONI; successivamente, attraverso

l’INTELLETTUALIZZAZIONE delle difficoltà o della perplessità avvertita, essa diviene un

PROBLEMA da risolvere. Vengono, quindi, istituite IPOTESI POSSIBILI che ci

consentano di prevedere OPERAZIONI FATTIBILI di cambiamento che guidano anche

l’osservazione durante la raccolta di altro materiale. Le ipotesi vengono poi, di nuovo,

vagliate dal pensiero attraverso L’OPERATIVITA’ RELAZIONALE DI PROPOSIZIONI

ESISTENZIALI, che producono illazioni, e UNIVERSALI, proprie del ragionamento.

L’operatività è sempre di tipo RELAZIONALE perché dati e ipotesi divengono entrambi

significativi, acquistano cioè un valore conoscitivo, uno in rapporto all’altro: i dati staccati

da un’ipotesi che li collega sarebbero irrilevanti e inutili, così come un’ipotesi sganciata da

una realtà che la avvalori sarebbe vana e superflua. La significanza degli eventi è data

dalla loro RELAZIONALITA’ CON IL PENSIERO.

Attraverso la ricerca in azione si compie cioè una RELAZIONALITA’ MULTIPLA E

INTERAGENTE che potremmo, per chiarezza espositiva, schematizzare come due

relazionalità orizzontali, una TRA I DATI DEL PROBLEMA, frutto dell’osservazione, l’altra

FRA LE IDEE, frutto del ragionamento, e una verticale che le CONNETTE

INTERATTIVAMENTE. L’osservazione connette il materiale esistenziale in quanto i dati

vengono COMPARATI, ASSOCIATI E DISSOCIATI, e proprio la relazionalità che

s’istituisce tra di loro RAFFORZA O INDEBOLISCE L’IPOTESI, fino a confermarla e

confutarla. L’osservazione procede all’unisono all’eliminazione dei materiali inadeguati e

che riescono d’impedimento, e a rendere altri materiali ben definiti nel loro valore

evidenziale. L’ideazione mette in relazione i COSTRUTTI di cui dispone e permette la

FORMULAZIONE D’IPOTESI e vaglia queste ultime considerandone l’applicabilità,

l’effettiva portata e l’attinenza, mettendole in rapporto e in corrispondenza. Le due forme

inferenziali dell’indagine, l’ILLAZIONE E IL RAGIONAMENTO, l’una riferta al materiale

ESISTENZIALE e l’altra alla MATERIA IDEAZIONALE, si possono identificare proprio

come OPERAZIONI RELAZIONALI CHE OPERANO IN DUE AMBITI. Nell’indagine non

può esistere una proposizione isolata, nessuna proposizione di fatto, e tantomeno di tipo

teorico-concettuale, che può da sola avere un qualche SIGNIFICATO AI FINI DELLA

RICERCA.

Oltre alla duplice relazionalità tra proposizioni derivanti da operazioni di osservazione e

quelle derivanti da operazioni ideazionali, i due tipi di proposizioni (esistenziale e

universale) sono in STRETTA RELAZIONE FUNZIONALE poiché traggono senso le une

dalle altre: le proposizioni universali dirigono L’ORGANIZZAZIONE E LA RACCOLTA DEI

DATI e quindi degli enunciati esistenziali, ma sono questi ultimi che mostrano il NESSO E

LA CONGRUENZA delle prime alla materia trattata, cioè al PROBLEMA.

LA NATURA EMPIRICA DELLA CONOSCENZA

Quando si dice che la conoscenza è empirica si afferma il suo legame a doppio filo con un

PARTICOLARE CONTESTO, perché da un lato essa ha origine in una PROBLEMATICA

CONCRETA, si sviluppa nella RELAZIONE OPERATIVA che per essa e in essa s’instaura

nella ricerca; dall’altro quell’empirico è poi VERIFICA DELLA SUA VALIDITA’.

E’ nell’indagine che la conoscenza sviluppa gli STRUMENTI che le sono propri e che le

servono: non esistono strumenti concettuali validi ed INDIPENDENTI DALL’OGGETTO

D’INDAGINE. I mezzi procedurali dell’indagine, quelli che ipotizzano in piani d’azione

possibile, NON sono né prestabili, né indipendenti: essi vengono a determinarsi in

riferimento ad una PROSPETTIVA DI RISULTATO FUTURO e non sono validi in sé,

poiché la loro validità dipende dalle CONSEGUENZE che si verificano agendo in base ad

essi.

Tale carattere empirico è da considerarsi sempre congiunto all’INTENZIONALITA’ E ALLA

RIFLESSIONE CONCETTUALE che la guida. La conoscenza è empirica perché il

pensiero NON opera in maniera fantasiosa e astratta, ma rispetto ad una REALTA’

ESISTENTE e verifica, a partire da essa, le sue possibilità. Queste le costruisce attraverso

ipotesi che poi GIUSTIFICA PRATICAMENTE, con il CAMBIAMENTO AVVENUTO, ma

anche TEORICAMENTE, perché è quell’empirico che dà validità all’operato delle idee.

L’elaborazione mediante ragionamento può certo rendere più plausibile un’idea, può

arricchirla, MA non assicurerà MAI definitivamente la VALIDITA’ DELL’IDEA. Il pensiero

deve tornare là, dove è cominciato, nel dominio del CONCRETO.

LA CONOSCENZA COME ATTIVITA’ TEMPORALE

La conoscenza ha un intrinseco CARATTERE TEMPORALE: si contestualizza in una

SPECIFICA SITUAZIONE DETERMINATA STORICAMENTE; è finalizzata ad un

AUSPICABILE FUTURO e utilizza gli strumenti offerti dall’ESPERIENZA PASSATA.

Il presente acquista il suo senso proprio in quell’essere, costantemente e

contemporaneamente, presente di un passato e presente di un futuro; è come se avesse

due face, da un lato è POSSESSO DEI RISULTATI PASSATI, dall’altro è

ANTICIPAZIONE DI UN FUTURO POSSIBILE. Il passato aiuta a determinare

l’indeterminato, è FONTE DI SUGGERIMENTI, d’ipotetiche anticipazioni, ma è la

prevedibilità sul futuro che ne vaglia l’APPROPRIATEZZA e ne considera la VALIDITA’.

Nelle situazioni reali in cui compaiono elementi riconosciuti simili a quelli di esperienze

passate, certi postulati possono assumere rilievo per fornire un filo conduttore, ma sono

sempre da considerarsi come PROVVISORI E DA METERE NUOVAMENTE ALLA

PROVA.

Si potrebbe dire che la ricerca-azione può essere considerata in questo senso una ricerca

di AMPIO POTERE EURISTICO per la sua capacità di PROGETTUALITA’, che aderendo

alla realtà di contesto, si serve delle conoscenze, dei modelli, delle teorie, degli schemi di

significato della memoria pedagogica, per proiettarsi in maniera ATTIVA E GENERATIVA

– né usuale, né ripetitiva – verso un FUTURO AUSPICABILE, in quanto intenzionalmente

posto.

Il senso della ricerca-azione sta nel fatto che proprio nell’esperienza educativa reale si

possono utilizzare i costrutti razionali della pedagogia e sostenerne il valore, senza

illudersi che i risultati siano SICURI O TOTALMENTE PREVEDIBILI, o determinati da

contingenze o poteri sconosciuti.

La ricerca azione, coniugando l’azione del pensiero nella realtà, ci permette di arrivare ad

una conoscenza che, sebbene NON ASSOLUTA E DEFINITIVA, è REALMENTE E

CONTESTUALMENTE LEGITTIMATA DA UN OPERATO ATTUABILE, perché garantito

da quella pratica nella quale e per la quale agisce, e “RAZIONALE”, poiché

RAZIONALMENTE E LOGICAMENTE COSTRUITO DAL PENSIERO.

La ricerca è, dunque, la modalità conoscitiva dell’uomo atta a MIGLIORARE LA SUA

COMPRENSIONE/TRASFORMAZIONE DELLA REALTA’ e NON è MAI FINITA, MA IN

CONTINUA EVOLUZIONE.

5.3 LA MEDIAZIONE DEL PENSIERO RIFLESSIVO NELLA CONOSCENZA

Dewey pone una differenziazione sostanziale tra due tipo di esperienza, una IMMEDIATA

e ORDINARIA e l’altra MEDIATA. L’una è frutto dell’ESPERIENZA COMUNE l’altra

dell’INDAGINE e della RICERCA SCIENTIFICA e, in quanto tale, sorgente del giudizio,

fonte di “asseribilità giustificata”, pertanto l’unica che può essere chiamata con il nome di

conoscenza.

Il modello dell’indagine deweyana porta a concludere che ogni conoscenza, in quanto

asserzione fondata, implica MEDIAZIONE. Bisogna, allora, riconoscere che non si può

ridurre tutta l’esperienza alla conoscenza, esiste un’esperienza ordinaria, PRIMARIA,

IMMEDIATA, “grossolana”, quella propria del contesto, nella quale l’attività conoscitivo-

riflessiva, quella più propriamente razionale, trova i suoi contenuti. Quindi senza

un’esperienza che GENERI SITUAZIONI PROBLEMATICHE, NON è possibile concepire

la conoscenza come PROCESSO E ATTIVITA’ DI MODIFICA. Come a dire che i fatti sono

presenti inizialmente nell’esperienza ma, senza l’apporto della RIFLESSIONE, ovvero

della MEDIAZIONE DEL PENSIERO, la conoscenza come “asserzione giustificata” non è

possibile.

Il credere nella conoscenza immediata è una posizione assunta sia dalla scuola

RAZIONALISTICA, sia da quella EMPIRISTICA, perché: la prima ritiene che la RAGIONE

sia l’organo di intendimento della realtà che si dà tramite principi primi di carattere

universale; mentre la seconda ritiene che l’organo di conoscenza immediata sia la

PERCEZIONE la quale si dà attraverso i dati del senso. L’errore di entrambe le scuole è di

aver scambiato, per conoscenza data, la CONTINUITA’ DELL’IMMAGINE, vale a dire il

fatto che le conclusioni raggiunte da indagini precedenti siano i MEZZI per le indagini

ulteriori, e che i risultati delle ricerche succedutesi siano adoperati per rivelare NUOVI

CONTENUTI e per ILLUMINARE IL CONTESTO.

Il danno che tale atteggiamento può arrecare è enorme: l’autoevidenza generata da

FAMILIARITA’, che potrebbe consistere in una maggiore possibilità conoscitiva porta, al

contrario, ad un’ACCETTAZIONE ACRITICA e spesso fuorviante. La conoscenza-

familiarità, invece di essere utilizzata per quello che rappresenta, quindi la RISORSA DI

VEICOLO, finisce per recidere l’indagine.

E’, allora, il PRINCIPIO DELLA CONTINUITA’ DELL’ESPERIENZA, come indica Dewey,

a supportare la mediazione intesa come pensiero riflessivo, che acquista forma in

situazioni concrete, dove le pratiche educative prendono corpo e si costruiscono. Viene

RIFIUTATO UN MODELLO APRIORISTICO ASTRATTO permanente, ma ciò non

equivale a dire che il pensiero non utilizzi postulati astratti e universali, i quali però hanno

sempre bisogno di essere CONTESTUALIZZATI E VERIFICATI come ipotesi.

L’APPRENSIONE IMMEDIATA (percezione sensoriale del materiale empirico) di un

oggetto o evento NON è CONOSCENZA, ma NON lo è neanche l’INTENDIMENTO

IMMEDIATO (apprensione immediata di una significazione concettuale) di una

significazione: entrambe necessitano della MEDIAZIONE INTERCONNETTIVA della

riflessione nella ricerca.

La mediazione è, da una parte, ACCETTAZIONE DELLA CONTINGENZA e dall’altra

ricerca di FUGGIRE DALLA CONTINGENZA. L’accettazione della contingenza manifesta

che gli strumenti del pensiero sono dati dall’EREDITA’ DELLA CONTINUITA’

ESPERENZIALE, come selezione dei procedimenti che hanno avuto in passato un esito

EFFICACE E POSITIVO; mentre fuggire dalla contingenza vuol dire NON essere

macchine PRE-PROGRAMMATE ma essere in COSTANTE RICERCA DI UNA

SOLUZIONE POSSIBILE.

Poiché la mediazione è l’ATTIVITA’ PRINCIPE DELL’INDAGINE DEWEYANA, e anche

della RICERCA-AZIONE, vediamo come si sviluppa. Essa si sostanzia di:

SOSPENSIONE : in altre parole, di un differimento dell’azione diretta fino

1) all’avvenuta istituzione di condizioni e di procedimenti. La sospensione si rende

necessaria ogni volta che ci si trova di fronte ad una situazione in cui gli strumenti

consuetudinari NON BASTANO. Nello stato di sospensione, determinato da

INCERTEZZA, è come se metaforicamente salissimo su di un albero sforzandoci di

trovare un punto di vista dal quale esaminare meglio i fatti e dal quale, una volta

raggiunta la veduta, possiamo DOMINARE LA SITUAZIONE in maniera più

COMPRENSIVA e vedere i fatti nella loro RELAZIONE RECIPROCA. In tal modo

noi ci allontaniamo dall’immediatezza dell’esperienza, per raggiungere una

posizione che possa farci guardare ad essa in modo più AMPIO E CHIARO.

RIFLESSIONE DEL PENSIERO : la situazione indeterminata diviene, tramite la

2) MEDIAZIONE DELLA RIFLESSIONE, che utilizza il materiale concettuale in suo

possesso, OGGETTO DI CONOSCENZA. Ci si sofferma e si comincia a riflettere: è

la mediazione, in altre parole l’attività riflessiva, che dà alla ricerca un VALORE

LOGICO. L’esperienza offre il materiale esistenziale, il pensiero, per divenire

conoscitivo, deve avere un RIFERIMENTO REALE, pena il rimanere pura forma,

un pensiero vuoto che si applica solo a se stesso. Quel materiale, per divenire

significativo, e quindi conosciuto, deve essere INTENZIONALMENTE

TRASFORMATO, mediate operazioni relazionali, dal pensiero logico astratto. La

riflessione costituisce la considerazione su cosa sarebbe meglio fare in una

SITUAZIONE REALE. Ecco perché la mediazione è PENSIERO IN AZIONE, un

processo attivo in cui le idee delineano nuovi metodi e operazioni per rendere la

realtà più CONFORME AGLI SCOPI PREVISTI, selezionando possibili e concrete

alternative di cambiamento.

LA SCELTA

: essa è inevitabile ogni qualvolta ci sia riflessione. E’ questa la

3) discriminante tra lo sviluppo e la mera sopravvivenza, perché consente di

trasformare un ordine precostituito in un ordine CONCETTUALE. La mediazione

come scelta opera preferenze che lasciano inevitabilmente fuori ciò che il pensiero

ha ritenuto non idoneo. La mediazione esprime, dunque, la sua potenzialità nel

costringerci a stare fermamente nei termini della situazione permettendoci di

costruire l’itinerario che ci ha condotto alla scelta, FRUTTO DI RIFLESSIONE E

NON DI ROUTINE.

La mediazione consiste nel processo del CONTINUO MOVIMENTO, della riflessione fra il

reale esistenziale, che supporta l’ADERENZA ALLA REALTA’, e le strutture concettuale,

che sostengono la coerenza razionale, la FEDELTA’ ALLA RAGIONE. La mediazione

corrisponde al PENSIERO RIFLESSIVO che, rispetto alla realtà, opera immaginando,

attraverso l’utilizzo concettuale le varie possibili linee d’azione, ne vaglia le conseguenze,

pondera le diverse plausibili ipotesi, le seleziona, le confronta e le esamina in processo,

tenendo cioè sempre aperta la REVISIONE CRITICA.

E’ proprio il pensiero riflessivo il mezzo attraverso il quale possiamo SCEGLIERE,

nell’esercizio della pratica, fra i molteplici APPROCCI al fine di dare un senso alla

complessa realtà e GOVERNARE L’INCERTEZZA. La riflessione durante l’azione richiede

la DUPLICE PROSPETTIVA DEL PENSIERO E DELL’AZIONE, l’una in serrata relazione

con l’altra, l’una intrecciata all’altra: la progettualità deve rimanere APERTA E PRONTA

AD ACCOGLIERE MUTAMENTI che l’azione nel suo svolgersi richiede, così come la

risposta di ogni azione va riportata alla REVISIONE CRITICA della riflessione.

Nella ricerca-azione il processo di ricerca viene assunto con una MAGGIORE

CONSAPEVOLEZZA rispetto alla comune progettazione educativa: sebbene, infatti, le

due ricerche abbiano una struttura ed un modello sequenziale simile, si differenziano per il

grado di consapevolezza con il quale lo assumono. I problemi affrontati quotidianamente

dalla progettazione educativa sono ORDINARI, cioè sono problemi che si lasciano

facilmente individuare; diverso è l’atteggiamento che si richiede nell’affrontare un

problema che è oscura e che necessita di una RICERCA SERRATA e i cui ESITI SONO

IMPREVEDIBILI.

Se la mediazione della riflessione è implica in ogni progettualità educativa, nella ricerca-

azione essa si esplica ad un grado più ELEVATO e lungo tutto il percorso dell’indagine,

poiché si assume volontariamente e con MAGGIOR CONSAPEVOLEZZA il modello

procedurale dell’INDAGINE SCIENTIFICA. Si accresce la portata critica poiché gli

obiettivi ed i mezzi, le strategie da utilizzare NON sono a diretta disposizione, ma da

COSTRUIRE DURANTE IL PROCESSO. Non solo: lo stesso problema per la sua

indeterminatezza si DEFINISCE IN PROCESSO e non è ben delineato fin dall’inizio della

progettazione. Ipotesi e problema si vanno precisando attraverso la ricerca e, quindi,

l’attenzione critica impiega uno spazio di maggiore consistenza poiché la REVISIONE è

considerata un elemento intrinseco dello stesso progetto.

L’imparare facendo deweyano non è un fare la cui azione consiste nella ripetizione

sistematica e nell’imitazione di atti già compiuti da altri. “APPRENDERE

DALL’ESPERIENZA” implica la formulazione di un giudizio sull’esperienza, dunque

qualcosa che trascende il mero fare esperienza. Apprendere dall’esperienza significa

invece DOMINARE L’ESPERIENZA STESSA, distaccandosi da questa per RIFLETTERE,

per sottoporla al vaglio del pensiero.

5.4 LA “VERITA’” DELLA RICERCA COME “ASSERIBILITA’

GIUSTIFICATA”

Uno dei problemi della ricerca-azione è proprio la difficoltà della sua verificazione che,

ricadendo nella soggettività ed unica valutazione degli attori coinvolti, ed essendo legata

alla particolarità ed unicità dei risultati, rischia di tramutarla in una ricerca POCO

ATTENDIBILE, con SCARSE PRETESE DI SCIENTIFICITA’ poiché gli esiti a cui giunge

non sono estendibili.

La tesi che si vuole sostenere invece è che, nonostante la ricerca-azione non sia

direttamente finalizzata a conseguire risultati generalizzabili ciò non significa che i suoi

esiti non possano essere considerati OGGETTIVI e che possano essere fonte di

TRASFERIBILITA’ e di sviluppo per ULTERIORI RICERCHE.

Dewey mostra chiaramente come la conoscenza “totale e per sempre” sia un vero e

proprio mito filosofico, distrutto dalla ricerca scientifica proprio tramite l’indagine. Allora la

conoscenza è un processo di ricerca degli uomini che riflettono “in” e “attraverso” un

CONTESTO che desiderano cambiare e come tale può spingere a conclusioni NON

CERTE, ma che hanno un certo COEFFICIENTE DI PROBABILITA’. In questo senso la

conoscenza è sempre RELATIVA, ma non per questo antitetica alla conoscenza

OGGETTIVA. L’oggettività reale è sempre connessa ad una particolare realtà ed è inoltre

sempre oggettiva rispetto alle conoscenze possedute. L’oggettività è proprio data dal suo

emergere come REALMENTE OGGETTIVA, e non dal suo esserlo per caratteristiche

proprie. Le verità empiricamente accertate riguardanti l’esistenza sono OGGETTIVE

anche se, contemporaneamente, RELATIVE E CONTESTUALI.

Che la conoscenze possa dirsi “oggettiva”, in quanto conoscenza effettiva, non significa

altro che noi conosciamo ogni volta che l’indagine opera alla risoluzione di un problema,

ogni volta cioè che la nostra conoscenza operativa ci porta e ci conduce verso

CONCLUSIONI CHE RISOLVONO QUEL PARTICOLARE PROBLEMA. Questa

conoscenza è oggettiva NON solo teoricamente, ma nel senso che è realmente

SIGNIFICATIVA, in quanto TROVA IL SUO SENSO NELLA REALTA’.

All’oggettività come ricerca di certezza, come verità ultima, possibile solo in un mondo di

conoscenze astratte, lontano dai fatti umani, viene sostituita la ricerca di una

OGGETTIVITA’ COME SICUREZZA raggiungibile attraverso il CONTROLLO ATTIVO del

corso mutevole degli eventi. E’ proprio il processo d’indagine che conduce alla “asserzione

giustificata”. Il RISULTATO dell’indagine è OGGETTIVO poiché è PRODOTTO DI

CONOSCENZA, giustificatamente asseribile: i fatti esistono e divengono tali non in quanto

solo osservati o solo pensati, ma soltanto in quanto RISULTATI D’INDAGINE e solo come

tali, pertanto, oggettivi.

La ricerca della verità corrisponde, allora, all’INDAGINE CHE NON ARRIVA MAI ALLA

CERTEZZA, ma all’OGGETTIVITA’ POSSIBILE NELL’ESISTENZA CONCRETA, vale a

dire un’ASSERIBILITA’ VERIFICATA, o “provata” in un preciso contesto, e FRUTTO DI

OPERAZIONI REALI, sul reale presente.

Nessuna risposta, infatti, può mai considerarsi DEFINITIVA o essere assunta come

COMPLETA, ma può considerarsi sempre e solo adeguata e appropriata ad un

DETERMINATO CONTESTO ed a questo RELATIVA. Bisogna riconoscere che il

significato di un’idea è determinato dalle CONSEGUENZE PRATICHE della sua

applicazione e che la verità è VERIFICAZIONE, cioè che le nostre convinzioni, anche se

già sperimentate in passato, vanno VALIDATE, O INVALIDATE, dai risultati cui

conducono e pertanto proiettate verso il futuro, servono come PROBABILI IPOTESI.

La validità dei concetti è infatti data, nella ricerca, non per il loro essere, per il loro “status”

logico assicurato, ma solo in quanto se ne verifichi: la PERTINENZA, cioè l’appropriatezza

situazionale; la PORTATA, ovvero il loro peso risolutivo, l’APPLICABILITA’ allo specifico

contesto.

La conoscenza-verità cui possiamo aspirare è una conoscenza per, una conoscenza che

ci consente di PREVEDERE, tramite la strumentalità offertaci dalla riflessione, secondo i

nostri scopi e fini, cosa è possibile fare se ci impegniamo a compiere certe operazioni.

Queste operazioni ci consentono di arrivare ad una VERITA’, intesa come

CONCLUSIONE DI UN PROCESSO DI RICERCA.

Proprio questo “arrivare” all’asseribilità attraverso un processo è particolarmente rilevante

ai nostri fini. Per Dewey la verificazione NON è UN TRAGUARDO DI CONFERMA della

verità, ma è un PROCESSO DI SVILUPPO attraverso cui le proposizioni vengono

COSTRUITE ATTIVAMENTE COME ATTENDIBILI. Essa coincide col processo attraverso

il quale l’idea provvisoria si trasforma in IDEA DEFINITIVA, cioè in un FATTO. Allora,

come l’idea è una ipotetica possibilità, anche i fatti non sono qualcosa di ultimo e

definitivo, ma sono resi SIGNIFICANTI dalla stessa ipotesi.

Nel caso di situazioni complesse che comportano una serie di sotto problemi, come sono

quelle cui si rivolge la ricerca educativa, i giudizi di apprezzamento, come Dewey segnala,

non si limitano alle conclusioni finali, ma a una serie di GIUDIZI IN ITINERE che

costituiscono “compimenti relativi”, soluzioni che risolvono una qualche tensione. Il giudizio

finale poi è considerato come una “VERITA’ STABILITA” verificata empiricamente, non

perché è incorreggibile, ma solo nel senso che NON vi sono ancora ragioni per

METTERLA IN DISCUSSIONE o continuare la ricerca, poiché la situazione indeterminata,

che l’aveva causata, si è RISOLTA.

Tale concezione comporta che nella ricerca:

• Qualsiasi correlazione tra realtà e pensiero viene SPERIMENTATA sulla base del

ruolo e della funzione che le idee hanno come ipotesi all’interno dei processi

conoscitivi

• NON esiste nessun criterio teorico di pensiero e conoscenza già dato come vero,

valido, oggettivo: il criterio di cui avvalersi è quello OPERATIVO E

SPERIMENTALE che affida alla prassi, alla commisurazione nel processo e alla

luce dei risultati ottenuti, l’incarico di vagliare le nostre convinzioni

• Le istante di comprensione e di attribuzione di significato agli eventi devono essere

sempre APERTE E PRONTE A RIDEFINIRSI PROGRESSIVAMENTE

• Ogni idea è, prima della verificazione, esclusivamente una CONGETTURA

IPOTETICA e quindi ha un CARATTERE PROSPETTICO, anticipatorio sul futuro e

pertanto è PROVVISORIA fino a verificazione

• Le idee hanno un VALORE STRUMENTALE e non sono vere o false, ma

CONGRUE O NON CONGRUE rispetto all’utilizzazione che ne viene compiuta,

hanno cioè una FUNZIONE REGOLATIVA, e non costitutiva, della realtà.

Lo scopo della ricerca-azione è l’AMPLIAMENTO DELLE POSSIBILITA’ OPERATIVE e il

suo costituirsi come DISCORSO SULLE RELAZIONI POSSIBILI ED EFFETTIVE TRA

ATTORI E IL LORO AMBIENTE.

L’indagine enfatizza il significato pratico dell’atto del “PRENDERE-PER-VERO”, vale a

dire, l’impegno attivo a TRASFORMARE, secondo intenzionalità e responsabilmente,

quella SPECIFICA REALTA’. Prendere per vero nella ricerca, vuol dire:

• Impiegare i postulati per OPERAZIONI di CAMBIAMENTO INTENZIONALE

• Adottarli consapevolmente come GUIDA, come ABITI PER L’AZIONE

• ESEGUIRE ATTIVAMENTE quello che i postulati indicano

• Ricordare che esiste una PRESUNZIONE in loro favore, ma una presunzione non è

una garanzia

Allora il prendere-per-vera un’affermazione NON equivale all’averla riconosciuta come

vera, ma significa SERVIRSENE PER DIRIGERE UNA PRECISA AZIONE.

La verità, dunque, è l’ATTRIBUZIONE che si può dare a un’asserzione per aver RISOLTO

UNA SITUAZIONE PROBLEMATICA e, conseguentemente, è solo OPERATIVAMENTE

VERIFICABILE. Essa (la verità) è sempre il prodotto di un farsi procedurale tra materia

esistenziale in interazione con schemi concettuali e, come tale, sempre RELATIVA A UN

CONTESTO E QUINDI A UNA CULTURA. Tutto ciò determina nella ricerca-azione un’idea

di verità più PERFORMATIVA che normativa, che ne valorizza il suo essere di

PROCESSO, di PROGETTO IPOTETICO APERTO, ma legittimabile sul piano logico-

razionale ed empirico.

5.5 L’ASPETTO SOCIALE E PARTECIPATIVO DELLA RICERCA

Secondo Dewey il metodo scientifico è semplicemente il metodo della ricerca sperimentale

associato alla LIBERA E PIENA DISCUSSIONE: a significare, nel caso dei problemi

educativi, il MASSIMO USO DELLE FACOLTA’ DEI SOGGETTI IN RICERCA, nel

proporre linee di azione, nel verificarle e nel valutarne i risultati. Il criterio di verifica di

Dewey è un criterio essenzialmente SOCIALE, che aspira a una qualche GENERALITA’,

che è tendenzialmente UNIVERSALE.

La socialità di cui parla Dewey non si ferma alla conferma degli attori della ricerca, ma

punta ad allargarsi per essere davvero EVIDENTE e PROBATIVA: la ricerca concreta si

fonda su una situazione culturale ed esistenziale specifica, un mondo reale, ma nello

stesso tempo, deve cercare di TRASCENDERE I LIMITI DEL CONTESTO.

E’ una PLURALITA’ DI IPOTESI, ed è la loro varietà, il mezzo efficace per rendere

l’indagine più FLESSIBILE e più capace di prendere conoscenza di tutti i fatti. E’ la

diversa posizione dei punti di vista che promuove la COMPARAZIONE CRITICA delle

ipotesi e determina una REALE POSSIBILITA’ DI SCELTA.

Il valore degli enunciati, sia relativi al materiale esistenziale che concettuale, abbisognano

del CONFRONTO INTERSOGGETTIVO per essere apertamente stimati, valutati e criticati

tra gli attori della ricerca. E l’accordo raggiunto è un accordo sulle attività e non

accettazione intellettuale di una concettualità teorica.

La ricerca-azione è la metodologia atta ad offrire un CONFRONTO REALE, perché non è

il singolo ricercatore che interpreta i postulati ritenuti migliori rispetto ad una realtà, né che

operativamente sceglie in maniera isolata le operazioni da compiersi che potrebbe

comportare una forte contaminazione soggettivistica. Ecco allora che il GRUPPO nella

ricerca-azione acquista un valore sostanziale di DIMENSIONE COLLABORATIVA per il

suo essere supporto a una proliferazione d’ipotesi da vagliare, da testare,

nell’elaborazione dei piani processuali. Per questo motivo tale ricerca evidenzia piani di

lavoro non solamente progressivi, ma PERIODICI E RICORSIVI, che rilevano il suo

CARATTERE EVOLUTIVO attraverso una COSTANTE RIDEFINIZIONE DEL

PROGETTO con una serie di esplorazioni, accertamenti, accomodamenti, correzioni

ricorrenti in ogni ciclo. Ciò costituisce il carattere sociale e il valore che contrassegna e

qualifica la ricerca-azione più come INDAGINE COLLETTIVA che individuale, più come

RICERCA DI TEAM, che di un singolo operatore.

Durante la ricerca, il consenso che si viene istituendo, è APERTO ALLE PIU’ AMPIE

POSSIBILITA’, ma queste devono essere MOTIVATE RAZIONALMENTE dal pensiero e

dai fatti osservati in RECIPROCA INTERDIPENDENZA E COMPENETRAZIONE

“COERENTE” e “CONGRUENTE”. Le operazioni, poi, devono non solo risultare possibili

rispetto al problema, ma LEGITTIMABILI SUL PIANO LOGICO-TEORICO E PRASSICO.

L’accordo da raggiungere pertanto è un accordo “OPERATIVO”, in quanto logico, cioè

dato dalla condivisione razionale, ed è “LOGICO”, in quanto OPERATIVAMENTE

DIMOSTRABILE, cioè possibile di esecuzione pratica e quindi di verifica.

Il percorso della progettazione si sviluppa in una SPIRALE attraverso fasi di

RIFLESSIONE-AZIONE-OSSERVAZIONE-APPREZZAMENTO e quindi di

AGGIUSTAMENTO per nuove osservazioni, riflessioni, azioni ed apprezzamenti. Tali

ristrutturazioni comportano il CONTINUO CONFRONTO RIFLESSIVO sia tra i soggetti

della ricerca, sia tra questi e la situazione. Ciò significa che ogni avanzamento in ricerca-

azione implica l’effetto ricorsivo in funzione di una RIFLESSIONE PERMANENTE

SULL’AZIONE, seguendo un percorso che mette continuamente in discussione il discorso

definito.

Nella ricerca-azione la qualità delle soluzioni è direttamente collegata all’ASPETTO

SOCIALE E PARTECIPATIVO, alla possibilità da parte di TUTTE LE PERSONE

COINVOLTE di scambiarsi informazioni, di formulare ipotesi alternative, di avanzare

critiche e considerazioni in modo LIBERO E APERTO. E questa libertà è estesa a tutti i

partecipanti alla ricerca, e a tutti i soggetti impegnanti nella SOLUZIONE COOPERATIVA

DEI PROBLEMI EDUCATIVI.

Nella ricerca-azione è necessario un COSTANTE E INTELLIGENTE CONFRONTO

DEMOCRATICO e un metodo adeguato a promuoverlo e mantenerlo vivo. Le soluzioni ai

problemi vanno continuamente ricercate, non solo prestabilite o preconfezionate da esperti

e dalla teoria pura; è la ricerca come farsi procedurale che può cercare di rispondervi con

intelligenza. E’ la VERIFICA, la VALIDAZIONE ACCERTATA dalla situazione risolta,

realmente avvenuta, che porta la ricerca a un ACCERTAMENTO PUBBLICO e, quindi, le

fornisce una VALENZA SOCIALE ESTENDIBILE. La socialità della ricerca si sostanzia,

perciò, non in maniera esclusiva sull’accordo dei soggetti in ricerca, ma è L’EVIDENZA e

la FORZA PROBATIVA dell’indagine, la sua conclusione in quanto giudizio, che le

fornisce un più esteso RISVOLTO PUBBLICO. La progettualità deve cioè mostrarsi

AFFIDABILE, oltre che ottenere un largo consenso, pertanto si costruisce

SULL’EFFICACIA OPERATIVA e non solo sull’adesione.

Tuttavia, dal punto di vista scientifico, l’accettazione generalizzata di un’idea sembra

attestare un’usanza piuttosto che una verità; il pregiudizio vede rafforzata la sua influenza

dal numero di coloro che lo condividono. In breve potremmo dire che la logica della ricerca

scientifica NON è NE’ QUELLA DELLA SETTA (classe isolata), NE’ QUELLA DELLA

PIAZZA (consenso numerico). La verifica finale, praticamente accertabile attraverso la

soluzione raggiunta del problema, è l’azione che ci consente di dare VALIDITA’ AL

PERCORSO e, pertanto, le linee seguite, i costrutti elaborati, vanno espressi con

chiarezza e rigore affinché possano essere RIPERCORSI E RIVEDUTI dalle nuove

indagini.

La ricerca-azione è, allora, una modalità di rapportarsi ai problemi educativi in maniera

COSTRUTTIVA, DEMOCRATICA E PLURALMENTE SOCIALE: il problema da risolvere

nasce e si definisce gradualmente nella comunità; impiega il CONFRONTO APERTO E

PLURALE delle ipotesi, cercandone una giustificazione che utilizza i riferimenti teorici e

generali e ad essi continuamente si lega; infine si impegna a far sì che il suo operato sia

VERIFICABILE E PUBBLICAMENTE CRITICABILE. L’aspetto sociale e partecipativo è,

allora, dato dal metodo della ricerca che ci permette di arrivare al giudizio finale non solo

attraverso la CONDIVISIONE, ma per mezzo della DIMOSTRAZIONE EMPIRICA

RIPERCORRIBILE. La logica è, infatti, empirica in quanto è costituita da indagini che sono

ACCESSIBILI A TUTTI ed ESPOSTE ALL’OSSERVAZIONE PUBBLICA.

La ricerca-azione, che è già definita come ITER PROCESSUALE DI NATURA

ESSENZIALMENTE FLESSIBILE, CICLICO, RICORSIVO e soprattutto CONTINUO, in

cui il CONFRONTO tra operatori è considerato indispensabile, va allora, secondo l’ottica

deweyana, maggiormente orientata verso una CONDIVISIONE LOGICA E RAZIONALE

che s’impegni costantemente a far sì che la sua valutazione abbia un RISCONTRO

REALE, POSSIBILMENTE ESTENSIBILE.

La doppia istanza, cui si richiama Dewey, da una parte di DISCUSSIONE

INTERSOGGETTIVA ALLARGATA, d’ipotesi diverse da vagliare criticamente alla luce

dell’influenza reciproca tra materiale esistenziale e materiale concettuale e, dall’altro, di

VERIFICA, di risultato per giungere ad una ASSERIBILITA’ GIUSTIFICATA, sembra

possa esaudire la duplice necessità di GARANTIRE LA SOGGETTIVITA’, insita in ogni

ricerca, senza però escludere la sua capacità e la sua potenzialità di verificazione, la sua

tensione all’OGGETTIVITA’.

Questo vuole dire non abbandonare la ricerca-azione alla sola validazione intersoggettiva,

portandola verso la deriva relativista, ma dare una spazio di PORTATA SCIENTIFICA più

ampia: né pensare che si possa procedere lasciando alla sola soggettività la sua valenza

e validazione, cadendo nel soggettivismo, né pensare di poter arrivare al requisito della

certezza. E’ necessario INGLOBARE LE DUE VALENZE all’interno di un processo che

sia CONTEMPORANEAMENTE INTERSOGGETTIVAMENTE COSTRUITO IN

SITUAZIONE, ma FRUTTO DI UNA RIFLESSIONE e di un pensiero che utilizzo nel suo

procedere costrutti della razionalità teorica e li verifichi e rivaluti continuamente.

5.6 LA RECIPROCITA’ DI SOGGETTO-OGGETTO NELLA RICERCA

Una delle critiche più comuni alla ricerca-azione è quella di essere una ricerca NON

OGGETTIVA, pertanto priva di un criterio essenziale all’indagine scientifica. Il fatto di

inglobare il soggetto nell’indagine inficerebbe il suo valore, poiché le viene a mancare uno

dei pilastri sui quali si regge la ricerca scientifica: quello dell’OBIETTIVITA’ E

DELL’IMPARZIALITA’ del ricercatore. Tale pre-giudizio si basa sull’asserto che quanto più

un osservatore è neutro e più riesce a rispecchiare una certa realtà senza coinvolgimento,

tanto più la conoscenza dell’oggetto sarà realistica. La teoria dell’indagine, però, mostra

l’INFONDATEZZA di tale credenza.

Durante la ricerca non esiste nessun fatto già dato, compiuto, come non esiste un

soggetto che tramite le sue personali sensazioni o schemi mentali possa riconoscerlo. E’

quindi solo strumentalmente che si possono dividere il materiale dell’esistenza da quello

soggettivo concettuale, perché l’idea di un punto in cui la soggettività cessi e cominci

l’oggettività si è dimostrata FALLACE. La congiunzione tra soggetto e oggetto si rende

ancora più evidente nell’INDAGINE SCIENTIFICA che raffina, amplia e rende

enormemente più agili i contenuti e le possibilità d’azione di cui dispone il senso comune,

attraverso la RIFLESSIONE che ci permette di relazionare la complessità, la plasticità e la

mutevolezza del reale con la DINAMICITA’ DEL PENSIERO.

Attraverso l’indagine, il processo conoscitivo si sviluppa proprio nella CONTINUA E

VICENDEVOLE INTERAZIONE di un soggetto con la realtà in cui è inserito, la cui finalità

è di operarvi CONSAPEVOLMENTE.

Un comportamento di ricerca sì RIGOROSO, ma anche RISPETTOSO DELLA MATRICE

UMANA,SOCIALE E STORICA, oltre ad essere in CONTINUO E STRETTO RAPPORTO

CON IL REALE, non è mai da considerare definito e fisso. Allora il processo d’indagine,

attraverso la direzione e il controllo, ci può far arrivare a un’OGGETTIVITA’ che non

coincide con la neutralità del soggetto. L’essenza dell’indagine deweyana è

l’INTERDIPENDENZA che, in essa e per essa, s’istituisce tra soggetti e oggetti.

La logica deweyana illustra in maniera chiara l’impossibilità di qualsivoglia SOLUZIONE

TEORICA del problema conoscitivo-trasformativo della realtà se e quando si assume

come punto di partenza la separazione soggetto-oggetti. Dewey intende il processo

conoscitivo come una TRANSAZIONE, che avviene fra termini che si determinano e si

strutturano nel processo stesso, e che non sono fissi e predefiniti. Con il concetto di

transazione, Dewey esprime l’UNIVOCITA’ DI SOGGETTO E OGGETTO, esplicitando

non solo che l’interazione con un soggetto dà significato razionale all’evento, ma anche

che questo è parte di una realtà più estesa delimitata dal soggetto. Se la ricerca è

OPERA DI UN SOGGETTO, eliminare il suo essere sarebbe un inganno.

La ricerca-azione è un metodo di ricerca PIU’ SCIENTIFICO di quello della ricerca

tradizionale, in quanto la partecipazione facilita un’ANALISI PIU’ PRECISA E

AUTENTICA DELLA REALTA’ SOCIALE. La ricerca-azione non procede né dal soggetto

all’oggetto, né dall’oggetto al soggetto, ma postula un RAPPORTO TRANSAZIONALE tra

chi conduce l’indagine e la situazione. Difatti tale forma di ricerca prevede un soggetto che

MODELLA LA SITUAZIONE attraverso un’ATTENTA CONVERSAZIONE RIFLESSIVA

con essa.

Il costrutto della ricerca-azione consente di strutturare un PROCESSO COESO DI

CAMBIAMENTO oggetto-soggetto in SIMULTANEA INTERAZIONE. Tale processo

prevede, difatti, la continuità di pianificazione, esecuzione e valutazione dei risultati e, a

seguire, ri-pianificazione, ri-esecuzione e ri-valutazione.

5.6.1 IL SOGGETTO IN FORMAZIONE

Il valore che la ricerca-azione assume nella trasformazione dei soggetti ha una tale

rilevanza che essa è divenuta, in questi ultimi anni, un modello privilegiato nella

FORMAZIONE DEGLI OPERATORI in diversi ambiti sociali.

Pourtois evidenza il valore dell’EMANCIPAZIONE DEI SOGGETTI nel processo di

ricerca-azione, in quanto essi si assumono la responsabilità di affrancarsi dalle vecchie

abitudini e dagli schematismi mentali pre-formati. Tutto ciò facilita un processo di

apprendimento centrato sull’EVOLUZIONE DI NUOVE CAPACITA’ INDIVIDUALE E

COLLETTIVE, producendo una MATURAZIONE QUALITATIVA dei soggetti di ricerca. La

ricerca-azione diviene, allora, lo strumento più qualificato e idoneo alla formazione, poiché

è quello che, facendo agire direttamente i soggetti in operazioni sperimentali, ne permette

un REALE CAMBIAMENTO, valorizzando il POTENZIALE UMANO E IL SUO

COSTANTE SVILUPPO.

E’ quell’operare in contesto e quell’azione di coinvolgimento che alimentano un’effettiva, in

quanto CONSAPEVOLE, formazione dei soggetti. Gli attori dell’indagine, infatti, non

operano secondo istruzioni date da altri, che potrebbero portare al più ad un

AGGIORNAMENTO delle loro pratiche, né sono chiamati a pensare a situazioni astratte e

già definite, alle quali doversi ottenere per un’applicazione fedele, ma sono loro stessi che

SI INTERROGANO, RIFLETTONO, SCELGONO, AGISCONO E POI VALUTANO quanto

realizzato. La ricerca di possibili modelli teorici di riferimento, l’attivazione di ulteriori o più

approfondite conoscenze teoriche per l’interpretazione critica dei dati empirici e la ricerca

di strategie didattiche pertinenti, l’elaborazione di piani flessibili e aperti, una valutazione

costante durante il processo, rendono gli attori della ricerca più RIFLESSIVI e, in questo

essere più riflessivi e DIRETTAMENTE COINVOLTI, anche più RESPONSABILI e

maggiormente consci del proprio operare. Essi imparano ad analizzare con più attenzione

la realtà prima di agire, a formulare ipotesi, a verificarne gli effetti, a riformulare altre

ipotesi: tutto ciò alimenta un processo ininterrotto di RIFLESSIONE NELL’AZIONE che

produce una maggiore COGNIZIONE DELL’ITER COMPIUTO.

Potremmo dire che le due condizioni alla base del processo organizzativo della ricerca-

azione sono:

• La presa in carico della ricerca: un procedimento che SI COSTRUISCE

NELL’AZIONE e trova successo nella CONVALIDA DELLE SUE CONCLUSIONI,

che alimenta un PENSIERO APERTO E PIU’ FLESSIBILE, capace di

RIMETTERSI COSTANTEMENTE IN GIOCO rispetto alla realtà mutevole e incerta


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienza della formazione primaria (laurea a ciclo unico - 4 anni)
SSD:
Università: Carlo Bo - Uniurb
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher EllyGiova92 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Logica matematica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Carlo Bo - Uniurb o del prof Marani Giovanna.

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