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Riassunto esame Età Evolutiva, libro consigliato M. Valentini, S. Castriconi, L'altro linguaggio, Margiacchi Galeno Editrice Appunti scolastici Premium

Riassunto per l'esame di Età Evolutiva, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dallla docente Valentini: M. Valentini, S. Castriconi, L'altro linguaggio-Unità di Apprendimento per la scuola primaria sul corpo che comunica, Margiacchi, Galeno Editrice, Perugia 2007.
Gli argomenti trattati sono: La riforma della scuola primaria, Espressività... Vedi di più

Esame di Età evolutiva docente Prof. M. Valentini

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del sistema e, soprattutto, per consentire agli allievi la possibilità di maturare in tutte le dimensioni tracciate

nel PECUP previsto per la conclusione del primo ciclo degli studi… Non hanno perciò alcuna pretesa validità

per i casi singoli, siano essi le singole istituzioni scolastiche o, a maggior ragione, i singoli allievi. E’ compito

esclusivo di ogni scuola autonoma e dei docenti, infatti, nel concreto della propria storia e del proprio

territorio, assumersi la libertà di mediare, interpretare, ordinare, distribuire, ed organizzare gli OSA in

Obiettivi Formativi, considerando da un lato, le capacità complessive di ogni fanciullo che devono essere

sviluppate al massimo grado possibile dall’ altro , le teorie e le pratiche didattiche che ritengono, a questo

scopo, scientificamente più affidabili e professionalmente più efficaci. Allo stesso tempo, tuttavia, è compito

esclusivo di ogni scuola autonoma e dei docenti assumersi la responsabilità di “rendere conto” delle scelte

fatte e di porre la famiglia e il territorio nella condizione di conoscerle e di condividerle attraverso il POF.

Pg.42 da vedere: Tabella riassuntiva dei documenti nazionali: OGPF e OSA

FACCIAMO IL PUNTO: PECUP, OSA sono documenti ministeriali (cioè valgono su tutto il territorio). POF, PSP,

UDA e OF sono documenti Interni delle Scuole, documenti elaborati dalla scuola e non a livello Nazionale.

7. Piano dell'Offerta Formativa (POF). Che cosa è? Il Piano dell'offerta formativa è la carta d'identità

della scuola: in esso vengono illustrate le linee distintive dell'istituto, l'ispirazione culturale-pedagogica che

lo muove, la progettazione curricolare, extracurricolare, didattica ed organizzativa delle sue attività.

8. Piani di Studio Personalizzati (PSP). Costituito dall'insieme delle Unità di Apprendimento disciplinari e

interdisciplinari, nel curricolo obbligatorio e opzionale frequentate dall'alunno. Carattere flessibile dato che

si potrà sempre fare dei cambiamenti. I PSP sono quindi capaci di identificare e porre in essere efficaci e

dinamici itinerari formativi per tutti gli alunni e per ciascuno.

Come si origina un Piano di Studio Personalizzato:

1. Indicazioni Nazionali per i PSP propongono gli Obiettivi generali e Specifici.

2. Le scuole rendono operativi gli Obiettivi Specifici in forma di Obiettivi Formativi.

3. Vengono stabilite attività, metodi, soluzioni per trasformare gli Obiettivi Formativi in competenze.

Questi progetti costituiscono le UDA (Unità di Apprendimento).

4. L'insieme di queste UDA, danno origine al Piano di Studio Personalizzato.

I PSP assumono funzione determinante e insostituibile per integrazione di alunni diversamente abili, degli

alunni stranieri; non si fanno una volta sola ma un passo per volta, si definiscono nel tempo.

Ricapitolando: l'insieme della progettazione di uno o più obiettivi formativi va a costruire le UDA (Unità di

Apprendimento). L'insieme delle UDA dà origine al Piano di Studio Personalizzato.

9. Obiettivi Formativi (OF). Gli OF sono gli obiettivi generali del Processo Formativo e gli OSA

contestualizzati, entrati in una scuola, in una sezione, in un gruppo concreto di alunni che hanno, ciascuno,

le loro personali capacità, trasformate poi grazie alla professionalità dei docenti e al carattere educativo

delle attività scolastiche, in affidabili e certificate competenze individuali finali. Gli “obiettivi generali del

processo educativo” e “gli obiettivi specifici di apprendimento” sono e diventano obiettivi formativi, quindi,

nel momento in cui si trasformano nei compiti di apprendimento ritenuti realmente accessibili, in un tempo

dato e professionalmente programmato, ad uno o più allievi concreti e sono allo stesso tempo percepiti da

“questi” allievi come traguardi importanti e significativi da raggiungere per la propria personale

maturazione.

Vedere lo schema a pagina 45 sugli Obiettivi Formativi per la comprensione.

10. Portfolio delle Competenze Individuali. Il Portfolio è una raccolta mirata, sistematica, selezionata e

organizzata di materiali, che serve a documentare il percorso formativo di allieve ed allievi e i progressi

compiuti in relazione al piano di studio personalizzato. I materiali inclusi nel portfolio sono organizzati in

due principali sezioni, quella dell’ “Orientamento” e quella della “Valutazione”, e possono comprendere

lavori dell’ alunno individuabili o in gruppo, prove scolastiche, osservazioni degli insegnanti, commenti sui

lavori formulati dall’ alunno o dagli insegnanti, informazioni fornite dalla famiglia.

Appunti da lezione: informarsi sulle riforme più in la del 2007 (fine del testo); riforme degli anni 2000 sono

la Moratti (2003), Fioroni (2007), Gelmini (2008).

Tutte queste riforme hanno dei punti di contatto:

- L'alunno

- Autonomia scolastica

- Concetto di contratto educativo

- Eliminazione del programma centralizzato

- Importanza della valutazione a scapito della verifica

- Piano dell' Offerta Formativa (POF)

- Valutazione del Processo e autovalutazione d'istituto

Organizzazione Didattica (Pg.47)

Organizzazione di Percorso Formativo si fonda su due modalità di lavoro:

- curricolo obbligatorio, attività svolte nel gruppo classe.

- curricolo opzionale, attività di laboratorio, luogo dove si realizza situazione di apprendimento in

dimensione operativa e progettuale.

Tempi della Didattica

Differenziati in due Categorie: tempi della didattica formali, quelli fissati a livello nazionale e tempi della

didattica sostanziale, stabiliti dalle scuole e dagli insegnanti.

Entro l'idea di tempo scuola si distinguono tempo didattico e tempo educativo.

- tempo didattico: quello riservato alla realizzazione del curricolo di istruzione, opportuno e etico, stessa

durata per ogni alunno.

- tempo educativo: non esplicitamente finalizzato al conseguimento dei saperi disciplinari, può variare da

luogo e scuola. Capitolo 2

L’attività motoria nella scuola primaria: il corpo parla.

Comunicazione e Società

La società è un’esigenza innata dell’essere umano: tramite essa, l’uomo assume una dimensione, una

definizione di se e degli altri in base a ruoli codificati; se la si osservasse dall’alto, apparirebbe come una

fitta rete di relazioni tra persone, che compiono una serie infinita di cicli vitali: nascono, crescono, si

riproducono, muoiono. Al di fuori della catena relazionale che costituisce la vita sociale, l’uomo non

potrebbe esistere, e la società non potrebbe esistere senza esseri umani “reali”.

Alla base di ogni forma relazionale tra gli uomini, c’è la comunicazione. Il termine comunicazione vuol dire

“mettere in comune”, esperienza, informazioni, sensazioni, stati d’animo, attraverso un sistema

convenzionale di segnali. Tutto questo è reso possibile dal simbolico, cioè l’insieme delle forme espressive,

che comprende il sistema dei segni (parole, immagini) e l’insieme dei simboli (con significati indirettamente

desumibili). La società può quindi essere definita come “un sistema di relazioni reciproche, mediate

simbolicamente, tra individui dotati di autocoscienza”.

Società come sistema

È impossibile non comunicare: coscientemente o non, viviamo e ci esprimiamo attraverso il rapporto con gli

altri. La società viene vista, secondo l’approccio sistemico nel campo delle relazioni umane, come un

sistema: un insieme di elementi talmente in interazione che una qualsiasi modifica di uno di essi comporta

una modifica di tutti gli altri. Gli elementi del sistema sono quindi gli “individui in interazione”, che

comunicano in modo costante con il loro ambiente.

Assiomi o postulati della comunicazione

- È impossibile non comunicare: ogni comportamento è comunicazione, ed è impossibile non avere dei

comportamenti che si riflettano sugli altri.

- La punteggiatura può determinare il senso della comunicazione: il taglio dato ad una determinata

situazione può far sorgere delle incomprensioni tra gli interlocutori.

- Gli esseri umani comunicano sia in modo “digitale” che “analogico”: l’organismo umano utilizza sistemi

di comunicazione precisi (sistema neurologico che utilizza stimoli di tipo elettrico), e sistemi che,

utilizzando messaggeri chimici (ormoni), trasmettono sensazioni ed emozioni su base “analogica”.

- Ogni interazione è simmetrica o complementare: simmetrica se punta a mantenere l’uguaglianza

(reciprocità), complementare se riconosce la differenza, e quindi definisce ruoli e compiti.

Funzioni comunicative nella società

La comunicazione è fondamentale nella vita dell’uomo: tramite essa si crea una rete di rapporti tra

persone, si stabilisce l’appartenenza ad un gruppo, il coinvolgimento nelle età quotidiane, permette di

condividere informazioni, conoscenze, emozioni, …; colpisce tutti gli aspetti della vita sociale.

Nella società la comunicazione svolge diverse funzioni:

- Funzione referenziale (scambio di informazioni)

- Funzione di metacomunicazione (riguarda la relazione)

- Funzione espressiva (riguarda l’identità personale e sociale, emozioni, rapporti umani)

- Funzione di regolazione e coordinazione (condivisione di regole)

L’atto comunicativo necessita di specifiche competenze comunicative, intese come condizioni, conoscenze,

regole, che permettono la comunicazione. Esse comprendono:

- Abilità linguistiche e grammaticali (produrre ed interpretare frasi)

- Abilità sociali (adeguare il messaggio alla situazione)

- Abilità semiotiche (saper utilizzare vari codici)

Individuo e comunicazione

L’individuo che comunica possiede quindi abilità complementari, diverse dalle capacità cognitive:

importante è l’intelligenza emotiva, definita da Salovey e Mayer come la “capacità di osservare le proprie

ed altrui emozioni”; secondo Goleman l’intelligenza emotiva è basata su due grandi competenze, una

personale (controllo e padronanza di sé), e una sociale (gestione delle relazioni, empatia, abilità sociali);

Gardner parla anche di intelligenza interpersonale, definendola come “capacità di comprendere gli altri”.

Evento comunicativo

L’evento comunicativo è un atto dinamico:

l’emittente struttura un messaggio,

scegliendo un codice comprensibile dal

ricevente e un canale di trasmissione; il

ricevente percepisce, decodifica,

interpreta il messaggio per poi

ricodificarne uno nuovo da inviare

all’emittente (si parla di retro

comunicazione, o feed-back). Il ricevente

diventa emittente e viceversa,

instaurando così una comunicazione

circolare: la relazione tra i due è definita

bilaterale e reversibile. Perché si attui un

evento comunicativo sono quindi

necessari due momenti: che il ricevente interpreti e comprenda il messaggio ricevuto, e che codifichi un

messaggio di ritorno, accettando, modificando o respingendo il contenuto.

Aspetti della comunicazione

- Flessibilità comunicativa: capacità di adattarsi a contesto, situazione e interlocutore.

- Flessibilità semantica: permette di interpretare i vari significati di una parola.

- Flessibilità di riferimento: capacità di adattare la comunicazione ai vari contesti.

- Intenzionalità: riguarda contenuto e consapevolezza comunicativa, rilevanza delle informazioni.

- Saper ascoltare: dare la possibilità all’altro di esprimersi, sentendosi recepito e compreso.

Nella teoria della comunicazione il linguaggio avviene su due livelli: uno verbale, numerico, logico, livello

del “cosa”, che contiene l’informazione esplicita; e uno non verbale, analogico, livello del “come”, che

contiene l’informazione implicita. L’uomo ha la necessità di combinare questi due linguaggi: attraverso

quello numerico trasmette notizie e informazioni, attraverso quello analogico costruisce le relazioni.

La maggior parte delle interazioni comunicative avvengono sia a livello verbale, che non verbale.

Teoria della comunicazione

La comunicazione tra esseri viventi è alla base di ogni forma di interazione/relazione: la maggior parte delle

specie animali ha sviluppato nel corso dell’evoluzione la capacità di trasmettere e ricevere messaggi

comprensibili per tutti i membri della propria specie. La comunicazione non verbale degli esseri umani ha

subito un processo di evoluzione, diventando estremamente sofisticata e permettendo agli stessi di

interagire e cooperare in modo sempre più articolato; il linguaggio orale è nato con l’acquisizione della

capacità di modulare le corde vocali, e il gesto è diventato un elemento rafforzativo di questo.

Nonostante la comunicazione verbale sia lo strumento “principale” della comunicazione, il nostro cervello è

equipaggiato, fin dalla nascita, per comunicare in modo non verbale; la comunicazione non verbale è

estremamente più complessa rispetto a quella verbale, tanto che non è ancora stata studiata in modo

esaustivo.

“La comunicazione non è un semplice atto linguistico, ma è un azione inserita in un processo dinamico che

una persona compie verso un'altra persona, determinando come conseguenza dell’informazione o del

messaggio, delle trasformazioni e dei cambiamenti, più o meno significativi, nei comportamenti e negli

atteggiamenti, negli stati emotivi, nei modi di interagire con il proprio e altrui mondo sociale.”

Comunicazione verbale e linguaggio

“Il linguaggio è la capacità di utilizzare un codice per esprimere, comprendere, comunicare e rappresentare

le idee sul mondo, attraverso un sistema convenzionale di segni arbitrari”.

La lingua è un sistema composto da un numero finito di unità minime, prive di significato proprio,

denominate “fonemi”, la combinazione delle quali genera unità più grandi con significato, le parole, dalle

quali, attraverso regole sintattiche e grammaticali, si generano le frasi. Le parole (costituite da serie di

fonemi) hanno origine da una convenzione sociale e sono simbolo e attributo degli oggetti: esistono perché

hanno un senso, e si combinano a formare frasi per generare unità discorsive logicamente accettabili,

capaci di comunicare significati.

Il sistema linguaggio può quindi essere scomposto in quattro sottosistemi, o componenti: una fonetica (i

suoni, o foni, prodotti dalla voce umana), una semantica (l’insieme dei processi che permettono di

determinare il significato; una parte è rappresentata dal lessico, l’insieme delle parole); una grammatica

(l’insieme delle regole che combinano parole per formare frasi: si compone della sintassi, che determina la

funzione delle parole, e della morfologia, che ne stabilisce la forma), una pragmatica (l’insieme dei

meccanismi mentali che permettono l’interpretazione corretta del linguaggio).

Il linguaggio si può distinguere in: “informale” (a codice ristretto, usato tra amici e familiari) e formale (a

codice elaborato, usato tra persone estranee). Quanto precedentemente detto riguardo al linguaggio

verbale, ha valenza anche per un'altra forma di comunicazione: la scrittura. Sia il codice, sia il canale,

possono essere i più vari e ciascuna modalità, esattamente come nel linguaggio parlato, contiene

informazioni implicite sul messaggio stesso e quindi, indirettamente, su alcuni aspetti dello stato

psicologico dello scrivente.

Comunicazione non verbale (C.N.V.)

“Il 60% di tutte le comunicazioni umane è non verbale, il 30% è nel tono della voce: vale a dire che il 90% di

quello che si comunica, non esce dalla nostra bocca. […] È importante saper comunicare, visto che non sono

le parole la nostra principale presentazione agli altri.”

Al di là delle differenze culturali tra i vari paesi, è come se esistesse, per la specie umana, un codice di

linguaggio universale: il linguaggio del corpo. Comunicare non è solo esprimere concetti con le parole, ma

si comunica con tutto il corpo. Per questo, fare un uso corretto dei segni non verbali, e saperli riconoscere,

è un importante abilità sociale; si parla di comunicazione totale, di quella comunicazione che coinvolge

tutte le forme di linguaggio di cui l’uomo dispone.

C.N.V.: Funzioni

La C.N.V. viene utilizzata per inviare i messaggi del corpo, per esprimere stati emotivi, atteggiamenti,

emozioni, la propria personalità, per rafforzare le espressioni verbali, per inviare feed-back e segnali al fine

di stabilire maggior empatia con l’interlocutore. Ha funzione individuale-espressiva, conoscitiva,

psicologico-evolutiva, culturale-sociale.

È utilizzata: nei rapporti interpersonali (come linguaggio di relazione, strumento per definire relazioni

sociali); nel manifestare la personalità (esprime l’immagine di sé e si presenta agli altri); nel sostenere il

linguaggio verbale (le persone, quando parlano, inviano contemporaneamente una serie di segnali non

verbali che influenzano e procurano maggiori informazioni al ricevente); nell’esprimere emozioni (si

manifestano con stati corporei diversi che i soggetti sono in grado di comprendere).

Comunicazione non verbale e Corpo

Il corpo è ciò con cui un individuo appare agli altri, ha quindi un enorme importanza nelle relazioni con le

persone: è il manifestarsi del proprio io. La C.N.V. è basata sull’insieme dei segnali che il corpo invia

muovendosi, esprimendosi, interagendo e attuando comportamenti in uno spazio in relazione con gli altri.

Il corpo è garanzia di “spontaneità” quando produce messaggi in modo inconsapevole e comunica senza

volerlo, ma è anche “ambiguità” quando il soggetto “recita” e appare ciò che in realtà non è, o comunica

solo ciò che vuol trasmettere. Gesti e atteggiamenti sono tipici di ogni società e il corpo impara dalla cultura

e dal paese dove vive e porta con sé i segni delle esperienze vissute.

Per interpretare bene un messaggio occorre saper leggere bene il canale non verbale e confrontarlo con

quello verbale: quando vi è corrispondenza abbiamo una comunicazione congrua, in caso contrario la

comunicazione è incongrua.

“Il corpo invia messaggi secondo modalità proprie: i gesti, i movimenti, le espressioni facciali, lo sguardo, la

postura, la prossemica, la voce, ma non solo… la nostra vita emotiva agisce anche su processi interni, come

ad esempio: la respirazione, particolarmente sensibile alle manifestazioni emotive, le secrezioni interne,

come la produzione di adrenalina, ed esterne, come la vasodilatazione che ci fa diventare rossi o la vaso

costrizione che ci fa impallidire.”

Linguaggio Corporeo

Movimento

Il movimento permette all’individuo di agire e interagire con il mondo e di cambiarlo attraverso il proprio

corpo. Il bambino scopre il proprio corso come mezzo di movimento attraverso il quale può scoprire il

mondo; prova piacere nel modificare il corpo e spostarlo, nel muoversi e questo avvia l’apprendimento.

Mimica

Il gesto mimico mira a concretizzare gli oggetti e i sentimenti, rendendoli visibili, comprensibili, e leggibili. Il

viso è la parte del corpo che permette di trasmettere la maggior parte delle informazioni, la più osservata

dagli interlocutori, uno dei canali comunicativi più immediati; invia messaggi e segnali, esprime

caratteristiche della personalità, emozioni, emette segnali collegati al discorso, fa da supporto alla

comunicazione verbale.

Gesti

Il gesto può essere definito come “qualunque azione che invia un segnale visivo ad uno spettatore”.

L’espressione gestuale è immediata, in quanto con un unico gesto si inviano molte informazioni che

necessiterebbero di molte parole, ed incisiva, perché richiede un tempo minimo di invio, rispetto ad un

messaggio verbale.

Postura

È la posizione che il corpo assume abitualmente durante un’interazione: va considerata come espressione

personale di se, il modo di porsi e di presentarsi nelle varie situazioni. È determinata da diversi fattori: la

componente psichica, in quanto dipende da dinamiche emotive, la componente anatomica, cioè la

conformazione morfologica e muscolare, le capacità propriocettive, da cui dipende la percezione di se

statica e dinamica che influisce sulla postura. I diversi modi di stare in piedi o seduti sono determinati anche

da fattori socio-culturali, e ci sono posture approvate o meno dal gruppo di appartenenza; nella

comunicazione hanno un enorme importanza, soprattutto per iniziare e facilitare una relazione.

Prossemica

È il comportamento spaziale, cioè il collocarsi e il muoversi dell’uomo nello spazio di relazione. Ogni

individuo ha attorno a sé uno spazio personale: esso va considerato come lo spazio minimo soggettivo che

una persona disegna intorno a sé e che può modificare solo in seguito a messaggi che vengono dalla sua

tradizione culturale o dalle sue scelte affettive ed emotive. Questo spazio si allarga in caso di relazioni

lavorative ed aumenta sempre più man mano che le persone che si hanno davanti sono meno conosciute e

vengono percepite come più lontane. La vicinanza, cioè la distanza che intercorre tra due persone nell’atto

comunicativo, indica il rapporto che esiste tra di esse: intimo (legame affettivo), personale (rapporto

cordiale/amichevole), sociale (rapporto formale), pubblico (incontri ufficiali e formali). Un ulteriore aspetto

della prossemica è l’orientamento, cioè la posizione (frontale, laterale, opposta) che si assume.

Espressività corporea e bambino.

Il termine “espressione” indica il rivelare se stessi agli altri, l’aprirsi dell’individuo verso l’esterno attraverso

segni fisici, quali la posizione, il movimento, il geto, la parola. Il termine “corpo” significa “presenza nel

mondo”, che il corpo di ciascuno di noi esercita. La corporeità è espressione, in quanto attraverso il corpo

l’individuo esprime se stesso, i propri vissuti interiori, è il modo di essere dell’individuo, è l’utilizzo del corpo

con tutte le sue potenzialità di fronte ad una situazione, in risposta a stimolazioni provenienti

dall’ambiente.

Nel bambino il movimento e la corporeità hanno una funzione individuale-espressiva e una funzione

conoscitiva-esplorativa, infatti nascono dal bisogno del bambino di uscire da se stesso e stabilire

interrelazioni con l’ambiente e le persone che lo circondano, per comunicare e fare esperienze. È

fondamentale perciò che il bambino acquisisca la coscienza della possibilità di movimento del proprio

corpo, del rapporto tra schema corporeo e spazio, delle capacità esplorative, del contatto fisico con

l’ambiente; è importante che presto conosca e utilizzi il corpo, impari a conoscerne le parti che lo

compongono, a differenziarle e a coordinarne le azioni. Attraverso la percezione, i singoli movimenti si

collegano a dar vita ad un’espressione corporea più complessa.

Il corpo è il primo intermediario dell’apprendimento, attraverso il corpo il bambino conosce e comunica,

esprime i suoi sentimenti, prende consapevolezza della realtà, si muove nello spazio, si relaziona con gli

altri. L’espressività corporea è anche una relazione intellettuale ed affettiva del bambino con l’ambiente,

quindi manifestare sentimenti con il corpo e l’espressione del viso, significa acquisire un mezzo di

comunicazione per scambiare pensieri, scoprire sensazioni e sentimenti comuni con gli altri.

Espressività corporea nella scuola primaria

Nello sviluppo globale del bambino, il corpo e il movimento rivestono grande importanza, in quanto sono il

modo più diretto per entrare in rapporto con gli altri. Il corpo è inteso come canale di comunicazione con

l’ambiente per esprimere emozioni ed arricchirsi di esperienze; tramite il corpo e il movimento il bambino

avvia una ricerca materiale e pratica di conoscenza del mondo, che lo conduce all’apprendimento cognitivo

e ad acquisire competenze. L’espressività corporea si pone come strumento metodologico per stimolare la

curiosità del bambino verso l’apprendimento.

Rispettando i tempi di apprendimento di ogni bambino, non dimenticando la sua spontaneità, è importante

sviluppare un bagaglio motorio più ricco ed articolato possibile, e favorire la “fantasia” motoria, superando

movimenti stereotipati e ripetitivi, valorizzando la sua spontaneità. È fondamentale stabilire una buona

relazione educativa tra insegnante e alunno: l’insegnante non deve soffocare creatività e espressività

motoria, proponendo movimenti abitudinari e senza stimoli, così che il movimento venga vissuto dal

bambino come un peso più che come una fonte di piacere ricca di possibilità espressive.

La correttezza motoria e la spontaneità devono essere in equilibrio: l’uso di strumenti didattici, codificati e

non, è importante in quanto gli oggetti, lasciati alla libera creatività dell’alunno, vengono plasmati e

trasformati in maniera personale e creativa, e divengono uno strumento di interazione con gli altri.

Capitolo 3

A scuola con il bambino diversamente abile

Premessa

Quando si parla di “diversamente abili” si fa riferimento a quei alunni che, a causa del deficit, hanno abilità

diverse da quelle dei loro compagni. Tuttavia anche questa definizione è già stata superata, perché sono

diversamente abili tutti gli alunni: non solo gli alunni in condizione di handicap o di svantaggio

socioculturale, ma tutti gli studenti sono diversi l’uno dall’altro, per abilità di cui gli stessi sono portatori.

La scuola è, dopo la famiglia, il secondo ambiente sociale in cui il bambino si integra dando il via al suo

cammino all’interno della cultura e della società: il compito della scuola, accanto alla famiglia, è quello di

fornire le impalcature per la costruzione di una società civile e cooperativa, in cui la diversità sia sinonimo di

tolleranza, pace, rispetto, accettazione di se e dell’altro, e quello di attuare un processo culturale di

integrazione. Integrazione non è sinonimo di inserimento: inserire significa mettere assieme due realtà,

mentre integrare significa farle interagire ottenendo vantaggi per entrambe. La diversità, nella cultura

attuale, è vista come ostacolo, con paura e diffidenza; occorre invece privilegiare la diversità come punto di

forza e prerogativa del genere umano, tutto finalizzato alla scoperta dell’unicità che ci caratterizza.

L’obiettivo finale sarà quello di percepire e vivere l’incontro con il diverso come momento di confronto,

scambio, convivenza, fonte di ricchezza per una migliore società civile.

Integrazione scolastica

Per integrazione si intende un processo in cui due o più elementi si compenetrano o si compensano

reciprocamente: si rendono quindi integri, interi e completi. Applicato alle relazioni umane, questo

processo presuppone che l’essere umano non completo in sé, non è sufficiente, come un sistema chiuso,

ma si realizza nel rapporto con gli altri; quando si parla di integrazione quindi non si può riferirsi

esclusivamente ai soggetti in situazione di handicap, ma si tratta di un processo che coinvolge l’intera

comunità. All’interno del contesto scolastico, l’integrazione può essere definita come la promozione della

capacità di vivere attivamente – cioè in maniera costruttiva, collaborativa e produttiva – l’ambiente

scolastico; mentre l’inserimento implica il semplice ammettere l’alunno all’interno della classe senza alcun

intervento adattivo nei processi e nelle dinamiche relazionali, l’integrazione implica invece un processo

attivo che coinvolge tutti i componenti del gruppo classe.

L’integrazione scolastica in trent’anni di legislazione

L’integrazione degli alunni in situazione di handicap è un processo che caratterizza la scuola italiana da

quasi trent’anni: questa esperienza iniziò nei primi anni ’70, come conseguenza della grande contestazione

rivolta agli istituti e alla strutture emarginanti dove, fino a quel momento, venivano assistiti ed educati gli

handicappati. Queste prime esperienze avvennero in modo disorganico e senza una progettazione

specifica: l’attenzione era posta sulla possibilità per il bambino con deficit di stare con gli altri e seguire ogni

attività della scuola, a prescindere dal raggiungimento degli obiettivi formativi e di apprendimento. Negli

anni successivi ci fu una evoluzione culturale e ideologica, supportata da un parallelo progresso legislativo:

venne superato il concetto di uguaglianza, secondo il quale il bambino handicappato doveva essere il più

simile possibile agli altri, per introdurre quello di diversità come risorsa individuale, per cui ogni alunno è

diverso dagli altri per esperienze, identità personale, stili di apprendimento, capacità cognitive e

comunicative. Il termine integrazione ha sostituito quello di inserimento, segnando il passaggio dalla

situazione in cui il bambino disabile, seppur inserito, veniva isolato ed evitato, a quella in cui ci si impegna

attivamente perché egli sia pienamente integrato nel gruppo dei suoi coetanei.

Gli anni ’70 e l’integrazione scolastica

Lo slancio iniziale per l’inserimento di alunni con handicap nelle scuole comuni è dato dalla Legge 118 del

1971, che riconosce il diritto degli alunni con handicap all’educazione in classi normali, escludendo però i

casi più gravi di deficit intellettivi o menomazioni fisiche. Un punto di partenza per comprendere e applicare

l’integrazione scolastica fu il Documento Falcucci del 1975, accompagnato dalla CM 227/1975, le cui

affermazioni e soluzioni proposte contribuirono ad un ulteriore progresso nell’ambito dell’integrazione

scolastica di alunni con deficit. La Legge 51 del 1977 è stata una delle leggi fondamentali per l’integrazione

scolastica dei disabili: sanciva il principio della programmazione educativa anche mediante attività

scolastiche integrative organizzate per gruppi di alunni, al fine di realizzare interventi individualizzati in

relazione alle esigenze dei singoli alunni, tramite il supporto di insegnanti specializzati a favore degli alunni

portatori di handicap.

Gli anni ’80 e l’integrazione scolastica

Nel corso degli anni ’80 si consolida la tutela legislativa a favore degli alunni disabili nella scuola dell’obbligo

e si amplia con norme per favorire l’integrazione nella scuola materna e nella scuola superiore. La Legge

270 del 1982 estende alla scuola materna l’istituzione dei posti di sostegno. La CM 258/83 sottolinea la

necessità di collaborazione tra i servizi socio-sanitari e amministrazioni scolastiche, ribadendo la esigenza di

interventi coordinati da parte della scuola e degli enti locali: questi ultimi sono invitati a farsi promotori di

accordi perché venga riconosciuto, oltre al diritto allo studio, il diritto all’integrazione. Con la CM 250/1985

si predispongono le disposizioni normative sull’azione di sostegno in favore degli alunni portatori di

handicap. La sentenza della Corte Costituzionale n. 215 del 1987 ha spalancato le porte della scuola media

superiore a tutti i disabili: è stata definita come “Magna Charta” dell’integrazione scolastica, e ha dato

luogo all’emanazione della CM 262/1988 che rendeva possibile l’iscrizione e la frequenza della scuola

secondaria di secondo grado a tutti gli allievi in situazione di handicap, sia fisico che psichico, senza

limitazione per quanto concerne la gravità.

Gli anni ’90 e l’integrazione scolastica

La Legge quadro 104 del 1992 per l’assistenza, l’integrazione e diritti delle persone handicappate, raccoglie

varie disposizioni precedenti e riempie vuoti legislativi in merito a sostegno alle famiglie, scuola, lavoro,

salute, tempo libero, integrazione sociale: la famiglia assume un ruolo più attivo nella formulazione del

Profilo Dinamico Funzionale (PDF) e del Piano Educativo Individualizzato (PEI), si prevede un’ampia

collaborazione tra i servizi culturali, ricreativi, sportivi, nonché sanitari e scolastici del territorio. La

valutazione dell’allievo disabile è l’indicatore più importante e delicato di tutta l’integrazione, in quanto

oscilla sempre tra due posizioni opposte: da una parte un’eccessiva severità e dall’altra un inefficace

buonismo; con la Legge 104 si valuta il progresso dell’allievo in rapporto con le sue potenzialità. Sul finire

degli anni ’90 tutto il sistema scolastico ha iniziato ad attraversare un grande processo di trasformazione,

uno per tutti il processo di autonomia scolastica che ha avuto inizio con l’art. 21 della Legge 59 del 1997,

seguito dal DPR 275/1999, tramite i quali le scuole acquisiscono autonomia giuridica, finanziaria,

amministrativa, didattica, di ricerca e di sperimentazione. Si sottolinea la necessità di una scuola che veda

nell’individualizzazione il fulcro su cui far ruotare il generale andamento educativo e didattico:

nell’esercizio dell’autonomia didattica le istituzioni scolastiche regolano i tempi di insegnamento e di

svolgimento delle singole discipline nel modo più adeguato al tipo di studi e ai ritmi di apprendimento degli

alunni, adottando tutte le forme di flessibilità che ritengono opportune.

Il nuovo millennio: una scuola per tutti e per ciascuno

Nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea del 2000, all’art. 26 (Inserimento dei disabili),

l’Unione riconosce e rispetta il diritto dei disabili di beneficiare di misure intese a garantire l’autonomia,

l’inserimento sociale e professionale e la partecipazione alla vita della comunità. Infine la Legge Delega n.


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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Età Evolutiva, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dallla docente Valentini: M. Valentini, S. Castriconi, L'altro linguaggio-Unità di Apprendimento per la scuola primaria sul corpo che comunica, Margiacchi, Galeno Editrice, Perugia 2007.
Gli argomenti trattati sono: La riforma della scuola primaria, Espressività corporea e comunicazione non verbale, Proposte operative, A scuola con il bambino diversamente abile, L'integrazione scolastica, Il laboratorio motorio, Progetti e Unità di Apprendimento per l'età evolutiva.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze motorie, sportive e della salute
SSD:
Università: Carlo Bo - Uniurb
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher manuelloddo di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Età evolutiva e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Carlo Bo - Uniurb o del prof Valentini Manuela.

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