Suniti di letteratura spagnola
Lazarillo de Tormes, o la polisemia
È intorno al 1554 che le stampe danno alla luce La vida de Lazarillo de Tormes, il cui protagonista ha di certo una vita notevole, ma lontana da quelle narrate nei libri di cavalleria. L'apice della fortuna è un matrimonio mediocre, un posto come banditore, e le imprese che popolano la vicenda non abbagliano il lettore. La prosa letteraria non offriva precedenti prossimi di un'attenzione così sostenuta ed esclusiva a un personaggio della miserabile qualità di Lazaro Pérez. Da sempre, però, esisteva una forma letteraria adatta a conciliare la tradizione retorica e la modesta storicità: la lettera. Il Lazarillo, più che un racconto puro, è una “relazione” o rapporto fatto da un uomo intorno a se stesso, il prologo lo indica proprio nella conclusione: “Vossignoria scrive che le si scriva e racconti il caso molto per esteso”.
Vossignoria si è rivolta a Lazaro con una lettera per ottenere notizie intorno a un argomento ancora imprecisato, e il protagonista risponde a sua volta, non dimenticando mai a chi si rivolge, per cui il racconto è punteggiato di appelli al destinatario. La lettera si è sempre prestata alla confidenza e alla confessione, ed era inoltre ben ritagliata sull’autobiografia. Si possono distinguere due tipologie di lettere: una “gravis et severa” spesso scritta per giustificare un determinato atteggiamento o situazione osservandoli nella prospettiva di una vita intera; l’altra “otiosa” che tendeva a concentrarsi su un solo episodio in cui l’oggetto di burla era l’autore stesso, prediligendo le costruzioni proverbiali, il pettegolezzo, l’allusione. È proprio a questa tradizione che si appoggia il Lazarillo de Tormes per identificarsi come entità letteraria.
Come lettera autobiografica, non solo soddisfaceva quella esigenza di storicità che caratterizzava la finzione, ma la potenziava con una decisiva iniezione di realismo. La lettera di Lazaro aspira a spiegare proprio il perché gli abbiano chiesto di scrivere. Era chiara la necessità di un pretesto per la scrittura della lettera: il caso che ha suscitato la curiosità di Vossignoria. Proprio questa figura fa capolino nella narrazione nell’ultimo capitolo, come “signore e amico del signor Arciprete di San Salvador”, e l’arciprete non è che l’unico punto di contatto fra il protagonista e il destinatario della lettera, per cui la richiesta della lettera era dovuta succedere nel periodo di vita di Lazaro in cui il picaro e il signore arrivarono a conoscersi.
Il caso è presto svelato: gira la voce che la domestica dell’arciprete, che il protagonista ha sposato, entri ed esca dalla casa dello stesso più volte durante la giornata, e che questa abbia partorito tre volte prima di sposarsi. Il caso è alimentato dalle dicerie che corrono per la città sull’equivoco terzetto, voci che Lazaro ripudia e che accetta di discutere solo nella sua relazione epistolare, rivendicando l’onore di sua moglie. L’autobiografia dipende dal caso, e nello stesso tempo lo giustifica, il protagonista assume il suo passato in funzione del suo presente e decide di affrontarlo partendo dal principio, organizzando la lettera nella convergenza dei diversi episodi verso il caso del capitolo finale.
Il cieco
Naturalmente non ogni informazione sulla preistoria di Lazaro si lascia intendere direttamente in rapporto al proprio sgradevole presente: a questo, però, sono subordinate tutte le cellule narrative che fissano la struttura dell’insieme. Le disavventure al servizio del cieco si ordinano intorno a cinque motivi fondamentali: la zuccata contro il toro di pietra, le astuzie per bere il vino, la burla dell’uva, il furto del salame e l’urto del cieco contro il pilastro. Il primo e l’ultimo sono le due facce della stessa medaglia, mentre il secondo e il penultimo ripetono uno stesso schema. Entrambe le coppie acquistano rilevanza nell’intelaiatura in quanto riferite al caso finale.
Il nucleo del primo motivo è noto e contiene il primo fondamentale insegnamento al protagonista, che è obbligato a prendere coscienza dell’ostilità del mondo e dà forma al suo atteggiamento di fronte alla vita. A questo proposito il narratore aggiunge: “Mi compiaccio di raccontare a Vossignoria queste bambinate per mostrare quanto sia grande la virtù di quegli uomini che, dal basso, riescono a salire in alto”, stabilendo un collegamento col caso finale. Così, gli appelli al destinatario svolgono una triplice funzione: precisano il carattere epistolare, proiettano i ritagli della vita sul caso del protagonista e rafforzano l’illusione di storicità e verosimiglianza. L’altra coppia di vicende assicurano il vincolo fra la prima e l’ultima (beffa e vendetta), e si unificano per l’esistenza del motivo del vino, il quale si pone al principio del caso: il protagonista trova lavoro al servizio dell’arciprete come banditore di vini.
Nella vicenda di mezzo niente sembra avere una missione strutturale definita, ma allora perché fra tante burle raccontare proprio quella del grappolo? Per fini esemplificativi a Lazaro basta raccontare un caso, uno che ben dimostri la sottigliezza e la scaltrezza del cieco, senza proseguire oltre, poiché esso si riferisce al padrone piuttosto che al ragazzo, ma non di lui a Vossignoria interessa sapere.
Per la poetica del Lazarillo
Il parallelismo fra le pagine iniziali e quelle finali è fissato attraverso determinati procedimenti. Suo padre rubava il grano e subì persecuzioni per mano della giustizia, e adesso suo figlio proclama i delitti di coloro che subiscono le persecuzioni della giustizia e ottiene che gli mettano in casa “circa una somma di grano”. La madre decide di mettersi “sotto il patrocinio dei buoni”, affittando una casuccia, lavando la biancheria, fino a finire concubina del “moreno” Zaide, così il figlio sposa una concubina, che si occupa di “fare pulizie e da mangiare”, e ottiene una piccola casa a Toledo. Così anche Zaide, che provvede alla famiglia con i propri furti, è il corrispettivo dell’arciprete, che favorisce Lazaro con i soldi malguadagnati con l’abuso del suo ministero.
La ripetizione, il parallelismo e il contrasto sono alcune delle risorse più universali per potenziare il carattere dell’opera letteraria. Come la rima induce a ricordare elementi che sono rimasti indietro, ponendoli in mutuo rapporto, così fanno simmetrie e opposizioni in un romanzo: le analogia fra il primo e l’ultimo capitolo mettono in rilievo la connessione di tutte le componenti del romanzo.
Un altro mezzo per delimitare l’oggetto letterario, ribadendo la sua indipendenza, consiste nel creare un’aspettativa sostenuta e soddisfarla con imprevista compiutezza, in modo che il punto finale si faccia sentire con maggiore evidenza. Questa caratteristica appartiene a molti sonetti, ma è presente anche nel Lazarillo: le varie tappe funzionano come una sorta di frasi condizionali orientate verso un futuro che deve colmarle di significato; ognuna delle tappe accumula nuovi elementi che precisano la personalità del protagonista. Tutto il romanzo mette in evidenza la stessa unità di tendenza: tutti i tratti dei dodici anni di bambino addormentato (la persecuzione, l’appoggiarsi ai buoni, le entrate e le uscite di Zaide) riappaiono come ingredienti del caso; le pagnotte che il terzo padrone negava al bambino sono le stesse evocate in rapporto all’arciprete; i due mesi con lo scudiero insegnano al ragazzo quanto sia inutile la mania dell’onore, ma alle prese con il caso lui sacrificherà il buon nome sull’altare delle necessità, in beneficio della vita facile; il servizio offerto allo spacciatore di bolle rafforza la lezione del trarre profitto dal proprio silenzio, e così non fa più motto della faccenda a sua moglie.
Lazaro de Tormes raccoglie e applica al caso tutti gli insegnamenti ricevuti, e lo spazio del romanzo resta definitivamente chiuso e unificato.
Il trompe l'oeil
Se nel Medioevo l'artista arriva alla realtà attraverso la tradizione, che gli fornisce gli schemi fondamentali per rappresentare qualcosa, nel Rinascimento è l'esperienza a prevalere, l'opera d'arte non è più mera obbedienza a un codice tradizionale, ma come un frammento dell'universo così com'è visto da una persona, da un punto di vista, in un dato momento. Anche nel Lazarillo la realtà verosimile è subordinata al punto di vista del protagonista.
Proprio il problema della verosimiglianza caratterizzava la letteratura d'immaginazione degli umanisti, la cui sfida era rappresentare una realtà che avesse colore di verità pur non essendolo. Il realismo e l'autobiografia si implicano nelle pagine dell'opera, e ogni osservazione del mondo trova accoglienza solo attraverso i sensi di Lazaro e Lazarillo. La coerenza quindi si impone per mantenere la finzione, e negli episodi in cui i fatti accaduti non sono certi (il protagonista perde i sensi), il narratore li presenta vuoi come ipotesi ben fondate, vuoi come riferiti a lui da altri, o come combinazione di fiuto proprio e informazioni altrui; ciò che è certo viene sempre ben separato da ciò che è dubbio.
Ogni vicenda è filtrata attraverso la percezione del protagonista, la realtà non vale nulla se il soggetto non la incorpora: Lazaro bambino non lascia testimonianza d'altro che di ciò che vede e sente, a cui conferisce realtà e senso solo in quanto lo riguarda. Questa presentazione di eventi permette che il lettore sia burlato e confuso così come il protagonista, come si vede chiaramente nell'episodio dello spacciatore di bolle: l'intero episodio è frammentato in due tempi, uno di percezione pura in cui le vicende vengono raccontate come uno qualunque dei personaggi raggirati, e uno in cui il protagonista assume un fattore addizionale, l'inganno, che altera il senso della scena. Questa tecnica domina tutto il romanzo: Lazaro propone dati che interessano in se stessi, e nell'ultimo capitolo introduce un nuovo elemento, il caso, che dà un'altra significazione ai materiali allegati fino a quel momento.
La scatola cinese
Nel romanzo la prospettiva è una delle componenti della realtà, il mondo non è univoco ma esiste in quanto riferito alla persona, e così è lo stile linguistico, che capta con malizia la polisemia della vita, con formule comparative di interpretazione mutevole. Così ambigui e relativi sono anche i giudizi morali in voga: qual è la lezione che il protagonista vuole insegnarci? Se una tesi esplicita c'è, allora è sicuramente mostrare quanto sia grande la virtù di quegli uomini che dal basso riescono a salire. L'idea suonerebbe scandalosa a una mentalità tradizionale legata all'idea medievale di immutabilità di classi sociali, rigide come la gerarchia del cosmo.
Tuttavia nell'umanesimo veniva affermato che in qualunque condizione nasca l'uomo, questo ha la possibilità di sforzarsi di essere molto grande, purché segua il cammino della virtù. Il lettore è ben consapevole che Lazaro, alla fine della vicenda, non è affatto salito nella gerarchia sociale, semplicemente perché, al contrario delle sue asserzioni, non ha realmente praticato la virtù. Una mentalità conservatrice affermerebbe che la pretesa di cambiare stato è di per sé peccaminosa e il sangue cattivo è ereditario.
Da un altro punto di vista, però, si potrebbe affermare che Lazaro sia in realtà salito, che abbandonare la strada e la fame sia davvero un progresso che apre anche ad altre possibilità di ascesa. Pretendere altra norma che quella soggettiva è uno sforzo inutile: nessuno schema teorico può render conto della varietà e complessità degli uomini. Non ci sono valori statici, ci sono vite, e quello che serve per una magari è inutile per un'altra: questa sembra essere la lezione di Lazaro. Però, se siamo coerenti con essa, non possiamo accettarla: siamo davanti al paradosso, secondo cui frasi come “Noi cretesi mentiamo sempre” (Epimenide) hanno insieme verità e finzione, esattamente come l'affermazione “Non esistono valori che non siano riferiti alla persona”.
Quindi l'affermazione dovrà essere applicata solo al nostro banditore, dal momento che è lui a sostenere ciò? È lecito pensare, quindi, che il succo del romanzo sia semplicemente mostrare a quali deformazioni può arrivare un’intelligenza perversa. Come in una di quelle scatole cinesi, tutti gli elementi del Lazarillo sono solidali fra loro e gli uni appaiono come figure degli altri, e in ultima istanza come figure del caso. È necessario considerare anche se l'unico proposito dell'autore non fosse esibire un campione di splendido artigianato umoristico, prescindendo da ogni implicazione didattica: il Lazarillo è anche un libro molto divertente, capace di creare un universo autonomo nel quale contano solo l'ingegno, la sorpresa, la successione di avvenimenti comici, e nel quale sono sospesi gli imperativi etici.
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