Intellettuali e la questione meridionale
Intorno al 1875 si riunirono attorno alla rivista fiorentina La Rassegna settimanale un gruppo di intellettuali che si posero il problema della "questione meridionale". Cominciando da Pasquale Villari con le Lettere meridionali, manifesto di denuncia delle condizioni di sfruttamento della massa dei contadini. Il Risorgimento viene definito una rivoluzione politica e non sociale. A governare il Mezzogiorno erano rimasti i proprietari terrieri che si frapponevano tra il popolo e il governo. Una politica fiscale pressante, soprattutto in Sicilia, era giustificata dalla necessità di finanziare infrastrutture di cui non si vedevano immediatamente i risvolti positivi e le soprattasse restavano ai gruppi di potere locali che ne abusavano a proprio arbitrio.
Analisi e proposte politiche
La "questione meridionale" rappresentava un insieme di indagini sociali, denuncia civile, polemiche e proposte politiche. Sidney Sonnino e Leopoldo Franchetti pubblicarono La Sicilia 1876, per far conoscere al ceto politico italiano e all'opinione pubblica quali erano le condizioni del Mezzogiorno. Batterono per mesi le campagne, inaugurando le indagini sociologiche e la ricerca sul campo. Il problema fu la visione uniforme della realtà del Mezzogiorno, dominata esclusivamente dalle campagne e dove le classi sociali si riducevano a quella dei proprietari e quella dei contadini. In quegli anni vi erano delle novità nella stratificazione sociale e nella mobilità. Essi comunque misero in evidenza come i rapporti tra proprietari e contadini non rispecchiassero i valori di una libera economia, bensì di una società autoritaria. Franchetti segnalò la distribuzione diseguale della ricchezza, la mancanza del concetto di uguaglianza di diritto e il carattere esclusivamente personale delle relazioni sociali, anche in città. Vi era sfiducia nei confronti di uno stato che non seppe mostrarsi come garante del diritto.
La criminalità organizzata
La Camorra era un gruppo criminale d'età borbonica operante a Napoli, in alcuni quartieri e all'interno delle carceri, costituito da un'organizzazione capillare e diversi gruppi, non necessariamente uniti fra loro. Ad imitazione dello stato, esercitava potere su alcune zone e venne talvolta utilizzata dal governo borbonico per funzioni di borghesia. La Mafia comparve dopo l'unità, benché esistessero condizioni culturali che favorivano la propensione alla violenza individuale e di gruppo, un esasperato senso dell'onore, il facile ricorso alla vendetta e la sfiducia nell'impossibilità che lo stato potesse sedare i conflitti civili tra le classi e tra gli individui, nonché governare la giustizia. Viene considerata un'individualità storica. Il centro era Palermo, le attività esercitate avevano aree d'influenza più vaste rispetto a quelle della Camorra. In comune con la Camorra aveva l'esercizio della violenza. Operavano una regolamentazione dei rapporti tra famiglie. Quest'organizzazione non era costituita da un gruppo sociale ben costituito, né una base sociale omogenea come per il brigantaggio.
Relazioni tra stato e criminalità
Lo stato unitario che nulla fece per fermare la piaga sociale, inglobò gli adepti di tali organizzazioni all'interno della macchina statuale, fornendo in tal modo un nuovo terreno politico d'ascesa e rafforzamento (sia direttamente che per vie nascoste). Si sviluppò un'alta Camorra a Napoli, differenziatasi dal contesto umile originario (bassa Camorra), che reggeva adesso le fila dell'amministrazione. Questi gruppi camorristici si frapponevano ancora una volta, come i proprietari fondiari di retaggio feudale, tra il popolo e lo stato. La Mafia, controllando le elezioni ed istituendo un meccanismo clientelare, arrivò al cuore del potere politico, Roma. Vennero rimossi prefetti e magistrati non in linea con il modus operandi camorristico.
Agricoltura e industria
Franchetti affermò che dall'unità in poi tutti i governi hanno visto nel Mezzogiorno non un paese da governare, ma un gruppo di deputati da conciliarsi. L'agricoltura beneficiava di un trattato con la Francia che favoriva le produzioni pregiate come mandorle, olio e agrumi. C'era un costante aumento dei prezzi agricoli, una buona congiuntura economica e la malattia dei vigneti francesi. Questo portò a una crescita della borghesia agraria. L'abolizione del maggiorascato, non sempre rispettata, insieme alle elevate tasse di successione, faceva sì che molti dovessero vendere, creando così un nuovo mercato della terra. L'acquisto dei beni della chiesa e la distribuzione delle terre demaniali secondo la legge Corleo 1862 per enfiteusi portarono molte colline a essere ricoperte di viti e mandorli. Gli agrumeti risultavano le colture più redditizie, mentre per quanto riguarda le colture seminative non erano state introdotte trasformazioni ed il sistema rimaneva latifondistico.
Industria post-unitaria
L'industria post-unitaria affrontò una crisi dovuta alla politica libero-scambista, nuovi ordinamenti tariffari e concorrenza esterna. Lo smantellamento delle strutture politiche ed amministrative di Napoli costrinse diversi posti alla chiusura, poiché si fermò la domanda. L'industria domestica non subì contraccolpi. Vi furono fusioni di ditte e l'industria cantieristica era in ripresa (Florio), ma le commesse statali venivano aggiudicate da quelle del nord.
Industrie specifiche
L'industria alimentare (Cirio) e la manifattura dei guanti erano ancora vitali, mentre il primato nella produzione della carta era sceso. La lana era in crisi e la seta era afflitta dalla malattia del baco. Gli imprenditori stranieri nei servizi pubblici trovarono un settore nel quale le amministrazioni comunali garantivano profitti alquanto sicuri.
Ostacoli allo sviluppo
Perché il sud non si sviluppò come al nord? Il ceto politico era formato da proprietari fondiari che non puntavano sullo sviluppo dell'industria. Il mercato interno era ristretto e non vi erano le grandi città che al nord avevano permesso la diffusione dell'industria serica. I mercati industriali interregionali favorivano alcune aree penalizzandone altre, come quelle periferiche del sud. Al nord si formarono consorzi, al sud no.
Trasformazioni sociali e infrastrutturali
Le "agrotown" rappresentavano un ibrido tra il villaggio rurale ed il centro urbano. Le città richiamavano continuamente persone, sia momentaneamente che in pianta stabile, tra famiglie di grandi e medi proprietari che facevano proseguire gli studi ai figli in prestigiose università. I territori vennero dotati di infrastrutture viarie. Vi fu un trasferimento della popolazione dai paesi d'altura verso le coste. Le bonifiche però non furono molto efficaci e i governi post-unitari bloccarono le iniziative borboniche.
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