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L'Europa alle urne

Dalla caduta di Napoleone Bonaparte agli anni '60 del XIX secolo, si imposero in Europa dei governi liberali che legavano la libertà politica a una limitata cittadinanza elettorale. Elemento istituzionale di rilievo era il Parlamento, formato da due Camere e titolare del potere legislativo. Tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento si assistette alla piena affermazione del suffragio universale maschile. Nonostante questo, la maggior parte dei sistemi elettorali continuava a comporsi di meccanismi riluttanti nel dare lo stesso peso politico a ciascun voto.

Sistemi di voto a classi

I cosiddetti sistemi di voto "a classi" avevano una funzione tutoria nei confronti delle masse. Tale sistema, molto utilizzato in Prussia, prevedeva la scomposizione dell'elettorato in tre classi distinte. La prima classe, composta dai ceti sociali alti, equivaleva, a livello tributario, a un terzo del gettito fiscale complessivo; la seconda classe equivaleva al secondo terzo del totale, mentre la terza classe componeva l'elettorato numericamente più corposo. In realtà però la distinzione era solo a livello tributario, in quanto le tre classi eleggevano lo stesso numero di elettori che avrebbero poi designato i deputati.

Un sistema di voto estremamente inegualitario al pari del sistema di voto per "curie" presente in Austria; qui l'elettorato era diviso in cinque curie e l'ultima rappresentava la maggior parte della popolazione, ma il rapporto di voto tra prima e la quinta classe era altamente disequilibrato, in quanto per designare un deputato bastano 59 voti per la prima curia e 74,000 per l'ultima. Quando agli inizi del XX secolo ci fu l'introduzione del suffragio universale maschile, esso fu accompagnato dall'instaurazione del doppio voto per gli ex elettori delle prime quattro curie.

Principi conservatori vs. liberal-progressisti

Tali sistemi elettorali condividevano il principio conservatore, statico e paternalistico, per il quale solo alcune classi potevano e dovevano rappresentare l'intera popolazione. Diversamente, i liberal-progressisti possedevano una visione più dinamica della società, considerandola come un volano di emancipazione civile, sociale e politica. Paradossalmente furono proprio i conservatori a spingere per il suffragio universale. Essi confidavano infatti nella fiducia, non priva di fondamento fino agli anni '90, verso la mentalità ancorata al passato delle classi sociali più basse, che avrebbe così soffocato tutti gli umori politici progressisti e protetto i sistemi conservatori.

I liberali invece, vedevano con sospetto l'avvento della democrazia in quanto timorosi della crescita esponenziale dei poteri statali e della strumentalizzazione politica delle plebi a tutto vantaggio dei neoconservatori. Tuttavia, la battaglia contro il sistema politico elitario, attraverso l'estensione del suffragio, venne intrapresa anche dai movimenti politici di sinistra, come nel caso dei socialisti tedeschi, i primi a spingere verso una rappresentanza politica parlamentare del proletariato quale mezzo per sovvertire l'ordine sociale.

In Italia i socialisti condividevano con i liberali progressisti la sfiducia verso il voto del proletariato, possibile oggetto di strumentalizzazione da parte dei conservatori, ma quando Giolitti introdusse il suffragio allargato tali timori si dimostrarono errati.

Il voto segreto e le leggi anticorruzione

La lotta al paternalismo e al clientelismo venne intrapresa inizialmente dai britannici nel 1872, attraverso l'introduzione molto tormentata del voto segreto. Questo esempio venne seguito anche in Italia a partire dal 1882, ma la cabina elettorale venne utilizzata solo a partire dal 1912. Il parlamento britannico andò poi a combattere il paternalismo attraverso leggi anticorruzione. Da molti elettori infatti il voto era considerato come una proprietà personale da vendere a chiunque fosse interessato a comprarla.

La legge anticorruzione del 1883 ridusse il numero degli "agenti di propaganda", aumentando invece la caratura della figura del "libero elettore" maggiormente protetto dal segreto dell'urna e dal giudizio della comunità. Sempre per aumentare il valore del voto politico vennero presi degli interventi che sostituirono il collegio uninominale con il meccanismo dello scrutinio di lista. Ad esempio, in Inghilterra, a parità di deputati espressi, il numero di elettori ascritti a ciascun collegio poteva variare in maniera sensibile, e comunità storicamente forti ma nel tempo ridimensionatesi potevano contare su un potenziale elettorale incongruente. Tale situazione inficiava quindi l'esito finale del suffragio.

La riforma delle circoscrizioni cominciò quindi a potenziare nella misura giusta le comunità penalizzate che si videro aumentare il loro peso elettorale. La medesima situazione non si poté ottenere anche in Italia, dato l'arretratezza culturale del Paese era opportunamente gestita dai notabili politici, e quando lo scrutinio di lista venne introdotto da Crispi il clientelismo e il voto di scambio resero ancora più indefiniti i confini tra la Destra e la Sinistra.

L'allargamento del suffragio e la nascita dei partiti

L'allargamento del suffragio complicò i meccanismi di rappresentanza politica del sistema notabiliare, aprendo la strada alla nascita di macchine organizzative deputate a convogliare consenso: i partiti. Questi ultimi, però, inizialmente non furono valutati positivamente dal mondo liberale, il quale faceva fatica ad accettare l'idea che il voto politico si esprimesse attraverso organizzazioni aventi interessi collettivi. L'avvento dei grandi suffragi comunque non eliminò immediatamente i meccanismi notabiliari, che anzi convivessero con i partiti fino alla Prima guerra mondiale e che finanziavano autonomamente la loro campagna elettorale per giungere poi in Parlamento dove si sarebbero uniti ad un raggruppamento informale, mantenendo sempre una certa indipendenza di opinione politica.

La situazione mutuò a partire dagli anni '90, quando cominciarono a costituirsi con maggiore robustezza politica quei partiti estranei al mondo conservatore/progressista liberale e al mondo dei notabili (cattolici e socialisti, questi ultimi perseguitati politicamente in Germania e Italia). Ciò che differenziava maggiormente i partiti politici dalle storiche reti notabiliari era una solida ideologia alla base del movimento, una solida struttura organizzativa articolata su scala nazionale e gestita al suo interno da operatori stipendiati, ed infine la capacità di offrire agli elettori un'immagine di un'organizzazione robusta e protettiva. Le strutture notabiliari invece erano costituite da maglie organizzative meno fitte e alimentate per lo più dagli interessi indipendenti dei singoli.

Con il passare del tempo però anche le strutture notabiliari cominciarono ad organizzarsi in maniera più efficace e organizzata su scala nazionale. Inizialmente in Gran Bretagna, poi in Francia con il partito "borghe...

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Scienze politiche e sociali SPS/03 Storia delle istituzioni politiche

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher demidov di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia delle istituzioni politiche e sociali e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Torino o del prof Chiavistelli Antonio.
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