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colonia avrebbe risolto anche la questione del sovraffollamento e la questione meridionale (più terre, più

lavoro). I socialisti invece si oppongono sia sul piano etico sia su quello economico (Turati: “non basta un

Mezzogiorno, se ne aggiunge un altro, dieci volte più vasto, deserto e misero”). Nelle elezioni del 1913 (le

prime a suffragio universale maschile) Giolitti vince ancora, grazie al sostegno dei cattolici (in cambio di

alcune promesse: non ostacolare l’insegnamento privato religioso, assoluta opposizione al divorzio…).

Giolitti governa con una vasta maggioranza (300 deputati contro una opposizione di 80 socialisti e 6

nazionalisti), e vuole evitare una guerra europea. Ma quando nel 1914 scoppia la Grande guerra, non può

fare niente per opporsi all’intervento dell’Italia.

8.2 - L’inizio della Grande guerra e la difficile neutralità italiana

•• La Grande guerra (così chiamata per la sua gravità) comincia il 28 luglio 1914 con la dichiarazione di

guerra dell’Austria-Ungheria alla Serbia. La Russia si mobilita a difesa della Serbia, la Germania allora

attacca la Russia e poi anche la Francia. La Gran Bretagna dichiara guerra alla Germania. L’Italia rimane

neutrale. La Grande guerra interrompe l’illusione della pace eterna tipica della belle époque. Quali le

cause? L’imperialismo tedesco o il nazionalismo balcanico? O più semplicemente si tratta di una guerra

civile europea? Niente del genere, o almeno non solo. L’illusione della guerra breve è molto diffusa.

In Italia, Giolitti si dimette a inizio 1914 e Vittorio Emanuele III affida l’incarico di formare un nuovo governo

a Salandra, un liberale, che decide di non intervenire al fianco delle potenze della Triplice Alleanza (l’Italia

non è in grado di affrontare una guerra). Il generale Cadorna conferma l’impreparazione, ma Salandra

spinge anche economicamente per i preparativi. Tutti gli danno contro, lui si dimette e si riforma un nuovo

governo Salandra, questa volta più interventista. Salandra fa un patto con la Germania: non entra in guerra

solo se l’Austria ceda Trento. Gli interventisti hanno la maggiore sui socialisti e sui neutralisti. L’Italia neutra

in realtà cerca di stringere rapporti anche con la Triplice Intesa (se Gran Bretagna, Francia e Russia

sconfiggono gli imperi centrali, allora l’Italia dovrebbe ottenere una parte dell’Anatolia). Salandra e Sonnino

(ministro degli Esteri e interventista come Salandra) sono sicuro che l’Italia entrerà in guerra con i vincitori,

quindi decidono di attendere un po’ per studiare le sorti della guerra.

8.3 - L’intervento

•• L’Italia si allea con l’Intesa. Secondo l’articolo 5 dello Statuto, è il re che deve dichiarare guerra. L’Austria

è disposta a concedere all’Italia Trieste oltre che Trento. Giolitti vorrebbe entrare in guerra al fianco

dell’Alleanza, mentre governo e re al fianco dell’Intesa. Salandra si dimette e Giolitti rifiuta l’invito del re di

formare un nuovo governo. Il re allora respinge le dimissioni di Salandra. La guerra è adesso alle porte. I

socialisti rimangono paralizzati (il Psi dichiara “né aderire né sabotare”, distruggendo il fondamento del

socialismo: l’internazionalismo proletario). Nel 1915 i socialisti lasciano le piazze agli interventisti. Nel

maggio radioso del 1915 d’Annunzio guida un lungo corteo a Genova come vate verso la violenza (radiose

giornate di maggio). In realtà la maggioranza è contro la guerra, ma è una maggioranza silenziosa.

Vengono infiammati soprattutto gli studenti. Giolitti viene dipinto come un bandito. Salandra chiede alla

Camera poteri straordinari in caso di guerra e interrompe le trattative con l’Austria. Si riducono le libertà

degli italiani, viene istituita la censura per tutti i tentativi della stampa di essere anti-interventista. L’Italia

entra in guerra il 24 maggio 1915. Salandra si aspetta una guerra breve, mentre Nitti lo informa di dover

pensare a una guerra di svariati anni. Salandra però è scettico e non provvede agli approvvigionamenti

invernali per l’esercito. L’Italia quindi è impreparata non solo sul piano materiale, ma anche sul piano

mentale. Salandra ignora anche Cadorna, il generale, che prospetta una guerra almeno fino alla fine del

1916.

8.4 - La strategia di attacco e le trincee

•• All’inizio Cadorna segue una strategia d’attacco, cercando di avanzare il più velocemente possibile.

Salandra qualche mese dopo, capendo che Nitti avesse ragione, cerca di far uscire l’Italia dal conflitto

perché non ha i mezzi per far fronte alle richieste necessarie dell’esercito. Cadorna sferra svariate offensive

sull’Isonzo (fiume ai confini con l’Austria): 400mila uomini morti e scarsi progressi territoriali. Anche

successivamente, Cadorna non cambia strategia, perché è votato al mito del bagno di sangue che avrebbe

dovuto fare gli italiani. La Grande guerra si scopre invece una guerra lenta, di posizione, di difesa, di

trincea. Moltissimi i morti, terribile l’odore nelle trincee. Intanto l’Italia non sa che cosa stia accadendo al

fronte perché la censura sulla stampa è rigida (le uniche notizie arrivano dal ritorno dei feriti a casa). Nel

maggio 1916 arriva la spedizione punitiva dell’Austria all’Italia per il tradimento della Triplice Alleanza.

L’Italia si difende e passa all’attacco, costringendo gli austriaci a ritirarsi. Si dimette Salandra e gli succede

un governo Boselli di unità nazionale. L’Italia riesce a conquistare Gorizia sull’Isonzo.

8.5 - Caporetto

•• Nel dicembre 1916 gli Imperi Centrali (Germania, Austria-Ungheria e le alleate Bulgaria e Turchia)

cominciano a proporre trattative di pace.Turati è favorevole, ma Sonnino (ministro degli Esteri anche nel

nuovo governo) è inflessibile e non scende a patti. Non accetta neanche la Gran Bretagna. Nell’aprile 1917

gli Usa dichiarano guerra alla Germania e allora il conflitto diventa mondiale. Intanto in Italia si verificano

disordini e scioperi per mancanza di pane. Benedetto XV invia una lettera ai capi di Stato in cui la guerra

viene definita una inutile strage. Un attacco degli austro-tedeschi coglie di sorpresa Cadorna, che poco

prima aveva congedato i soldati dal fronte. Il fronte italiano viene sfondato a Caporetto e l’esercito entra nel

caos. In 300mila soldati italiani muoiono. Cadorna punisce i disertori con la fucilazione. I socialisti vengono

incolpati per aver organizzato una specie di sciopero dei soldati e di essere quindi i responsabili della

disfatta. In ogni caso, i socialisti non hanno mai avuto una organizzazione in grado di influire sul

comportamento delle truppe. Cade il governo Boselli. Gli interventisti vorrebbero un governo Cadorna

(favorevole alla guerra a oltranza), ma è Orlando a guidare il governo (Sonnino ancora agli Esteri).

8.6 - Ufficiali e soldati

•• L’unica contrapposizione analizzabile scientificamente nella guerra è quella tra ufficiali e soldati nelle

trincee. Secondo padre Agostino Gemelli, il soldato non è più se stesso, il suo io è un altro; la vita come

soldato è una parentesi nella sua vita, quindi vive estraneo a se stesso. La trincea è monotona e scolorita,

con pochi momenti di azione. Per Gemelli il coraggio dei soldati è passivo: fanno ciò che devono fare, ciò

che l’ufficiale ordina loro. Il soldato pensa a sé, alla sua casa e alla sua famiglia. Giustizia, civiltà, patria

non gli dicono niente. Se il soldato reagisce alla massificazione con la rivolta o la diserzione, n lo fa solo

per paura, ma anche perché è ispirato da valori contrastanti con quelli imposti dall’esercito. L’amore della

patria è degli ufficiali, l’egoismo materiale è proprio dei soldati: non aspirano alla gloriosa morte in battaglia,

all’eroismo, ma al ritorno a casa.

8.7 - Gli scrittori e la guerra

•• Gli intellettuali costruiscono il mito della Grande guerra. I futuristi vedono nella guerra un bagno di

sangue rigeneratore, una fiamma che brucia le scorie (guerra come igiene del mondo). Procura gioia la

vista della morte del nemico. Ci sono però casi in cui gli opposti schieramenti in trincea trasformano la

trincea in un momentaneo paradiso terrestre: i combattenti si scambiano pane e sigarette prima di tornare

nemici e uccidersi, malvolentieri. Non tutti gli scrittori si uniscono però al coro guerriero. Gli italiani dopo la

disfatta di Caporetto fanno ritirare l’esercito austro-tedesco sul Piave. Il Piave segna la riscossa su

Caporetto. Nel 1918 però il Piave si gonfia di pioggia e ostacola la costruzione dei ponti sui quali avrebbero

dovuto passare i soldati per l’offensiva finale. Solo a novembre si può varcare il fiume e cominciare

l’avanzata. Intanto gli Imperi Centrali appaiono in grave crisi. Gli italiani conquistano Vittorio Veneto. Però

600mila soldati sono morti in guerra. Monumenti ai caduti vengono eretti in molti centri abitati. Dalla Grande

guerra deriva il fascismo e la Seconda guerra mondiale. Sempre a fine 1918 l’influenza spagnola, la più

terribile epidemia dell’età contemporanea, provoca solo in Italia 600mila morti. L’Italia riserva il cordoglio

però solo a chi è morto per la patria. L’Italia deve ricordare solo la morte eroica e dimenticare l’altra.

9 - Il “biennio rosso”

9.1 - La crisi del liberalismo

•• La classe dirigente ha paura che l’abitudine alla guerra si trasformi in desiderio di rivoluzione. I soldati

non hanno avuto alcun vantaggio materiale. Gli anni 1919 e 1920 sono chiamati “biennio rosso”, ma in

maniera limitata perché lo sono stati solo per i massimalisti e per la borghesia antisocialista. Tra la guerra e

la spagnola si tocca il milione di morti in Italia. La rivoluzione non è mai cominciata perché si vuole tornare

a vivere. Mussolini non crede al pericolo di una rivoluzione bolscevica in Italia. La sola rivoluzione vincente

è quella fascista. Sul piano ideologico il fascismo si rifà al passato, ma sul piano sociale assume caratteri

rivoluzionari. Nel 1919 si adotta il sistema proporzionale per le elezioni. Si scontrano socialisti massimalisti

e nuova destra, che fa leva sulla vittoria mutilata e sul malcontento dei reduci. D’Annunzio a settembre

1919 entra a Fiume con alcune migliaia di uomini e proclama l’annessione della città all’Italia (non è

paragonabile comunque alla Marcia su Roma perché è disorganizzata, con sbocchi poco chiari). Per il

governo dello Stato libero di Fiume d’Annunzio cerca un uomo di sinistra, De Ambris: vuole che sia un

governo di popolo, in cui la sovranità sia di tutti i cittadini, senza alcuna distinzione. D’Annunzio con

l’impresa fiumana ha sfidato il governo italiano ormai a un passo dalle elezioni: grazie a questa sfida, la

nuova destra ostacola l’affermazione di un governo liberaldemocratico, considerato nocivo per la patria.

L’impresa fiumana è un fattore di crisi della democrazia. Il partito liberale è disgregato per colpa dell’entrata

in guerra dell’Italia; il Psi è più a sinistra che mai. Nel 1919 nasce il Ppi di Sturzo, opposto al Partito

liberale: crede che la nuova “religione laica”, quella dello Stato sovrano assoluto, è stata sconfitta. Il Ppi è

aconfessionale: è un partito che ha per oggetto la vita pubblica della nazione. Il Ppi è comunque ritenuto

depositario di valori superiori che gli altri partiti non possiedono.

9.2 - Una Caporetto elettorale dei liberali e un inutile successo dei socialisti

•• Nel 1919 la Camera approva il passaggio dal sistema elettorale uninominale a quello proporzionale. In

questo modo si riduce il peso dei partiti. Il Psi vota una mozione massimalista che vuole una campagna

elettorale su principi comunisti per entrare negli organismi dello Stato borghese distruggendoli dall’interno.

Turati è convinto che il socialismo sia possibile non dalla miseria semifeudale e medievale, come in Russia,

ma solo in Occidente. Il socialismo per Turati si ottiene gradualmente, non con la violenza. Però Turati non

viene ascoltato e il congresso accoglie le posizioni di Serrati, un massimalista, quindi aderisce alla Terza

Internazionale comunista fondata da Lenin sempre nel 1919. L’accettazione ufficiale della violenza come

mezzo di lotta da parte del Psi nel 1919 contribuisce a esasperare lo scontro sociale e a spaventare la

borghesia. Si susseguono manifestazioni, sempre più frequenti e violente, ma la partecipazione è

comunque minima (al massimo alcune migliaia). La stampa amplifica lo scontro. Nascono le guardie rosse,

che contrastano gli “arditi” che fiancheggiano le dimostrazioni di destra. Anche se gli scontri si intensificano,

con molti morti e feriti, siamo lontani dall’inizio di una guerra civile.

9.3 - Le elezioni del 1919 e la rivoluzione immaginata

•• Alla fine del 1919 si svolgono le elezioni (va a votare il 57% degli aventi diritto). Il Psi ottiene 156

deputati, il Ppi 100, i democratici 85 e i liberali 167. I veri sconfitti sono quindi i liberali: perde sia il

liberalismo giolittiano pacifista sia quello sonniniano interventista: si parla di Caporetto elettorale. Dopo le

elezioni ci sono disordini. A Torino scoppia uno sciopero di protesta contro la decisione della Fiat di

posticipare di un’ora l’ingresso degli operai in fabbrica. Gramsci e il gruppo dell’Ordine nuovo si battono per

trasformare i consigli di fabbrica in organismi rivoluzionari, ma si oppongono il Psi e la Cgl. La Fiom invece

usa l’ostruzionismo come tattica di lotta perché chiede aumenti salariali. L’Alfa Romeo allora chiude, ma la

Fiom occupa le fabbriche. Gli industriali si aspettano l’uso della forza da parte del governo Giolitti, ma un

accordo tra Psi e Cgl permette la concessione agli operai di benefici salariali: perdono anche i comunisti

dell’Ordine nuovo, che volevano uno sbocco rivoluzionario. La conclusione pacifica dello sciopero quindi

delude molti. Gramsci sperava che l’occupazione delle fabbriche si trasformasse in una insurrezione

armata e se la prende con la Fiom perché ha spinto gli operai fuori dalla legalità ma senza armarli. Per

Gramsci i consigli di fabbrica avrebbero dovuto rappresentare i soviet italiani. Vista l’occupazione delle

fabbriche, la borghesia si spaventa e rafforza il fascismo. Ma il fascismo mai si contrappone a un pericolo

rivoluzionario, praticamente inesistente.

9.4 - L’ascesa del fascismo e la crisi dei socialisti

•• I Fasci di combattimento vengono fondati a Milano a inizio 1919. Mussolini unisce il nazionale con il

sociale. Sul piano economico ha un programma anticapitalistico (le tasse sono progressive, in base al

reddito). Non è però un movimento di sinistra, perché Mussolini è considerato un traditore dai socialisti per

il suo passaggio al fronte interventista e perché il suo movimento appartiene esclusivamente a lui, cosa del

tutto inconcepibile per la sinistra. Il fascismo cresce come forza politica solo grazie allo squadrismo, che si

diffonde nella pianura padana. Mussolini è un uomo nuovo, al passo con i tempi: guida motociclette e

automobili e pilota l’aereo. Nel 1921 al congresso di Livorno i comunisti di Bordiga escono dal Psi e

formano il Pcd’I, sezione italiana di un partito internazionale: il proletariato. La rivoluzione è possibile in

tempi brevi, perché il proletariato è un classe mondiale. La sinistra è quindi divisa e indebolita. Di questo

indebolimento se ne serve il fascismo.

9.5 - L’antifascismo

•• La parola antifascismo comincia a essere usata nel 1919 e Mussolini è tra i primi a usarla, caricandola di

un significato negativo. Comunque un fronte unico antifascista tra tutti i partiti è ancora impossibile, perché

ognuno sottolineava la specificità della sua opposizione. Per i comunisti solo gli operai sono antifascisti. I

comunisti italiani si oppongono alla democrazia liberale e vogliono distruggere lo Stato tutore dei cittadini

perché in questo modo il conflitto di classe si sarebbe fatto sempre più acuto e palese. I socialisti e i liberali

credono che lo squadrismo sia un fenomeno transitorio e che il fascismo possa essere assorbito

nell’ambito della legalità. Nel 1921 Giolitti indice nuove elezioni sperando che i liberali si riprendano dalla

sconfitta. Va a votare un milione di persone in più rispetto al 1919. Crescono i liberali, scendono i socialisti

e i comunisti sono poco meno di 305mila. I fascisti ottengono 35 deputati. Mussolini ha paura però che le

violenze dello squadrismo allontanino gli italiani dal movimento, perché cercano da questo solo ordine

sociale. Allora Mussolini firma un patto di pacificazione con i socialisti (però le milizie fasciste non ne sono

affatto felici). Nel congresso di Roma tenutosi nel 1921 Mussolini crea il Pnf, fulcro della destra nazionale.

10 - Il regime monarchico-fascista

10.1 - Mussolini conquista il potere

•• Il Pdf di Mussolini è liberale e liberista, e vuole privatizzare le ferrovie e i telegrafi: si vuole limitare al

minimo l’intervento dello Stato e risanare il bilancio, contenendo le spese. Le industrie statali verrebbero

cedute ai privati e verrebbero ridotti sussidi e sovvenzioni. Inasprimenti fiscali avverrebbero solo innalzando

le imposte indirette, mai quelle dirette (spartite secondo il reddito). Lo Stato dovrebbe diventare un

guardiano notturno, che veglia sulla sicurezza dei cittadini senza intralciare le loro attività economiche.

Secondo il nazionalista Rocco il fine di una società nazionale non è il raggiungimento del benessere, ma la

lotta armata contro le altre società. Mussolini però nel 1922 non pensa all’espansionismo, ma solo ad

assicurarsi l’appoggio degli imprenditori e quindi della borghesia tutta. Mussolini parte da Milano e marcia

su Roma (la “Marcia di Milano - sede dell’economia - contro Roma - sede della politica -“). La romanità per

Mussolini significa disciplina e lavoro; una Roma milanesizzata. I veri avversari di Mussolini sono i liberali

Giolitti e Nitti. Se svanisce il pericolo della rivoluzione socialista, allora la destra potrebbe perdere consensi

e i liberali potrebbero rafforzarsi. Mussolini non ha mai creduto alla rivoluzione socialista, ed è per questo

che quando effettua la Marcia su Roma non lo fa come una controrivoluzione preventiva, ma come la prima

rivoluzione moderna di destra: il cittadino deve trasformarsi in un soldato e considerare la vita politica una

milizia, agli ordini di un Capo. La marcia su Roma approfitta delle divisioni della sinistra (oltre a Psi e PcdI,

dal Psi fuoriescono i riformisti, che fondano il Partito socialista unitario; la Cgl essendo riformista rompe con

il Psi), della sfiducia della classe operaia e della paura della classe borghese. Il 27 ottobre 1922 le squadre

fasciste sono pronte a entrare a Roma. Il governo liberale Facta presenta al re il decreto per la

proclamazione dello stato d’assedio, ma Vittorio Emanuele III rifiuta di firmarlo, più che altro per non ridare

forza alla sinistra. Il re crede di poter creare un governo Mussolini con tutti i partiti. I liberali condividono

questa illusione. Agli occhi di molti è preferibile lo squadrismo alla rivoluzione socialista.

10.2 - La nascita di un regime monarchico-fascista

•• I rapporti tra monarchia e fascismo cominciano a stabilirsi: la monarchia è il garante sacro dell’unità della

Patria. Mussolini si accorge che dopo la Marcia su Roma ha conquistato solo il governo, non lo Stato. Le

istituzioni burocratiche e militari italiane non sono facilmente trasformabili. La monarchia è ancora molto

forte perché rappresenta il principale punto di riferimento per l’esercito. Mussolini però chiarisce subito

pubblicamente che si dovranno tagliare fuori i partiti e il parlamento. Deve restare solo il fascismo e la

monarchia. L’articolo 5 dello Statuto vuole il re come capo supremo dello Stato. Mussolini ritiene che il re

non ha mai esercitato i poteri che gli sono attribuiti. Serve quindi instaurare un regime monarchico-fascista

(dal 1922 al 1925). Con la costituzione della Mvsn (Milizia volontaria per la sicurezza nazionale) il Pnf da

partito di opposizione diventa partito di governo. Nel 1923 si festeggia l’anniversario della marcia su Roma

come fosse una festa nazionale, con il consenso della monarchia. Nel 1923 viene approvata una riforma

della legge elettorale, con l’adozione di un premio di maggioranza. Per diventare un dittatore, Mussolini

deve conquistare il consenso delle forze moderate, e lo fa presentandosi non più come il capo del

fascismo, ma come il presidente del Consiglio. Il Pnf si oppone al Ppi e ottiene l’appoggio del Vaticano

anche grazie alla riforma della scuola Gentile del 1923 che introduce la religione cattolica come

fondamento dell’istruzione primaria. Gentile ostacola anche l’ingresso delle donne nelle università perché

“non hanno l’originalità del pensiero né la ferrea vigoria spirituale, che sono le forze superiori, intellettuali e

morali dell’umanità”. Nel 1923 i nazionalisti si fondono nel Pnf: secondo Corradini, un nazionalista, il Pnf è il

primo partito di masse della nazione (i socialisti sono antinazionale; i popolari sono anazionali).

10.3 - L’affare Matteotti

•• Mussolini vuole instaurare un regime autoritario. Mussolini limita di molto la funzione del parlamento.

Poco dopo le elezioni del 1924 che vedono il successo del Listone di Mussolini (64% dei voti), Matteotti

scompare dopo aver denunciato i brogli alle elezioni. Comunque, il Senato accorda la fiducia al governo

Mussolini con una larghissima maggioranza: è l’elemento decisivo che consente a Mussolini di superare la

crisi provata dalla scomparsa di Matteotti. Le elezioni del 1924 danno a Mussolini un importante successo,

ma non ancora una vittoria decisiva. Vuole il potere assoluto. A settembre viene ucciso un deputato fascista

da un operaio e questo allarma i moderati, che si riavvicinano a Mussolini. Mussolini stringe un patto con il

re per allontanare la sinistra dal governo.

11 - Il regime fascista-monarchico

11.1 - La dittatura imperfetta

•• Dal 1925 il regime si trasforma in fascista-monarchico, perché Mussolini sottrae spazio a Vittorio

Emanuele III. Non nasce comunque una dittatura, perché l’ala moderata del fascismo continua a guardare

alla monarchia. Mussolini cerca di rafforzare lo Stato per rendere possibile l’instaurazione di un regime

totalitario e cerca anche di rendere il governo il centro effettivo delle decisioni. Nel 1922 vede lo stato come

guardiano notturno, adesso invece è la base spirituale e morale: uno stato forte, totalitario. Mussolini

diventa sia capo del governo sia duce del fascismo. Nello stato totalitario la popolazione è sostituita dal

popolo, ovvero dalla nazione. Mussolini non ha stima del cattolicesimo (contrasta con il suo ideale di

italiano guerriero), ma stima la Chiesa come potenza, con la quale bisogna quindi venire a patti: nel 1929

firma i Patti Lateranensi, un concordato che riguarda le relazioni tra Chiesa e governo italiano: viene

riconosciuta l’indipendenza della Città del Vaticano e alla Santa Sede viene riconosciuto anche un

risarcimento finanziario. L’unico punto di scontro tra Pio XI e Mussolini è l’educazione dei giovani, che resta

sostanzialmente in mano alla Chiesa.

11.2 - Lo stato di polizia e il “parlamentarismo nero”

•• Lo Stato fascista è uno Stato di polizia. Nel 1930 Mussolini fonda l’Ovra, speciale organismo di polizia

segreta. Anche il Pci, il più clandestino, viene penetrato dalle spie. L’Ovra controlla, reprime e sonda

l’opinione pubblica. Il governo fascista ha anche altri due strumenti di informazione e di repressione: la

censura postale (esercitata sulle persone il cui antifascismo è noto) e le intercettazioni telefoniche. La

sorveglianza è esercitata anche sui gerarchi, per conoscere le loro debolezze e, all’occorrenza, ricattarli.

Questa azione di lotta interna viene chiamata “parlamentarismo nero”: il confronto politico non può

svolgersi in maniera aperta e dà luogo a scontri che si svolgono appunto nell’ambito del parlamentarismo

nero e nei quali Mussolini interviene solo quando si assumono toni troppo aspri.

11.3 - L’antifascismo militante, tollerato e mascherato

•• Solo quelli giudicati veramente pericolosi (comunisti, anarchici, antifascismi attivi) vengono repressi, tra

cui anche Gramsci (in carcere scrive i Quaderni). Contro il fascismo non esiste un fronte unico antifascista

almeno fino al 1943. Gobetti e Rosselli sono tra i maggiori esponenti dell’antifascismo dell’esilio. Esliati

sono anche Turati, Nitti e Sturzo. Giolitti rimane in Italia e muore nel 1928 nel più assoluto isolamento

politico. Togliatti milita nell’Internazionale comunista, viaggiando in URSS, Spagna e Francia. Durante il

regime fascista-monarchico vi è anche un antifascismo tollerato (il maggiore esponente è Benedetto

Croce), ed è tollerato proprio per via della presenza della monarchia (queste persone sono fedeli alla

monarchia, ma non al fascismo). Il filosofo Croce è tollerato, ma anche rigidamente controllato: viaggi,

posta, amici, tutto tenuto sotto sorveglianza. Tra i giovani vi è un antifascismo mascherato, vicini agli organi

fascisti ma in un certo senso critici.

11.4 - Il consenso: il mito di Mussolini

•• La dittatura viene fondata sulla prevenzione, sul controllo e sulla repressione, ma anche sul consenso.

Nasce il mito di Mussolini grazie alle operazioni simili a quelle del lancio pubblicitario di un prodotto

industriale. Il capo deve possedere qualità taumaturgiche, deve essere creduto infallibile (eventuali errori li

farebbe ricadere sui suoi collaboratori), ma deve anche sembrare un uomo comune, anche se sempre un

passo avanti. Deve essere il più intelligente e forte fisicamente. Mussolini sfugge a tre attentati e questo

contribuisce a rafforzarne il mito, perché sembra un uomo protetto dal Fato. I giornali sono i più importanti

strumenti della costruzione del mito di Mussolini, ma ben presto si sfrutta anche la radio. Mussolini cerca di

viaggiare molto per l’Italia per dare al suo mito una corporeità più efficace di quella conferita da immagini,

sculture e documentari cinematografici. Il mito di Mussolini è nazional-popolare. Il padre di Mussolini è un

fabbro, e allora Mussolini è il segno di una grande mobilità sociale: da figlio di un fabbro a uomo più

potente d’Italia. Il mito comunque ha basi meno solide nelle masse, fortissime all’interno del Pnf.

11.5 - Il consenso: gli intellettuali e la scuola

•• Soprattutto giovani e intellettuali danno un rilevante contributo alla costruzione del consenso. I giovani

aspirano ad avere un ruolo attivo nella società. Con la politica e con il Pnf è possibile, anche a livello

economico. Mussolini in genere stima poco gli intellettuali, ma si rende conto che possono essere molto

utili. Anche Pirandello e Gentile danno consenso al regime. Mussolini nel 1925 vuole redigere

l’Enciclopedia italiana, che è il più grande tentativo di reclutamento di intellettuali compiuto in Italia. Viene

“riletta” tutta la storia in chiave fascista: dal rinascimento all’antica Roma, tutto appare come una

celebrazione del fascismo. Ci sono almeno due culture fasciste, una tradizionalista e una avanguardista. A

Mussolini non importa se gli scrittori siano crepuscolari o futuristi, gli architetti classicisti o modernisti, i

pittori cubisti o realisti, l’importante è che gli artisti si dicano fascisti o comunque non antifascisti. Non è il

governo a discriminare particolari correnti letterarie o artistiche. La discriminazione viene al massimo dagli

stessi gruppi intellettuali. In questo modo l’appartenenza a una corrente artistica o a un’altra viene svuotata

di ogni significato politico. Il più importante strumento per la costruzione del consenso è la scuola. Viene

introdotto il razzismo nei principi ideologici della Carta della Scuola e la cultura umanistica viene

ostracizzata. Gli studenti sono obbligati ad appartenere alla Gioventù italiana del littorio e ai Gruppi

universitari fascisti. Nel 1932 diventa obbligatoria l’iscrizione al Pnf, mentre già da un anno i professori

devono giurare lealtà e fiducia alla monarchia e al regime fascista.

11.6 - L’economia e la vita quotidiana

•• De Stefani, ministro delle Finanze e del Tesoro dal 1922 al 1925, cerca di risanare il bilancio statale.

L’anno della svolta è il 1926: il successore è Volpi. Mussolini decide di terminare il deprezzamento della lira

decidendo la sua rivalutazione. Il cambio della lira con la sterlina è fissato a quota 90. Mussolini nel 192

crede nel protezionismo e nell’autosufficienza: produrre da soli tutto quello che si consuma non è

conveniente: a volte si deve fabbricare e rivendere, altre volte bisogna comprare dall’estero a prezzo

minore: dipende dalla superiorità tecnica e naturale. Nel 1926 cambia idea e vuole proteggere l’industria

nazionale dalla concorrenza estera, quindi attua il protezionismo: è la battaglia del grano e l’annuncio della

ruralizzazione. Per via della crisi del 1929 Mussolini chiede sacrifici, quindi una diminuzione di stipendi e

salari. Vengono creati istituti per il finanziamento delle industrie in difficoltà e istituti per il loro salvataggio.

Mussolini vede i colpevoli della crisi nel razze gialla e nera, in espansione. Mussolini distrae i lavoratori

controllando il loro tempo libero: viene creata l’Opera nazionale dopolavoro. Viene creato un sistema

assistenziale: gli impiegati ricevono assegni per la moglie e per i figli fino ai 18 anni. Le vacanze per i

ragazzi sono assicurate dalle organizzazioni giovanili, ma non c’è benessere. Non esiste ancora la civiltà

del consumo, ma quella della durata: i cappotti si rigirano, nascondendo la parte logora, le scarpe si

risuolano… Tranne i ricchi, nessuno getta niente. Per i ricchi però si sviluppa il consumo di lusso. Anche nei

film dell’epoca si contrappongono i due mondi, quello agiato e quello sostanzialmente povero. Diversi film

raccontano poi l’emancipazione delle donne (i film trattano il tema delle molestie sessuali sul luogo del

lavoro). Le campagne durante il fascismo vengono esaltate, anche nelle canzoni. Anche nelle campagne si

verificano trasformazioni economiche e sociali profonde: nascono aziende moderne, ma questo non

modifica radicalmente i modi di vita.

12 - Il sogno dell’Impero

12.1 - Una politica estera condizionata dalla demografia

•• La politica estera sotto Mussolini si fa più espansionistica, ideologica e quindi più rischiosa. Nel 1922

Mussolini stringe stretti rapporti con la Francia, ma la situazione peggiora nel 1924, soprattutto a seguito

dell’assassinio di Matteotti. Dopo il 1924, allora, Mussolini stringe buoni rapporti con la Gran Bretagna

(incontra a Roma il ministro degli Esteri Chamberlain). È interesse comune di Gran Bretagna e Italia

impedire la nascita di una egemonia francese in Europa. Con il Trattato di Locarno nel 1925 si stabilisce un

equilibrio europeo tra Francia, Belgio, Italia, Gran Bretagna e Germania, che rientra così tra le grandi

potenze europee. In quegli anni gli Usa limitano gli italiani immigrati al 3% (anche su quelli già residenti).

Questo in Italia crea una grande pressione demografica, che aggrava la disoccupazione. La politica di

Mussolini prevede l’espansionismo, quindi promuove l’incremento della popolazione: in questo modo, la

crescita della popolazione di razza bianca arresta l’avanzata delle razze gialla e nera. Mussolini crede che

al crescere della popolazione cresca anche la potenza della patria. Questo avvicina Mussolini alla Chiesa.

12.2 - La politica estera tra geopolitica e ideologia

•• Anche se nel 1933 vince il nazionalsocialismo in Germania, la politica estera italiana ancora non è

totalmente ideologica. La situazione in Germania fa sperare Mussolini e l’Italia. Mussolini e Hitler si

incontrano per la prima volta nel 1934, un momento difficile nelle relazioni tra Italia e Germania: la

Germania comincia il riarmo ed esce dalla Società delle Nazioni. Mussolini comunque sottovaluta Hitler.

Mussolini e Hitler sono molto simili, ma si dividono sulla competizione con l’Austria. Del resto l’Austria

rischia un colpo di stato da parte dei nazionalsocialisti austriaci (Hitler vuole ottenere lo spazio vitale

teorizzato nel Mein Kampf) e Mussolini afferma che difenderà l’indipendenza dell’Austria. Mussolini quindi

rafforza la presenza militare ai confini dell’Austria. Italia, Francia e Inghilterra firmano una dichiarazione a

sostegno dell’indipendenza dell’Austria (quindi fino al 1934 nella politica estera fascista prevalgono ancora

interessi geopolitici e non solo ideologici).

12.3 - La guerra d’Etiopia e la colonizzazione della Libia

•• La politica estera comincia a diventare ideologica nel 1935 con l’impresa d’Etiopia che segna l’inizio della

vera politica coloniale fascista. L’attacco all’Etiopia mette in crisi la Società delle Nazioni, di cui fanno parte

sia l’Italia sia l’Etiopia e segna la fine della politica di sicurezza collettiva. Mussolini vuole trovare uno

sbocco per la popolazione in più e anche allenare gli italiani a una grande guerra. La conquista coloniale

diventa rivoluzione fascista. Questa ideologizzazione provoca forti reazioni internazionali: contro l’Italia si

forma un fronte di Stati appartenenti alla Società delle Nazioni e si uniscono anche i partiti antifascisti

francesi e inglesi. Nell’ottobre 1935 le truppe italiane invadono l’Etiopia dalla Somalia e dall’Eritrea: anche i

conservatori inglesi si allontanano dal fascismo. A dicembre Francia e Gran Bretagna presentano a

Mussolini un compromesso con il quale l’Italia otterrebbe il controllo dei due terzi del territorio abissino

(Etiopia). A dicembre Mussolini chiede di cedere le proprie fedi per la Patria: si ha una vera fascistizzazione

delle masse, perché la figura di Mussolini viene identificata con quella della Patria. Per la Guerra d’Etiopia,

gli italiani sono entusiasti (“se il duce riaprisse per poche ore soltanto le iscrizioni al partito, adesso tutti gli

italiani diventerebbero fascisti”). Gli italiani vedevano nella creazione dell’Impero una rivalsa delle

umiliazioni passate. Grazie alla propaganda e ai media, l’Etiopia diventa presto una nuova America, dove si

sarebbe trovato il lavoro. Nel 1936 il fascismo raggiunge il più alto livello di consenso: prosegue anche la

costruzione delle città dell’Agro Pontino, Littoria, Sabaudia e Pontinia. Mussolini è sia padre sia Capo nel

quale il popolo vede incarnato un vecchio ideale di giustizia. La bonifica è amata dall’opinione pubblica, e

vista come esempio di opera di pace. Alla formazione dell’Impero, però, succede la delusione: l’Etiopia non

diventa una colonia di popolamento in grado di risolvere il problema di milioni di disoccupati. Non va meglio

la colonizzazione della Libia: vengono attuate misure per sostenere la colonizzazione demografica e

vengono costruiti villaggi e case. Vengono rilanciate istituzioni musulmane, vengono costruite moschee e

viene fondata a Tripoli una scuola superiore islamica. Viene creata anche la Gioventù araba del Littorio.

Mussolini non riesce però a trasformare gli italiani con la guerra coloniale in un duro popolo di

conquistatori.

12.4 - Italia e Germania

•• La conquista dell’Etiopia avvicina l’Italia alla Germania. Si delineano allora le rispettive zone di influenza:

l’Africa e il Mediterraneo rientrano in quella italiana, l’Europa centrale tocca alla Germania. L’alleanza tra

Germania e Italia avviene però solo con la guerra civile spagnola: entrambi i dittatori sostengono Franco,

contro il comunismo (molti cattolici sono felici dello scontro tra la civiltà cristiana e il materialismo

comunista). Il Vaticano però si oppone a Hitler soprattutto per via del paganesimo e della sterilizzazione,

ma il pericolo più grande per la Chiesa è il comunismo. La Chiesa dà il carattere di una crociata

all’intervento italiano al fianco di Franco.

12.5 - La questione della razza

•• La prima legge razziale promulgata in italia nel 1937 riguarda i rapporti tra i coloni italiani e le donne

d’Etiopia: un italiano non può convivere con una persona dell’Africa orientale italiana. Può avere rapporti

sessuali occasionali, ma non può stringere relazioni alla pari tra conquistatori e conquistati. Solo dopo il

manifesto degli scienziati razzisti del 1938 (in cui si dice che non è vera l’origine africana degli europei)

Mussolini con un comunicato impedisce la contaminazione tra la razza italiana e le altre razze. In seguito si

stipulano anche leggi contro gli ebrei: gli insegnanti e gli alunni nati da genitori ebrei non possono più

accedere alle scuole e vengono espulsi dal territorio nazionale tutti gli ebrei stranieri. Mussolini afferma che

bisogna reagire contro il pietismo del povero ebreo. Comunque i provvedimenti contro gli ebrei non

vengono ancora avvertiti tra la massa, che non ne resta influenzata. Mussolini diventa poi anti-borghese: i

borghesi sono refrattari alla mentalità fascista, non si entusiasmano per le imprese rischiose e preferiscono

vivere tranquillamente.

12.6 - Verso la guerra

•• Il 1938 è l’anno del consolidamento dell’amicizia tra Mussolini e Hitler, che supera anche la crisi

dell’Anschluss, ovvero dell’annessione dell’Austria alla Germania (comunque Mussolini stipula con la Gran

Bretagna gli accordi di Pasqua, che siglano la ripresa delle relazioni di amicizia tra i due paesi, anche se

entreranno in vigore solo alla fine dell’intervento italiano in Spagna; cominciano negoziati anche con la

Francia). Mussolini comunque si sente sempre più vicino al nazionalsocialismo. La Germania desidera la

Cecoslovacchia, allora si fa alla fine del 1938 una conferenza di Monaco per evitare l’invasione tedesca

della Cecoslovacchia. Mussolini propone l’annessione di una parte della Cecoslovacchia, e tutti accettano

(Hitler non ha le risorse per cominciare una guerra). Anche l’Ungheria vuole parte della Cecoslovacchia,

così come la Polonia. Quindi la scintilla per la Seconda guerra mondiale non è stata generata solo da

Hitler. Nella società italiana crescono i malumori e la paura di una guerra: “il duce deve cambiare strada se

vuole che la sua rivoluzione non finisca in una controrivoluzione oppure una guerra”. Il popolo vuole vivere

in pace. Franco conquista Madrid a marzo, Hitler occupa Praga e Mussolini occupa l’Albania. Nel maggio

1939 viene firmato il Patto d’acciaio tra Italia e Germania: la prima alleanza non solo difensiva ma anche

offensiva tra due grandi potenze. Mussolini vuole la guerra, ma è indeciso. Hitler firma un patto di non

aggressione tra l’Urss e il Terzo Reich. La popolazione spera che la guerra faccia sparire il fascismo per

sempre. Anche Mussolini ribadisce l’amicizia tra l’Italia fascista e la Russia bolscevica. La popolazione è

confusa. Nell’estate 1939 gli italiani on sono favorevoli all’intervento al fianco della Germania (anche la

polizia italiana è contro la guerra).

13 - La Seconda guerra mondiale

13.1 - La non belligeranza

•• Nell’estate del 1939 gli italiani sentivano l’imminenza della guerra e ne erano terrificati, allora ascoltano il

Vaticano e comprano L’Osservatore Romano, il solo giornale non belligerante: la diplomazia vaticana cerca

di evitare una guerra che si prevede disastrosa. I tentativi della diplomazia vaticana sono inutili e l’1

settembre l’esercito tedesco varca la frontiera della Polonia: comincia la Seconda guerra mondiale.

Mussolini, che ha sempre ricercato la guerra, dice che l’Italia per il momento non può intervenire.

Comunque si sa che prima o poi l’Italia dovrà entrare in guerra, ma non è ancora chiaro al fianco di chi.

Mussolini vuole allearsi con Hitler, ma alcuni credono che sia pronta una alleanza con Francia e Inghilterra

(“nessuno accetterebbe di combattere al fianco dei tedeschi, ai quali si devono i nostri morti dell’ultima

guerra”). Mussolini è assente e silenzioso, tant’è che in molti pensano che sia malato (si parla di paresi

facciale). Il 3 settembre Francia e Gran Bretagna dichiarano guerra alla Germania: nei giornali italiani Hitler

viene giustificato per via delle ingiustizie subite con il trattato di Versailles. Il 27 settembre la Polonia è

conquistata e spartita a metà tra Germania e Urss. La guerra però procede molto lentamente, soprattutto

via mare tra Germania e Gran Bretagna: si festeggia per ogni affondamento di navi inglesi da parte dei

sottomarini tedeschi. Quando l’Urss conquista la Finlandia, in Italia si rafforza l’anticomunismo. Intanto, i

sacrifici per la preparazione bellica pesano sulle spalle degli italiani, già poveri (il governo requisisce il rame

superiore a due kg a testa; in molti nelle campagne nascondono gli utensili di rame; viene requisita anche

la lana nei materassi, necessaria per fare gli abiti per i soldati). Vengono razionati caffè e zucchero, e

seguono vivaci proteste.

13.2 - L’intervento

•• Nel 1940 Mussolini è convinto che i francesi non attaccheranno perché hanno una impostazione

difensiva e non offensiva. Mussolini non crede neanche che Hitler attacchi la Francia attraverso il Belgio e

l’Olanda neutrali. Mussolini allora decide di cominciare una guerra parallela nella penisola balcanica. Nel

maggio 1940 però Hitler ha la meglio e si estende, quindi Mussolini decide di abbandonare la guerra

parallela ed entrare in guerra con lui per ricevere vantaggi. Gli italiani non pensano che questa guerra duri

tanto e sperano in un intervento lampo e lontano. Hitler vuole degli uomini dall’Italia, ma l’Italia è scarsa

non tanto in uomini quanto in armi. Gli studenti vogliono la guerra e si diffonde la persuasione della vittoria.

Si crede che le vittorie della Germania renderanno realizzabili tutte le rivendicazioni italiane. A giugno Parigi

viene invasa da Hitler, ma le forze antifasciste in Italia scrivono sui muri la falce e il martello, scrivono

contro Hitler e Mussolini e contro la guerra. L’Italia il 10 giugno entra in Tunisia e in Egitto e non incontra

resistenza. Nel pomeriggio Mussolini parla affacciandosi al balcone di Palazzo Venezia. Gli italiani non

sono entusiasti, comunque. Tutti sono sicuri che la guerra terminerà molto presto. Tutti sottovalutano la

guerra, anche Mussolini. Mussolini non provvede neanche alla costruzione di rifugi antiaerei. Ci si deve

arrangiare con le cantine. Il 10 giugno viene ordinato lo spegnimento delle luci dopo il tramonto. Si può

camminare per strada in un certo modo, in fila per due, senza passeggini e con cani al guinzaglio, se li si

possiede. Per evitare la rottura delle finestre per via delle bombe, una ordinanza obbliga a fasciare le

finestre con strisce di carta. Due giorni dopo viene bombardata Torino, con 14 morti e 40 feriti, tutti civili. Il

17 giugno la Francia chiede l’armistizio e in Italia tutti festeggiano, ma non considerano la resistenza della

Gran Bretagna.

13.3 - La guerra a fianco della Germania e il sogno del Nuovo Ordine

•• Nell’ottobre 1940 Mussolini attacca la Grecia: comincia la guerra parallela. Mussolini perde subito e la

sconfitta greca provoca la prima seria crisi del regime. Finisce presto la guerra parallela e Mussolini passa

ad avere un ruolo subordinato nella guerra, ma comunque dalla parte dei vincitori (la Germania nel 1941

conquista la Jugoslavia e la Grecia). La Gran Bretagna libera l’Etiopia e allora l’Italia rimane senza territori

di conquista. Sempre nel 1941 l’Italia annette a sé la Slovenia, e la Croazia diventa uno Stato satellite. La

rivista di cultura Primato di Bottai sancisce la nascita della civiltà della tecnica e del lavoro, a opera della

Germania nazionalsocialista, dell’Italia fascista e dell’Urss. Il mondo borghese sta per decadere e il nuovo

è rappresentato dalla Germania nazista e dall’Urss, protagoniste del patto di non aggressione Molotov-

Ribbentrop. Sembra che stia nascendo un Nuovo Ordine: la guerra purifica la società.

13.4 - L’estendersi della guerra

•• Hitler non ha avvertito Mussolini della sua intenzione di invadere l’Urss, ma Mussolini chiede ugualmente

di partecipare alle operazioni militari diventando consigliere strategico di Hitler. L’attacco all’Urss viene

presentato come lotta in difesa della civiltà europea contro il comunismo, ma anche come crociata della

civiltà cristiana contro il materialismo ateo. In realtà la Chiesa teme sia il comunismo sia il nazismo. Nel

dicembre 1941 il Giappone bombarda la base di Pearl Harbor e la guerra diventa mondiale. Germania e

Italia si schierano al fianco del Giappone, mentre gli Usa combattono insieme con l’Urss. Gli americani

sono chiamati a collaborare alla guerra contro il nazismo e quindi ad aiutare la resistenza dell’Urss. In Italia

intanto la povertà e la fame fa sviluppare l’avversione per i ricchi capitalisti, soprattutto italiani, che

approfittano della guerra “per ammassare vergognosamente i milioni”. Addirittura pasta e riso vengono

razionati (2 kg al mese), il pane è razionato fino a 150g al giorno. La fame impedisce di gioire delle ultime

vittorie. L’espansione massima della Germania, dell’Italia e del Giappone la si ha nell’estate del 1942: la

Germania raggiunge Stalingrado, l’Italia sta per conquistare Alessandria e il Cairo e il Giappone sembra

avere il dominio del Pacifico (minaccia l’India, dove Gandhi è contrario alla guerra), l’Australia e la costa

occidentale degli Usa).

14 - La fine delle avventure

14.1 - La rinuncia alla gloria militare

•• Nel 1942 gli italiani escono definitivamente dall’ubriacatura guerriera. Grande potenza l’Italia non lo è mai

stata, ma dal 1936 (conquista dell’Etiopia) al 1942 si illude di esserlo. Il 1942 è l’anno della svolta: la Gran

Bretagna libera l’Egitto e gli Usa sbarcano nell’Africa settentrionale. Alla fine del 1942, con l’arrivo

dell’inverno, i sovietici attaccano i tedeschi a Stalingrado e li sconfiggono (Hitler ha dato l’ordine di resistere

a ogni costo: la resistenza a oltranza è un grande errore). Muoiono in Urss moltissimi italiani, andati per

sostenere i tedeschi, veramente mal equipaggiati. Cominciano pesantissimi bombardamenti a tappeto sulle

grandi città del nord Italia: tantissime le vittime tra i civili. Gli aviatori non si trovano faccia a faccia con le

persone che uccidono, quindi per loro è più semplice sganciare le bombe. Alla fine del 1942 va in frantumi

anche il mito di Mussolini. Comincia a svilupparsi il pacifismo e l’antifascismo: nasce agli inizi del 1943

l’antifascismo di massa. Mussolini aveva presentato la guerra come naturale conseguenza del pensiero

fascista; il rifiuto e la maledizione della guerra colpisce adesso anche il fascismo. Il pacifismo giova

soprattutto ai comunisti. L’Urss vuole la pace e questo fa crescere l’ammirazione nei suoi confronti. Il patto

di non aggressione tra Germania e Urss viene visto come la volontà dell’Urss di difendere i suoi cittadini da

una guerra interna. La crisi interna del fascismo comincia quando Mussolini allontana i suoi più fidati

collaboratori dal governo. I comunisti cominciano ad avere voce anche nelle fabbriche del nord (a Torino si

sciopera negli stabilimenti di Fiat Mirafiori per le condizioni di vita, ma lo sciopero è indubbiamente di

carattere antifascista).

14.2 - Il 25 luglio: la fine del regime fascista-monarchico

•• Solo quando Roma viene attaccata, la classe dirigente decide di abbandonare Mussolini. Le truppe

italiane abbandonano l’Africa. Il 10 luglio 1943 gli anglo-americani cominciano l’attacco alla Sicilia. Quando

Roma viene bombardata, molti Italiani esultano: è più forte l’avversione contro la classe dirigente rispetto

all’avversione contro il nemico. Viene convocato il Gran Consiglio del Fascismo e i dirigenti fascisti

decidono di rafforzare la monarchia riducendo al minimo la connotazione fascista. Si ritorna dunque al

vecchio regime monarchico-fascista, come era stato tra il 1922 e il 1925. Vittorio Emanuele III torna ad

avere la suprema iniziativa di decisione delle forze armate. Mussolini spera che il re gli consenta di restare

al centro del gioco politico, ma Vittorio Emanuele III lo fa arrestare dai carabinieri. Il generale Pietro

Badoglio viene nominato capo del governo. Alla notizia della caduta di Mussolini le dimostrazioni di gioia

esplodono in tutto il paese. I fascisti scompaiono dalla scena politica. Stalin comincia a essere visto come

un Robin Hood.

14.3 - L’8 settembre

•• I soldati pensano che la guerra sia finita e ritornano a casa, i dirigenti militari e politici credono che non ci

sia onore da salvare e quindi cercano salvezza andandosene via. Questo è alla base della tragedia dell’8

settembre. Il primo a fuggire dopo l’annuncio della firma dell’armistizio, l’8 settembre, è il re; lo segue

Badoglio. Tutti si allontanano velocemente da Roma per salvarsi dalla prigionia. L’8 settembre non è il

giorno della morte della Patria, ma solo dell’immagine che ne hanno dato i fascisti. In pochi si rendono

conto della gravità del gesto compiuto dall’Italia il 10 giugno 1940 con l’intervento al fianco della Germania

e tutti credono di poter uscire puliti dalla storia della Seconda guerra mondiale. L’8 settembre non segna

neanche la morte dello Stato: gli apparati statali sopravvivono sia al nord sia al sud. Molti soldati italiani

volgono le armi contro i tedeschi e fanno resistenza.

14.4 - Il “regno del Sud” e la Resistenza

•• Nel settembre 1943 l’Italia viene divisa in due: da una parte, il “regno del Sud”, ovvero il governo

costituzionalmente legittimo, e dall’altra la Repubblica sociale italiana, di Mussolini e dei nazisti. Al sud

nascono i Comitati di liberazione nazionale, a opera della Dc, del Psi, del Pci, del Pli, del PdA e della

Democrazia del lavoro. Al nord esiste invece il Comitato di liberazione nazionale dell’alta Italia (Clnai) che

guida la lotta partigiana e che ha un forte consenso popolare. Dal settembre 1943 al 1944 la politica

incontra il più totale disinteressa della popolazione, occupata nell’impresa di sopravvivere. Il governo

Badoglio apre ai partiti antifascisti nel 1944 per iniziativa di Togliatti (“Svolta di Salerno”). Togliatti, arrivato

in Italia dall’Urss, chiede la formazione di un governo di unità nazionale, sovvertendo la politica del Pci. È

stato Stalin a suggerire a Togliatti di abbandonare l’antimonarchia, perché il re sostiene l’antifascismo. La

svolta di Salerno, ovvero l’ingresso dei comunisti nel governo, è quindi voluta da Stalin. Nel giugno 1944 gli

anglo-americani liberano Roma e si normalizza la vita politica del “regno del Sud”. A Badoglio succede

Bonomi, che forma un nuovo governo di unità nazionale. Al nord la minoranza partigiana è sostenuta dalla

popolazione antifascista. La Resistenza, sia italiana sia europea, è guerra patriottica di liberazione dello

straniero, che unisce comunisti, liberali, democratici, cristiani e anche monarchici. Ma per i più è lotta per

una maggiore giustizia sociale, e quindi per la realizzazione del socialismo e del comunismo. La

Resistenza però è anche guerra civile. È guerra civile contro i fascisti (spesso anche per rompere con il

proprio passato di uomini che fino a poco tempo prima si battevano al fianco dei tedeschi) e lotta politica

contro le forze reazionarie. I partigiani combattono perché in Italia torni la libertà, mentre i repubblichini

della Rsi obbediscono agli ordini dei nazisti.

14.5 - La repubblica di Mussolini

•• Il 12 settembre 1943 i tedeschi liberano Mussolini tenuto prigioniero dal governo Badoglio sul Gran

Sasso. Nasce allora un governo alleato del Terzo Reich nell’Italia settentrionale e centrale. Solo Mussolini

potrebbe guidare il nuovo Stato senza che appaia illegittimo: in ogni caso Mussolini è stato il duce dell’Italia

fascista. La Rsi realizza il sogno di Mussolini di avere un proprio Stato che non deve dividere con il re e che

può forgiare a suo piacimento. Ma la Rsi è solo una parvenza di Stato che ha contro la maggior parte della

popolazione. Mussolini però guarda con distacco al programma del Partito fascista repubblicano, che

chiede l’abolizione della proprietà privata. Nella Rsi tutti aspettavano “baffone”, ovvero Stalin, visto come il

messia. È inutile quindi la propaganda anticomunista nel ceto operaio. L’Rsi non riesce neanche a

organizzare un forte e sentito esercito: in molti fuggono, anche sapendo di rischiare la pena di morte. Nella

Rsi il tenore di vita è basso, anche per i borghesi. Il 25 aprile 1945 comincia l’insurrezione partigiana, che

precede l’arrivo delle truppe anglo-americane da sud. Raggiunto da un gruppo di partigiani, Mussolini viene

fucilato il 28 aprile con la sua amante Petacci. Il cadavere viene poi riportato a Milano, a piazzale Loreto,

dove viene appeso per i piedi. Dopo l’8 settembre muoiono più di 40mila civili per via dei bombardamenti. I

civili sono i veri eroi della Seconda guerra mondiale, perché non ottengono alcun riconoscimento, non

hanno eccezionali imprese da tramandare se non quella della lotta quotidiana per la sopravvivenza.

15 - La nascita della repubblica

15.1 - Il governo Parri e le eredità del passato

•• Alla fine del 1944 si forma un secondo governo Bonomi con il Pci nella maggioranza, ma con

all’opposizione Psiup (ex Psi) e PdA. Solo nel 1945 gli succede il governo Parri con la partecipazione di

tutti i partiti del Cln, dal Pci al Pli. Parri è un antifascista e fondatore del Partito d’Azione, e vuole una

democrazia laica e repubblicana. Parri ha una grande autorità morale, ma non sa gestire la situazione

economico-sociale, che è delicatissima, quindi il suo governo ha vita breve. Il successo è De Gasperi,

segretario della Dc. Anche al suo governo partecipano tutti i partiti del Cln (è il primo di una lunghissima

serie di governi democristiani). Nel 1944 è nata la Cgil (Confederazione generale italiana del lavoro, il

nuovo sindacato unitario) e nel 1945 ottiene la conquista della parità salariale per le donne e la scala

mobile (che protegge i salari dall’inflazione). Pci, Psi e PdA chiedono la costruzione di una democrazia

sostanziale e non solo formale. De Gasperi vuole una Camera eletta a suffragio universale, ma anche una

assemblea rappresentativa degli interessi dei lavoratori e dei professionisti. Secondo Togliatti invece la

forza del lavoro deve essere garante della libertà. Per Togliatti alla base dello Stato deve esserci il lavoro.

Dc e Pci si rifanno a due ideologie fortissime, la cattolica e la comunista. L’avversione ai partiti trova sbocco

nel movimento dell’Uomo qualunque (prima un giornale, e poi un partito nel 1946: il Fronte dell’Uomo

qualunque). In quegli anni un movimento avverso ai partiti ha poche possibilità di affermarsi.

15.2 - Il referendum istituzionale e la Costituente

•• La nascita della repubblica è un avvenimento rivoluzionario, che si svolge in forme pacifiche. Il

referendum del 2 giugno 1946 decide la scelta istituzionale. Prevale la repubblica (13mln contro 11 mln). I

liberali hanno appoggiato fino alla fine la monarchia di Umberto II, salito al trono nel maggio 1946, dopo

l’abdicazione di Vittorio Emanuele III. La vittoria della repubblica è una vittoria delle sinistre e di De

Gasperi. Si svolgono anche le elezioni per la Costituente, che vedono prevalere nettamente la Dc (8mln) e

il Psi (5mln). Il Pci ottiene circa 4mln di voti. Comunque le sinistre sono molto deboli nel sud Italia. Si

comincia a scrivere la Costituzione e a ricostruire l’Italia dopo la guerra, risollevando i più poveri. Gli operai

vogliono la lotta anticapitalista, ma rimane solo un sogno. Vengono abolite le spese non necessarie. In

questo momento il Pci di Togliatti si considera soprattutto partito di governo. Secondo Togliatti il

miglioramento dell’economia può derivare solo da una ripresa della produzione. Politicamente a destra vi è

un vuoto perché si associa la destra al fascismo, e il Pli non può riempire questo vuoto perché non può

trasformarsi in partito di massa e i suoi maggiori esponenti hanno una età avanzata. L’unica forza in grado

di contrastare il Pci e il Psi è la Dc. I partiti di sinistra controllano capillarmente il territorio. La Dc conta

sull’appoggio delle parrocchie. Sulla libertà di stampa durante la scrittura della Costituzione, Pci e Psi sono

favorevoli a un controllo delle fonti di finanziamento dei giornali, mentre la Dc vuole censurare gli attacchi

contro la Chiesa e la pornografia. Andreotti chiede che siano garantite la pubblica moralità e la protezione

della gioventù, sulla stampa, in radio e nel cinema. Anche Aldo Moro vuole impedire il diffondersi della

pornografia e delle altre manifestazioni contrarie al buon costume. Anche Togliatti è contrario agli stampati

“osceni”. Scelba vuole fermare le incitazioni all’aborto. Le sinistre vogliono educare le masse alla politica,

mentre la Dc vuole conservarle alle tradizioni cattoliche. Nessuno spazio deve essere concesso ai nemici

della società democratica. La conquista della piena libertà di stampa si verifica appunto non tra il 1946 e il

1947, ma nel corso della lotta politica che nei decenni successivi contrappone i comunisti ai cattolici. La

democrazia italiana è ancora debole perché non esiste una seria riflessione sul fascismo. Al più viene

considerato una parentesi negativa. La rimozione è la strada più facile da percorrere. Nella cultura di

sinistra esiste una forte vena populistica che deriva dal fascismo.

16 - La guerra civile fredda

16.1 - 1947: la grave situazione economica e l’esclusione delle sinistre dal governo

•• Secondo Truman, presidente degli Usa, gli Usa sono leader e gigante economico del mondo. Nel 1947

Truman elabora la “dottrina Truman”, celebrando i principi su cui si fondano le società democratiche:

istituzioni libere, governo rappresentativo, elezioni libere, garanzie per le libertà individuali, di parola, di

religione, contrarietà all’oppressione politica. Truman denuncia il regime stalinista: Stalin ha diviso l’Europa

in sfere di influenza portando all’estremo le scelte prese nelle conferenze di Potsdam e di Yalta. Secondo

Truman il totalitarismo si sviluppa dove vi è miseria e conflittualità. Il segretario di Stato americano Marshall

crede che gli Usa devono far rinascere l’economia per fondare libere istituzioni resistenti; Marshall invita

anche i paesi comunisti a partecipare al progetto di ricostruzione economica, il cosiddetto piano Marshall,

piano capitalista che sfida l’Urss e i paesi dell’Est in ambito economico (gli Usa spostano il confronto dal

terreno della politica a quello dell’economia, dove sa di essere più forte). La risposta dell’Urss è invece

politica e unisce tutti i partiti comunisti. Nel 1947 in Italia si forma un nuovo governo De Gasperi, a cui

partecipano solo Dc e Pli, senza Pci e Psi (il Psiup ridiventa Psi perché ne escono i riformisti che formano il

Psli, il Partito socialista dei lavoratori italiani): un governo senza le sinistre. Sale di molto l’inflazione, che fa

scendere il debito pubblico, ma ha effetti drammatici sulla società. De Gasperi dice che ci saranno aiuti

dagli Usa solo se si raggiungerà la stabilità economica, con l’aiuto di tutti, soprattutto di industriali e

lavoratori. Il primo maggio, per la festa del lavoro, in Sicilia vengono uccisi otto lavoratori che

manifestavano; nel gennaio 1947 viene ucciso un comunista, segretario della Camera del lavoro. Vengono

uccisi anche nei mesi seguenti contadini, lavoratori e dirigenti sindacali. Il governo ignora questi problemi e

discute solo di riforme economiche: la scala mobile viene prevista solo per i privati e viene alzato il prezzo

del pane. De Gasperi crede che ci sia bisogno di un supplemento di fiducia generale e vuole la

collaborazione delle forze economiche e finanziarie. L’8 giugno 1947 il segretario di Stato Marshall espone

il piano Marshall, un piano di aiuti all’Europa che partirà nel 1948. Nel frattempo in Italia si aggrava la crisi:

non ci sono neanche grano e carbone. L’Italia non ha denaro necessario per comprare grano né dagli Usa

né dall’Urss.

16.2 - L’accusa di “cretinismo parlamentare” al Pci

•• De Gasperi dà le dimissioni per formare un nuovo governo di soli democristiani e liberali. Socialisti e

comunisti escono dal governo e non vi rientreranno più. Nel 1947 Stalin crea il Cominform, un organismo

che coordina i vari partiti comunisti, in nome dell’internazionalismo, ma in realtà rafforza solo la posizione

internazionale dell’Urss, limitando ancora di più le possibilità di movimento dei partiti comunisti in Occidente

e rendendo quindi definitivamente impossibile un loro ritorno al governo. Zdanov attacca il Pci perché

sempre e solo in difensiva e mai in attacco: “il partito ha un piano di attacco o intende restare sulla

difensiva, aspettando che la reazione [la Dc] lo metta fuori legge e lo costringa alla clandestinità? Vi hanno

cacciato dal governo, non avete fatto resistenza. La reazione si spingerà più avanti”. In Grecia le forze

democratiche resistono agli imperialisti americani e stanno per contrattaccare, mentre in Francia e in Italia

si stanno ritirando. In molti accusano il Pci di cretinismo parlamentare: senza la Dc i comunisti non

sarebbero mai riusciti a formare una maggioranza di governo. Il Pci rifiuta di passare alla lotta con mezzi

exrtraparlamentari, anche perché l’Italia è ancora occupata da forze militari anglo-americane. La soluzione

più appropriata è quella di unire tutti i partiti e le forze di sinistra in un solo blocco antigovernativo per

abbattere il governo De Gasperi. Il mondo viene spartito in due sfere d’influenza: da una parte quella

imperialista e antidemocratica e dall’altra quella antimperialista e democratica. In Italia non esiste una

situazione rivoluzionaria. Secondo Stalin il Pci non deve essere settario con le iscrizioni perché altrimenti

gli aspiranti si iscriverebbero ad altri partiti. Il Pci deve invece intensificare il lavoro ideologico. Stalin ha

sempre dissuaso il Pci dalla lotta armata, per non dare il pretesto agli americani di intervenire: infatti, se il

Pci organizzasse una rivoluzione, diverrebbe un partito clandestino, aggravando i rischi di una guerra e

facendo perdere all’Urss la possibilità di esercitare la sua influenza attraverso i partiti comunisti. Anche tra i

capitalisti c’è chi vuole un duro scontro con i comunisti. Molti vogliono mettere fuorilegge il Pci, perché

credono che poi i comunisti risponderebbero con la lotta armata, dando il presupposto agli americani per

invadere l’Italia: meglio la violenza e poi il contenimento capitalista (politica di containment) piuttosto che

una pacifica vittoria elettorale dei comunisti. Ma con l’avvio del Piano Marshall dal blocco capitalista la

guerra è solo economica.

16.3 - Le elezioni del 18 aprile 1948 e l’inizio del predominio della Democrazia cristiana

•• Togliatti e Stalin non vogliono la presa del potere con la rivoluzione, ma solo tramite la vittoria delle

elezioni ormai vicine. Eppure, alle elezioni del 18 aprile 1948 vince di molto la Dc (49% - il voto della destra

si riversa tutto sulla Dc per paura di una affermazione dei comunisti) contro il 31% del Fronte democratico

popolare. I socialisti ottengono il 7%. Tutti sono delusi e in molti propongono di passare alla lotta armata. Il

giorno dopo il Cominform si riunisce in riunione e scomunica il Partito comunista jugoslavo perché più volte

ha incitato all’insurrezione in Occidente e soprattutto in Italia. Il 14 luglio 1948 Togliatti viene gravemente

ferito da due colpi di pistola sparati da un estremista di destra. Alla notizia, si verificano scioperi spontanei i

diverse parti dell’Italia. La Cgil decide lo sciopero generale. Per qualche ora sembra che lo sciopero stia

assumendo un carattere insurrezionale, ma la direzione della Cgil e il Pci riescono a mantenere il controllo

del movimento. Molti gli scontri con la polizia: 16 morti e 206 feriti. Il giorno dopo la corrente cattolica della

Cgil chiede la fine dello sciopero. Lo sciopero termina il 16, ma la frattura è compiuta: dalla Cgil fuoriesce la

parte cattolica: il 15 settembre nasce la Libera Cgil, dei lavoratori cattolici, aconfessionale. Nel 1950

diventa Cisl (Confederazione italiana dei sindacati dei lavoratori) e fuoriesce anche l’ala della sinistra non

marxista, fondando la Uil (Unione italiana del lavoro). Sempre nel 1950 nasce la Cisnal (Confederazione

italiana sindacati nazionali dei lavoratori), di estrema destra. È terminata la parentesi della unità

antifascista. Con l’attentato a Togliatti comincia in Italia la guerra civile fredda. Comincia anche in Europa la

guerra fredda: nel 1949 la Jugoslavia si stacca dal blocco sovietico, ma i partiti comunisti si

impadroniscono del potere in Polonia e in Ungheria. A Berlino i sovietici chiudono gli accessi. Si pensa a

una Terza guerra mondiale, finché il 30 settembre 1949 Stalin decide di porre fine al blocco di Berlino.

Siccome la Jugoslavia appartiene adesso al blocco capitalista, l’Italia non è più il primo paese a dividere i

due blocchi. Questo fa disinteressare Usa e Gran Bretagna dell’Italia: i governi americano e britannico

contano su Tito per la creazione di uno stato cuscinetto. In Italia si decide se entrare o no nel Patto

atlantico (blocco capitalista). Il Vaticano spinge per la neutralità in politica estera, così come le sinistre. Ma

nel 1949 l’Italia entra nel Patto atlantico. Il Vaticano però intensifica la lotta contro il Pci in politica interna:

nel luglio 1949 un decreto del Sant’Uffizio comunica la scomunica ai comunisti. Tutti vogliono evitare la

guerra, soprattutto la Chiesa, non solo cattolica. La Chiesa però lotta a livello ideologico dentro il paese: il

comunismo sta diffondendo il laicismo di massa, pericolosissimo per la Chiesa. Il comunismo penetra

anche nei contadini, che nel 1949 occupano le terre incolte chiedendo una riforma agraria. Il governo

reagisce duramente uccidendoli: quelle lotte portano solo a una parziale distribuzione di terre, spesso

piccole, che verranno presto abbandonate. Resta la memoria delle lotte, ma solo nei protagonisti.

17 - La costruzione della democrazia

17.1 - La miseria e il lavoro

•• Nel 1952 l’agricoltura è ancora l’attività economica principale degli italiani (42%). L’industria sta al 32%, i

servizi al 26%. Dopo dieci anni, nel 1962, la situazione si ribalta: il 40% per l’industria, il 32% per i servizi e

il 27% per l’agricoltura. Negli anni Cinquanta la povertà è diffusa e la questione della casa è drammatica:

quasi 3mln di famiglie vivono in abitazioni sovraffollate, tra cui cantine, soffitte, magazzini, baracche e

grotte. Un quarto delle case è senza acqua e senza gas; la maggior parte è senza bagno. In pochissimi

hanno telefono e termosifone. Altre indicazioni sul tenore di vita vengono dai consumi alimentari: il 38%

non mangia carne neanche una volta a settimana; solo il 6% la mangia regolarmente. Le famiglie più

povere si trovano nel Sud. Si fa spesso un unico pasto al giorno, di un unico piatto. Le donne sono quasi

tutte casalinghe e si cucina con carbone e legna. Nelle grandi città la situazione è migliore, ma anche in

queste c’è una povertà diffusa. La disoccupazione è la maggiore causa di miseria. La rappresentazione di

questa condizione viene fatta da Vittorio De Sica in Ladri di biciclette. Il lavoro è considerato un valore

assoluto perché consente la sopravvivenza e perché conferisce dignità. Ma anche in Ladri di biciclette

prevale l’individualismo familiare: la solidarietà è solo tra membri della famiglia. L’Italia è un cantiere in cui

la ricostruzione morale procede insieme con quella materiale.

17.2 - Comunità e società

•• Sono ancora molto diffuse le mentalità delle società agricole. Il concetto di comunità conserva ancora

una grande forza. La parrocchia e la sezione comunista restano un centro di vita comunitaria e di vita

associata. Il ceto politico è di buon livello culturale e ha un grande rispetto per la cultura. Continua il

tentativo di laicizzazione della società già cominciato dal fascismo, ma il fascismo in realtà ha sovrapposto

a quelle religiose delle proprie liturgie politiche fasciste. Il Pci sostituisce lo “Stato etico” celebrato dal

fascismo con il “partito etico”, il Pci (e, nella sua sfera d’influenza, la Dc). L’iscrizione al Pci per molti

militanti ha una funzione salvifica, come fosse un rifugio in una specie di democratica ed egualitaria Città

futura, contrapposta alla capitalistica Città presente. La forte identità ideologica fa da collante nella società.

La capacità di mettere radici nel territorio consente al Pci di diventare partito di maggioranza in alcune città

italiane con forti tradizioni (a Siena il Pci raggiunge la maggioranza assoluta).

17.3 - L’internazionalismo comunista e l’europeismo della Democrazia cristiana

•• Il radicamento locale del Pci non ne cancella l’internazionalismo, anche se questo è in crisi dopo lo

scioglimento dell’Internazionale comunista e la creazione del Cominform. Togliatti parla di un partito che,

nato internazionalista, assume adesso una sempre più netta caratterizzazione nazionale. Comunque, Pci e

Psi continuano a esprimere la loro solidarietà a tutti i movimenti mondiali che si definiscono rivoluzionari,

anche quelli nazionalisti (rivoluzione è quella del nazionalista egiziano Nasser e quella dell’iraniano

Khomeini). La sinistra crede che il Terzo mondo sia anti-imperialista e quindi che il socialismo si stia

continuamente espandendo. La Dc è invece europeista. In Europa si ribadisce il cattolicesimo, da

contrapporre all’ateismo dei paesi comunisti. De Gasperi propone una Europa economicamente unita che

trasferisca proprietà e reddito ai lavoratori e ai poveri, però ribadendo il riconoscimento del libero pensiero

e del cristianesimo attivo. Schuman nel 1951 crea la Ceca, la Comunità europea del carbone e dell’acciaio,

la prima tappa del cammino verso la Cee (Comunista economica europea) del 1957.

17.4 - La questione della governabilità e gli scandali


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della comunicazione
SSD:
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher simone.scacchetti di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia dell'Italia contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Scornajenghi Antonio.

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