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del ghiaccio e 100 gradi come quella di ebollizione dell’acqua, ancoravano la misurazione del calore a criteri

osservabili oggettivi e, soprattutto, quantificabili.

La scoperta di alcune nuove classi di fenomeni come la natura dell’elettricita’ e la composizione dell’aria

atmosferica, indussero costruttori di strumenti del settecento a mettere a punto nuovi apparecchi e a utilizzare

nuovi materiali . L’elettricita’ è il fenomeno forse piu’ indicativo dell’importanza del laboratorio nella pratica della

ricerca scientifica. Alla fine del settecento, grzie soprattutto al contributo del chimico francese Antoine-

Lavoisier, la teoria aristotelica secondo cui l’universo si compone di quattro elementi veniva definitivamente

abbandonata. Le scoperte che l’aria si compone di fluidi chimicamente differenti e che l’acqua è composta da due

gas, idrogeno e ossigeno, sconvolsero la visone comune di materia.

A partire dalla prima meta’ del diciannovesimo secolo lo strumento scientifico veniva assorbito dalla tecnologia e

questo processo giunge al suo culmine con lo sviluppo della fisica nucleare nei primi decenni del secolo successivo.

S’iniziava l’era della “Big Science” com’e’ stata chiamata l’epoca dei ciclotroni e degli acceleratori.

Lo strumento scientifico che agli inizi del seicento aveva favorito l’affermarsi della rivoluzione scientifica, nel

novecento si è trasformato in un sistema di macchine, e, sistema tecnologico, la cui potenza ha quasi interamente

assorbito l’attivita’ scienziati.

SCIENZA E COMUNICAZIONE.

L’invenzione della stampa, il diffondersi di varie e complesse forme di infrastrutture che facilitano l’incontro delle

idee, la diffusione delle reti di comunicazione via cavo e via radio, lo sviluppo delle tecnologie computazionali e il

recente affermarsi delle nuove tecnologie di comunicazone via Internet, rappresentano alcuni esempi significativi

della centralita’ della comunicazione nella cultura occidentale dal Rinascimento ad oggi.

Solo dopo la rivoluzione informatica degli ultimi decenni è diventato chiaro come ricerca scientifica e sviluppo dei

mezzi e forme di comunicazione siano entità quasi imprescindibili. L’affermazione della scienza occidentale dal

Rinascimento a oggi è intimamente legata all’importanza che fin dal suo sorgere venne attribuita alla comunicazione

delle idee. Polvere da sparo, stampa a caratteri mobili, strumenti di misura e navigazione, e altre scoperte

giustamente esaltate da Bacone e attribuite al fervore scientifico dell’Europa del sedicesimo secolo, erano in

realtà reperti tecnologici di civilta’ fiorite in altri continenti. In particolare, in Cina lo sviluppo della scienza e della

tecnica aveva raggiunto apici di eccellenza gia’ nel decimo secolo; anche l’arte della stampa era conosciuta in Cina e

Giappone molto prima che in Europa. In queste culture, infatti, mancarono strumenti idonei per diffondere gli

effetti e le applicazioni delle invenzioni. Ben diverse erano le condizioni in cui operavano gli scienziati europei. Con

l’invenzione della stampa la scienza occidentale fu costretta ad abbandonare , non senza difficolta’ e ritardi, l’età

dei segreti e delle scienze occulte. La comunicazione costituì ben presto uno degli elementi principali dell’attività

scientifica, tanto da determinare spesso il progresso e le forme della conoscenza della natura. Il rapporto tra

scienza e comunicazione dunque è di fondamentale importanza per comprendere la scienza occidentale dopo il

Rinascimento e ci aiuta a cogliere i due principali aspetti costitutivi della scienza rinascimentale. Da un lato, si

registra in questo periodo un notevole sviluppo delle tecnologie, prima tra tutte quella della stampa, dall’altra parte

si sviluppa l’esigenza intellettuale di esprimere i contenuti del discorso scientifico in maniera autonoma rispetto

alle discipline letterarie e di diffondere i risultati delle proprie osservazioni sul mondo naturale secondo modalità

che saltino il principio di oggettività. L’introduzione dei caratteri mobili e la diffusione del mercato librario posero

ai naturalisti del Rinascimento il problema dell’utilizzazione di questo nuovo mezzo di diffusione del sapere.

Cambiaroo percio’ non solo le forme espressive, ma anche i contenuti del messaggio.

Con la stampa la forma della comunicazione acquisiva una nuova dimensione e gli aspetti formali e tipografici del

libro arano spesso altrettanto importanti del contenuto. In Rinascimento fu il periodo storico in cui emerse con

tutta evidenza una scienza dei segreti, ove per segreti non s’intendono le formule magiche, ma scoperte

scientifiche e tecniche che, per ragioni di proprietà intellettuale o anche corporativa, non potevano essere

divulgate senza danno degli autori. Se è vero che Galileo fu un geniale utilizzatore della stampa per comunicare al

pubblico le innovazioni scientifiche e tecniche della nuova scienza astronomica e fisica, Isaac Newton, oltre

cinquant’anni dopo, fu estremamente riluttante a pubblicare i suoi un’opera universalmente

Principia matematica

riconosciuta come il simbolo della rivoluzione scientifica. Molti altri scienziati non pubblicarono le proprie opere

perché non disponevano di un modello normativo che li aiutasse a rendere pubbliche con successo le proprie idee.

Un altro motivo, tutt’altro che secondario, che indusse i naturalisti della prima età moderna a usare mezzi di

comunicazione diversi dalla stampa era la lentezza con cui i libri venivano pubblicati. Per sopperire ai limiti della

stampa, i naturalisti ricorsero dunque alla lettera, una forma di comunicazione che ebbe uno straordinario successo

per quasi due secoli, dall’inizio del seicento alla fine del settecento. Innanzitutto le lettere scientifiche servivano

per comunicare il piu’ presto possibile l’esito di un esperimento o di una nuova scoperta. Il destinatario delle

lettere non era un semplice corrispondente ma, in moltissimi casi, uno scienziato che svolgeva le mansioni di

segretario, con il compito di diffondere alla comunità scientifica i risultati annunciati nella lettera. Gli scienziati

della seconda metà del seicento adottarono una nuova soluzione che, combinando i benefici della stampa alla

rapidita’ dello scambio epistolare, risolse l’esigenza di una comunicazione sempre piu’ rapida: la stampa periodica.

Nel 1665 furono lanciate, in Francia e in Inghilterra, due iniziative destinate a cambiare radicalmente la forma

delle pubblicazioni scientifiche. A Parigi veniva fondato il celebre Journal des savants, uno dei primi periodici

europei a dare ampio spazio all’analisi di opere scientifiche. Nel 1672 il medico Jean- Baptiste Denis fondava un

periodico intitolato Mèmoires sur les sciences et sur les arts basato sul modello del Journal des savants, ma

dedicato interamente alle scienze. Le pubblicazioni periodiche divennero ben presto i principali strumenti di

divulgazione scientifica in Europa, garantendo , attraverso una relativa velocità di pubblicazione, la paternita’ delle

principali scoperte scientifiche.

Ma Szilard, impegnato nella ricerca nucleare, senti’ la necessita’ d’innalzare un muro di segretezza intorno a questo

argomento, invocando un ritorno alla scienza dei segreti. Il rifiuto dello scienziato di comunicare i contenuti delle

proprie ricerche al di fuori di una cerchia ristretta di colleghi e di responsabili nazionali della sicurezza e della

difesa costituiva un passo versol’isolamento. La tutela del segreto costitui’ la piu’ efficace forma di protezione

della proprieta’ intellettuale e dello sfruttamento del brevetto. Sono numerossissime le testimonianze della

relazione problematica tra scoperta scientifica e i diritti economici sulle sue applicazioni pratiche. Gia’ nel

Rinascimento alcune autorità furono investite del compito di regolare tali rapporti, all’inizio questo compito era

delle corporazioni.

SCIENZA E ARTE

Rientravano nella generica definizione di arti e mestieri, fino alla fine del diciottesimo secolo, numerose

professioni manuali regolate da ordini e corporazioni lontani dal mondo intellettuale delle accademie e delle

universita’. Anche se, come fu il caso della medicina, occasionalmente gli accademici e gli intellettuali erano

costretti a ricorrere all’aiuto dei pratici. La posizione sociale e intellettuale degli artisti era rigidamente

subordinata rispetto a quella degli accademici e degli universitari. Le professioni degli artisti rinascimentali,

riccamente documentate nell’opera monumentale di Tomaso Garzoni, comprendevano ogni sorta di attivita’ manuale

e i pittori, gli scultori e gli architetti, formavano una sola parte del variegato mondo delle arti e dei mestieri.

Malgrado i limiti strutturali della propria professione, gli artisti del rinascimento impressero alla cultura del tempo

cambiamenti profondi e permanenti. L’ottica geometrica forniva il fondamento oggettivo per guardare ai fenomeni

non piu’ secondo i principi di una mediazione filosofica astratta, ma secondo le reali proporzioni e dimensioni della

natura. Non fu solo nell’arte pittorica che gli artisti invasero prepotentemente il campo della scienza. Soluzioni

architettoniche al limite del possibile condussero gli architetti e gli ingegneri rinascimentali a riflettere sulla

resistenza dei materiali, su complesse questioni di meccanica e su altri problemi di carattere matematico di

notevole complessita’. Tra quattordicesimo e quindicesimo secolo pittura, scultura, architettura, arte militare,

alchimia, metallurgia e chirurgia escono allo scoperto per contendere alla scienza ufficiale un primato millenario.

Anche se le scienze avevano beneficiato fin dall’inizio dei contributi degli artisti, il di sprezzo della cultura

classica per le attivita’ pratiche peso’ enormemente sulla discriminazione professionale degli artisti e ancora alla

fine del settecento erano pochissimi gli artisti e gli ingegneri a essere stati nominati membri delle principali

accademie scientifiche europee. Leonardo a questo riguardo rappresenta un caso emblematico. Malgrado la

discriminazione sociale e il disconoscimento del loro ruolo, gli artisti impressero un cambiamento radicale nel modo

di comunicare e fare scienza. In primo luogo, l’importanza della rappresentazione iconografica e dell’illustrazione

divenne, gia’ a partire dalla dine del quattrocento, patrimonio integrante delle scienze. Plinio il vecchio, metteva in

guardi ai naturalisti dall’affidarsi alla pittura come strumento affidabile di classificazione del mondo naturale.

I progressi dell’arte di illustrare i libri sul finire del quattrocento, veniva ancora sfruttata al minimo dai naturalisti

e con grande cautela. La filologia e la parola rimanevano gli strumenti della scienza stampata del quattrocento e lo

scetticismo di Plinio per l’uso delle illustrazioni naturalistiche esercitava con inalterata autorita’ la propria

influenza. A questa egemonia della scienza accademica pero’ si opponevano quei naturalisti, quali Paracelso e, in

misura ancor maggiore, gli alchimisti, che attribuivano al simbolismo e all’iconografia un ruolo centrale nella riforma

del linguaggio scientifico scolastico.

In un quadro dove convergevano istante tanto diverse e per molti versi contrastanti , era chiaro che l’analisi

filologica dei testi antichi non poteva piu’ rispondere da sola all’esigenza del naturalista di far chiarezza sulla reale

consistenza delle fonti classiche. Fu allora che la rappresentazione iconografica delle specie naturali divenne uno

strumento privilegiato di conferma delle definizioni e dei concetti descritti nel testo. L’esigenza di rappresentare

accuratamente le specie naturali trovo’ compimento per la prima volta quasi ottant’anni dopo l’invenzione della

stampa ,nel 1530, con la pubblicazione del di Otto Brunfels. Le immagini delle “piante vive”

Herbarum vivae eicones

pubblicate nell’erbario di Brunfels erano il risultato di un’inedita quanto proficua collaborazione tra l’autore e

l’artista chiamato a rappresentarne l’opera, Hans Weiditz : nasce di qui l’inesausta tradizione dell’erbario illustrato.

Tra i contemporanei di Brunfels che compresero con tempestivita’ le potenzialita’ e le insidie delle immagini,

Leonhart Fuchs fu senza dubbio il miglior interprete. Autore nel 1542 di un erbario , Fuchs si era avvalso per le

illustrazioni di ben tre artisti: due pittori e un incisore. Per quanto attribuisse grande importanza alle immagini,

Fuchs era persuaso che gli artisti dovessero essere guidati nelle loro rappresentazioni della scienza e che, per

esempio, l’eccessivo realismo o naturalismo dell’illustrazione dovesse essere corretto da uno stile sintetico che

presentasse le piante nei loro caratteri essenziali. Dopo la pubblicazione dell’opera di Fuchs, la scelta di utilizzare

ampi e accurati apparati iconografici per illustrare le opere naturalistiche divenne quasi un obbligo. Nel 1543

infatti, due opere scientifiche , il di Copernico e il

De revolutionibus orbium coelestium De umani corporis fabrica

di Vesalio avevano dato l’avvio a un periodo, che durera’ poco piu’ di un secolo, a cui è stato per molto tempo

associata la categoria della rivoluzione scientifica. Il crollo della cosmologia aristotelica e tolemaica da una parte e

la riforma, nel microcosmo umano, dell’anatomia galenica, dall’altra, sono due componenti simboliche egualmente

significative di quest’anno mirabile dalla scienza occidentale. Di la’ dal differente ambito disciplinare, l’opera di

Copernico e quella di Vesalio si presentavano al pubblico con una differenza formale di fondo. Laddove la prima

illustrava il testo della riforma del sistema astronomico tolemaico utilizzando ancora le tradizionali

rappresentazioni geometriche delle traiettorie dei pianeti, l’opera di Vesalio sconvolgeva l’iconografia anatomica

del corpo umano introducendo innovazioni di grandissima importanza artistica. La geometrizzazione dell’universo, i

cerchi, gli epicicli, le traiettorie dei pianeti e il complesso sistema matematico che le teneva unite in un tutto

armonico e ordinato non potevano che essere rappresentati da figure e diagrammi geometrici non diversi da quelli

delle edizioni cinquecentesche di Tolomeo. La difficolta’ tecnica della materia congiunta alla convenzionalità dei

diagrammi scelti da Copernico per illustrarla non garantirono al quell’effetto dirompente che gli

De revolutionibus

storici sono soliti attribuirgli. Ben diverso fu il caso di Galileo. Il pubblicato nel 1610,

Sidereus Nuncius,

accompagnava i risultati delle osservazioni compiute con il telescopio con la pubblicazione di bellissimi disegni

sull’irregolarità della superficie della luna, che probabilmente contribuirono a provocare in Europa reazioni di

meraviglia, scatenando nel 1616 una controversia scientifica che porto’ alla condanna dell’opera di Copernico,e, in

seguito a quella dello stesso Galileo e alla sua abiura. Nel 1610, annunciando la scoperta di grandi cose, osservate

grazie al telescopio, Galileo non si accontento’ di pubblicare i consueti diagrammi geometrici al fine di spiegare la

nuova disposizione delle stelle, ma aggiunse alcune immagini che mostravano la superficie della Luna nelle diverse

fasi d’illuminazione solare, per provare che, contrariamente a quanto sostenevano la maggior parte dei filosofi, la

Luna non era affatto liscia uniforme e di sfericità esattissima , ma al contrario diseguale, scabra, ripiena di cavita’

e di sporgenze. La presenza di figure che ricreavano la sensazione della visione della Luna attraverso il telescopio

costitui’ un argomento scientifico non verbale di grande impatto. La vista potenziata dai nuovi strumenti ottici,

infatti, poteva svelare una realta’ molto diversa da quella in cui si credeva da millenni.

Il rapporto tra scienze e arte in medicina segue un percorso essenzialmente autonomo. In primo luogo la medicina

poteva contare su una tradizione iconografica molto piu’ ricca di quella disponibile per tutte le altre scienze. L’arte

di ben rappresentare il corpo dunque prendeva il posto delle parole. Il disegno, l’incisione, l’arte chirurgica e

dissettoria, e la valorizzazione dell’osservazione scrupolosa del corpo avevano trasformato radicalmente l’anatomia

rinascimentale.

I rapporti tra scienza e arte condizionarono profondamente i progressi della tecnica. Un caso emblematico di

questo nuovo approccio si trova nell’opera metallurgica del medico e umanista Girogio Agricola. Pubblicato nel 1556,

i motivi che resero questo trattato metallurgico uno dei testi scientifici piu’ diffusi del rinascimento sono

molteplici, ma l’innovazione piu’ evidente introdotta da Agricola nella sua opera era certamente rappresentata dalla

292 xilografie utilizzate per illustrare varie fasi e strumenti dell’arte. Grazie all’uso delle xilografie, qualsiasi

lettore poteva facilmente mettere in relazione il testo con la sua raffigurazione e con cio’ imparare piu’

agevolmente la terminologia. Questa esigenza di comunicare e diffondere il sapere tecnico sentiva anche si

superare l’ostacolo dell’alfabetizzazione, nel caso dei semplici operai impegnati nelle miniere, e della conoscenza

delle lettere classiche. Le immagini di macchine, fornaci e strumenti, infatti, erano familiari ai tecnici molto piu’ di

quanto lo fossero le disquisizioni di meccanica riguardo al fondamento teorico del loro funzionamento. Oltre alla

descrizione delle macchine e degli strumenti le xilografie servivano allo scopo di classificare le vene e i depositi,

distinguendo le aree che per la loro configurazione geofisica potevano nascondere dei giacimenti da quelle che, di

la’ dalle apparenze immediate, andavano comunque abbandonate.

Facendo sistematicamente ricorso all’arte dell’illustrazione, lo scienziato rinascimentale era stato in grado di

studiare la natura e osservare il mondo esterno secondo prospettive varie ed inedite. Gli artisti avevano fornito i

mezzi rispondenti all’esigenza di indagare la natura assecondandola, senza le pastoie della scolastica. La forza delle

immagini e di un linguaggio nuovo , alternativo alla parola scritta, aveva emancipato il rinascimento dal complesso

d’inferiorita’ nei confronti dell’antichita’ classica e creato le condizioni favorevoli per la nascita di una nuova

scienza fondata su basi teoriche autonome.

SCIENZA E RELIGIONE.

Le interpretazioni che gli storici hanno dato sui rapporti tra scienza e religione dal Rinascimento ai nostri giorno

sono state in aperto e spesso totale contrasto tra loro. Da un lato si è sostenuto che i primi progressi della scienza

sperimentale in Occidente si sono ottenuti tra tredicesimo e quattordicesimo secolo in seno alla tradizione

scolastica e alle universita’ medievali e che Pierre Duhem è stato di questa interpretazione il piu’ vigoroso

sostenitore. D’altra parte, molti storici della scienza hanno inteso sottolineare la componente secolarizzattrice

della razionalita’ scientifica e quindi la sua storica e naturale opposizione ai principi dogmatici della teologia

scolastica. Secondo quest’interpretazione, sostenuta tra gli altri da Andrei White, l’emancipazione e i progressi

sella scienza moderna sono da ricondurre alla lotta ideologica promossa dal razionalismo scientifico contro ogni

dogmatismo, in particolare contro la teologia cristiana e il suo carattere onnicomprensivo. Un terzo filone ha

spiegato l’emergere della rivoluzione scientifica e l’affermarsi della scienza come forma del sapere dominante

collegandole alla diffusione della riforma protestante e all’intimo legame del protestantesimo con la nascita del

sistema capitalistico. Le posizioni che si sono venute delineando dalla fine del secolo scorso, infatti, non sono

cambiate e gli storici, pur muniti di nuovi strumenti e di piu’ ricchi apparati documentari, contundano a vedere il

rapporto scienza- religione secondo prospettive contrapposte. Cosi’ in un recentissimo libro, John Heilbron ha

sostenuto che nel periodo della rivoluzione scientifica, e in particolare durante il diciassettesimo secolo, la Chiesa

Cattolica non solo non si oppose ai progressi della scienza, ma addirittura li promosse in modo attivo e fecondo.

Significativa a questo riguardo e’ la presenza in molte chiese italiane, come la cattedrale si San Petronio di

Bologna, di veri e propri laboratori astronomici. Meridiane, orologi solari e meccanici e altri strumenti di

osservazione erano stati collocati nelle chiese per mostrare quanto le autorita’ ecclesiastiche fossero sensibili al

progresso della scienza. Ancora la tesi di Heilbron e di molti nuovi storici della scienza restituisce alla Chiesa e in

particolare all’ordine dei gesuiti, un ruolo guida nell’ambito del progresso della scienza europea. Ma una cosa p

riconoscere che molti gesuiti provarono. In quei due secoli, un certo diffuso interesse per la scienza, altra è

enfatizzare tale interesse al fine di contrastare l’immagine storiografica dominante che ha visto nelle scienza sei-

settecentesca una forma del sapere in aperta opposizione alla Chiesa e alle sue principali dottrine filosofiche. La

rivalutazione della scienza dei gesuiti è stata anche un antidoto all’attenzione suscitata dal processo e dalla

condanna di Galileo. La condanna dello scienziato nel 1633 all’abiura della teoria copernicana sostenuta nel Dialogo

, nonché la proibizione per tutti i cattolici, pena la scomunica , di leggere le

sopra i due massimi sistemi del mondo

opere di Galileo e Copernico, costituivano i segni piu’ evidenti di una politica deliberatamente antiscientifica da

pare della Chiesa.

Partendo da una posizione ideologica altrettanto definita, a partire dalla seconda meta’ dell’ottocento alcuni storici

e sociologi hanno posto in relazione il diffondersi della riforma protestante con l’emergere della scienza moderna,

suscitando un dibattito di grande interesse. La tesi di Candolle sul ruolo trainante del protestantesimo fu

approfondita nei primi decenni del ventesimo secolo dal sociologo americano Karl Merton, che intendeva dimostrare

come l’etica puritana avesse giocato un ruolo cruciale nel produrre nell’Inghilterra secentesca un crescente

interesse per le scienze sperimentali. Per avvalorare la sua tesi Merton mostrava come molti membri fondatori

della Royal Society fossero non solo seguaci della chiesa puritana, ma anche suoi servitori. Il motor edella

rivoluzione scientifica, come del resto della riforma protestante, doveva, se mai, essere individuato nello sviluppo

dell’economia capitalistica. Ma l’obiezione principale alla tesi di Merton era che l’interesse per la scienza erra

tuttavia ben vivo anche nei paesi cattolici, inoltre tale interesse si manifestava in entrambe le aree, quella

protestante e quella cattolica, con le stesse caratteristiche e con le medesimo istanze filosofiche. Malgrado

queste obiezioni, è difficile negare che la riforma protestante abbia favorito, sia pur indirettamente, lo sviluppo di

una scienza nuova basata sull’empirismo e sull’estensione del metodo sperimentale a ogni campo d’indagine,

compreso quello economico.

Per comprendere quali siano stati i rapporti tra scienza e religione è necessario innanzi tutto dare ragione di una

separazione di cui, almeno fino al quattordicesimo secolo, nessuno aveva sentito l’esigenza. L’investigazione dei

fenomeni naturali infatti costituiva parte integrante della filosofia scolastica. La teologia regolava i principali

aspetti dottrinali anche delle discipline scientifiche, lasciando tuttavia ampi spazi per un loro sviluppo autonomo.

Durante tutto il medioevo e il primo rinascimento sono rare le prese di posizione delle Chiese nei confronti della

scienza come corpo separato del sapere teologico. Ancora piu’ rare sono le forme di repressione e censura. Ancora,

alla fine del tredicesimo secolo, Bonifacio VIII proibiva , sia pur indirettamente, la dissezione anatomica dei

cadaveri, anche se l’anatomia dei cadaveri dei condannati a morte era consentita. Inoltre nel 1316 l’inquisizione

spagnola condannava 14 trattati del medico Arnaldo da Villanova e nei 1317 Giovanni XXII proibiva con un decreto

la stregoneria, l’arte di fabbricare l’oro e le pratiche di magia. La censura e l’inquisizione della chiesa romana si

esercitarono prevalentemente contro gli scritti teologi considerati eretici. Di li’ veniva la minaccia piu’ insidiosa.

L’origine stessa della congregazione dell’ Indice dei libri proibiti, istituita a seguito del Concilio di Trento,

rispondeva all’esigenza di arginare la diffusione del protestantesimo e l’uso spregiudicato che i suoi seguaci

facevano della stampa. La scienza non venne investita, se non indirettamente, dall’atmosfera di censura e

d’irrigidimento ideologico che fece seguito al concilio. Tra i libri non teologici che venivano proibiti troviamo le

opere di Boccaccio, Machiavelli, Gucciardini e Aretino. Non mancarono certo i riferimenti polemici, sia da parte

cattolica sia protestante, contro le opinioni di Copernico o contro gli atteggiamnti ereticali di Paracelso, ma fino

alla fine del cinquecento non sembro’ opportuno prendere misure di carattere repressivo. Per la Chiesa cattolica,

come per la Chiesa protestante, il controllo della comunita’ dei naturalisti impegnati a riformare il sapere

aristotelico doveva sembrare un problema assai circoscritto se non insignificante di fronte al conflitto teologico,

militare e strategico che si stava profilando all’orizzonte.

La filosofia della natura di Aristotele non costituiva soltanto il centro della dottrina scientifica tradizionale, ma

rappresentava anche un sostegno della scolastica e della teologia cattolica. In questo senso l’aristotelismo non era

solo un modo di guardare il mondo naturale, ma anche una garanzia filosofica che forniva un saldissimo fondamento

teorico alla dottrina cristiana. La combinazione tra scienza e fede, anche se raramente espressa esplicitamente,

trovava nella comune cornice dell’aristotelismo tomista una garanzia si ortodossia nonche’ un fondamento ontologico

della verita’. Criticare la filosofia della natura di Aristotele, dunque, non poteva insidiare, contemporaneamente

dogmi e credenze che non appartenevano alla scienza e che investivano il fondamento della fede. Nella maggior

parte dei casi questo tipo d’insidie venne neutralizzato con successo sia dai naturalisti che criticavano Aristotele

sia dai suoi difensori. La migliore strategia, quella utilizzata da Paracelso e dagli alchimisti, consisteva nel portare

il campo d’indagine scientifica e il metodo epistemologico al di la’ dei limiti previsti dalla filosofia scolastica.

L’alchimia, per esempio di occupava di oggetti e fenomeni che erano stati quasi completamente trascurati dai

filosofi antichi. Sui metalli, la loro classificazione la loro lavorazione ect, l’opera di Aristotele, cosi’ prodiga di

consigli e indicazioni in quasi tutti i campi del sapere naturalistico, taceva. Per questo motivo era piu’ facile per

Paracelso introdurre innovazioni metodologiche radicali, senza provocare l’immediata risposta degli aristotelici.

Copernico giustificava il suo eliocentrismo con l’impossibilita’ di spiegare altrimenti i moti apparenti dei pianeti. Ma

nonostante queste giustificazioni, l’ipotesi del moto della Terra fu recepita con ostilita’ da molti teologi protestanti

e cattolici. Già nel 1539 Martin Lutero dichiarava inattendibile questa teoria e anche Zelantone riaffermava con

forza che la terra non poteva stare in altro luogo se non al centro dell’universo. Galileo fu il primo naturalista di

spicco a entrare in conflitto con la Chiesa su una questione il cui contenuto era apparso sospetto di eresia. Nel

febbraio 1616, dopo varie denunce e delazioni, la Congregazione del Sant’Offizio, attraverso il giudizio espresso

da unidici teologi, definiva la dottrina secondo cui il Sole era il centro immobile dell’universo, proposizione stolta e

assurda in filosofia, e formalmente eretica, in quanto contraddice espressamente le sentenze della Sacra

Scrittura.

Per la prima volta uno scienziato di spicco non solo era condannato e le sue opere proibite, ma era addirittura

messo nella condizione di rinnegare le proprie idee. Dopo un processo estenuante si aggiungeva il confino presso la

villa di Arretri. Lo stesso Cartesio intimidito dalla condanna subita da Galileo, rinunciava a dare alle stampe il suo

trattato sul mondo, ove sosteneva, pur da un punto di vista completamente differente, la validita’ del sistema

eliocentrico. La condanna di Galileo colpi’, con effetti duraturi, tutta la ricerca cosmologica e, fino alla prima meta’

del diciannovesimo secolo, si dovette tacere o celare l’adesione al copernicanesimo. Tuttavia, bisogna riconoscere

che i punti di contatto e confronto tra l’attivita’ scientifica e la speculazione teologica divennero sempre piu’ rari.

Che questa sia stata la tendenza generale, è dimostrato dal declino per gli interessi scientifici da parte dei gesuiti

durante il diciannovesimo secolo.

Malgrado scienza e fede seguissero, compassare del tempo, percorsi sempre piu’ divergenti, non mancarono nuovi

episodi di conflitto. Tra questi quello che ebbe risonanza paragonabile a quello della condanna di Galileo fu la

controversia che segui’ la pubblicazione nel 1859 dell’opera di Charles Darwin Com’è noto , in

L’origine della specie.

quest’opera il naturalista inglese aveva stabilito che l’evoluzione delle specie animali era conseguenza di un processo

di selezione naturale. La sopravvivenza di alcune specie a scapito dell’estinzione di altre era dovuta, secondo

Darwin, a variazioni biologiche che consentivano ad alcune specie di rispondere meglio alle condizioni ambientali e di

adattarvisi con maggior facilita’. L’opera di Darwin ebbe un impatto senza precedenti nella storia della scienza. Gli

attacchi a cui fu soggetta l’opera di Darwin furono estremamente violenti e anche se il naturalista inglese aveva

sempre manifestato un sentimento religioso, sia pur non ortodosso, non fu possibile impedire che la teoria

dell’evoluzione fosse interpretata come tendenzialmente convergente all’ateismo. Wilberforce, vescovo anglicano

di Oxford, dichiaro’ che il principio della selezione naturale era incompatibile con la parola di Dio. I cattolici inglesi

non furono da meno , per voce del Cardinale Manning, scrissero che l’evoluzionismo era una filosofia barbara che

nega l’esistenza di Dio e sostiene che la scimmia è il nostro Adamo.

Gia’ non molti anni dopo la pubblicazione dell’opera di Darwin, da molti settori delle scienze naturalistiche, in

particolare dalla geologia, venivano conferme sempre piu’ autorevoli ed evidenti della validita’ dell’evoluzionismo .

Sull’onda di queste conferme sperimentali anchela Chiesa dovette, sia pur molto lentamente, far marcia indietro.

Ernst Haeckel, in una celebre conferenza tenutasi ad Altenburg nel 1892 delineava una nuova religione che,

distruggendo la millenaria separazione tra scienze della natura e scienze dello spirito, trovasse nei “monismo” una

nuova e superiore sintesi. I progressi della scienza, secondo il naturalista, indicavano che questa sintesi era ormai

prossima. Le leggi che regolavano il rapporto tra anima umana e cosmo non erano piu’ dettate dai testi sacri ma da

quelli scientifici.

I MUSEI DELLA SCIENZA.

Il museo per definizione è un edificio destina alla conservazione dei reperti , per strappare il passato dall’oblio

riportandolo all’attenzione attuale. Proprio per questa sua peculiarità, l’idea di museo sembra essere in contrasto

con la mentalita’ scientifica e tecnica che, proiettata verso il futuro, considererebbe il presente come un limite da

superare il piu’ rapidamente possibile e il passato come qualcosa di inutilizzabile. In relata’ quando furono creati i

primi musei naturalistici, questa istituzione ha avuto una considerevole importanza scientifica e ha favorito, o

addirittura reso possibile, la classificazione moderna del mondo naturale. Non solo, fu proprio grazie alla

fondazione dei primi musei naturalistici che si venne delineando l’esigenza di organizzare la ricerca scientifica in

luoghi aperti a un publico di eruditi, rendendo cosi’ tangibile per la prima volta la funzione pubblica della ricerca

scientifica. In eta’ classica la parole museo poteva designare sia un luogo consacrato al culti delle Muse, sia un

luogo destinato all’insegnamento delle lettere e delle filosofie, sia, infine, un edificio ove si conservavano reperti

preziosi. Fu il museo di Alessandria, fondato nel 280 a.C. il prototipo del museo quale intendono i moderni, dal

Rinascimento in poi: un edificio monumentale, sede di un’istituzione laica. Fu solo nel mondo latino che il termine

museum incomincio’ a designare il luogo dove conservare i monumenti antichi,le sculture,le collezioni numismatiche…

Se sull’uso del termine permangono dei dubbi, è certo invece che il collezionismo fu un’attivita’ assai diffusa trai

patrizi romani. Durante tutto il Medioevo, il collezionismo aveva avuto un significato essenzialmente religioso ,

soprattutto a seguito delle Crociate e, non era insolito chele Chiese ospitassero esposizioni di trofei e curiosita’.

L’ampia diffusione del collezionismo archeologico, coltivato da moltissimi umanisti a partire dalla prima meta’ del

Quattrocento, s’inquadrava in un disegno culturale di piena valorizzazione del mondo classico. Con l’affacciarsi di

questo nuovo genere di interessi, gli umanisti vollero creare per essi un luogo specifico e deputato e, durante il

quattordicesimo secolo,individuarono nello studiolo il luogo del collezionismo, della ricerca e del raccoglimento. La

valorizzazione umanistica dello studiolo, prima, e del museo poi, assegno’ a questi luoghi una funzione nettamente

diversa da quella della tradizione medievale. E’ difficile stabilire con precisione quando l’interesse generico per il

collezionismo subi’ una specializzazione in senso scientifico, anche se è certo che gia’ nella prima meta’ del

Cinquecento esistevano in Italia importanti collezioni naturalistiche. Perche’ lo studio di oggetti sempre piu’

numerosi fosse possibile (sbarco di Colombo nelle Americhe, quindi molte nuove specie) non solo era necessario

riformare la teoria, ma occorreva, materialmente estendere lo spazio della ricerca scientifica. Nacque cosi’, tra i

naturalisti del Rinascimento, l’idea di trasferire l’attivita’ scientifica nel museo. Nello stesso periodo in cui il museo

acquisiva un nuovo ruolo, i naturalisti italiani individuarono nel giardino botanico una sede privilegiata della ricerca

naturalistica. I primi giardini botanici furono creati a partire dal 1544 (Pisa) e non è un caso che i primi prefetti di

queste nuove istituzioni fossero anche dei collezionisti. Tra questi il piu’ importante fu Ulisse Aldrovandi, che era

riuscito a mettere insieme presso la propria residenza un museo naturalistico che non aveva pari al mondo. Data la

fragilita’ e deteriorabilita’ dei reperti naturali, era necessario che questo nuovo tipo di collezionismo si avvalesse di

nuove tecniche di conservazione dei reperti; qualora cio’ non fosse stato possibile occorreva chiedere l’intervento

di pittori che rappresentassero tali reperti cosi’ come erano stati osservati dal naturalista. La ricostruzione della

natura entro i limiti di uno spazio chiuso secondo i principi stabiliti dallo scienziato costituivano due elementi che

modificavano in maniera sostanziale la distinzione aristotelica tra naturale e artificiale. Il museo costituiva un

luogo che rendeva fisicamente possibile valicare su base empirica i vari possibili metodi di classificazione teorica.

Il museo naturalistico fu progressivamente inglobato nelle universita’, nei collegi e nelle accademie. Leibniz,

filosofo e matematico tedesco, suggeri’ la creazione di un nuovo tipo di esposizione di reperti scientifici e

meccanici. Questo ricchissimo museo dell’immaginazione visse solo nella fantasia visionaria del filosofo tedesco.

L’intrattenimento e il piacere estetico , per esempio, erano stati considerati per molto tempo requisiti importanti

nell’allestimento delle collezioni scientifiche. Celebri a questo riguardo , furono le Ricreazioni dell’occhio e della

opera erudita del gesuita Filippo Buonanni. Le opere di Buonanni e di molti

mente nell’osservatione delle chiocciole

suoi contemporanei puntavano a colpire l’immaginazione del lettore, facendo leva principalmente sugli aspetti

meravigliosi e curiosi della natura. Per questi autori il modello di collezionismo ideale non era quello rappresentato

dalla tradizione naturalistica inaugurato con Aldrovandi , ma quello delle Wunderkammern o camere di meraviglie.Le

Wunderkammern del diciasettesimo secolo e il loro collezionismo eclettico furono criticati da molti autorevoli

scienziati, i quali vi ravvisavano una sorta di prosecuzione moderna delle antiche credenze superstiziose. Tuttavia,

anche se per tutto il seicento le wunderkammern esercitarono grande fascino, lasciando spesso in ombra le

collezioni naturalistiche raccolte seguendo lo spirito tassonomico di Aldrovandi, l’esigenza di ordinare i tre regni

della natura secondo sistemi di classificazione sempre piu’ elaborati non aveva offuscato la funzione scientifica del

museo. I progressi realizzati dalla storia naturale durante la prima meta’ del secolo, grazie alle opere di Rèaumur,

Linneo e Buffon e ai numerosissimi viaggi naturalistici, avevano affollato i musei e le collezioni di una quantita’

enorme di nuove specie sempre piu’ difficili da catalogare. Per queste ragioni il settecento costituisce per la storia

naturale il vero momento di gloria del museo, ma contemporaneamente ne fa emergere in pieno alcuni limiti che,

verso l’inizio del secolo successivo , lo porteranno alla decadenza.

Durante il diciottesimo secolo le cattedre di storia naturale di moltiplicarono nelle Universita’ europee e con esse

l’istituzione di nuovi e sempre piu’ vasti musei naturalistici. Proprio per la funzione centrale che l’insegnamento

della storia naturale ebbe in ambito universitario il museo divenne parte fondamentale della didattica scientifica.

Il museo offriva dunque un percorso guidato all’apprendimento della teoria piu’ adeguata per classificare i tre regni

naturali.

Fin dal Rinascimento, l’analogia tra i tre regni della natura e la loro continuita’ era stata data per scontata.

Tuttavia il mondo minerale sembrava essere di gran lunga il meno interessante. Lo stesso Linneo aveva relegato il

regno minerale sullo sfondo. Al contempo pero’ i minerali erano diventati oggetto di studio appassionato in altre

discipline che , al contrario, erano focalizzate su questa “nuova” classe di oggetti. N particolare la chimica trovo’

nell’analisi dei minerali un campo sperimentale di straordinaria fecondita’. Le sensazionali scoperte realizzate dai

chimici suscitarono grande interesse tra i naturalisti i quali videro nell’analisi chimica uno strumento per la

classificazione e identificazione dei minerali infinitamente piu’ efficace e autorevole del tradizionale approccio

qualitativo. La mineralogia divenne progressivamente una disciplina autonoma o di pertinenza dei chimici. Il nuovo

modo di guardare al regno minerale porto’ anche alla creazione di nuove discipline come la geologia e la

paleontologia. I fossili non furono piu’ considerati forme curiose e bizzarre della natura inorganica, ma vestigia

delle fasi geologiche della Terra.

Con la fondazione del Museum d’histoire naturelle di Parigi, nel 1794, il museo naturalistico apri’ inoltre le sue porte

al pubblico dei cittadini, assumendo connotati che lo avvicinavano al museo moderno. La fondazione del Museum fu

un’iniziativa fortemente caratterizzata ideologicamente. I giacobini che l’avevano voluta, erano infatti seguaci di

Rousseau e fautori di una visione romantica della natura. La stagione gloriosa del Museum era giunta a un punto

critico, dopo la caduta di Robespierre nel luglio del 1794 la gerarchia delle scienze in francia fu completamente

modificata e, questa volta, in via definitiva. La fondazione nel 1794 dell’Ecole POlytechnique e della prima classe

dell’Insitut Nazionale riaffermarono con forza la superiorità delle scienze fisico matematiche sulle scienze

naturali. Lo stesso Napoleone, contribuì alla realizzazione di questo nuovo assetto gerarchico. Anche se sorretto

dal prestigio scientifico e dal genio organizzativo di Georges Cuvier, la decadenza del Musèum e , in sostanza, del

museo naturalistico fu inarrestabile. La ricerca si stava spostando nei laboratori, nelle universita’ e nelle

accademie, e ai musei fu delegata quasi esclusivamente una funzione didattica. Le collezioni continuarono ad

arricchirsi , ma lo sviluppo dell’illustrazione scientifica a colori e, dopo 1840, della fotografia offrirono ai

naturalisti nuovi potentissimi strumenti per sostituire la funzione di compendio della natura che ancora pochi

decenni prima avevano attribuito al museo. Malgrado questi limiti il valore scientifico dl museo naturalistico non si

estinse del tutto.

Con il diffondersi del colonialismo e dei viaggi scientifici la raccolta di nuove specie si era fatta sempre piu’

sistematica. Lo sviluppo delle conoscenze ornitologiche fu in chiaro esempio di tali progressi. Nel 1758 Carlo

Linneo, il padre della tassonomia, aveva classificato 564 differenti specie di uccelli… Fino a quando all’inizio del

ventesimo secolo la classificazione di Richard Bowder Sharpe annoverava 18939 specie. Per pubblicare uno dei

pochi lati positivi del colonialismo, durante il diciannovesimo secolo, si costruirono , in molti paesi europei, enormi

musei naturalistici. Per il nuovo museo naturalistico incrementare il numero dei visitatori, indipendentemente dalla

qualita’ del servizio offerto , era diventata una questione di sopravvivenza, dato che erano parecchio ingenti i costi

di mantenimento, conservazione e ampliamento delle collezioni.

Anche se il museo naturalistico e il collezionismo scientifico avevano subito un inarrestabile declino,

conformemente a questo spirito di rivendicazione di un nuovo ruolo sociale e politico della scienza, nacquero il

Deutsches Museum a Monaco, il Chicago Museum of Science and Industry, il Museo della Scienza e della tecnica a

Milano e altri ancora. In questi enormi palazzi veniva celebrato il felice connubio tra scienza, tecnologia e industria.

I musei scientifici, diventati sempre piu’ costosi e inadeguati rispetto alla rapidita’ del progresso scientifico, non

hanno ancora trovato una politica capace di delineare una nuova collocazione culturale.

LE ACCADEMIE

E’ certamente un dato storico incontestabile che, prima del diciassettesimo secolo, la produzione scientifica è

progredita piu’ grazie all’intraprendenza e creativita’ dei singoli individui che per effetto di un’organizzazione

istituzionale delle idee scientifiche capace di regolare in modo sufficientemente omogeneo lo sviluppo del sapere

naturale. Sulla base di questa premessa, vari studiosi hanno indagato il ruolo delle accademie scientifiche

nell’affermazione della scienza moderna. Ancora oggi non è ben chiaro quale dinamica abbia reso possibile

l’emergere simultaneo di una nuova forma di sapere scientifico, basato piu’ sull’organizzazione collegiale della

ricerca che sulla creativita’ e l’intraprendenza individuali. La difficolta’ di individuare il nucleo originario di sviluppo

della accademie scientifiche del diciassettesimo secolo è accentuata dal fatto che le accademie rinascimentali non

prefigurano nei loro statuti e piani di attivita’ la struttura che avrebbe qualificato la nascita delle nuove

accademie. Le accademie precedenti infatti, erano ispirate alla celebre Accademia Platonica di Firenze, un

consesso di eruditi, legati da vincoli d’amicizia, oltre che di cultura, si riuniva periodicamente per discutere

questioni di varia natura, per lo piu’ letteraria o umanistica, e per commentare qualche opera di comune interesse.

L’Accademia dei Lincei, fondata a Roma nel 1603 dal Principe Federico Cesi e celebrata dagli storici come la prima

accademia scientifica europea, non era un’eccezione. Pur annoverando tra i propri membri scienziati come Galileo,

Della Porta e altri naturalisti , non risulta che durante le riunioni dell’Accademia, rare e discontinue, si facesse

altro che dialogare di scienza o presentare e leggere altre opere scientifiche. Completamente diversa fu la

struttura e l’organizzazione dell’Accademia del Cimento, fondata a Firenze nel 1657 per volere del Granduca di

Toscana Ferdinando II de’ Medici e di suo fratello ,il Principe Leopoldo. Questa istituzione scientifica è

umanamente riconosciuta dagli storici come la prima accademia organizzata secondo una struttura sociale e

istituzionale che prefigura la nascita e lo sviluppo delle accademie moderne. Promosse per proseguire il programma

di Galileo, le attivita’ dell’accademia del Cimento si discostarono progressivamente dalle ricerche teoriche del

maestro delineando al loro posto una nuova visione sperimentale della scienza piu’ consona alla funzione sociale e

politica che le autorita’ committenti le avevano conferito. La fondazione dell’Accademia del Cimento sanziona,

infatti, la nascita di un nuovo modo di fare scienza. La collaborazione tra diversi membri di un gruppo unito da

interessi scientifici omogenei e la sperimentazione pubblica come mezzo di persuasione dell’oggettivita’ e utilita’

delle scoperte costituiscono due importanti fattori di distinzione rispetto alla produzione di opere scientifiche

individuali. La ripetizione di esperimenti pubblici fu, infatti, una delle principali attivita’ svolte durante le sedute.

Collegato a questo intenso programma sperimentale emerse in tutta chiarezza il ruolo cruciale degli strumenti e dei

laboratori, due aspetti della ricerca scientifica a cui si diede un rilievo che non ha precedenti nella storia del

pensiero scientifico occidentale. L’importanza fondativi attribuita alla manipolazione dei fenomeni naturali era una

caratteristica tipica e distintiva degli accademici del Cimento. Grazie alla visibilita’ acquisita, la scienza

sperimentale fu dunque riconosciuta dall’autorita’ politica fiorentina come un’attivita’ autonoma. Avvenne cosi’ che

alla scienza si assegnasse un rango superiore, mentre alle altre discipline si continuava a riconoscere la tradizionale

funzione di celebrare la grandezza e la prodigalita’ medicea. A conferma di questa distinzione è bene sottolineare

che mentre l’Accademia del Cimento era stata istituita e seguita dai sovrani, l’Accademia della Crusca, che pure

includeva molti scienziati, non aveva goduto diun privilegio altrettanto prestigioso.

La fiducia nell’esperimento veniva ripresa pochi anni dopo, quasi alla lettera, dai membri della Royal Society di

Londra, divenendo una delle parole d’ordine della concezione della scienza che si faceva strada all’interno delle

accademie. Le interpretazioni discordanti sull’esito di un dato esperimento erano molto frequenti anche fra gli

accademici stessi.

Il prezzo della crescita della condizione professionale della scienza era sicuramente altro: gli statuti delle

accademie europee estirparono le pretese filosofiche e ideologiche che alcuni scienziati solitari e irriverenti

avevano cercato di difendere con ostinato coraggio. Figure di naturalisti innovatori, come quelle di Paracelso e

Galileo, erano destinata a essere assorbite dall’istituzionalizzazione della ricerca scientifica promossa dalle prime

accademie.

Le accademie secentesche avevano introdotto altre innovazioni di grande importanza quali la standardizzazione, col

la pubblicazione dei primi periodici, della comunicazione scientifica e la valorizzazione della specializzazione delle

discipline. La forza innovatrice delle accademie scientifiche tuttavia, non duro’ a lungo, i primi a mettere in

discussione l’utilita’ delle accademie per il progresso della scienza furono due tra i piu’ autorevoli rappresentanti

dell’illuminismo: Denis Didetot e Jean Jaques Rousseau. Corollario di quest’assunzione filosofica fu il loro

scetticismo nei confronti delle associazioni che ambivano a regolare il progresso delle scienze, riunendole in un

unico corpo di principi comuni. Questa critica venne fatta propria da Jean Paul Marat, che pubblio’ nel 1791 un

pamphlet, che altro non era che un violentissimo attacco contro le accademie in generale e l’Academie des

Sciences in particolare. Marat è stato quasi sempre accusato di aver attaccato L’Accademie per motivi personali;

aveva infatti sottoposto all’attenzione di una commissione dell’Academie le proprie opere sull’elettricita’ e il fuoco,

male sue idee erano state respinte quasi all’unanimita’. Nel 1753 il piu’ celebre matematico d’Europa,, Jean

D’Alamber, aveva pubblicato a Parigi un saggio nel quale siera proposto dimettere in luce quelle che dovevano

essere le qualita’ necessarie a un intellettuale per rafforzare il fragile connubio tra progresso e scienza.

D’Alambert, non era stato il solo accademico a denunciare i limiti del sistema istituzionale dell’Antico Regime. Agli

inizi degli anni ’70, il segretario perpetuo dell’Academie des Sciences et des Belles Lettres di Berlino, Jean Henri

Samuel Formey, aveva scritto una lunga introduzione alla storia dell’Accademia berlinese nella quale illustrava i

vantaggi, ma anche i limiti, delle congregazioni accademiche. Secondo Fromey le accademie dovevano cambiare

ruolo radicalmente. I dibattiti sulle riforme da realizzare nelle accademie scientifiche s’intensificarono nel anni

intorno al 1780. Nel 1785 Lavoisier direttore dell’Academie des Sciences proponeva una riforma radicale della

struttura delle classi accademiche suggerendo, tra l’altro, l’abolizione della figura del membro aggiunto, la

riduzione del numero dei membri pensionnaires e associati, e,l’elezione di un numero maggiore di membri ordinari.

Nel 1787 Condorcet, in qualita’ di segretario perpetuo dell’Academi des Sciences,criticava Lavoisier per l’ingenuita’

con cui aveva creduto possibile realizzare un efficace piano di riforma della pubblica istruzione e delle principali

istituzioni scientifiche all’interno della monarchia, senza rendersi conto che la corono era molto piu’ motivata a

soffocare i lumi piuttosto che a promuoverne la diffusione. Condorcet, aveva avuto modo, nel suo ruolo di

segretario, di notare come il progresso della scienza non poteva piu’ dipendere esclusivamente dall’attivita’ di un

centinaio di studiosi.

L’attacco di Marat e di alcuni giacobini controre accademie non fu dunque un fulmine a ciel sereno ,ma un’opinione

largamente condivisa, tanto che alcuni autorevoli scienziati francesi erano convinti che fosse giunto il momento di

chiudere un’istituzione diventata tanto dannosa. Gli effetti di questi auspici si realizzarono quando, caduta la

monarchia, tutte le istituzioni patrocinati dalla corona vennero di fatto sciolte. Per la prima volta gli scienziati

francesi si trovarono senza la protezione del sovrano e furono costretti percio’ a ripensare il proprio ruolo nella

nuova societa’ repubblicana. Anche se dopo la Rivoluzione, l’Academie des Scienes fu immediatamente ristabilita

come parte integrante dell’Institut Nazionale e mantenne ancora per molto tempo un rilevante prestigio politico e

culturale, la ricerca scientifica si trasferi’ di fatto nei laboratori e nelle universita’. Il declino del ruolo

istituzionale e scientifico svolto con straordinario successo dalle accademie europee fino alla fine del settecento,

subi’ nei due secoli successivi un’impressionante accelerazione e le accademie diventarono un luogo d’incontro idonei

tut’al piu’ alla presentazione dei risultati di ricerche scientifiche realizzate e finanziate altrove. La creazione, nella

prima meta’ del diciannovesimo secolo, di associazioni scientifiche disciplinari come la Sociètè chimique française o

nazionali come la British Association for the Advancement of Science, rivelavano come lo scenario della scienza

europea si stesse trasformando radicalmente con la nascita di organismi piu’ snelli e , contemporaneamente, piu’

incisivi sul piano decisionale politico.

LE SCIENZE E L’UNIVERSITA’.

Se le accademie svolsero un ruolo fondamentale per l’istituzionalizzazione della scienza, l’universita’ della prima

eta’ moderna continuo’ ad essere il ruolo privilegiato di una cultura che, benche’ essenzialmente modellata sulla

tradizione, conobbe momenti innovativi e fecondamene creativi. Anche la diffusione del cartesianesimo, una

dottrina che sembrava essere nata in opposizione al mondo universitario, deve il suo successo all’adesione di molti

dottori universitari che, attraverso libri, dissertazioni, tesi e prolusioni, seppero creare una scuola cosi’ numero da

insidiare per la prima volta il dominio incontrastato che la filosofia naturale aristotelica aveva esercitato sulle

universita’, fin dalla loro nascita. La diffusione del cartesianesimo fu tale che nel settecento esso divenne, in molti

paesi europei, l’unica dottrina nella cui cornice concettuale uno studente universitario potesse studiare i fenomeni

della natura. Le facolta’ mediche di molte università’ europee contribuirono, a partire dal tardo rinascimento, a

promuovere, oltre che a trasmettere, l’elaborazione di idee scientifiche svincolate dalla tradizione. Oltre ai teatri

anatomici, a partire dal 1544 vennero istituiti i giardini botanici,; anche in questo caso fu l’universita’ a orientare gli

studenti all’osservazione diretta del mondo naturale, cambiando cosi’ secolari abitudini di studio. L’assetto tipico

dell’insegnamento universitario era ancora fondato sulla lectio, consistente nella presentazione e iterazione dello

stanco campionario teorico delle dottrine aristoteliche, per quanto riguarda la metafisica e la filosofia naturale e

di galeno e Avicenna in ambito medico. L’insegnamento delle scienze nelle universita’ rimase saldamente ancorato

alla struttura statuaria medievale fino agli inizi del diciottesimo secolo. La struttura statuaria delle universita’

rinascimentali prevedeva che l’insegnamento delle scienze naturali fosse impartito nelle facolta’ dedicate alle

cosiddette arti liberali. Gli insegnamenti delle scuole cattedrali, propedeutici agli studi superiori di teologia,

giurisprudenza e medicina, erano raccolti nelle arti del trivium e del quadrivium: il primo comprendeva la

grammatica la retorica e la dialettica, mentre il secondo includeva l’aritmetica la geometria, l’astronomia e la

musica. Nelle universita’ rinascimentali inoltre le scienze naturali avevano un ruolo istituzionale subalterno: gli

statuti universitari non consentivano la formazione di un curriculum scientifico e tanto meno si apriva per gli

studenti la possibilita’ di uno sbocco professionale scientifico. Inoltre lo svolgimento delle lezioni tradizionali,

scandite dalla lettura e commento dei testi classici, non dava adito alla possibilita’ di confrontare le nozioni

trasmesse dai classici sul mondo naturale con la sperimentazione e l’osservazione diretta. L’insofferenza dei

naturalisti innovativi come Galileo, Cartesio Newton per i limiti strutturali delle universita’ sottolinea come esse

fossero, gia’ nel diciassettesimo secolo , inadeguate ad accogliere e trasmettere le teorie scientifiche che avevano

caratterizzato la rivoluzione scientifica. Soltanto nel settecento, in diversi stati europei, si pose mano alla riforma

degli statuti delle universita’ e si comincio’ a promuovere concretamente lo sviluppo delle scienze naturali. A

beneficiare di queste novita’ non furono pero’ le grandi universita’ come la Sorbona o l’universita’ di Oxford, ma

piccoli atenei, spesso periferici. L’utilitarismo illuministico e la nascita di una rinnovata e diffusa attenzione nei

confronti delle scienze e delle tecniche, erano infatti destinati ad avere ripercussioni importanti anche

sull’ovattato mondo accademico. L’insegnamento della medicina fu il primo a rinnovarsi. Agli inizi del diciottesimo

secolo Hermann Boerhaave, contribui’ con i suoi corsi presso l’Universita’ di Leida a formare una nuova generazione

di medici. Combinando, durante le lezioni, il tradizionale riferimento alle principali teorie e auctoritates mediche

con un moderno senso della pratica e della sperimentazione pubblica. L’insegnamento di Boerhaave, imperniato sulla

pratica sperimentale, contribui’ in modo decisivo allo sviluppo di una disciplina scientifica, la chimica, che fino ad

allora aveva goduto di una pessima reputazione tra gli scienziati. A Leida, comunque, la medicina non fu la sola

scienza godere dei vantaggi derivanti dallo status di disciplina universitaria. Mel 1717 era stata istituita una

cattedra di filosofia sperimentale. Accanto all’enfasi della pratica, il ruolo del manuale subiva un significativo

cambiamento. Nel curriculum universitario tradizionale, infatti, il manuale era per lo piu’ rappresentato da sintesi,

commenti e spiegazioni di testi classici, La connessione tra pratica sperimentale e didattica introdotta

nell’insegnamento universitario delle scienze naturali imponeva un radicale ripensamento del manuale tradizionale.

Se il cambiamento nell’universita’ di Leida fu determinato dall’affermarsi di un nuovo orientamento didattico e di

una nuova concezione della pratica scientifica, in altri paesi, in particolare in Germania E Svezia, fu l’agenda politica

dei governi a scardinare il sistema tradizionale.

Il professore diventa cosi’ un importante consulente della politica economica governativa e, allo stesso tempo, un

efficace avvocato dell’importanza strategica dell’insegnamento delle scienze naturali all’interno del curriculum

universitario. Anche in Italia e in alcuni stati tedeschi le universita’ settecentesche favorirono la creazione di

curricula scientifici, istituendo nuove cattedre e insegnamenti. Non si tratto’ pero’ di un movimento omogeneo. La

causa del successo in Italia dell’universita’ quale istituzione privilegiata per la ricerca scientifica è spiegabile con la

frammentazione geografica degli Stati italiani e la conseguente competizione tra universita’ relativamente piccole

e dipendenti da politiche della ricerca molto diverse tra loro. Malgrado questi indiscutibili progressi e le

significative eccezioni, fino ai primi anni del diciannovesimo secolo l’insegnamento universitario con riusci’ a imporsi

come luogo privilegiato della ricerca scientifica.

In Francia la Rivoluzione francese innesco’ un processo di grande rinnovamento del sistema educativo, che coinvolse

soprattutto l’insegnamento delle scienze naturali. Sotto il dominio di napoleone l’egemonia culturale esercitata dalla

teologia, dalla giurisprudenza e dalla filosofia nelle istituzioni culturali della Francia prerivoluzionaria subi’ un

deciso ridimensionamento. Il processo di laicizzazione della cultura nazionale iniziato nell’era repubblicana doveva

pero’ seguire un percorso che non destabilizzasse il potere costituito e che fosse capace di neutralizzare le

aspirazioni politiche dei filosofi illuministi, i cui immediati sucessori erano ormai giunti alle soglie del potere.

Preoccupato dall’influsso sovversivo che le idee degli Idèologues sembravano avere sui destini politici della Francia,

Napoleone prese addirittura la decisione di sopprimere la classe di Sciences morale set politiques dall’Insitut

national, spalancando contemporaneamente le porte agli scienziati, i quali avevano mostrato in piu’ di un’occasione la

fedelta’ allo stato e contemporaneamente l’utilita’ pubblica della loro attivita’ di ricerca. L’investimento del Primo

Console sulla riconfigurazione della cultura non poteva avere che pesanti ripercussioni sul tradizionale assetto

dell’insegnamento universitario. Pienamente consapevole del valore strategico delle scienze e delle loro applicazioni,

Napoleone comprese che le scuole militari, non potevano da solo rispondere alle rinnovate esigenze dell’Impero.

L’universita’ doveva dunque provvedere un curriculum piu’ consono al progresso scientifico degli ultimi decenni del

settecento e al ruolo preminente che la cosieta’ politica repubblicana avevano conferito alla scienza durante gli anni

della rivoluzione.Tra il 1808 e il 1812 vennero cosi’ fondate in francia numerose facolta’ di scienze autorizzate a

rilasciare un diploma di abilitazione. Grazie a questa iniziativa le Ecoles centrales, venivano affiancate con successo

dalle Universita’. Per effetto delle guerre napoleoniche la modernizzazione del sistema universitario francese

venne adottata, sia pur con riserve e modifiche importanti, in alcuni stati tedeschi e italiani.

Altre importanti innovazioni istituzionali avevano nel fratempo cambiato il volto delle antiche strutture. Nella

prima meta’ del secolo alcune universita’ tedesche avevano introdotto nei loro statuti la regola secondo la quale per

accedere all’insegnamento superiore era necessario ottenere un’abilitazione. Tale titolo poteva essere conseguito

solo dopo la presentazione di ricerche originali. L’originalita’ come criterio di selezione e la mobilita’ di tutto il

personale universitario favorivano la competizione tra i ricercatori e, a un livello superiore, tra le unversita’.

Inoltre, per assicurarsi i migliori ricercatori in un dato campo d’indagine, molte universita’ tedesche offrivano,

oltre che la cattedra, le condizioni materiali perche’ tale campo di ricerche potesse essere sviluppato. La creazione

di laboratori e centri di ricerca sperimentale all’interno delle universita’ tedesche divenne parte integrante della

loro organizzazione istituzionale.

A seguito della disfatta sofferta durante la guerra franco-prussiana molti scienziati francesi lamentarono la

superiorita’ della scienza tedesca, incitando le istituzioni governative a prendere seri provvedimenti. Malgrado i

rapporti tra gli scienziati e il governo francese fossero ottimi e gli appelli avessero trovato ascolto, non si

registrarono tuttavia iniziative concrete per modificare la situazione esistente. Verso la fine del diciannovesimo

secolo molte universita’ degli Stati uniti avevano adottato il sistema tedesco, favorendo l’istituzione di cattedre di

ricerca, laboratori e cliniche universitarie. Tuttavia tra il modello tedesco e l’emergente modello americano

correvano differenze profonde. Le universita’ tedesche erano amministrate, sia pur indirettamente dallo Stato e

pur godendo di grande autonomia non avevano un contatto diretto con il mondo dell’industria. L’elemento piu’

distintivo dell’universita’ americana fu il declino della centralita’ della cattedra,. Il progetto, il suo finanziamento,

l’organizzazione, l’allestimento e infine la realizzazione diventarono il cuore pulsante della ricerca scientifica

americana. Grazie all’istuzionalizzazione dei progetti di ricerca, si è realizzata negli Stati uniti una convergenza fra

ricerca accademica ed esigenze di sviluppo dell’industria, con evidenti vantaggi sotto il profilo economico e con

risultati scientifici di straordinaria portata, soprattutto in ambito applicativo. La flessibilita’ di un sistema

universitario come quello americano ha permesso agli USA di conquistare il primato mondiale nella produzione di

invenzioni e scoperte scientifiche, e, di diventare il modello di riferimento per molti paesi europei. E’ tuttavia

difficile celebrare il modello americano senza rilevarne le contraddizioni. La dipendenza della ricerca scientifica

dal finanziamento di grandi progetti ha spesso reso asfissiante la connessione tra universita’ e industria, e anche

se l’obiettivo immediato della ricerca non è il profitto, l’ansia di raccogliere fondi e produrre risultati a breve e

medio termine ha fatto dello scienziato una figura professionale a meta’ strada tra il ricercatore e il manager e ha

introdotto non pochi elementi di conflittualita’ nella comunita’ scientifica stessa.

I LABORATORI.

Il termine laboratorio costituisce un’acquisizione linguistica piuttosto recente. La nozione quattrocentesca di

laboratorio deriva dal latino rinascimentale laboratorium, che in origine significava officina. Via via pero’ che il

termine latino labor perse il suo significato proprio di fatica, sforzo, con la parola laboratorio si comincio’ a

intendere un luogo, o anche un sistema, si sperimentazione scientifica ed elaborazione concettuale. Tra tutti i

luoghi in cui la scienza ha operato e si è strutturata istituzionalmente, il laboratorio è l’unico che non ha radici

classiche o umanistiche. Mentre lo studiolo , il museo, le accademie e gli edifici universitari sono spazi nati

dall’esigenza degli umanisti d’istituzionalizzare la ricerca filologica e solo in un secondo tempo sono stati adattati

agli scienziati e alle loro esigenze, il laboratorio scientifico è un ambiente del tutto nuovo. Il termine officina, il

piu’ vicino al moderno significato di laboratorio, designava la bottega in cui si lavoravano i metalli, i marmi e le

argille, ma non era associato ad attivita’ tecniche o scientifiche. La stessa nozione di esperimento è quasi del tutto

asente e il lemma latino experimentum non alludeva alla pratica scientifica ma all’esperienza quotidiana. Al

laboratorio si deve l’introduzione di un termine, esperimento, che piu’ di ogni altro connoto’ un cambiamento

radicale nella pratica scientifica tradizionale e diede l’avvio alla nascita della scienza moderna. Fu in questo spazio

che, per la prima volta, si realizzarono le condizioni materiali per la replica artificiale e controllata dei fenomeni.

Per un curioso paradosso, l’origine del laboratorio e alla pratica sperimentale risale alla pratica delle scienze

occulte e in parti colare all’alchimia. Il laboratorio costituiva l’alternativa al modo tradizionale di praticare la

scienza. Nel laboratorio era la natura stessa che parlava ai suoi adepti. Il laboratorio, prima ancora di diventare

luogo di scoperte scientifiche e di invenzioni, divenne il simbolo di una nuova concezione della pratica che elevava il

sapere tecnico al rango di quello filosofico e religioso. I laboratori degli alchimisti certamente non nacquero dal

nulla, avevano come antecedenti le botteghe degli artisti, in particolare quelle degli speziali. Bacone espresse

l’ammirazione per l’attivita’ febbrile dei laboratori degli alchimisti e, anche se aveva criticato l’ossessione per la

pietra filosofale, mostro’ di comprenderne appieno l’importanza della sperimentazione. La considerazione che

Bacone ebbe del laboratorio alchimistico non fu condivisa dalla maggior parte dei filosofi e degli scienziati del

Seicento. Cartesio per esempio aveva visto nell’esito fallimentare delle pretese degli alchimisti la dimostrazione

che la scienza guidata dalla sola sperimentazione non poteva condurre la ragione sulla strada dell’errore. Durante la

seconda meta’ del settecento furono introdotte nel laboratorio alcune significative innovazioni che,

progressivamente, differenziarono la prassi sperimentale chimica da quella che fu propria degli alchimisti nel

secolo precedente. Le attrezzature di laboratorio, si fecero via via piu’ complesse. Malgrado i considerevoli

progressi, il laboratorio chimico continuava ad assomigliare piu’ a una cucina che a un moderno sito di ricerca

sperimentale. Lavoisier collaboro’ con Macquer a diversi progetti sperimentali; alla fine del settecento, la

rivoluzione teorica di Lavoisier dara’ straordinario impulso alla ricerca sperimentale e all’affermarsi istituzionale

della chimica in quasi tutta Europa. Questo fondamentale cambiamento concettuale comportera’ anche un

rinnovamento della pratica di laboratorio. Nollet aveva delimitò i confini della fisica entro gli angusti orizzonti della

speculazione teorica, Nollet rivendicava l’importanza dell’osservazione diretta e della sperimentazione. In un

manuale, Nollet illustrava le modalita’ di costruzione di una grandissima varieta’ di strumenti utilizzati durante le

lezioni pubbliche. L’enfasi posta da Nollet sull’importanza degli apparecchi di laboratorio costituiva una novita’

fondamentale che sanciva il passaggio dalla fisica speculativa e teorica alla fisica dei laboratori. Il laboratorio di

chimica di Lavoisier, ubicato all’Arsenale di Parigi, divenne ben presto un luogo di incontro e collaborazione tra vere

e proprie èquipe di ricerca. Consapevole che la vita di laboratorio, come gia’ aveva insegnato Macquer, non poteva

essere condotta in solitudine, Lavoisier organizzo’ un modello di ricerca che prevedeva non soltanto la condivisione

delle strutture di sperimentazione, ma anche il confronto delle idee. Il laboratorio di Lavoisier segna una rottura

rispetto al passato, soprattutto per le sue dimensioni. La ricerca sperimentale non poteva piu’ essere attivita’ di

dilettanti o di autodidatti che necessariamente disponevano soltanto di pochi e semplici strumenti, ma diventava

un’attivita’ estremamente costosa, che richiedeva apparecchi di altissima precisione e di grande complessita’.

Madame Lasvoisier riporta nel protocollo di laboratorio i risultati ottenuti. La prassi di registrare con la massima

attenzione l’andamento degli esperimenti e gli esiti parziali dei risultati ottenuti costituisce una delle principali

acquisizioni della vita di laboratorio, Nel protocollo di laboratorio venivano segnate data e ora dell’esperimento, le

condizioni ambientali, gli strumenti e le sostanze usate come reagenti. La registrazione precisa degli esperimenti

forniva inoltre una soluzione efficace ai pericoli che incombevano frequentemente nella vita di laboratorio. Il

protocollo, una volta ultimato, costituiva per lo scienziato un canovaccio dal quale elaborava una sintesi che, risolte

tutte le contraddizioni e gli errori apparenti , poteva essere presentata al pubblico come una scoperta coerente.

Gli esperimenti sono inoltre scanditi da una rigida divisione dei ruoli. Il laboratorio di Lavoisier si presentava come

una vera e propria scuola di apprendistato sperimentale che servi’ come modello al laboratorio didattico introdotto

con successo nell’Ecole Polytecnique alla fine del secolo. Anche la pratica dell’apprendistato fu profondamente

modificata. Tutti, anche gli assistenti e gli studenti, erano chiamati a partecipare con mansioni ben definite

all’esperimento. Durante il diciannovesimo secolo il laboratorio, cosi’ com’era stato delineato da Lavoisier, divenne

per molte scienze, come la fisica e la chimica, lo spazio privilegiato di ricerca. Un esempio storico è rappresentato

dal laboratorio di chimica di Liegig.Nel 1824 Liebig ricevette l’incarico dell’insegnamento di chimica presso

l’Universita’ di Giessen. L’anno successivo a soli 22 anni sarebbe divenuto professore ordinario di chimica e avrebbe

potuto disporre di un modesto laboratorio. Le cose andarono diversamente e in pochi anni il laboratorio di Liebig

divenne la capitale della chimica mondiale. Studenti proveniente da tutti i paesi europei e da tutti i continenti

vennero attratti dalla capacita’ sperimentale e dai metodi innovativi di insegnamento adottati nel piccolo ateneo di

Giessen. Nei primi anni furono proprio gli stranieri a garantire la sopravvivenza del laboratorio. Secondo Liebig, la

causa principale di questo afflusso di studenti risedeva nel rapporto di stretta collaborazione che egli era stato

capace di instaurare con ciascun studente. Il maestro indicava la via per svolgere gli esperimenti, ma lasciava gli

studenti assolutamente liberi di proporre e talvolta condurre i programmi di ricerca che suscitavano il loro

interesse scientifico,oltre al fatto che gli studenti potevano ottenere un credito scientifico. Liebig comprese

quanto stimolante potesse essere per un giovane studioso vedere riconosciuta la proprieta’ intellettuale di una

scoperta; perche’ cio’ fosse possibile bisognava avere il controllo di almeno un periodico specializzato. A partire

dal 1824 Liebig si era impegnato a collaborare con il chimico Geiger alla redazione del Magazin fur Pharmacie. Era

forse la prima volta che un periodico scientifico diventava la cassa di risonanza di un laboratorio e ben presto molti

altri istituti ne seguirono l’esempio.

Dopo la prima Guerra Mondiale, scienza e tecnologia trovarono nei governi un sostegno piu’ deciso e la crescita

degli investimenti in ricerche estremamente costose si fece esponenziale. Solo negli Stati Uniti, comunque, questa

tendenza si realizzo’ pienamente. Grazie alla riforma dei curricula universitari e alla stretta collaborazione che le

Universita’ avevano stabilito con fondazioni e industrie, gia’ alla fine del diciannovesimo secolo, le esigenze di


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della comunicazione
SSD:
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher valeria0186 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia della scienza e delle tecniche e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Insubria Como Varese - Uninsubria o del prof Vaccari Ezio.

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