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della rivoluzione.Tra il 1808 e il 1812 vennero cosi’ fondate in francia numerose facolta’ di scienze autorizzate a

rilasciare un diploma di abilitazione. Grazie a questa iniziativa le Ecoles centrales, venivano affiancate con successo

dalle Universita’. Per effetto delle guerre napoleoniche la modernizzazione del sistema universitario francese

venne adottata, sia pur con riserve e modifiche importanti, in alcuni stati tedeschi e italiani.

Altre importanti innovazioni istituzionali avevano nel fratempo cambiato il volto delle antiche strutture. Nella

prima meta’ del secolo alcune universita’ tedesche avevano introdotto nei loro statuti la regola secondo la quale per

accedere all’insegnamento superiore era necessario ottenere un’abilitazione. Tale titolo poteva essere conseguito

solo dopo la presentazione di ricerche originali. L’originalita’ come criterio di selezione e la mobilita’ di tutto il

personale universitario favorivano la competizione tra i ricercatori e, a un livello superiore, tra le unversita’.

Inoltre, per assicurarsi i migliori ricercatori in un dato campo d’indagine, molte universita’ tedesche offrivano,

oltre che la cattedra, le condizioni materiali perche’ tale campo di ricerche potesse essere sviluppato. La creazione

di laboratori e centri di ricerca sperimentale all’interno delle universita’ tedesche divenne parte integrante della

loro organizzazione istituzionale.

A seguito della disfatta sofferta durante la guerra franco-prussiana molti scienziati francesi lamentarono la

superiorita’ della scienza tedesca, incitando le istituzioni governative a prendere seri provvedimenti. Malgrado i

rapporti tra gli scienziati e il governo francese fossero ottimi e gli appelli avessero trovato ascolto, non si

registrarono tuttavia iniziative concrete per modificare la situazione esistente. Verso la fine del diciannovesimo

secolo molte universita’ degli Stati uniti avevano adottato il sistema tedesco, favorendo l’istituzione di cattedre di

ricerca, laboratori e cliniche universitarie. Tuttavia tra il modello tedesco e l’emergente modello americano

correvano differenze profonde. Le universita’ tedesche erano amministrate, sia pur indirettamente dallo Stato e

pur godendo di grande autonomia non avevano un contatto diretto con il mondo dell’industria. L’elemento piu’

distintivo dell’universita’ americana fu il declino della centralita’ della cattedra,. Il progetto, il suo finanziamento,

l’organizzazione, l’allestimento e infine la realizzazione diventarono il cuore pulsante della ricerca scientifica

americana. Grazie all’istuzionalizzazione dei progetti di ricerca, si è realizzata negli Stati uniti una convergenza fra

ricerca accademica ed esigenze di sviluppo dell’industria, con evidenti vantaggi sotto il profilo economico e con

risultati scientifici di straordinaria portata, soprattutto in ambito applicativo. La flessibilita’ di un sistema

universitario come quello americano ha permesso agli USA di conquistare il primato mondiale nella produzione di

invenzioni e scoperte scientifiche, e, di diventare il modello di riferimento per molti paesi europei. E’ tuttavia

difficile celebrare il modello americano senza rilevarne le contraddizioni. La dipendenza della ricerca scientifica

dal finanziamento di grandi progetti ha spesso reso asfissiante la connessione tra universita’ e industria, e anche

se l’obiettivo immediato della ricerca non è il profitto, l’ansia di raccogliere fondi e produrre risultati a breve e

medio termine ha fatto dello scienziato una figura professionale a meta’ strada tra il ricercatore e il manager e ha

introdotto non pochi elementi di conflittualita’ nella comunita’ scientifica stessa.

I LABORATORI.

Il termine laboratorio costituisce un’acquisizione linguistica piuttosto recente. La nozione quattrocentesca di

laboratorio deriva dal latino rinascimentale laboratorium, che in origine significava officina. Via via pero’ che il

termine latino labor perse il suo significato proprio di fatica, sforzo, con la parola laboratorio si comincio’ a

intendere un luogo, o anche un sistema, si sperimentazione scientifica ed elaborazione concettuale. Tra tutti i

luoghi in cui la scienza ha operato e si è strutturata istituzionalmente, il laboratorio è l’unico che non ha radici

classiche o umanistiche. Mentre lo studiolo , il museo, le accademie e gli edifici universitari sono spazi nati

dall’esigenza degli umanisti d’istituzionalizzare la ricerca filologica e solo in un secondo tempo sono stati adattati

agli scienziati e alle loro esigenze, il laboratorio scientifico è un ambiente del tutto nuovo. Il termine officina, il

piu’ vicino al moderno significato di laboratorio, designava la bottega in cui si lavoravano i metalli, i marmi e le

argille, ma non era associato ad attivita’ tecniche o scientifiche. La stessa nozione di esperimento è quasi del tutto

asente e il lemma latino experimentum non alludeva alla pratica scientifica ma all’esperienza quotidiana. Al

laboratorio si deve l’introduzione di un termine, esperimento, che piu’ di ogni altro connoto’ un cambiamento

radicale nella pratica scientifica tradizionale e diede l’avvio alla nascita della scienza moderna. Fu in questo spazio

che, per la prima volta, si realizzarono le condizioni materiali per la replica artificiale e controllata dei fenomeni.

Per un curioso paradosso, l’origine del laboratorio e alla pratica sperimentale risale alla pratica delle scienze

occulte e in parti colare all’alchimia. Il laboratorio costituiva l’alternativa al modo tradizionale di praticare la

scienza. Nel laboratorio era la natura stessa che parlava ai suoi adepti. Il laboratorio, prima ancora di diventare

luogo di scoperte scientifiche e di invenzioni, divenne il simbolo di una nuova concezione della pratica che elevava il

sapere tecnico al rango di quello filosofico e religioso. I laboratori degli alchimisti certamente non nacquero dal

nulla, avevano come antecedenti le botteghe degli artisti, in particolare quelle degli speziali. Bacone espresse

l’ammirazione per l’attivita’ febbrile dei laboratori degli alchimisti e, anche se aveva criticato l’ossessione per la

pietra filosofale, mostro’ di comprenderne appieno l’importanza della sperimentazione. La considerazione che

Bacone ebbe del laboratorio alchimistico non fu condivisa dalla maggior parte dei filosofi e degli scienziati del

Seicento. Cartesio per esempio aveva visto nell’esito fallimentare delle pretese degli alchimisti la dimostrazione

che la scienza guidata dalla sola sperimentazione non poteva condurre la ragione sulla strada dell’errore. Durante la

seconda meta’ del settecento furono introdotte nel laboratorio alcune significative innovazioni che,

progressivamente, differenziarono la prassi sperimentale chimica da quella che fu propria degli alchimisti nel

secolo precedente. Le attrezzature di laboratorio, si fecero via via piu’ complesse. Malgrado i considerevoli

progressi, il laboratorio chimico continuava ad assomigliare piu’ a una cucina che a un moderno sito di ricerca

sperimentale. Lavoisier collaboro’ con Macquer a diversi progetti sperimentali; alla fine del settecento, la

rivoluzione teorica di Lavoisier dara’ straordinario impulso alla ricerca sperimentale e all’affermarsi istituzionale

della chimica in quasi tutta Europa. Questo fondamentale cambiamento concettuale comportera’ anche un

rinnovamento della pratica di laboratorio. Nollet aveva delimitò i confini della fisica entro gli angusti orizzonti della

speculazione teorica, Nollet rivendicava l’importanza dell’osservazione diretta e della sperimentazione. In un

manuale, Nollet illustrava le modalita’ di costruzione di una grandissima varieta’ di strumenti utilizzati durante le

lezioni pubbliche. L’enfasi posta da Nollet sull’importanza degli apparecchi di laboratorio costituiva una novita’

fondamentale che sanciva il passaggio dalla fisica speculativa e teorica alla fisica dei laboratori. Il laboratorio di

chimica di Lavoisier, ubicato all’Arsenale di Parigi, divenne ben presto un luogo di incontro e collaborazione tra vere

e proprie èquipe di ricerca. Consapevole che la vita di laboratorio, come gia’ aveva insegnato Macquer, non poteva

essere condotta in solitudine, Lavoisier organizzo’ un modello di ricerca che prevedeva non soltanto la condivisione

delle strutture di sperimentazione, ma anche il confronto delle idee. Il laboratorio di Lavoisier segna una rottura

rispetto al passato, soprattutto per le sue dimensioni. La ricerca sperimentale non poteva piu’ essere attivita’ di

dilettanti o di autodidatti che necessariamente disponevano soltanto di pochi e semplici strumenti, ma diventava

un’attivita’ estremamente costosa, che richiedeva apparecchi di altissima precisione e di grande complessita’.

Madame Lasvoisier riporta nel protocollo di laboratorio i risultati ottenuti. La prassi di registrare con la massima

attenzione l’andamento degli esperimenti e gli esiti parziali dei risultati ottenuti costituisce una delle principali

acquisizioni della vita di laboratorio, Nel protocollo di laboratorio venivano segnate data e ora dell’esperimento, le

condizioni ambientali, gli strumenti e le sostanze usate come reagenti. La registrazione precisa degli esperimenti

forniva inoltre una soluzione efficace ai pericoli che incombevano frequentemente nella vita di laboratorio. Il

protocollo, una volta ultimato, costituiva per lo scienziato un canovaccio dal quale elaborava una sintesi che, risolte

tutte le contraddizioni e gli errori apparenti , poteva essere presentata al pubblico come una scoperta coerente.

Gli esperimenti sono inoltre scanditi da una rigida divisione dei ruoli. Il laboratorio di Lavoisier si presentava come

una vera e propria scuola di apprendistato sperimentale che servi’ come modello al laboratorio didattico introdotto

con successo nell’Ecole Polytecnique alla fine del secolo. Anche la pratica dell’apprendistato fu profondamente

modificata. Tutti, anche gli assistenti e gli studenti, erano chiamati a partecipare con mansioni ben definite

all’esperimento. Durante il diciannovesimo secolo il laboratorio, cosi’ com’era stato delineato da Lavoisier, divenne

per molte scienze, come la fisica e la chimica, lo spazio privilegiato di ricerca. Un esempio storico è rappresentato

dal laboratorio di chimica di Liegig.Nel 1824 Liebig ricevette l’incarico dell’insegnamento di chimica presso

l’Universita’ di Giessen. L’anno successivo a soli 22 anni sarebbe divenuto professore ordinario di chimica e avrebbe

potuto disporre di un modesto laboratorio. Le cose andarono diversamente e in pochi anni il laboratorio di Liebig

divenne la capitale della chimica mondiale. Studenti proveniente da tutti i paesi europei e da tutti i continenti

vennero attratti dalla capacita’ sperimentale e dai metodi innovativi di insegnamento adottati nel piccolo ateneo di

Giessen. Nei primi anni furono proprio gli stranieri a garantire la sopravvivenza del laboratorio. Secondo Liebig, la

causa principale di questo afflusso di studenti risedeva nel rapporto di stretta collaborazione che egli era stato

capace di instaurare con ciascun studente. Il maestro indicava la via per svolgere gli esperimenti, ma lasciava gli

studenti assolutamente liberi di proporre e talvolta condurre i programmi di ricerca che suscitavano il loro

interesse scientifico,oltre al fatto che gli studenti potevano ottenere un credito scientifico. Liebig comprese

quanto stimolante potesse essere per un giovane studioso vedere riconosciuta la proprieta’ intellettuale di una

scoperta; perche’ cio’ fosse possibile bisognava avere il controllo di almeno un periodico specializzato. A partire

dal 1824 Liebig si era impegnato a collaborare con il chimico Geiger alla redazione del Magazin fur Pharmacie. Era

forse la prima volta che un periodico scientifico diventava la cassa di risonanza di un laboratorio e ben presto molti

altri istituti ne seguirono l’esempio.

Dopo la prima Guerra Mondiale, scienza e tecnologia trovarono nei governi un sostegno piu’ deciso e la crescita

degli investimenti in ricerche estremamente costose si fece esponenziale. Solo negli Stati Uniti, comunque, questa

tendenza si realizzo’ pienamente. Grazie alla riforma dei curricula universitari e alla stretta collaborazione che le

Universita’ avevano stabilito con fondazioni e industrie, gia’ alla fine del diciannovesimo secolo, le esigenze di

sviluppo del laboratorio scientifico trovarono qui una risposta ampia e circostanziata. Di grandissima importanza fu

la creazione nel 1930 dell’University of California Radiation Laboratori per opera del fisico americano Lawrence.

Grazie ai lauti fiananziamenti che era riuscito ad ottenere da varie fondazioni Lawrence fece costruire un

laboratorio finalizzato alla realizzazione del suo progetto di macchina per il bombardamento dei nuclei atomici, il

ciclotrone. Nel 1930 il dibattito sulla possibilita’ di trasformare la materia in energia, teorizzata da Einstin aveva

suscitato un grande interesse per la fisica delle particelle e non solo presso gli addetti ai lavori. L’atomo e le sue

radiazioni divennero il principale oggetto di ricerca della comunita’ mondiale dei fisici e buona parte dei chimici.

Alla possibilita’ di trovare i mezzi per trasformare le particelle elementari si opposero molti fisici, americani ed

europei, i quali mettevano in luce che la produzione di energia atomica non solo non era realizzabile in quel momento

ma sembrava improbabile che tale affannosa ricerca potesse produrre esiti positivi anche in futuro. Intorno al

1930 quando il dibattito sui risultati delle ricerche sulle particelle atomiche era in corso, Lawrence aveva gia’

installato il suo laboratorio e aveva delineato in modo chiaro il suo ambizioso progetto di ricerca. Costruendo il

ciclotrone , Lawrene riusci’ ad aggirare la necessita’ produrre quantita’ di energia sempre piu’ alte per forzare la

struttura degli atomi. Lawrence si persuase che la produzione di energia atomica era esclusivamente una questione

di precisione. Il bombardamento delle particelle, infatti, costituiva un’operazione estremamente complessa e la

precisione dello strumento era la condizione perche’ gli esperimenti potessero avere esito positivo. La cura del

cancro, la produzione di energia e l’industria chimica erano i tre principali beneficiari dei risultati che si sperava di

ottenere. Tutti riconobbero che la maggior precisione dei dati che si potevano ricavare con il ciclotrone, costituiva

un motivo sufficiente per adottare questa nuova macchina come standard della ricerca sperimentale della

particelle. Tal elemento fu determinante nel 1939 per l’assegnazione del Nobel per la fisica a Lawrence. Il

cambiamento impresso al laboratorio di fisica da Lawrence negli anni precedenti la seconda guerra mondiale venne

immediatamente preso come modello dai laboratori di ricerca nucleare istituiti durante la mobilitazione generale

che segui’ l’attacco di Pearl Harbour nel 1941. La fondazione nei primi anni cinquanta del ventesimo secolo del primo

laboratorio di fisica europeo, il CERN, e la successiva progettazione del piu’ grande acceleratore di particelle

aprivano la strada europea alla costruzione dei grandi laboratori. Fin dalla sua nascita il laboratorio ha

rappresentato per lo scienziato il luogo ideale per sviluppare al meglio la propria attivita’ . Nel laboratorio, creatura

della scienza moderna, lo scienziato ritrovava tutti gli elementi materiali di cui, a partire dal rinascimento e nel

corso dei secoli successivi, è emersa l’esigenza di dominare la natura, secondo modalita’ completamente differenti

rispetto all’antichita’. Il laboratorio rappresenta la sintesi di tutte le condizioni materiali della pratica scientifica

ed è divenuto il santuario dove lo scienziato ha il potere di riprodurre artificialmente le condizioni ottimali per

studiare i fenomeni naturali.L’importanza della terminologia tecnica e specializzata attraverso la quale si

sintetizzano le scoperte fanno del laboratorio un luogo ove la comunicazione è centrale. La produzione dell’articolo,

nel quale si annuncia una scoperta o un’invenzione, infatti, è il frutto di un complesso processo di mediazioni che

sottolinea la natura collegiale della ricerca scientifica. La presenza pervasiva degli strumenti e l’assunto secondo il

quale una teoria o ipotesi scientifica non è valida finche’ non sia stata verificata sperimentalmente, ha prodotto una

dipendenza sempre piu’ marcata della scienza dalla tecnologia. Al tempo stesso l’esigenza di dotare i laboratori di

macchine e strumenti sempre piu’ costosi ha reso necessario un coinvolgimento piu’ o meno diretto dell’industria.

L’identita’ professionale dello scienziato contemporaneo è determinata dalla sua attivita’ di laboratorio, tanto che è

ormai diventato impossibile comprendere il contesto delle scoperte scientifiche prescindendo dal loro luogo di

produzione.

SCIENZA E GUERRA.

Nel 1540 il fondatore e capitano d’artiglieria senese Vanoccio Biringuccio, celebrava, molto prima di Bacone, la

scoperta della polvere d’asparo. Il caso dell’invenzione della polvere da sparo e dei suoi effetti decisivi nelle

battaglie mostrava quanto fosse giustificato l’elogio dell’anonimo inventore e l’orgoglio del suo epigono moderno

Biringuccio. L’arte della guerra era stata rivoluzionata da questa invenzione dando impulso alla costruzione di armi

sempre piu’ sofisticate, come il cannone e l’archibugio. Furono le armi da fuoco a segnare un passaggio decisivo nella

storia europea. Rivoluzionando l’are della guerra e favorendo l’espansione geo-politica degli stati europei, le nuove

invenzioni militari avevano stimolato la domanda di ferro, necessario a costruire le armi da fuoco e da difesa, e

conseguentemente favorito lo sviluppo dello sfruttamento minerario. Descritta dal filosofo medievale Bacone nel

1248, la polvere da sparo rimase in una sorta di limbo fino a che le condizioni materiali e tecnologiche ne chiarirono

le potenzialita’ per un’applicazione su larga scala. Perche’ cio’ avvenisse era necessario lo sviluppo massiccio

dell’estrazione e produzione metallifera. Tra la fine del quindicesimo secolo e i primi decenni del secolo successiva,

la produzione di bronzo e ferro subi’ un incremento prodigioso. La principale novita’ introdotta durante il

rinascimento nell’arte della guerra non fu il progresso delle macchine militari, per opera di Leonardo e degli

ingegneri, ma quello della metallurgia e della chimica, dal quale nacquero gli archibugi e il cannone, due invenzioni

che trasformarono i campi di battaglia e accrebbero la dimensione degli stermini. La metallurgia cessava di essere

competenza esclusiva di tecnici semianalfabeti, ma diventava oggetto d’interesse per gli uomini di scienza. Quasi

contemporaneamente agli studi di Biringuccio a Venezia veniva pubblicata un’opera di Tartaglia; in questo breve

opuscolo tartaglia, sollecitato da un bombardiere a spiegare matematicamente i fenomeni relativi alla balistica,

stabili’ che la traiettoria dei proiettili sparati da un cannone era sempre curva e che risultava possibile raggiungere

la massima gittata portando l’elevazione della canna a 45°; quest’opera rappresento’ il primo trattato di balistica.

Alla fine del sedicesimo secolo, molti scienziati di spicco operavano nel campo della ricerca militare. Ci volle molto

pero’, prima che i professionisti della guerra vedessero nella scienza e nella tecnica due indispensabili alleati. La

Rivoluzione francese avrebbe sconvolto questo panorama piuttosto statico, configurando una nuova generazione di

scienziati e militari. Furono gli scienziati a intervenire direttamente nella produzione della polvere da sparo, nel

miglioramento tecnico dei cannoni e delle armi da fuoco, nonché nello sviluppo di un sistema di comunicazione

innovativo, il telegrafo ottico, che si rivelo’ decisivo per il coordinamento degli spostamenti delle armate. L’11

marzo del 1794, nel pieno della tormenta del dispotismo rivoluzionario, il Comitato di salute pubblica creava una

commissione incaricata di istituire una scuola superiore di lavori pubblici. Questa scuola, rinomata di li’ a pochi

mesi Ecole Polytecnique, doveva sopperire da un lato al vuoto lasciato dalla chiusura delle istituzioni scientifiche

dell’Antico Regime, in particolare dell’Academie des sciences, e dall’altro unificare le antiche scuole militari e

politecniche. A soli dieci anni dalla fondazione dell’Ecole, Napoleone avrebbe cercato di militarizzare la struttura,

affiancando un generale, Laucèe, agli scienziati che la dirigevano. La strana coabitazione dell’educazione scientifica

con l’istruzione militare e il suo rigore non impedi’ che l’Ecole diventasse in pochissimi anni il maggior centro di

ricerca scientifica di francia e forse, d’Europa. La connessione tra scienza e guerra nata durante la Rivoluzione

francese si manifesto’ in una collaborazione piu’ diretta tra il generale Napoleone Bonaparte e i membri della prima

classe dell’Institu, l’antica Accademie des sciences. Durante la campagna d’italia, il generale si circondo’ di

numerosi scienziati francesi e preferi’ avere contatti con i naturalisti italiani piuttosto che con i politici. Al ritorno

dalla spettacolare campagna d’Italia, Napoleone fu elettomembro della classe di matematica dell’Institut. Tuttavia

fu proprio durante laprima guerra mondiale che gli Stati Uniti e l’Europa cominciarono a investire nella ricerca

scientifica e in particolare nel settore bellico. Negli anni che separarono la fine della Prima dall’inizio della Seconda

Guerra, l’organizzazione istituzionale della ricerca scientifica fece passi da gigante e i principali governi europei

arruolarono nei settori strategico militari un numero impressionante dis scienziati accademici. La collaborazione

tra potere politico, militari e scientifici divenne progressivamente piu’ stretta, e soprattutto per gli scienziati,

naturale. Lo scoppio della Seconda guerra mondiale, quindi, non trovo’ la comunita’ scientifica impreparata. Dopo il

bombardamento di Pearl Harbour il presidente della Carnegie Institution stimava che gli scienziati e i tecnici

impiegati in ricerche militari superassero solo negli Stati Uniti le trentamila unita’. Contemporaneamente alla

crescita esponenziale delle dimensioni della ricerca, l’istituirsi di una sempre piu’ stretta collaborazione tra

scienziati e militari mise in discussione la tradizionale immagine di neutralità che aveva caratterizzato la scienza

fin dal diciassettesimo secolo. La costruzione della bomba atomica costitui’ un passaggio cruciale, oltre il quale la

scienza acquisi’ un’importanza politica e strategica quale mai aveva avuto in precedenza. La scoperta della

radioattivita’ da parte della coppia di fisici aveva dato l’avvio in tutta l’Europa e in alcuni lavoratori degli Stati Uniti

a ricerche sperimentali intensissime sullo studio della struttura atomica di alcune sostanze. Enrico fermi arrivo’

negli Stati Uniti il 2 gennaio 1939, poco dopo essere stato insignito del Nobel per la fisica per la scoperta di nuove

sostanze radioattive del potere selettivo degli elettroni e comincio’ da subito a lavorare nel dipartimento di fisica

della Columbia University. Venuto a conoscenza della scoperta di Niels Bohr sulla fissione nucleare e dei suoi primi

studi relativi alle quantita’ di neutroni liberati dalla fissione dei nuclei di alcuni atomi, il 25 gennaio Fermi aveva gia’

ipotizzato che tali liberazioni di neutroni dal nucleo potessero a loro volta, in una reazione a catena , provocare

nuove fissioni. Individuando nell’uranio la sostanza privilegiata per questo tipo di esperimenti, fermi e il suo gruppo

di assistenti giunse rapidamente a formulare ipotesi sufficientemente precise circa l’esito di questa reazione e le

sue potenzialita’ applicative. Gli esperimenti di fermi vennero acolti con grande entusiasmo. Fu subito subito chiaro

che era possibile utilizzare l’uranio per emettere grandi quantita’ di energia atomica e che esisteva una possiblita’,

nemmeno tanto remota, di impiegarlo nella costruzione di un ordigno il cui potenziale distruttivo sarebbe stato

molto superiore rispetto a qualsiasi esplosiva fino ad allora conosciuto. Pochi mesi dopo alla fine di agosto, Einstain

scriveva al presidente degli stati uniti informandolo sulle conseguenze di ordine pratico della nuova bomba e

sollecitandolo a istituire un collegamento permanente fra il governo e il gruppo di fisici. Nel 1939 veniva cosi’

creato l’Advisory Committee on Uranium, un organismo inglobato nel 1940 nel National Difense Reserch Committee,

che aveva il compito di organizzare la ricerca scientifica per scopi militari. Nell’estate del 1942, infatti, il

presidente Roosvelt dava la massima priorita’ alla costruzione delle bombe a fissione nucleare. Fermi e tutti gli

scienziati che fino ad allora avevano lavorato a vari segmenti della ricerca sulla radioattivita’ furono reclutati nel

laboratorio segreto di Los Alamos, nel New Mexico. Il lavoro per la costruzione della bomba atomica progredi’ con

la massima celerita’ e con investimenti di risorse umane e finanziarie che nessun’altra impresa scientifica aveva mai

conosciuto in precedenza. Il 16 luglio 1945 in attuazione del progetto Manhattan, si ebbe il collaudo della bomba

atomica, con l’esplosione di un prototipo di alamogordo nel deserto del New Mexico: il suo potere deflagrante era

equivalente a quello di oltre 13.000 tonnellate di tritolo. A parte l’opposizione del fisico ungherese Leo Szilard, che

era stato uno dei protagonisti , insieme a Fermi, della realizzazione della bomba, quasi tutti gli scienziati di Los

Alamos furono concordi che l’ordigno dovesse essere utilizzato non solo a scopo dimostrativo, cioe’ facendolo

esplodere in qualche luogo disabitato del Giappone, ma su un obiettivo nemico densamente popolato. Cosi’, quando le

autorita’ governative e il neo eletto presidente degli Stati Uniti Henry Truman li interrogarono sul da farsi, i fisici

Oppenheimer, Fermi, Lawrence e Compton diedero la risposta seguente: le opinioni dei nostri colleghi scienziati non

sono unanimi e vanno dalla proposta di un’applicazione puramente tecnica a quella di un’applicazione militare piu’

adatta ad indurre i giapponesi alla resa,non siamo pero’ in grado di proporre alcuna dimostrazione tecnica

suscettibile di far finire la guerra; non vediamo alcuna alternativa accettabile all’impiego militare diretto.

Alle 2.45 del mattino del 6 agosto 1945 da un atollo del sud del Pacifico, scortato da 5 aerei, decollava un

bombardiere b-29 armato con una bomba battezzata Enola gay, il nome della madre del pilota. Alle 8.16 la bomba

esplodeva su Hiroshima. Il 9 agosto un altro bombardiere con a bordo il suo Little boy, sganciava l’ordigno su

Nagasaki. Hiroshima contava 285.000 abitanti, Nagasaki poco meno della meta’. A seguito delle sue esplosioni

75.000 morirono immediatamente, oltre 35.000 furono i dispersi e, nei mesi successivi il totale delle vittime

riconducibili agli effetti delle bombe sganciate sulle due citta’ nipponiche supero’ le 200.000 unita’. L’uffico stampa

della casa bianca, commentando l’accaduto in un comunicato diramato il 6 agosto 1945 dichiarava che il

bombardamento era la piu’ grande realizzazione della scienza organizzata della storia. L’opinione pubblica in tutto il

mondo fu enormemente impressiona dall’accaduto e l’immagine dello scienziato come un pericoloso apprendista

stregone comincio’ a preoccupare anche i politi e i militari che ne avevano favorito l’ascesa. La neutrlita’ dello

scienziato che Napoleone aveva voluto depurare di qualsiasi velleita’ filosofica e politica, e che nel tempo aveva

reso tanti servizi ai governi e alle nazioni di tutte Europa e da ultimo agli Stati Uniti, faceva si che ora fosse il

politico ad avere l’onere di gestire gli effetti devastanti degli armamenti atomici. La guerra era finita e gli

scienziati avevano dato un contributo decisivo al raggiungimento di una vittoria schiacciante, ma la pace aveva

portato con se la minaccia che nuove e ancora piu’ terribili invenzioni potessero distruggere definitivamente

l’umanita’.

SPECIALIZZAZIONE E DISCIPLINA

La parcellizzazione della scienza in un insieme di discipline sempre piu’ complesso e differenziato è un fenomeno

relativamente recente, tanto che nelle universita’ europee e statunitensi comincia ad avere pieno riscontro solo

nella seconda meta’ del diciannovesimo secolo. L’accettazione di questa suddivisione da parte dei naturalisti

rinascimentali fu piuttosto passiva e ci volle parecchio tempo prima che si realizzassero le condizioni istituzionali

per scardinare la classificazione delle discipline scientifiche stabilita da Aristotele. Il progressivo aumento delle

specie naturalistiche conosciute generava scetticismo per la cultura libresca, mente la scoperta di nuove sostanze

metalliche distruggeva la millenaria dottrina della corrispondenza dei sette metalli conosciuti con i sette pianeti.

Condividendo con gli eruditi del suo tempo una concezione enciclopedica della scienza Aldrovandi si avvide bene

presto che era impossibile realizzare il suo progetto di raccogliere e ordinare in un museo tutti i reperti della

natura utilizzando le generiche categorie che, fino alla prima meta’ del cinquecento,avevano subordinatola botanica

alla materia medica, la zoologia alla medicina generale e la mineralogia alla fisica aristotelica. Risultava quindi

necessaria un’innovazione istituzionale capace di riflettere le esigenze che le nuove istanze empiriche e osservative

facevano emergere. Aldrovandi si rese conto che l’osservazione della natura comportava la creazione di una nuova

disciplina autonoma e che la raccolta delle piante on poteva piu’ essere esclusivamente finalizzata alla ricerca dei

rimedi come stabilito dalla tradizione medica da Dioscoride in poi. Percio’ Aldrovandi propose di istituire un nuovo

insegnamento nell’Universita’ di Bologna, elevando a dignita’ filosofica e quindi scientifica una disciplina che cosi’

avrebbe potuto lasciarsi alle spalle la secolare subordinazione al tradizionale insegnamento. Con quest’atto

fondativo Aldrovandi delineava i caratteri disciplinari di quella che di li’ a pochi decenni sarebbe diventata una delle

discipline scientifiche di maggior successo: la storia naturale. La nascita della storia naturale, dello studio e

classificazione dei tre regni naturali, era intimamente legata al nuovo luogo, il museo, dov’era stata inizialmente

concepita. Pur proteso all’innovazione, il quadro di riferimento istituzionale e dottrinale della scienza aldrovandiana

rimaneva saldamente ancorato all’aristotelismo. La critica al metodo aristotelico che si diffuse durante il

rinascimento aveva generato una serie sempre piu’ confusa di saperi, naturalistici e non, raramente propensi ad

assoggettarsi a un metodo capace di regolare l’accumulazione delle osservazioni empiriche che confluivano nelle

nuove discipline senza alcuna selezione. Il primo a rendersi conto che il nuovo spirito della scienza avrebbe avuto

conseguenze radicali sull’assetto disciplinare tradizionale fu Bacone. Bacone stabili’ l’importanza di estendere

l’universo dell’osservazione e della sperimentazione e sostenne che era necessario suddividere le discipline secondo

gli oggetti studiati. Una ricaduta importante del metodo proposto da Bacone e della sua classificazione delle

discipline scientifiche fu la necessita’ di introdurre nella ricerca scientifica una divisione del lavoro. L’enfasi sul

particolare e sulla sperimentazione in campi di indagine limitati e circoscritti divento’ un aspetto qualificante della

scienza britannica della seconda meta’ del seicento e, in molto discipline, per tutto l’ottocento. Al progetto di

classificazione delle scienze proposto da Bacone va contrapposto quello di Cartesio, volto a unificare il pensiero

scientifico attraverso un metodo onnicomprensivo. Secondo Cartesio, le scienze dovevano essere rifondate

attraverso un metodo semplice, comune a tutte, basato sulla matematica e le leggi della meccanica. Le opposte

riflessioni di Bacone e Cartesio tendevano comunque all’obiettivo comune di creare uno spazio istituzionale dove lo

studio della natura potesse esprimersi in totale autonomia e fosse finalmente libero dai condizionamenti della

metafisica, della scolastica e dell’aristotelismo. In effetti, le accademie scientifiche, evocate nelle opere dei due

grandi filosofi come sedi ideali del progresso scientifico e tecnico, furono i primi luoghi dove la rigida partizione

disciplinare delle universita’ subi’ un primo significativo smottamento. La tendenza delle discipline ad articolarsi

all’interno delle Accademie,provocava gioco forza l’adozione di uno stile di comunicazione sempre piu’ specialistico e

circoscritto e l’articolo divenne in questo periodo la forma privilegiata della comunicazione scientifica europea. Le

universita’, pur con lentezza, erano disponibili a considerare nuovi curricula scientifici e aprirono le porte agli

scienziati che intendevano fare del proprio ambito di ricerca una disciplina istituzionalizzata. Con le riforme delle

universita’ la specializzazione delle discipline prosegui’ rapidissima, superando sempre piu’ facilmente gli ostacoli

presenti nella struttura interna delle accademie. Grazie alla disponibilita’ delle universita’ a diversificare la ricerca

scientifica si assiste nell’ottocento a un’enorme espansione della stampo periodica specializzata. I nuovi criteri di

reclutamento adottati dalle universita’ ottocentesche che cominciarono a privilegiare l’originalita’ della ricerca,

avevano di fatto emarginato la figura dell’erudito e del dilettante promuovendo la professionalizzazione della

figura dello scienziato. Anche per questa ragione, il nuovo sistema allontanava le scienze dal grande pubblico. La

specializzazione dunque diventava un obbligo professionale, la carriera universitaria doveva avere un processo

lineare e coerente con un orientamento specialistico. Il pubblico ottocentesco e in misura maggiore quello

novecentesco, potevano avere accesso ai risultati della scienza e delle specialita’ solo attraverso la divulgazione, le

esposizioni, i musei. Nell’ottocento questa impresa era diventata molto piu’ difficile e la mediazione della

divulgazione fece si che la scienza non incidesse piu’ nella cultura del tempo con la stessa efficacia del secolo

precedente. Le scienze naturali divennero sempre piu’ un ambito conoscitivo ristretto a un numero circoscritto di

adepti, sia per la specializzazione crescente delle ricerche, sia per la tendenza ideologica a considerare il metodo

scientifico quale parametro di universale oggettivita’, allontanava chi non accettava di identificare la cultura con la

scienza. Perfino che, come Compte, auspicava la nascita di una societa’ basata sulla razionalita’ scientifica, vedeva

nella specializzazione delle discipline un pericolo estremamente serio. La specializzazione delle scienze, tuttavia,

non fu soltantol’effetto della fondazione delle accademie e delle nuove universita’ ma anche per esempio,

l’esigenza economica di intensificare l’estrazione dei metalli e migliorare la loro lavorazione. Lo sviluppo della

mineralogia e dell’ingegneria mineraria come discipline autonome, sono solo de esempi dello stimolo verso la

specializzazione, provocato dallo sviluppo economico.

Il filosofo spagnolo Josè ortega y Gasset, denuncio’ con decisione le insidie annidate nella specializzazione; egli

mostrava la tensione esistente tra i risultati positivi ottenuti dalle scienze sperimentali e il progressivo

impoverimento teorico e filosofico dell’attivita’ scientifica. L’atto di accusa del filosofo spagnolo veniva accolto con

entusiasmo nel 1959 dal premio Nobel per la fisica Schrodinger il quale respingeva l’idea che il valore delle scienze

dovesse essere ridotto alle scoperte specialistiche capaci di trasformare il mondo materiale.

La moltiplicazione delle discipline scientifiche e la tendenza degli scienziati a indirizzare i propri studi su campi di

ricerca sempre piu’ ristretti hanno creato un corto circuito nella comunicazione dei risultati e delle scoperte, fuori

dall’ambito delle singole specialita’. Se la comunicazione al grande pubblico sembra preclusa, lo sviluppo di nuovi

mezzi di comunicazione e la gestione elettronica delle informazioni ha tuttavia favorito la collaborazione

interdisciplinare tra ambiti differenti . Contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare, infatti, la

specializzazione delle scienze ha favorito , piu’ che ostacolato, la collaborazione tra gli scienziati e

l’interdisciplinarieta’ della ricerca.

Una caratteristica importante del modello universitario che ha favorito la specializzazione della discipline

scientifiche è costituita dala flessibilita’ attraverso le quali, le discipline si articolano e si sviluppano. L’implosione

della storia naturale e la capacita’ dei saperi specialistici di riorganizzarsi su nuove basi diede vita all’inizio

dell’ottocento alla proliferazione di nuove discipline quali la biologia la zoologia la geologia ect… che, a loro volta,

indirizzarono le ricerche sui tre regni della natura verso nuove e piu’ articolate suddivisioni e articolazioni interne.

L’esigenza della ricerca specialistica di separare la scienza dalla cultura e di affermare la neutralita’ oggettiva e

l’universalita’ del metodo scientifico erano incompatibili con discipline, come la storia naturale e l’eugenica, che, da

presupposti molto differenti, affermavano l’intima connessione tra l’attivita’ scientifica e una data filosofia. La

forza della specializzazione sta proprio nel rifiutare ogni tentativo di unificare le ricerche sperimentali

riconducendole a principi generali e fondativi. La specializzazione delle scienze è dunque un fenomeno

estremamente complesso e non lineare, che interagisce con una serie di fattori, i quali, non dipendono

esclusivamente dalla fecondita’ di un dato programma di ricerca, L’affermazione della specializzazione come

parametro determinante della carriera nell’universita’ e negli istituti di ricerca costituisce uno dei tratti distintivi

della scienza contemporanea.

SCIENZA E POLITICA.

La scienza è diventata una forma pienamente autonoma del sapere nel momento in cui è riuscita a focalizzare

l’attenzione sul proprio valore strategico e sui benefici che gli stati e le nazioni potevano trarre dalle applicazioni

della ricerca.

Il naturalista del Rinascimento non solo difendeva una forma del sapere dai tratti ancora oscuri e dal passo

esitante, ma si trovava di fronte, una classe di intellettuale, quella degli umanisti, che godeva tra i sovrani di

immenso prestigio. Sia gli umanisti sia i teologi non erano particolarmente sensibili all’emergente riscoperta del

mondo naturale e tanto meno erano disposti a rinunciare al primato che i sovrani rinascimentali finora avevano

assegnato alla riscoperta del mondo classico e alla piu’ tradizionale speculazione religiosa. Le guerre, la riforma

protestante, le scoperte geografiche e altri elementi esterni accrebbero l’esigenza degli Stati di servirsi di saperi

tecnici, e, in seconda istanza, scientifici. La funzione strategica della scienza venne compresa in modo diffuso e

irreversibile solo dopo la Rivoluzione francese, ben tre secoli dopo i servigi che Leonardo aveva prestato alle

esigenze militari degli Sforza.

Durante il sedicesimo secolo Paracelso e i suoi seguaci, gli alchimisti, i ciarlatani e i detentori di segreti calcarono

con inquieta energia le strade d’Europa, proclamando i mirabili effetti che si potevano ottenere dall’osservazione

della natura e dalla manipolazione diretta dei fenomeni. Paracelso e molti altri alchimisti furono chiamati a corte

per dar prova delle loro conclamate capacita’ sperimentali per svelare i loro segreti e i miracoli legati alle loro arti.

Alcuni sovrani rinascimentali come Cosimo I De Medici avevano addirittura allestito laboratori alchimistici dove

osavano misurarsi direttamete con i misteri della natura. I lavori scientifici commissionati dai sovrani riguardavano

non solo le scienze esatte e meccaniche ma anche discipline eterodosse come l’alchimia e l’astrologia, Le difficolta’

che sembravano destinare le scienze occulte a una rapida estinzione vennero spesso rimosse grazie alla

committenza diretta di principi e sovrani di tutta Europa. In realta’ la politica della scienza in Europa, dal

rinascimento fino alla rivoluzione francese, si caratterizzo’ per gli atteggiamenti volutamente ambigui dei sovrani;

da un lato promuovevano e finanziavano lautamente le creazioni di accademie scientifiche basate sul metodo

baconiano e cartesiano, dall’altro continuavano a sostenere con favori non meno plateali discipline che per metodo e

ispirazione culturale si contrapponevano a quelle coltivate nelle nuove accademie.Nella Praga di Rodolfo Ii gli

alchimisti godevano di protezioni a cui nessuno scienziato accademico poteva aspirare. Questa situazione di

ambiguita’ cambio’ radicalmente solo nel 1789, con lo scoppio della rivoluzione francese. Durante l’Antico regimi ,

infatti, poteva ancora accadere di frequente che alcuni studiosi ostili al metodo scientifico adottato dalla maggior

parte degli scienziati accademici godessero difavori e protezione. Il caso piu’ clamoroso è rappresentato dalla

“scoperta” del medico austriaco Mesmer, del fluido magnetico. Mesmer sosteneva la tsi dell’influenza degli astri

sull’uomo, il medico non si era meramente limitato a resuscitare una dottrina in voga nel rinascimento, ma si era

preoccupato di adattarla alle esigenze di scientificita’ della medicina settecentesca. Nel 1772 Mesmer

incominciava a sperimentare il magnetismo nel trattamento delle malattie. Le notizie circa la virtu’ miracolosa della

nuova terapia si sparse rapidamente nella capitale della scienza e in pochi mesi Mesmer pote’ contare su una

clientela numerosa e selezionata. La massoneria parigina, allora potentissima, prese Mesmer sotto la sua protezione

e per un breve periodo, anche la regina Maria Antonietta aveva mostrato vivo interesse per la teoria del medico

austriaco, adoperandosi per un suo riconoscimento ufficiale. Mesmer sentiva l’esigenza di esser riconosciuto dalle

principale istituzioni scientifiche parigine, in particolare dall’Academie des Sciences. Diverse commissioni

scientifiche furono chiamate a esaminare i fondamenti della dottrina di Mesmer, senza alcun risultato, la

commissione stabiliva che si trattava diun trucco, il cui successo era alimentato dalla combinazione tra credulita’

popolare e carisma del medico austriaco. Di fronte alla smacco subito Mesmer passo’ al contrattacco. Forte della

protezione politica replicava ai fallimenti dei suoi esperimenti pubblici sostenendo che il fluido costituiva una

verita’ essenziale per la felicita’ dell’umanita’. Per diversi anni ancora la disputa tra Mesmer e la scienza ufficiale

continuo’ ad essere al centro dei dibattiti giornalistici parigini e sono nel luglio del 1782, su invito della marchesa di

Fleuty, Mesmer accettava di lasciare Parigi recandosi a Spa per fondare una clinica. Con Mesmer la scienza usciva

dalle accademie ed entrava nei salotti, dando l’illusione di essere tangibile e alla portata di tutti.

Nel momento in cui la scienza ufficiale avesse potuto dimostrare la sua indispensabilita’ per il potere politico , si

sarebbero create le condizioni per una saldatura tra scienza e potere. Lo scoppio della Rivoluzione francese e le

nuove circostanze politiche e militari offrirono l’occasione favorevole per lo stabilirsi di un rapporto stabile e

durevolo fra scienza e politica.

Le scienze cosi’ com’erano state coltivate fino all’Antico Regime avevano subito una scossa salutare che ne aveva

trasformato radicalmente sia la funzione sociale, sia i contenuti. Si trattava semplicemente di riconoscere che il

ruole della scienza era cambiato eche la separazione tra scienza e tecnologia non aveva piu’ ragion d’essere. Tra il

1792 e il 1794 gliscienziati francesi occuparono cariche politiche di primo piano. Non fu pero ‘in queste vesti che

essi acquisirono un nuovo e piu’ importante ruolo nella neonata repubblica.

Fu napoleone il primo sovrano a comprendere l’utilita’ politica, oltre che strategica delle scienze. L’antica e feconda

alleanza tra scienza e filosofia doveva essere superta da un connubio tra potere politico e scienziati. Nessun paese

europeo né i governi francesi che fecero seguito emularono Napoleone nella sua politica di valorizzazione degli

scienziati. La neutralita’ politica e il patriottismo manifestati dagli scienziati, dai tempi della Rivoluzione francese

in poi, resero la figura dello scienziato progressivamente ben accetta al potere politico.

La feconda alleanza tra scienziati tecnica e industria non poteva accrescere ulteriormente il prestigio e l’influenza

della scienza nella societa’. L’acquisita neutralita’ della scienza e la sua pretesa oggettivita’ costituivano garanzie

sufficienti per delineare una societa’ efficiente e senza conflitti.

Durante la prima e durante la seconda guerra mondiale, il sistema scientifico tecnologico della ricerca divenne cosi’

importante da mettere in discussione l’estensione dello stesso potere politico, quando il 2 agosto 1939 un pacifista

militante come Einstain scriveva al presidente degli USA Roosvelt invitandolo a investire nella ricerca per la

costruzione di una bomba capace di distruggere un intero porto, lasciava intendere che gli scienziati avevano la

chiave per vincere la guerra e che il conflitto contro i nazisti giustificava l’uso di armi di cui gli scienziati

comprendevano benissimo gli effetti. Gli esiti furono gratificanti, anche se tuttavia, la difficoltà di governare la

ricerca era un problema non solo per i politici ma per gli stessi scienziati. Dopo la seconda guerra mondiale i politici

guardarono alla scienza con un misto di timore e ammirazione. La scoperta di Fermi sulla possibilita’ di costruire la

bomba atomica ava creato piu’ problemi di quanti era stata capace di risolvere. Repubblicani e democratici

manifestavano le stesse preoccupazioni: la scienza era diventata come il genio della lampada, e, dopo il lancio delle

bombe atomiche non c’era piu’ verso di controllarla. La situazione sarebbe rimasta pericolosa fin tanto che la

scienza non avesse rallentato i suoi progressi. Gli scienziati venivano accusati di aver creato, con la bomba atomica,

un mondo molto piu’ insicuro, e i loro appelli ai politici perche prendessero posizione contro un olocausto nucleare

erano per lo meno contradditori. I dibattiti contemporanei sulla legittimita’ etica della clonazione e di altre

tecniche bio-tecnologiche mostrano i segni della frattura che si è venuta delineando tra la ricerca scientifica e la

sua assimilazione nella cultura politica e sociale di cui intende far parte.

SCIENZA E TECNOLOGIE.

La consapevolezza della rilevanza economica delle scoperte emerse quando il tradizionale rapporto di conflitto tra

artisti e scienziati lascio’ il posto a incontri sempre piu’ frequenti e diede vita a scoperte di eccezionale

importanza sia teorica che pratica. La scoperta della prospettiva lineare viene solitamente indicata come l’esmpio

piu’ evidente di collaborazione proficua tra sicenziato e artista. Il termine tecnologia costituisce infatti

un’acquisizione linguistica del diciannovesimo secolo ed è stato utilizzato per designare le macchine e i congegni

utilizzati per la produzione industriale.

Il progresso delle arti era posto in relazione con la loro utilita’ e con le infinite applicazioni cui si presentavano.

L’imitazione degli artigiani consentiva allo scienziato di dominare la natura e di trarne tutti i benefici che le

applicazioni della conoscenza dei fenomeni naturali potevano favorire. Cartesio si rendeva conto che per

valorizzare appieno l’utilita’ e la scienza dei tecnici era necessario metterli in condizione di rendere pubbliche le

loro scoperte e di favorire la collaborazione con gli scienziati accademici. A questo fine nel 1648 Cartesio concepi’

il progetto di una scuola delle arti e dei mestieri dove gli inventori e i tecnici potessero finalmente trovare una

legittimazione istituzionale cosi’ da far progredire la conoscenza del mondo naturale. Il progetto di Cartesio non

avrebbe avuto gran seguito. Nel secolo successivo pero’ la situazione subi’ profondi cambiamenti. Il rivoluzionario

progetto di riforma illuminista che Diderot e d’Alambert diffusero era incentrato sulla rivalutazione delle arti e

dei mestieri. L’obiettivo di Diderot e d’ Alembert era di imporre una nuova gerarchia del sapere in cui la pratica,

l’esperienza, le arti e le tecniche avessero un ruolo privilegiato.

Sebbene il dialogo tra artisti e scienziati fosse segnato da reciproche diffidenze ed incomprensioni, la chimica

settecentesca aveva creato uno spazio d’incontro per le competenze professionali degli uni e degli altri. Fu proprio

un chimico, Lavoisier, che ripropose nel 1793, cioè un secolo e mezzo dopo lo sfortunato tentativo di Cartesio, la

fondazione di una Sociètè centrale des arts dove scienziati ed artisti potessero collaborare alla creazione di una

nuova pratica scientifica. Per Lavoisier esisteva tuttavia una differenza fondamentale tra lo scienziato e l’artista:

il primo lavorava esclusivamente per amore della scienza e della fama, per l’artista lo scopo primario era ricavare un

beneficio economico e il ricorso alla pubblicazione diventava naturale solo quando una scoperta non poteva piu’

essere mantenuta segreta. Nel settembre del 1793 Lavoisier sottoponeva all’attenzione della Convenzione

Nazionale un progetto di riforma dell’educazione pubblica che affidava un ruolo centrale all’insegnamento di

materie tecniche e industriali. Il progetto di Lavoisier non fu adottato dalla Convenzione ma l’esigenza di

finalizzare le scienze all’utile dello Stato e allo sviluppo economico era ormai molto sentita durante la Rivoluzione ,

ed è certamente in questo quadro che va valutato il successo della fondazione dell’Ecole Polytecnique, una scuola

superiore militare alla quale furono chiamati i maggiori scienziati e i piu’ apprezzati tecnici francesi peerchè

formassero una nuova leva di figuare professionali di alto profilo, con le caratteristiche dello scienziato puro,

dell’artista e dell’ingegnere. S ein Francia i rapporti tra scienza e tecnologia si erano sviluppati soprattutto grazie

all’iniziativa dello Stato centrale, in Inghilterra, al contrario, la tecnica aceva ricevuto il maggior impulso dal mondo

dell’imprenditoria privata. Nascono le prime macchine parzialmente meccanizzate,e con questo cambiamento

l’operaio specializzato puo’ essere sostituito con una manodopera meno costosa.

Veniva introdotta la macchina a vapore , che venne perfezionata solo molti decenni dopo, grazie alla stretta

collaborazione tra uno scienziato, un tecnico e un imprenditore, diventando a questo punto il simbolo della

rivoluzione industriale. Gli studi su alcuni strumenti utilizzati per la costruzione della macchina a vapore avevano

consentito a Watt di scoprire nel 1783 la natura composta dell’acque. Inoltre dopo poco Watt individuo’ le

proprieta’ candeggianti del cloro . Con le sue scoperte Watt fu uno dei primi a intuire il potenziale della

connessione tra scienza, tecnologia e capitale e sarebbe impossibile comprendere il panorama economico e sociale

dell’Inghilterra di fine settecento senza tener presente tale felice combinazione. Watt introdusse nella macchina

a vapore un organo detto condensatore che permetteva di sfruttare l’energia residua, quella di compressione ,

quella del calore, abbattendo a parita’ di energia prodotta, il consumo di combustibile. Il congegno di Watt era

applicabile a una grandissima varieta’ di impianti industriali e cio’ accelero’ enormemente gli investimenti di grossi

capitali nell’industria meccanica, dando luogo a una nuova legislazione di brevetti. Lo sviluppo della ricerca

scientifica e industriale postulava che gli inventori dovevano entrare in competizione e la prospettiva di guadagno

era un ottimo incentivo a produrre sempre nuove e migliori applicazioni. All’inventore veniva riconosciuto il credito

dell’invenzione e la proprieta’ commerciale per un periodo che poteva variare dai tre ai cinque anni. Al brevetto

veniva data ampia pubblicita’ descrivendo l’invenzione o il procedimento industriale nella pubblicazione annuale

Description des machines. Nella prima meta’ del diciannovesimo secolo, il ferro diventa la materia prima del

progresso tecnico, favorendo la costruzione di impianti industriale in grande scala e una nuova generazione di reti

di comunicazione. Le resistenze ideologiche contro la diffusione della macchina e l’industrializzazione cedevano il

passo all’entusiasmo positivista per le potenzialita’ offerte dalla tecnica e dalle sue applicazioni. Nella seconda

meta’ del secolo queste speranze avrebbero trovato conferma nella nascita di nuovi sistemi tecnologici che ,

imponendosi in aree geografiche e produttive sempre piu’ vaste, ne avrebbero condizionato lo sviluppo economico.

Alla definitiva affermazione di questa tendenza egemonica mancava tuttavia ancora un elemento decisivo:

l’applicazione industriale dell’elettricita’. Questa innovazione cruciale fu preparata dal perfezionamento della

macchina elettromagnetica costruita nel 1859 dal fisico italiano Antonio Pacinotti. Pacinotti arrivo’ a costruire una

macchina in grado di produrre, per induzione elettromagnetica, una forza elettromotrice continua. Werner von

Siemens nel 1856 brevetto’ il motore elettrico a corrente continua a spazzole e nel 1865 costrui’ una dinamo. Nel

1879 fu presentato il primo locomotore a trazione elettrica. Nel 1884 Gaulard invento’ il trasformatore elettrico,

grazie al quale fu risolto finalmente il problema del trasporto dell’energia elettrica a grandi distanze. Negli anni’80

in Germania divennero operative le prime centrali idroelettriche capaci di erogare una qunantita’ di energia fino

allora impensabile. Nei vent’anni, circa, che furono necessari per applicare a livello industriale e su grande scala i

principi che avevano dato vita alle invenzioni di Pacinotti e di von Siemems, il rapporto tra scienza e tecnologia subi’

profondi cambiamenti. In primo luogo l’attivita’ dello scienziato ando’ incontro a un processo di convergenza con

quella del tecnico e dell’ingegnere. La tecnologia si stava lentamente impadronendo della scienza. La crescita dei

costi della scienza, dovuti in larga misura alla sua dipendenza dalla tecnologia, determino’ una vera e propria

rivoluzione, trasformando la scienza tradizionale in quella che è stata chiamata Big Science, cioe’ un’attivita’ che

passa per i grandi laboratori. Questo passaggio definitivo alla Big Science si verifico’ quando le autorita’

americane, dando vita al progetto Manhattan District per la costruzione della prima bomba atomica, reclutarono

quasi 250.000 uomini, di cui oltre 30.000 erano scienziati e ingegneri.

Strumenti, macchine, calcolatori e laboratori sempre piu’ complessi ed elaborati costituiscono oggi i prerequisiti di

qualsiasi ricerca scientifica d’avanguardia, costringendo cosi’ lo scienziato a interagire non solo con il mondo della

tecnologia ma, anche e soprattutto, con quello dell’industria.

PROFESSIONE SCIENZIATO.

Nel 1585, dopo una lunga gestazione, vide la luce a Venezia, La piazza universale di tutte le professioni dei mondo,

un’opera singolare destinata a conoscere un’immensa fortuna in tutta l’Europa, L’autore, Garzoni, vi aveva raccolto

un repertorio estremamente dettagliato delle professioni che erano venute ad arricchire la composita societa’

italiana di fine rinascimento. Tra le centinai a di occupazioni registrate e ampiamente commentate nelle Piazza,

sorprende la scarsa rilevanza conferita alle varie categorie di scienziati. Il panorama desolante offerto dalla

Piazza, sembra essere giustificato dalla difficolta’ degli scienziati rinascimentali a riconoscersi in una categoria

professionale dai contorni definiti. In quest’opera, gli scienziati occupano una posizione subalterna, mentre le

categorie emergenti sono i mercanti e gli artisti.

Giorgio Agricola è ricordato dagli storici come il padre della geologia e della mineralogia moderne. Nato in Sassonia,

si iscrisse nel 1514 all’Universita’ di Lipsia, dove studio’ per 3 anni lettere e lingue classiche; nel 1522 comincio’ gli

studi di medicina e l’anno seguente lo troviamo in Italia, dove, dopo avere seguito i corsi all’Universita’ di Bologna, si

trasferì a Venezia. Durante questo soggiorno Agricola collaboro’ all’edizione delle opere di Galeno sotto la guida di

Francesco Asolano e del medico umanista Gianbattista Opizzoni. Agricola ebbe un’intensa attivita’ filologica e

numerosi contatti con medici umanisti italiani che segnarono profondamente l’approccio di Agricola alla metallurgia.

Fu proprio grazie alla sua formazione umanistica e di sapiente filologo che Agricola divenne l’autore del celebre De

re metallica, un trattato che in piu’ punti riflette il debito verso gli studi umanitari, ma che oggi è ricordato

esclusivamente per il suo contributo alla scienza sperimentale e alla tecnologia. Il curricula di Galileo non è meno

curioso. Dopo gli studi di medicina a Pisa, studio’ e insegno’ matematica diventando un celebre professore nell’ateno

padovano. La sua attivita’ di costruttore di strumenti, e le relazioni con l’arsenale di Venezia ci ricordano il

carattere pratico della matematica e fu forse a causa della precaria posizione dei matematici all’interno delle

Universita’ Italiane del primo seicento che Galileo, accettando nel 1611 di recarsi alla corte dei Medici a Firenze,

pose come condizione l’aggiunta del titolo di filosofo a quello di matematico.

La storia dei termini usati per designare lo scienziato durante la prima eta’ moderna consente di individuarne i

progressi e i primi significativi cambiamenti. Durante il Seicento, per esempio, in Francia si fa strada il termine

savant che, pur alimentando nuove ambiguita’, consenti’ di circoscrivere e precisare l’attivita’ dello scienziato. In

Gran Bretagna, la precisazione della qualifica professionale di scienziato fa un passo in avanti quando,nella prima

meta’ del seicento, s’impone il fortunatissimo titolo di natural philosopher. Ma siamo ancora molto lontani dalla

nascita dello scienziato come professione.

Durante il secolo dei lumi non solo le scienze non garantivano alcun introito finanziario, ma a volte non facevano

neppure parte dei curricula universitari e non potevano contare sui sussidi dello Stato. Ancora molto diffusa nel

settecento la pratica della committenza; cosi’ grazie a elargizioni di pensioni piu’ o meno generose, gli scienziati

poterono coltivare i propri interessi senza l’assillo di trovare il modo di finanziare le proprie ricerche.

Nel periodo tra il 1750 e la fine del secolo, migliorato e potenziato dalle riforme universitarie il curriculum

scientifico assunse un’importanza del tutto nuova,e, di riflesso, il ruolo degli scienziati comincio’ ad affermarsi

anche nel mondo accademico. In Francia la Rivoluzione e la riforma radicale della pubblica istruzione porto’ alla

creazione di istituzioni per la formazione della nuova classe dirigente, dove l’insegnamento delle scienze naturali

era considerato non solo necessario, ma aveva addirittura un valore nettamente preponderante.

Se sul piano istituzionale la carriera dello scienziato ebbe un’evoluzione piuttosto lineare, l’affermarsi della figura

dello scienziato in quanto tale segui’ invece un percorso molto piu’ complesso. Prima che il termine generico di

scienziato rappresentasse in modo efficace tutti gli studiosi impegnati nelle varie discipline scientifiche, era

necessario identificare una rete di valori condivisi che trascendessero i contenuti dei singoli settori d’indagine. E’

interessante rilevare come gli scienziati si siano costantemente sforzati di unificare sotto un unico corpo

disciplinare il mondo variegato dell’investigazione. Questo processo emerse quando coloro che si occupavano delle

scienze naturali ebbero coscienza che la loro attivita’ era del tutto distinta da quella letteraria e filosofica e

stabilirono alcune regole che di fatto definivano l’identita’ collettiva dell’autore scientifico. Il carattere obiettivo

e universale del ragionamento scientifico, gia’ formulato in altri termini anche da Cartesio, non aveva soltanto la

conseguenza di offrire all’intelletto una via certa e sicura, ma anche quella di eliminare la soggettivita’ della

conoscenza. Tuttavia, se era vantaggioso aderire a un ideale di oggettivita’ e verita’ impersonale per nobilitare la

propria attivita’, nella pratica poi era forte l’esigenza di rivendicare il risultato ottenuto attraverso l’attivita’

scientifica, l’identificarlo precisamente con il nome e il cognome di chi l’aveva ottenuto e voleva perico’ trarne tutti

i vantaggi, in termini di onori e riconoscimenti, Questa dicotomia tra scienza oggettiva e rivendicazione del ruolo

dell’autore è nata nel momento in cui le accademie scientifiche hanno voluto stabilire i criteri che garantissero alla

scienza uno status di oggettivita’ incontestabile, A questo fine era necessario collocare l’autore di opere e

scoperte scientifiche entro un nuovo ruolo. Una tipica espressione di questa tensione emerse per la prima volta

nell’accademia del Cimento. Alla Royal Society avrebbero rislto la questione con la pubblicazione della Philosophical

Tansaction, il periodico dell’accademia, che riconosceva il credito intellettuale dei singoli articoli pur mantenendo

una sorta di diritto sulla proprieta’ delle scoperte. La pubblicazione delle memorie negli atti delle accademie

scientifiche , diventera’, in effetti, il mezzo piu’ efficace per risolvere la tensione emersa nel Ciemtno tra la

rivendicazione della centralita’ e identita’ scientifica dell’autore e il ruolo committente e promotore

dell’Accademia.

SCIENZA E INDUSTRIA.

La rivoluzione industriale della prima meta’ del diciannovesimo secolo è a giusto titolo considerata dagli storici

dell’economia un evento epocale nello sviluppo del capitalismo moderno. I cambiamenti radicali introdotti

dall’industria nell’organizzazione del lavoro e nei modi di produzione, circolazione e consumo delle merci hanno

alterato in modo profondo e irreversibile l’assetto della societa’ negli stati occidentali. Il contributo della scienza e

della tecnologia nella realizzazione di questa rivoluzione furono determinanti,anche se il loro ruolo è stato

inspiegabilmente sottovalutato, tanto che si è preferito considerarle come effetti dello sviluppo economico

piuttosto che cause efficienti del cambiamento. Indubbiamente fu soltanto attraverso l’esistenza di ingenti

capitali che lo sviluppo del commercio e delle manifatture che la scienza e la tecnica trovarono un terreno

scocioeconomico favorevole alla loro crescita. Certamente il coinvolgimento degli sicenziati nel processo

d’industrializzazione fu tutt’altro che lineare e non mancarono spesso profondi conflitti con gli imprenditori e i

capitalisti, i quali consideravano la scienza e la tecnica un semplice strumento per aumentare i profitti,ma è bene

sottolineare che in moltissimi casi si generarono fecondissime collaborazioni tra scienziati e capitalisti e che molti

scienziati e inventori diventarono imprenditori di successo. Gia’ a partire dal diciottesimo secolo niei paesi piu’

d’avanguardia alcuni scienziati accademici erano stati chiamati a ricoprire incarichi direttivi nelle tintorie e nelle

manifatture reali del vetro e della porcellana; in queste manifatture il compito degli scienziati era prevalentemente

quello di migliorare la qualita’ del prodotto finale. In generale pero’ l’industria chimica del diciottesimo secolo

intrattiene un rapporto contraddittorio con i progressi, le scoperte e i cambiamenti di paradigma teorico della

scienza contemporanea. In molti casi la mancanza di dialogo tra chimici e industriali non ebbe altro esito che quello

di ostacolare il successo applicativo di alcune importanti scoperte. Esemplare fu il caso di Leblanc che,

partecipando al concorso bandito dall’Academie des science di Parigi, cercando di individuare un metodo efficace

ed economico per produrre la soda riusci’ a convertire il sale marino in solfato di sodio. Successivamente

mischiando il solfato con del carbonato di calcio e riscaldando il composto, fu in grado di ottenere della soda e del

solfuro di calcio. Il brevetto di questo straordinario risultato fu concesso a LEblan nel 1791 e il duca d’Orlèans

mise a disposizione dello scienziato un capitale ingente per la costruzione di una macchina che avrebbe fatto uso

del brevetto. Il successo del metodo di Lebalnc era tuttavia legato al destino del suo committente, il duca

d’Orleans, il quale coinvolto negli eventi della Rivoluzione venne ghigliottinato nel 1793. A seguito delle disposizioni

prese dal Comitato di Salute Pubblica sul sequestro dei beni dei condannati, Leblanc veniva espropriato della sua

fabbrica e del diritto di produrre i Sali e la soda con il suo nuovo metodo. Poco dopo una commissione istituita per

fronteggiare la scarsita’ di soda sul mercato francese, stabiliva che il processo introdotto da LEbalnc non era

migliore di quelli gia’ in uso e di conseguenza ordinava lo smantellamento della fabbrica. Soltanto nel1823 il

processo Leblanc veniva ripreso con enorme successo dal chimico inglese Muspratt, il quale dopo aver acquistato i

diritti sul brevetto apriva il primo grande stabilimento industriale per la produzione della soda. Il caso di Leblanc

sottolineava come, ancora alla fine del diciottesimo secolo, le relazioni tra scienza e industria fossero talvolta

estremamente problematiche, La caratteristica principale dell’industria chimica era di non produrre materiali fini a

se stessi, ma di rispondere con soluzioni tecniche e produttive alle sollecitazioni e alle esigenze di altri cicli

produttivi. L’industria chimica era diversificata proprio perche’ indipendente dal mondo della ricerca scientifica

mentre al contrario, dipendeva strettamente dalle sollecitazioni del mercato e dal progresso tecnico, in continua

evoluzione. L’industria chimica, inoltre, rispondeva all’esigenza di compensare, con la sintesi di prodotti lavorati, la

crescente scarsita’ di prodotti naturali per i quali, la domanda crebbe nel corso di tutto il diciottesimo secolo.

La produzione industriale della polvere da sparo ela ricerca per migliorarne il rendimento costituirono due settori

strategici delle economie dei principali Stati europei. Le frequenti guerre e la crescente importanza delle armi da

fuoco fecero aumentare la domanda degli ingredienti necessari ala produzione della polvere da sparo. In Francia, la

Ferme deteneva il monopolio della polvere da sparo, i profitti erano enormi ma si trascurava la qualita’ delle

forniture all’armata francese e raramente risuciva a coprire tutta la domanda. Questa inefficienza fu una tra le

cause della sconfitta della Francia durante la guerra dei Sette anni. Il salnitro, l’ingrediente principale per la

produzione della polvere, veniva in prevalenza estratto dai depositi naturali dell’Egitto o dell’India e l’idea che una

produzione cosi’essenziale dipendesse dall’importazione, indeboli’ e rese invisa la politica commerciale della Ferme.

A fronte di questa difficile situazione Il ministro riformatore Turgot, nomino’ Lavasier direttore della Règie des

Puodres, l’instituto che per volere del ministro aveva rimpiazzato l’antica Ferme. Il contributo di Lavoisier è stato

ricondotta alla radicale riforma della politica scientifica tradizionale. Le misure di Lavoisier si distinsero

innanzitutto per il loro carattere di gradualita’ . In primo luogo, il chimo francese volle prendere coscienza dei

processi produttivi e della loro amministrazione. Nel frattempo comincio’ a lavorare ad alcuni esperimenti come

l’analisi e la sintesi sell’acido nitroso, la decomposizione e lo studio delle acque madri. Accanto a questoprogramma

di ricerche, Lavoisier promosse un premio sull’origine e la natura del salnitro. Il premio fu vinto dai due fratelli

Thouvenel.Inoltre promosse un’inchiesta interna alla Règie attraverso la quale sperava di ottenere informazioni

sistematiche e chiare sui metodi di produzione adottati nelle diverse industrie. Il risultato denunciava una diffusa

poverta’ di conoscenze teoriche e una scarsa dimestichezza con la chimica applicata. Per migliorare questa

situazione Lavoisier escogito’ una riforma semplice ed efficace; prescrisse l’uso dell’aerometro per misurare la

densita’ delle acque madri e sostitui’ le ceneri vegetali con la potassa. I risultati furono sorprendenti , la

produzione aumento dell’80%. Un altro elemento innovativo introdottola lavoisier fu l’innovazione dei criteri di

selezione del personale, creando un corso di formazione e rendendoo obbligatorio per chi aspirasse ad entrare

nella Règie.

Il modello di sviluppo industriale realizzato da Lavoisier alla Regie des poudres costitui’ l’esempio piu’ avanzato di

sinergia tra scienza e manifattura durante l’Antico regime. Con l’avvento della rivoluzione industriale inglese dei

primi decenni del diciannovesimo secolo il sistema manifatturiero subi’ un cambiamento radicale, che ampliava

enormemente la sfera d’azione della scienza. Nel 1832 il chimico Ure rilevava innanzitutto inadatto il termine

manifatture e lo sostitui’ con Factory system. Un’integrazione tra lavoro e macchine. Secondo Ure la causa

principale dello sviluppo industriale era costituita dall’unione del capitale con la sicenza. Marx avrebbe avuto buon

gioco ne Il capitale a far leva sull’ingenuita’ di ure per mostrare quanto devastanti fossero in realta’ le conseguenze

sociali del nuovo sistema produttivo in cui il capitalista, con l’aiuto della macchina, era riuscito a neutralizzare il

potere contrattuale della forza lavoro, annullando il valore dell’artigianato e delle capacita’ mauali.

Per trasformarsi in un prodotto industriale di massa, l’innovazione scientifica e tecnologica dovevano allearsi con il

sistema dalla produzione e con le tecniche di marketing. Un caso esemplare della centralita’ di questa sinergia di

fattori fu l’invenzione del telefono. Il successo di un’invenzione doveva necessariamente passare per il mercato,

Contemporaneamente pero’ il mercato nella sua frenetica rincorsa al profitto aveva un disperato bisogno della

invenzioni delle scoperte scientifiche. L’iimagine promossa con tanto successo da Edisono e dai suoi imitatori

mostrava come l’invenzione e la scoperta non potessero essere regolate da fattori all’infuori del genio e della

creativita’, due qualita’ che sfuggivano alla ferrea logica dei bilanci industriali. Per sopperire ai limiti di questa

situazione gli industriali americani cominciarono , verso la fine del diciannovesimo secolo, a creare dei veri e propri

laboratori di ricerca. Questo cambiamento era stato favorito dalla riforma del sistema universitario e dal numero

crescente di scienziati e ricercatori operanti in tutte le universita’.

La consonanza tra ricerca scientifica e industria si manifesto’ con maggior evidenze nell’industria farmaceutica.

Nella seconda meta’ dell’ottocento alcuni imprenditori compresero la potenzialita’ del mercato farmaceutico e

investirono ingenti capitali per promuovere le prime ricerche farmacologiche applicate e la creazione delle prime

grandi fabbriche di medicinali. Il rapito diffondersi di farmaci e i successi commerciali ad essi collegati avevano

incoraggiato numerosi capitalisti europei a tentare la fortuna e fondare nuove industrie farmaceutiche. Agli inizi

del ventesimo secolo altri settori individuarono nel sostegno alla ricerca di base un aspetto imprescindibile della

loro crescita economica. La diversificazione dell’industria nel ventesimo secolo rende comunque impossibile una

generalizzazione a senso unico dei rapporti tra scienza ed industria.

.I CONGRESSI.

A seguito del successo ottenuto dall’istituzionalizzazione della ricerca scientifica nelle accademie, gli scienziati

hanno compreso appieno l’importanza di individuare luoghi e opportunita’ destinati a promuovere la collaborazione e

lo scambio di opinioni. Le riforme dell’universita’ della prima meta’ del diciannovesimo secolo moltiplicarono le

possibilita’ e gli spazi di aggregazione, ma uno degli strumenti piu’ efficaci nel favorire un rafforzamento


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della comunicazione
SSD:
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher valeria0186 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia della scienza e delle tecniche e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Insubria Como Varese - Uninsubria o del prof Vaccari Ezio.

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