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La nascita della tragedia

Introduzione all'arte e alla civiltà ellenica

Tramite l’intuizione capiamo che l’arte evolve grazie a due facce della stessa medaglia: quella della scultura, apollinea e quella della musica dionisiaca. Prendiamo Dioniso e Apollo, questi dei greci, per poter capire meglio la civiltà ellenica. Entrambi questi dei sono legati all’arte e appaiono uniti sotto la “volontà ellenica” che è un atto metafisico. Apollo è sogno, Dioniso ebbrezza. Nel sogno l’uomo è artista. La bella parvenza del mondo del sogno è il presupposto di ogni arte classica e metà della poesia. Noi comprendiamo subito la figura, niente ci è indifferente e non necessario. Il sogno è sentito come apparenza. Alcuni filosofi come Schopenhauer, pensano che la realtà sia come il “velo di Maya”, velo dietro cui si cela la verità. L’uomo sente lo stimolo dell’arte nel sogno. Guarda con attenzione e piacere, poiché attraverso l’immagine interpreta la vita, negli eventi onirici si esercita per la vita. Anche se ogni tanto non è tutto bello nel sogno, ma crudele apparenza.

Apollo e il concetto di limite

Apollo: divinità profetica e di tutte le energie plastiche, domina la bella parvenza della fantasia. La profonda coscienza di una natura che aiuta e risana trova corrispondenza simbolica nella facoltà divinatoria e nelle arti in generale, attraverso le quali la vita è degna di essere vissuta, ma anche quella linea sottile che l’immagine del sogno non può superare per non diventare patologia. Apollo è senso del limite, misura. Come diceva Schopenhauer, nel mondo come volontà e rappresentazione, Apollo potrebbe essere il “Principium individuationis” (principio della scolastica secondo cui attraverso le forme di spazio, tempo, casualità, determina e rende possibili la pluralità delle singole esistenze, che appaiono separate dal mondo). L’uomo, però, s’insordisce di fronte alle forme del fenomeno, perché inizia a capire che c’è qualcosa di oscuro e di nascosto dietro. A questo punto subentra Dioniso, ebbrezza che porta al ricongiungimento tra uomo e uomo, e uomo e natura. L’uomo torna allo stato primordiale e diviene opera d’arte. Tutto si ricongiunge.

Dioniso e l'arte della natura

Di fronte al sogno o all’ebbrezza l’uomo è sempre imitatore, o come artista del sogno o come artista dell’ebbrezza. Accostiamoci ai greci per capire fino a che istinti artistici della natura arrivarono. Era un livello alto, con le feste dionisiache, le orge e le violenze si oltrepassano i limiti dei legami famigliari, d’amicizia. Queste feste furono limitate dal culto d’Apollo (tipicamente dorico). I greci sentivano l’arte della natura proprio perché tramite le feste dionisiache raggiungevano piacere e dolore, elementi contemporaneamente esistenti in natura. I greci omerici erano spaventati perché Apollo era musica ritmica, che dava forma, architettura dorica in suoni accennati. La musica dionisiaca era travolgente e unitaria, melodica e armonica. Il ditirambo dionisiaco era e rispondeva a una nuova simbologia della natura, che era stata nascosta al greco apollineo, che non la capiva.

La massima di Sileno e la volontà ellenica

Nietzsche ricorda la massima di Sileno, mitico educatore di Dioniso, che parla a re Mida dicendogli: "Il bene più grande per te è assolutamente irraggiungibile. Non essere nato, non essere, non essere nulla. Ma immediatamente il bene più grande per te è morire presto". L’uomo greco conosceva le difficoltà dell’esistenza e si era creato la luminosa onirica versione della realtà: gli dei olimpici. E così la volontà greca dà vita a uno specchio della realtà, composta da divinità che vivono come gli uomini, perché essi stessi vorrebbero vivere nella luce, l’uomo nonostante non sia la sua realtà non ha possibilità di decisione, con la morte non la potrà avere comunque. Dove troviamo il sentimento (Nietzsche lo chiamava “ingenuo”) nell’arte, troviamo Apollo. L’ingenuità omerica si può intendere come completa vittoria dell’illusione apollinea. Il vero scopo della natura è un’immagine illusoria. Noi, uomini, teniamo le mani verso quest’ultima e la natura raggiunge il suo scopo attraverso il nostro inganno. Nei greci, “la volontà” voleva contemplare se stessa nella trasfigurazione del genio e del mondo dell’arte; per celebrare se stessa occorreva che le sue creature percepissero se stesse come degne di gloria, dovevano rivedere se stesse in una sfera superiore, senza che la perfezione del mondo dell’intuizione valesse come un imperativo e rimprovero. Con questo rispecchiamento della bellezza la “volontà” ellenica combatteva contro la sua natura artistica, saggia del dolore (l’uomo più sa, più soffre diceva Schopenhauer).

La visione apollinea e la realtà illusoria

L’uno immaginario ha bisogno di avere una visione beatificante, e noi in quanto fatti di apparenza, gioia apparente, siamo costretti a percepirla come tale, cioè come ciò che non esiste, un continuo divenire nel tempo e nello spazio come realtà empirica. Noi uomini viviamo in un’apparenza nell’apparenza, ciò che viviamo è apparenza e ciò che bramiamo è apparenza. Questo effetto di riflesso dell’apparenza nasce dal contrasto di cui è fatto l’uomo, che non sa di vivere appieno nella natura come “uno”, quindi essa gli appare disgregata, perciò guarda a una realtà bella, inventata da se stesso. Apollo porta la divinazione del “Principium individuationis”: mostra come il tormento aiuti il singolo e come questo sia spinto a creare la visione che redime. Quando la divinazione è pensata come imperativa e normativa, conosce solo una legge, l’individuazione, il mantenersi entro i limiti e le misure (in senso ellenico). Apollo richiede ciò per conoscere se stessi, quindi tutto ciò che andava oltre era visto come demoniaco/barbarico, dell’era pre-apollinea. Ma la dismisura si rivelava come la verità, le contraddizioni, la gioia nata dal solare pareva uscire dal cuore della natura. È certo che ove ciò si manifestava, il dio delfico era più rigido e minaccioso. Una continua lotta che manteneva entrambe le forze antagoniste in vita. In questa lotta, la storia greca antica si divide in quattro epoche artistiche per giungere al fine comune di questi istinti: la Tragedia Attica.

Omero, Archiloco e la poesia lirica

Omero e Archiloco sono progenitori e teorici della poesia. Il primo è un vecchio sognatore apollineo e il secondo è l’artista della soggettività sempre opposto al primo, dalla cultura greca. Il più importante fenomeno della lirica antica è l’unione dell’identità del poeta lirico e del musicista, è normale.

  • Prima c’era l’artista dionisiaco che si identificava con l’uno originario e il suo dolore, riproducendo l’immagine dell’originario in musica.
  • Sotto l’influsso dell’apollineo, del sogno, gli diventa di nuovo visibile come un’immagine simbolica del sogno la realtà.
  • L’artista ha già abbandonato la propria soggettività nel dionisiaco, l’immagine che ha di fronte è quella di contraddizione (male e bene).
  • Il poeta lirico e la sua soggettività sono pura immaginazione ora.

Non è la passione delirante a creare il poeta lirico, ma una prodigiosa volontà dionisiaca. Le immagini che appaiono e che fioriranno di fronte ai suoi occhi, si chiamano.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/06 Storia della filosofia

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Liszt di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia della filosofia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bergamo o del prof Fornari Giuseppe.
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